
«Non è la nostra guerra». Così ha detto - e ha perfettamente ragione - il ministro degli esteri Antonio Tajani a giustificazione del rifiuto opposto, almeno in prima battuta, dall’Italia (come pure da Francia, Germania e perfino Gran Bretagna, nonostante lo storico «rapporto speciale» di quest’ultima con gli Usa) alla richiesta di Donald Trump di inviare navi militari per unirsi a quelle americane ai fini del ripristino della libertà di navigazione nello stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran a seguito dell’attacco subito a opera di Israele e degli Usa.
Né l’Italia né altri Paesi europei, infatti, erano stati informati, e men che mai consultati, prima che l’attacco avesse luogo e non si vede, quindi, la ragione di un loro eventuale coinvolgimento, a qualsiasi titolo, nella guerra che ne è derivata.
Se così è, occorrerebbe però spiegare per quale ragione debba invece considerarsi «nostra» la guerra tra Russia e Ucraina, tanto da dover sostenere militarmente ed economicamente la seconda e da imporre sanzioni alla prima, con pesante sacrificio dei nostri interessi. E ciò nonostante il fatto che l’Ucraina non faccia parte né della Nato né dell’Unione europea e che - a parte le ripetute, formali assicurazioni fornite dalla Russia - non vi sia, oggettivamente, a onta di quanto vanno periodicamente farneticando taluni esponenti politici e militari soprattutto tedeschi e dei Paesi baltici, la benché minima prova che la Russia abbia intenzione, una volta liquidata, ipoteticamente, a sua favore, la partita con l’Ucraina, di attaccare militarmente un qualsiasi altro paese europeo.
Per la verità, anche con riguardo alla guerra Russia - Ucraina, lo stesso ministro Tajani ha avuto cura di affermare più volte che l’Italia, pur fornendo aiuto all’Ucraina per resistere all’aggressione da parte della Russia, non si considera «in guerra» con quest’ultima. Il che dovrebbe equivalere, se le parole hanno un senso, a dire che non possiamo considerare la Russia come uno stato «nemico».
Ma che tale essa sia, invece, di fatto considerata appare dimostrato dalla sistematica opposizione - a volta espressa e a volte sotterranea - di ostacoli di ogni genere, da parte del governo o di altre pubbliche autorità, alla libera partecipazione di artisti, uomini di cultura o sportivi russi a eventi che hanno luogo in Italia. Cosa questa che, in regime di libertà e democrazia, potrebbe trovare giustificazione soltanto in presenza di un formale e dichiarato stato di guerra. Basti ricordare, per rimanere a taluni fra i casi più recenti: la diatriba sollevata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli a proposito della possibile partecipazione della Russia alla Biennale d’arte di Venezia; l’imposizione agli atleti russi partecipanti alle olimpiadi invernali di Milano-Cortina di non sfilare sotto la loro bandiera ma sotto l’insegna, per ciascuno, di «atleta individuale neutrale»; l’annullamento, su pressione ancora del ministro Giuli, del concerto che alla Reggia di Caserta, nel luglio 2025, doveva essere eseguito sotto la direzione del maestro russo Valerij Gergiev, bollato come «amico di Putin» e perciò stesso da considerarsi (secondo quanto dichiarato all’epoca dallo stesso ministro) come strumento della «propaganda» russa; l’annullamento, a seguito di non meglio precisate «comunicazioni istituzionali» (come si legge nell’imbarazzato e contorto comunicato stampa dell’ente da cui era stato organizzato l’evento) dell’invito in precedenza rivolto alla prima ballerina del teatro Bolshoi Svetlana Zacharova a partecipare al «Galà dell’amore», in programma ieri e oggi all’auditorium Parco della musica di Roma.
Il tutto nel quadro della ritenuta sottoponibilità a censura, come «disinformazione» a scopo propagandistico - cosa anch’essa ammissibile solo quando un Paese sia in stato di guerra - di ogni e qualsiasi rappresentazione di fatti od opinioni che rispecchiasse il punto di vista della Russia, per cui, ad esempio, si è a suo tempo disposta, a livello europeo, la chiusura d’autorità delle emissioni destinate all’Europa di quattro organi d’informazione russi (Voice of Europe, Ria Novosti, Izvestia e Russia Gazeta) e si è imposta, in Italia, con provvedimento dell’Agcom, il 13 giugno 2024, la rimozione dalle piattaforme informatiche del documentario Donbass ieri, oggi e domani, prodotto da Russia Today, sull’assunto che esso proponeva una ricostruzione da ritenersi parziale e distorta di quanto accaduto in Donbass negli ultimi 10 anni.
E, sempre prendendo per buona l’affermazione che l’Italia non si ritiene «in guerra» con la Russia, risulta difficile capire per quale ragione, a fronte della crisi energetica prodotta dalla guerra in Medio Oriente, il nostro governo non dovrebbe neppure prendere in considerazione, in ossequio ai «diktat» dell’Unione europea, la possibilità di riaprire i canali commerciali con la Russia per acquistare da essa il gas naturale e il petrolio di cui abbiamo urgente e disperato bisogno per lo meno tanto quanto ne ha l’Ungheria la quale, però, per la medesima ragione, ha preteso e ottenuto l’imposizione, proprio da parte dell’Unione europea, al riluttante presidente ucraino Zelensky di rimettere in funzione l’oleodotto che, attraverso il territorio ucraino, la collega alla Russia e che, a causa della guerra - non si sa per colpa di chi - era stato danneggiato. Risultato, questo, al quale, com’è noto, il primo ministro ungherese Viktor Orbàn, spalleggiato dal collega slovacco Robert Fico, è pervenuto minacciando il blocco, altrimenti, del c.d. «prestito» (in realtà un puro e semplice regalo) di 90 miliardi di euro deciso dall’Unione europea in favore dell’Ucraina.
Stando così le cose, potrebbe forse essere un’idea - traendo spunto dal vecchio e divertente film Il ruggito del topo, interpretato da Peter Sellers - quella di dichiarare noi formalmente guerra alla Russia per poi subito riconoscere di averla persa.
Si giungerebbe così alla stipulazione di un bel trattato di pace comportante, come di norma, il ripristino delle ordinarie relazioni culturali e commerciali tra vincitore e vinto, senza possibilità, a quel punto, per chicchessia, di obiettare fondatamente alcunché. E vuoi vedere che, magari, proprio di questo si sia parlato nel recente, misterioso incontro tra l’ambasciatore russo ed il nostro vice ministro degli esteri Edmondo Cirielli, sul quale tanti dubbi e sospetti sono stati avanzati da parte della sinistra?






