Garlasco, contro Sempio le intercettazioni delle toghe della vecchia inchiesta

- Chiusa la nuova inchiesta per il delitto di Chiara Poggi, si va verso il rinvio a giudizio dell’amico del fratello della vittima.
- Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi. Il legale dell’ex fidanzato condannato: «Ha speranza crescente, tiene i piedi per terra».
Lo speciale contiene due articoli.
Il cerchio attorno ad Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra essersi stretto tramite una profonda immersione nella sua vita privata, familiare e digitale. Lo si deduce leggendo i contenuti dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari che ieri gli ha fatto notificare la Procura di Pavia, 18 pagine fitte che elencano il materiale a suo carico.
Nell’elenco anche 98 intercettazioni realizzate dai magistrati di Brescia nell’ambito del processo per corruzione nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti. Audio richieste espressamente dagli inquirenti pavesi ai colleghi bresciani. Venditti, insieme con la collega Giulia Pezzino, aveva curato l’indagine che nel 2017 si chiuse con l’archiviazione di Sempio per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari.
Il nuovo capo d’imputazione è quello già anticipato nell’avviso a comparire per rendere interrogatorio. Per gli inquirenti si tratta di un omicidio aggravato dalla «crudeltà» e dai «motivi abietti», collegati al movente: «L’odio per la vittima a seguito del rifiuto» di un «approccio sessuale». Un movente che gli investigatori devono aver cercato (e a loro giudizio, trovato) tramite una mappatura digitale totale della vita di Sempio. Non soltanto telefoni e computer, ma cronologie, archivi personali conservati su Cloud e hard disk, email, profili social. E, soprattutto, tre pennette Usb. Lì, con molta probabilità, chi indaga deve aver cercato traccia dei video intimi tra Chiara e Alberto Stasi. Un dettaglio che si incrocia inevitabilmente con l’ultimo soliloquio di Sempio intercettato, quello in cui, dopo aver affermato di aver visto i «video», cita proprio una «pennetta». «Fin dal 2009, fin dal processo Stasi, che ci fosse una pendrive decisiva ai fini della soluzione del giallo di Garlasco era già notizia, non è che sia una novità», ha affermato, cercando di arginare possibili congetture, l’avvocato Liborio Cataliotti, che poi ha aggiunto: «Quanto alla portata dell’accusa non c’è nessuna novità».
Chi pensava di trovare nell’avviso di chiusura delle indagini riferimenti all’arma del delitto, infatti, deve essere rimasto deluso. Non c’è ancora, inoltre, una dinamica dei fatti completamente definita. La parola «almeno» si ripete per tre volte in poche righe in riferimento alle lesioni che avrebbero prima tramortito e poi ucciso Chiara. Però c’è una frase molto interessante, infilata quasi casualmente nell’elenco dei reperti sequestrati ai genitori di Sempio. Una nota del Nucleo investigativo di Milano riporta un appunto manoscritto ritrovato a casa Sempio: «Già stato audito ma i carabinieri si sono dimenticati di chiedere a Sempio dove fosse la mattina dell’omicidio». Il documento sembra suggerire che la pista sul commesso trentottenne, quella del 2017, potrebbe non essere stata approfondita davvero.
E qui il collegamento con Brescia, dove le indagini sono ancora in corso, diventa inevitabile. Anche perché è difficile pensare che i genitori dell’indagato si riferiscano al figlio indicandone il cognome. Non ci sono ulteriori riferimenti che, in questo momento, aiutino a interpretare meglio quello scritto. Ma il peso dell’inchiesta bresciana emerge in modo concreto se si arriva alle ultime pagine. Qui vengono elencate le intercettazioni provenienti dal procedimento sui magistrati. Una massa enorme di captazioni, se si pensa che quelle realizzate da Pavia e ritenute dal pool di Fabio Napoleone come «rilevanti» sono 114 e quelle trasmesse da Francesco Prete sono 98. È il segnale che i due fascicoli si sono intrecciati e saldati. Dentro quel collegamento aleggia inevitabilmente l’ipotesi che nel 2017 alcune verifiche fondamentali possano non essere state fatte. Tra queste di certo ci sono le trascrizioni di alcuni audio «cannate» dai carabinieri della «Squadretta» di Venditti, che le avrebbero riportate solo parzialmente e, in alcuni casi, le avrebbero ritenute irrilevanti. Ma c’è anche un altro dettaglio. In un’agenda di colore marrone, con la prima pagina che riporta la data 27 luglio 2018, e quindi riferibile al periodo immediatamente successivo all’archiviazione dell’inchiesta coordinata da Venditti, sarebbe stato scovato un appunto parziale che cominciava con «libero di» e finiva con «bel culo». Nell’atto consegnato all’indagato non viene ricostruito il contesto e l’utilità al fine delle indagini. Ma per essere finito nella documentazione selezionata dagli inquirenti deve essere stato ritenuto come un elemento d’interesse.
