Conte si nasconde dietro Mattarella: «Per il lockdown sentimmo il Colle»

«Ricordo il primo lockdown, quattro ore di Consiglio straordinario dei ministri. Ci chiedevamo che cosa fare: cinturiamo questi paesi? Mai è stato fatto, è una follia, siamo in una democrazia, c’è una Costituzione. Cinturiamo, che non escono? Come facciamo a privare della libertà di movimento? Era una cosa che anche per me, da giurista, risultava impensabile».
Giuseppe Conte a ruota libera per quasi tre ore nel podcast One More Time di Luca Casadei, tra racconti del paesello nativo Volturara Appula, «luogo dell’anima», e citazioni della mamma che raccomandava: «Cerca di fare bene quello che ti spetta di fare», offre emozioni dell’epoca pandemica. Spiega che quando si scoprirono «i primi focolai nella Bassa Lodigiana e a Vo’ Euganeo», mentre l’allora premier e il suo esecutivo non sapevano quali misure adottare, era al lavoro «uno staff composto da fior di esperti giuridici e scientifici di cui mi fidavo assolutamente, e che informalmente iniziano a sentire anche il Quirinale che è il garante della Costituzione».
Conte cerca di scaricare sul Colle. Il presidente Sergio Mattarella era informato anche se, dice, non poteva «entrare nella discussione politica». Alla fine, «sul tavolo rimane che dovevamo cinturare questi paesi. Ma i sistemi sono questi, altrimenti lasci correre il virus», sintetizza l’oggi leader del M5s. In Italia, dice, nessuno immaginava che arrivasse il virus in un modo così travolgente. «Era preoccupante, ma la Cina è lontana». Sostiene di aver detto subito: «Bisogna creare un patto con i cittadini, in base al quale ciò che so lo metto a disposizione, non taccio nulla». Per questo, racconta, «ho istituito un Comitato tecnico scientifico di esperti e l’esecutivo, su quella base, adottava le decisioni sotto sua responsabilità politica».
Misure che, sottolinea, mai avrebbe pensato di adottare a livello nazionale, «ma quando ti trovi davanti a una grande responsabilità devi decidere. La salvaguardia delle persone è fondamentale, non puoi dire facciamo correre il virus». A sostegno di quanto afferma, racconta che «a marzo non c’era ancora il lockdown ma gli operai non entravano in fabbrica perché avevano paura di contaminarsi, di morire». Già, bisognava chiuderli in casa o imporre loro la carta verde.
Ma l’ex premier insiste sul patto di trasparenza che avrebbe stretto con i cittadini, perché «siamo in democrazia». Sui vaccini dice: «Vorrei ricordare che la campagna vaccinale l’ho avviata sulla base della piena libertà […]. Poi, quando sono andato via, è venuta la stagione dei green pass con Draghi e addirittura dell’obbligo vaccinale per gli over 50». Si accorge di averla detta grossa, prova a rimediare. «Il green pass l’ho sostenuto, mi è sembrato una logica corretta: io ti rispetto ma se vuoi andare in un ristorante o in un cinema e non ti vuoi vaccinare allora stai a casa, ti vedi Netflix».
Quel periodo, dice, è stato caratterizzato da «tanta preoccupazione, tanta emotività che ho cercato di controllare per non mostrarla all’opinione pubblica, dal momento che ero un punto di riferimento». Anche perché il figlio Niccolò «nel periodo del Covid purtroppo si è ammalato e per due anni è stato in grandissime difficoltà», ha confidato Conte. «È rimasto addirittura a letto per quasi due anni. Poi si è sentito un po’ meglio, io l’accompagnavo a scuola con la carrozzina». Avere un figlio «che non si muoveva, che era sofferente, è stata un’angoscia terribile». Quando è passato il brutto momento, «questo mi ha reso il papà più felice del mondo».





