Altro razzo sugli italiani in Libano. L’Iran cincischia, Trump lo accerchia

Il Medio Oriente continua a muoversi su un equilibrio estremamente fragile tra operazioni militari, trattative diplomatiche e tensioni marittime che coinvolgono direttamente Stati Uniti, Iran, Israele e le monarchie del Golfo.
Nelle ultime ore il fronte più delicato è tornato a essere quello del Libano meridionale, dove un razzo è caduto all’interno della base di Shama, sede del contingente italiano di Unifil Sector West. L’esplosione non ha provocato vittime tra i militari italiani, ma ha danneggiato lievemente un mezzo del contingente. Secondo fonti informate, si sarebbe trattato di un razzo a corto raggio da 107 millimetri, un tipo di ordigno spesso utilizzato dalle milizie di Hezbollah (tesi confermata anche dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani). Il missile sarebbe finito in un’area aperta della base e le schegge avrebbero perforato un veicolo militare. L’episodio conferma come la tregua annunciata dal presidente americano Donald Trump il 16 aprile, poi prorogata il 23 aprile per ulteriori tre settimane, resti estremamente instabile. Sul terreno gli scontri continuano e le operazioni israeliane nel Sud del Libano proseguono quasi quotidianamente. Nonostante i combattimenti, Libano e Israele dovrebbero partecipare a nuovi colloqui previsti a Washington il 14 e 15 maggio.
Stati Uniti e Iran si starebbero avvicinando a un’intesa temporanea per interrompere la guerra in corso. Lo riferiscono fonti e funzionari citati da Reuters, secondo cui Teheran starebbe valutando una proposta destinata a fermare i combattimenti senza però risolvere le questioni più controverse, in particolare quelle legate nucleare iraniano. Il regime starebbe esaminando un memorandum di una pagina che prevederebbe tre fasi: fine formale della guerra, gestione della crisi nello Stretto di Hormuz e apertura di negoziati più ampi entro 30 giorni. Donald Trump ha dichiarato che un accordo è «molto possibile» e potrebbe arrivare presto. Restano però aperti i nodi principali: Washington continua a chiedere limiti al programma nucleare iraniano e la piena riapertura dello Stretto. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro alti esponenti iracheni accusati di sostenere gli ayatollah contrabbandando petrolio. Da Teheran arrivano ancora segnali prudenti. Un funzionario del ministero degli Esteri iraniano, citato dall’agenzia Fars, ha spiegato che la Repubblica islamica sta ancora valutando i messaggi ricevuti dagli Stati Uniti e che non è stata fornita alcuna risposta definitiva. Secondo la stampa iraniana, il presidente iraniano Massoud Pezeshkian e l’ayatollah Mojtaba Khamenei ieri si sarebbero incontrati. Il colloquio (sempre che sia avvenuto) sarebbe durato quasi due ore e mezza e, a quanto riportano i media di Stato, si sarebbe svolto in un clima descritto come «franco e cordiale».
Le difficoltà di Washington emergono anche da una valutazione riservata della Cia, anticipata dal Washington Post. Secondo l’Agenzia americana l’Iran sarebbe in grado di resistere al blocco navale imposto dagli Stati Uniti per almeno tre o quattro mesi prima di subire conseguenze economiche davvero gravi. L’analisi sostiene inoltre che Teheran conservi ancora circa il 70% delle sue scorte missilistiche precedenti alla guerra e il 75% dei lanciatori mobili. Secondo fonti americane, il regime sarebbe riuscito a riattivare gran parte dei depositi sotterranei danneggiati e a riprendere la produzione di alcuni sistemi missilistici.
La crisi nel Golfo continua nel frattempo ad avere pesanti ripercussioni sul traffico commerciale internazionale. Il segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha dichiarato che circa 1.500 navi e oltre 20.000 membri degli equipaggi risultano ancora bloccati nel Golfo Persico a causa delle restrizioni imposte dall’Iran nello Stretto di Hormuz. Teheran, inoltre, avrebbe dato vita a una nuova agenzia governativa per controllare il traffico navale e potenzialmente riscuotere dei pedaggi. Negli Stati Uniti, invece, cresce la pressione politica interna. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Arabia Saudita e Kuwait hanno eliminato le limitazioni imposte all’utilizzo delle proprie basi militari e dello spazio aereo da parte delle forze statunitensi, introdotte dopo l’avvio dell’operazione americana «Project Freedom» nello Stretto di Hormuz. La decisione, riferiscono fonti americane e saudite citate dal quotidiano, rimuove uno dei principali ostacoli che avevano rallentato la missione Usa destinata a garantire il passaggio delle navi commerciali nell’area.
L’amministrazione di Donald Trump, che ieri ha esortato il regime anche a liberare la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, starebbe ora valutando la riattivazione delle operazioni di scorta navale e aerea alle imbarcazioni mercantili, sospese dopo appena 36 ore dall’avvio. Il Pentagono non ha ancora indicato una data ufficiale, ma la ripresa potrebbe avvenire già nei prossimi giorni. Il Wall Street Journal sottolinea inoltre che «Project Freedom» aveva provocato forti tensioni tra Washington e Riad, dando origine a contatti diretti ai massimi livelli tra Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman e mettendo sotto pressione l’alleanza strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita.
Infine, il ministro Tajani ha dichiarato che l’Italia è pronta a inviare dragamine e altre navi in una missione internazionale per sminare Hormuz e garantire la libertà di navigazione, ma solo dopo la fine della guerra. Secondo il vicepremier, la missione dovrebbe essere internazionale, sotto egida Onu, Ue o altro accordo multilaterale.





