
Vigilia di Natale del 2016. A Pavia la temperatura è fresca, tra i 5 e i 7 gradi, e il cielo terso. Il fascicolo che vede indagato Andrea Sempio è stato aperto appena il giorno prima. Ma c’è già chi, pare senza averne titolo, ronza intorno a quelle carte: entra nell’ufficio dell’allora procuratore aggiunto Mario Venditti e scatta almeno tre foto ai documenti del fascicolo.
È questo uno degli episodi più indecifrabili tra quelli contenuti nell’informativa finale di 309 pagine inviata alla Procura di Pavia dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano nell’ambito delle nuove indagini per omicidio nei confronti di Sempio. Il misterioso «fotografo» è Maurizio Pappalardo, ex militare dell’Arma, all’epoca luogotenente e comandante del Nucleo informativo del capoluogo pavese. Non faceva parte dell’aliquota di polizia giudiziaria che lavorava presso la Procura, ma si muoveva come se fosse un ufficiale di complemento. Attualmente è coinvolto in tre diversi procedimenti: Clean 1 (il processo è appena iniziato, il carabiniere in congedo è accusato di rivelazione di segreti d’ufficio), Clean 2 (qui il 7 maggio è stato condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata) e Clean 3 (si sono appena concluse le indagini preliminari: le contestazioni sono di corruzione, depistaggio, falso materiale e ideologico).
Nell’inchiesta su Sempio, i carabinieri annotano che cosa sia stato trovato nel cellulare di Pappalardo: «È emerso che la mattina del 24 dicembre 2016 (giorno in cui il luogotenente non risultava in servizio poiché usufruiva di permesso per la legge 104), Pappalardo si fosse recato presso la Procura di Pavia: la conferma è fornita da 3 fotografie scattate tra le 10.27 e le 10.28». I metadati contenuti nelle stesse immagini hanno consentito la geolocalizzazione dell’uomo. Ma gli investigatori aggiungono che «la cosa che rileva e, francamente, inquieta» è l’oggetto al centro degli scatti, «ovvero parte del contenuto delle famose “carte” che costituivano il fascicolo 8283/16 modello 21 iscritto appena il giorno prima a carico di Andrea Sempio». Lo stesso 23 dicembre la notizia dell’inchiesta era trapelata in tempo reale sui media e l’indagato era quindi informato e spaventato. L’accesso al faldone giudiziario sarebbe stato compiuto da Pappalardo «senza alcun motivo» lecito.
In due delle fotografie incriminate, «quelle che riprendono la stampa di alcuni tabulati telefonici», è inquadrata la scrivania su cui è appoggiato il fascicolo. E non è un tavolo qualsiasi: «In vetro e di colore verde, è del tutto compatibile con quella che ancora oggi è presente nell’ufficio destinato al procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Pavia». Che in quel momento era Venditti. Al magistrato, però, almeno in questa informativa, non vengono contestate specifiche accuse. Qui gli unici che sembrano non contarla giusta sono i militari coinvolti.
Gli investigatori evidenziano anche la presunta reticenza di Pappalardo: «In merito a tali fotografie, sentito a sommarie informazioni, come spesso è accaduto in questa indagine, si è trincerato dietro i “non ricordo”: nessuna motivazione sul perché, né sulle circostanze che gli avevano consentito di avere accesso ad atti riservati. Ed è proprio in ragione all’assenza di qualsiasi motivazione verosimile addotta da Pappalardo, che non si può escludere anche quest’ultimo dal novero dei soggetti che - in maniera del tutto illecita - possano aver messo nelle condizioni Andrea Sempio di entrare in possesso delle “carte” che certamente a lui erano proceduralmente precluse».
Non è meno complessa la posizione di Silvio Sapone, ex comandante dell’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri all’interno della Procura di Pavia. Il 21 gennaio 2017, un mese dopo l’iscrizione di Sempio, Sapone prova a contattare l’indagato quattro volte tramite il proprio cellulare, mentre altri dieci tentativi partono dal telefono fisso del luogotenente. Il 22 gennaio l’investigatore conversa per oltre cinque minuti con l’indagato, poi ci riparla per quasi un altro minuto e gli invia pure un sms. Il tutto mentre Sempio è, negli stessi istanti, in contatto con il suo avvocato Federico Soldani. Quasi ci fosse una triangolazione di informazioni.
Sapone, per quelle conversazioni, ha dato versioni via via diverse: aveva contattato Sempio per invitarlo a rendere interrogatorio, ma dopo il cambio di programma dei pm (che hanno smentito), lo aveva sentito «per sdrammatizzare la cosa». Ha anche sostenuto di averlo chiamato «per sapere che telefono usasse per fini investigativi». Non è finita: Sapone si sarebbe contraddetto in uno stesso verbale. Per gli investigatori prima avrebbe riferito di non aver parlato con Sempio della notifica. Quindi si sarebbe corretto: «Gli ho detto che dovevamo notificare un atto».
È lo stesso Andrea Sempio a svelare il presunto contenuto delle sue chiacchierate con Sapone. Intercettato nel settembre del 2025, il trentottenne commesso cita l’inchiesta Clean, in cui il carabiniere non è mai stato indagato, e spiega: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavano di prendere le persone che erano sottoposte a indagine o che […] “se mi dai i soldi ti aiuto”. Lui mi ha chiamato un giorno perché voleva parlare con me […] Mi fa: “Ti dobbiamo parlare della […]. Io l’ho passato a Soldani, il mio avvocato, e non ho più saputo niente […]. Quando, tempo dopo, ho chiesto a Soldani, mi ha detto: “È un pirla, lascia perdere”… con Sapone è finita lì».
Quando il padre di Andrea, Giuseppe, viene iscritto sul registro degli indagati, per alcuni misteriosi pagamenti in contanti effettuati nel 2017, il presunto assassino conferma la ricostruzione precedente: «Quando mi ha proposto la roba, io metto giù, chiamo Soldani, glielo dico. Richiamo (riferito a Sapone, ndr) dicendo: “Guarda, ti do il numero dell’avvocato”».
Quindi prova a consegnare al padre, convocato in Procura, il proprio tabulato telefonico: «Perché se loro vogliono sapere di Sapone... qua hanno le tre chiamate…». Il genitore non sembra convinto. E allora il figlio insiste: «Fagliele vedere […] poi rompevano i maroni sulle varie cose, noi sapevamo prima le cose. Loro hanno detto perché avete […] l’archiviazione a febbraio se c’è stata a marzo?».
Per gli investigatori «in questa intercettazione Sempio fornisce una motivazione delle telefonate intercorse con Sapone che non ha necessità di essere ulteriormente commentata se non rapportata all’intercettazione ambientale […], nella quale Giuseppe Sempio pronuncia la frase “adesso bisogna che troviamo la formula di pagare quei signori lì”».
Va detto che le carte che sono arrivate il 13 gennaio 2017 al consulente della famiglia, il generale Luciano Garofano, non sarebbero uscite direttamente dalla Procura di Pavia. In questo frangente i sospetti degli inquirenti sembrano orientati verso la Procura generale di Milano, anche per un appunto presente nel faldone del processo bis a carico di Alberto Stasi scritto a penna con un tratto del tutto simile a quello di un post-it contenuto negli atti giunti a Garofano.
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