La Procura è entrata anche nell’archivio familiare dei Sempio, portando via ai due coniugi una fotocamera digitale, vecchi telefoni cellulari, una cornice digitale Telefunken, quaderni pieni di appunti manoscritti, agende e fogli sparsi. Ma anche circa 81 tra cd e dvd, alcuni dei quali descritti nel fascicolo come contenenti materiale «pornografico». Poi c’è il cerchio degli amici di Andrea. Gli inquirenti hanno sequestrato materiale a Roberto Freddi, Mattia Capra e Michele Bertani. È soprattutto il nome di quest’ultimo a riportare il caso all’interno di una dimensione oscura. Bertani, morto suicida nel 2016, era uno degli amici storici di Andrea. Come ultimo post sui social il ragazzo aveva riportato una citazione della canzone La Verità del gruppo rap Club Dogo: «La verità sta nelle cose che nessuno sa, la verità mai nessuno te la racconterà». Un passaggio particolarmente suggestivo sul quale per mesi si è arrovellato il circuito mediatico. In uno dei tanti monologhi intercettati, Sempio sembrava rivolgersi proprio a lui: «Da 0 a 18 anni tutte le c… le abbiamo fatte assieme». E in un passaggio successivo dice: «Perché ti impicchi, adesso che ti sei impiccato che cosa hai ottenuto? Sei morto, sei morto». A casa dei genitori di Bertani sono stati acquisiti materiale personale e vecchi dispositivi elettronici: un block notes con numerose pagine manoscritte, una copertina plastificata del liceo Cairoli di Vigevano piena di appunti, un curriculum vitae, 13 fotocopie collegati al gruppo musicale Invers. E anche la documentazione relativa a un ricovero psichiatrico del 2015.
Nel fascicolo sono finiti anche materiale proveniente dalla trasmissione Le Iene: 57 file audio e video contenuti in una cartella denominata «Garlasco», per un totale di 36,5 gigabyte. Un segnale ulteriore di quanto l’indagine abbia rastrellato tutto ciò che negli anni ha riguardato il delitto, comprese piste e contributi televisivi. «Catalogo le prove in due categorie», ha spiegato l’avvocato Cataliotti, «da un lato quelle tradizionali e le consulenze, che non ci preoccuperebbero, perché saremmo assolutamente in grado di fronteggiarle; dall’altro le captazioni, riassunte, o meglio che a noi sono state riassunte, la maggior parte delle quali rappresentate dal soliloquio, e che invece sarebbero probanti. Io mi permetto di fare appello alla prudenza». Le valutazioni dell’avvocato sono queste: «È come se ci trovassimo di fronte a un soggetto che dopo aver commesso un reato, pressoché non provato e pressoché volontariamente, perché consapevole di essere intercettato, avrebbe fornito lui stesso le prove per sorreggere le accuse». Una situazione che Cataliotti definisce «paradossale». I Poggi, ha commentato l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, «sanno che è colpevole Stasi e che, in qualche modo, si vuole cercare di togliergli questo ruolo. Direi che la situazione è unica, forse, nel panorama giudiziario italiano».
Adesso, però, il tempo delle piste mediatiche e delle ipotesi parallele sembra essersi ristretto. La risposta, dopo quasi 20 anni di errori, omissioni, archiviazioni e improvvisi ritorni dal passato, con molta probabilità sarà affidata all’aula di un tribunale.
Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi
La Procura di Pavia ha disposto la trasmissione alla Procura generale di Milano del materiale raccolto su Andrea Sempio per «sollecitare» una eventuale richiesta di revisione del processo che nel 2015 si è chiuso con la condanna definitiva a 16 anni per Alberto Stasi. Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, nella nota che accompagnerà gli atti, scrive che «si è provveduto, in data odierna, a notificare l’avviso di conclusione delle indagini» nei confronti di Andrea Sempio, «con conseguente deposito di tutti gli atti del procedimento penale relativo all’omicidio di Chiara Poggi».
La Procura chiarisce anche che provvederà «come già reso noto, a inoltrare al procuratore generale di Milano l’atto contestato all’indagato nel corso del suo interrogatorio del 6 maggio 2026», cioè quello notificato l’altro giorno a Sempio, «illustrativo e riassuntivo dei nuovi elementi probatori, raccolti a seguito della riapertura delle indagini 2016/2017», per «l’eventuale esercizio di ogni sua prerogativa». Dentro quel passaggio c’è tutta la complessità della nuova fase giudiziaria del caso Garlasco. Perché la Procura di Pavia, di fatto, sta dicendo alla Procura generale di Milano: valutate voi se esistono le condizioni per chiedere la revisione del processo Stasi davanti alla Corte d’Appello di Brescia. Una strada che, però, come aveva già confermato proprio il procuratore generale Francesca Nanni dopo aver incontrato (il 24 aprile scorso) Napoleone, pare sia lunga. Lo studio delle carte «non sarà né facile né breve», aveva spiegato il magistrato. Una frase che fotografa la dimensione del materiale investigativo accumulato negli anni attorno al delitto di Garlasco.
Nel frattempo, anche la difesa di Stasi prepara la sua strategia. Dopo l’analisi completa degli atti, gli avvocati presenteranno la richiesta di revisione per tentare di cancellare la condanna definitiva. E insieme all’istanza potrebbe arrivare anche la richiesta di sospensione della pena, che porterebbe alla scarcerazione di Stasi, attualmente in regime di semilibertà. Il suo legale, Antonio De Rensis, prova a descrivere lo stato d’animo del suo assistito: «Alberto ha una speranza sempre più crescente, ma ha anche comunque un equilibrio che lo fa rimanere con i piedi per terra, consapevole della sua situazione attuale di detenuto, e altrettanto consapevole che questa è un’indagine seria, che forse ci permetterà di lavorare intensamente e nel tempo più veloce possibile, compatibilmente con la mole degli atti, per preparare una richiesta di revisione».
Poi sembra inviare un messaggio preciso al fronte schierato contro il suo assistito: «Questa indagine fa e farà tanta paura a qualcuno, si cerca di sfuggire dalla realtà immaginando situazioni che non hanno niente a che vedere con la realtà. Chissà che questa indagine non ci faccia scoprire che qualche censore verrà poi censurato».





