Garlasco, una vicenda disseminata di errori. Peccato che non paghi mai nessuno

Primo colpo di scena: il condannato non era neppure sulla scena del crimine. Secondo colpo di scena: c’è il forte sospetto che l’ora del delitto sia stata retrodatata. Sintesi per il gentile pubblico: Alberto Stasi non poteva aver ucciso Chiara Poggi.
Dopo il summit in Procura generale a Milano, la revisione del processo è sempre più vicina, sempre più scontata, mentre Andrea Sempio è sempre più nei guai.
Diciannove anni dopo, quella ragazza dagli occhi chiari e dal sorriso malinconico aspetta ancora - nella foto con il cocktail in mano - che venga rivelata la verità sul suo assassino; lei è l’unica (forse) a conoscerla ma non può raccontarla. E in questo lunghissimo, sfinente, periodo ha assistito a un’indagine da ispettore Clouseau, alla sofferenza devastante di due famiglie, all’infinito sabba mediatico. E, soprattutto, allo scempio della giustizia.
C’è sempre un luogo e c’è sempre una data per fissare un momento epocale. L’11 settembre 2001 a Manhattan fu la fine dell’innocenza dell’Occidente. Il 2 maggio 2011 ad Abbottabad in Pakistan - quando un giovane tecnico di computer diede per primo la notizia su Twitter della cattura di Osama Bin Laden - fu l’inizio dell’era digitale nell’informazione. Per alleggerire gli esempi, il 1° marzo 1973, con l’uscita di The dark side of the moon, i Pink Floyd cambiarono per sempre la storia del rock. Seguendo questo canone, il 13 agosto 2007 in un paese lombardo di 9.000 abitanti fra Pavia e Mortara, la macchina investigativa e poi giudiziaria italiana ha toccato il suo livello più basso. È ora di aggiornare la simbologia geografica e Caporetto può andare in pensione: il paradigma della disfatta è Garlasco.
«Scusate abbiamo scherzato, è tutto da rifare». L’abbiamo sentita tante volte questa frase, da Tangentopoli alla fantomatica trattativa Stato-mafia, dai 36 processi a Silvio Berlusconi (quattro ancora in corso quando morì) fino alle assoluzioni tardive di semplici cittadini finiti nel tritacarne. Adesso Garlasco, laggiù in fondo alla Pianura padana, è l’involontario sinonimo di vergogna. A sua volta vittima, a sua volta infangata, rivoltata come un guanto, stuprata da 19 anni di teatro dell’assurdo. Con un condannato in via definitiva che non poteva essere sul luogo del delitto perché stava scrivendo la tesi di laurea a casa sua. Con l’ora dell’assassinio (non 9/9.30 ma 11/11.30) che improvvisamente diventa ballerina, appiccicata ai fatti come un post-it giallo a seconda della narrazione. Mentre noi malati di legal thriller all’americana sappiamo che quello dovrebbe essere il secondo punto fermo - il primo è verificare che il morto non respiri - di un’analisi scientifica che si rispetti.
Dopo anni di luna park impazzito con la ruota panoramica che si sgancia dai perni, ieri il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, ha scandito alcune frasi che ci riconciliano con il senso di realtà. «Lo studio dei documenti non sarà né veloce né facile, dopo valuteremo se chiedere nuovi atti e se in seguito proporre una richiesta di revisione. Non possiamo sbilanciarci in alcun modo, prima dobbiamo studiare le carte». Evviva. Si passa dallo show tridimensionale al silenzio. Dagli eccessi autoreferenziali alla ricostruzione certosina di un’indagine fatta malissimo e raccontata peggio, nella quale sembrava che la scoperta dell’omicida fosse secondaria rispetto alla visibilità mediatica di protagonisti, caratteristi e comparse.
Errori giudiziari ce ne sono stati e ce ne saranno perché non c’è giustizia senza l’incubo e la benedizione del dubbio. Ma Garlasco è oltre. Sta in una dimensione metafisica dominata dall’errore, dall’accrocchio affastellato degli indizi, dalle prove che appaiono e scompaiono, da pm indagati e poi non più indagati, da giudici che condannano e altri che ipotizzano di «rifare tutto». Sulla scena mancano la lepre marzolina e il coniglio col panciotto. Ma c’è di più. Garlasco è il risveglio dopo il referendum sulla magistratura venduto come «allarme democratico». È il simbolo del peccato originale costituito dalla vittoria del No. Volete un esempio? Eccolo. Con l’istituzione dell’Alta corte introdotta dalla riforma di Carlo Nordio, presto un pool di esperti in toga avrebbe potuto chiedere conto a giudici e pm degli errori e delle dimenticanze. E trasformare in un sacrosanto procedimento disciplinare la domanda retorica che oggi l’italiano medio si pone: «Ma cosa avete combinato?».
Per quasi un ventennio due famiglie (i Poggi e gli Stasi) sono state violentate nella loro intimità e nel loro dolore, sono state trascinate sulla pubblica piazza, sono state ingannate, frullate e lasciate senza risposte. E un condannato in via definitiva con 11 anni di carcere sulle spalle ora scopre di essere innocente. L’ulteriore e tutt’altro che marginale novità è che a finire sulla graticola sarà Andrea Sempio. Con 19 anni di ritardo. Stando alle percentuali delle sanzioni disciplinari del Csm, alla fine del film horror non pagherà nessuno. Comunque vada, a Garlasco giustizia è sfatta.






