
A Siena il potere non cambia mai davvero forma. Cambia salotto, cambia alleanze, cambia notaio. Ma resta la stessa liturgia fatta di consigli d’amministrazione trasformati in trincee o verbali usati come baionette. E infatti dentro Montepaschi non c’è più soltanto una dialettica societaria.
È scontro tra la maggioranza che sostiene l’amministratore delegato Luigi Lovaglio e il presidente Cesare Bisoni, e la minoranza eletta nella lista del vecchio cda, che pensava di poter ancora esercitare un ruolo nel governo del Monte e invece si è ritrovata ai margini.
L’ultimo botto è arrivato ieri, con le dimissioni di Fabrizio Palermo. Una nota asciutta: il manager «non condivide le recenti determinazioni in materia di governance». Palermo non era un consigliere qualsiasi. Ex Cdp, amministratore delegato di Acea in scadenza. Personalità considerata vicino a Francesco Gaetano Caltagirone, era stato il candidato del cda per strappare il timone a Luigi Lovaglio che nel frattempo era stato anche licenziato. Ma l’assemblea del 15 aprile ha raccontato un’altra storia. Ha vinto Lovaglio, sostenuto dalla lista promossa dall’imprenditore Pierluigi Tortora e appoggiato dai grandi azionisti: Delfin, Banco Bpm, BlackRock, Vanguard. Da quel momento il consiglio è diventato un ring. I rappresentanti della lista presentata vecchio board - Palermo, Corrado Passera, Carlo Vivaldi, Nicola Maione, Paolo Boccardelli e Antonella Centra - insieme alla consigliera di Assogestioni Paola De Martini hanno mandato il primo segnale politico: niente sostegno alle deleghe di Lovaglio e soprattutto freddezza sulla nomina di Cesare Bisoni alla presidenza. Martedì il consiglio si è trasformato in un’aula giudiziaria. Sul tavolo c’era la posizione di Carlo Vivaldi, ex Unicredit, giudicato incompatibile per la contemporanea presenza nel board di Banca Mediolanum.
La motivazione ufficiale parla di «organi di banche concorrenti». Vivaldi si è dimesso. A quel punto Palermo ha capito che la partita era chiusa. Escono così di scena due dei sei consiglieri nominati nella lista sostenuta dal gruppo Caltagirone. Restano le macerie di una battaglia combattuta in poche settimane Adesso cosa succede? Lo statuto prevede un minimo di nove consiglieri su 15. In teoria, se si dimettessero tutti i rappresentanti delle minoranze, il consiglio potrebbe decadere. Ma nessuno, almeno per ora, pensa davvero a questo gesto estremo. Molto più probabile invece la sostituzione rapida delle caselle vuote. E qui il risiko diventa quasi dinastico. Dovrebbero entrare i primi dei non eletti della lista del vecchio cda: Gianluca Brancadoro, ex vicepresidente del Monte, e soprattutto Alessandro Caltagirone, secondogenito di Francesco Gaetano Caltagirone.
Vuol dire che il costruttore romano, già secondo socio della banca con il 13,5%, nonostante la sconfitta assembleare continua a presidiare il fortino senese pezzo dopo pezzo, uomo dopo uomo, poltrona dopo poltrona. Come nei vecchi assedi medievali: magari perdi una torre, ma continui a scavare sotto le mura. Siamo a Siena. Sullo sfondo adesso avanzano anche le procure. Quella di Milano ha chiesto a Camera e Senato l’autorizzazione preventiva (ora all’esame delle giunte) per acquisire alcune conversazioni Whatsapp nell’ambito dell’inchiesta Mps-Mediobanca prelevandole dal telefonino dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala oggi in Nexi. Una mossa che nasce da una nuova frontiera della giurisprudenza costituzionale inaugurata dal caso Matteo Renzi e dalla sentenza sulla Fondazione Open: le chat dei parlamentari sono «corrispondenza costituzionalmente rilevante» e quindi protette dalle prerogative parlamentari. In pratica: i pm possono anche trovare le conversazioni nei telefoni sequestrati ai terzi, ma prima di usarle devono bussare alle Camere. La prossima settimana comincerà l’esame in commissione. Un precedente simile si è già visto con Francesco Saverio Romano, quando la Camera negò alla Procura di Palermo l’autorizzazione al sequestro della corrispondenza informatica. Così il grande romanzo senese si allarga. Non più soltanto finanza, potere e banche. Adesso entrano in scena anche immunità parlamentari, Whatsapp, conflitti di attribuzione e procure in assetto da guerra. E a quel punto Mps torna a essere ciò che è sempre stata: non una semplice banca, ma un genere letterario.





