La Polonia avrà il «più forte esercito d’Europa». Lo ha promesso il premier, Donald Tusk, senza chiedere permesso alla Germania. La quale - piccolo problema - coltiva la stessa ambizione: il cancelliere, Friedrich Merz, lo va proclamando almeno dallo scorso maggio e, l’ultima volta, lo ha ribadito meno di un mese fa. Quella tra Varsavia e Berlino sarà una competizione leale? O una baruffa nel nome del riarmo? Alla faccia della difesa comune?
Sarebbe facile, ma anche fuori luogo, richiamare i tremendi precedenti: la sollevazione polacca del 1918 e il successivo Trattato di Versailles, con cui il dissolto Regno di Prussia perse Danzica; lo status della città libera, popolata da tedeschi, sfruttato da Adolf Hitler per giustificare l’espansionismo; e l’invasione nazista che diede inizio alla seconda guerra mondiale. Proprio nel momento in cui la Bundeswehr torna a varcare le frontiere nazionali, stavolta invitata, per aiutare i polacchi a costruire fortificazioni lungo la linea di contatto con la Bielorussia. E, soprattutto, in corrispondenza del corridoio di Suwalki, la striscia di terra che separa il territorio di Varsavia e la Lituania dall’exclave russa di Kaliningrad. Guarda caso, per la prima volta dal 1939, la Germania aveva deciso sei mesi fa di spedire un contingente nello Stato baltico, un tempo nell’orbita prussiana, sempre con il proposito di proteggere l’alleato dalle mire di Mosca.
Non tutti, in Polonia, apprezzano il rinnovato attivismo di Berlino. La settimana scorsa, il presidente della Repubblica, esponente del partito di destra Diritto e giustizia, che è avversario della coalizione pro Ue di Tusk, ci ha tenuto a sottolineare che il Paese è «pronto a difendere il confine occidentale». Quello con la Germania. I commenti di Karol Nawrocki, espressi proprio in occasione dell’anniversario della rivolta Wielkopolska antitedesca, hanno messo in imbarazzo il ministro degli Esteri in carica, Radoslaw Sikorski. Costui ha dovuto ricordare che «non c’è alcuna minaccia» a Ovest: il pericolo si chiama Vladimir Putin.
In realtà, il format che riunisce tedeschi, polacchi e francesi nel Triangolo di Weimar, ultimamente, si era raffreddato. E se i vertici dei volenterosi hanno cementato la cooperazione sull’Ucraina, i dissidi con la Germania si susseguivano da tempo, a partire dal problema dell’immigrazione: la Polonia non gradiva i respingimenti ordinati dalle autorità tedesche. Intanto, la destra radicale di Afd guarda a Oriente con diffidenza: il leader, Tino Chrupalla, considera Varsavia un’insidia pari alla Russia. La corsa agli armamenti, adesso, non farà che aggiungere un ulteriore elemento di contrasto.
I piani di Merz sono noti: egli ha a disposizione una dotazione finanziaria da quasi 1.000 miliardi di euro, per ritrasformare la Germania in un colosso militare. E da quest’anno partiranno le manovre per assicurarsi una riserva di coscrivibili e giungere a un esercito da mezzo milione di uomini. Ma nemmeno la Polonia scherza. Tusk coltiva ambizioni geopolitiche ed economiche grandiose, che promuoverà anche attraverso i cospicui investimenti nel settore militare. Nel suo messaggio di Capodanno, il premier ha annunciato che il 2026 «sarà un anno di rapida conquista del Mar Baltico». Non intesa in senso bellico, certo, ma la capacità di proiezione marziale sarà il grimaldello con cui Varsavia blinderà i propri interessi strategici. Tusk vuole imprimere - citiamo letteralmente - una «intensa spinta per ripolacchizzare e ripristinare l’industria, in particolare nel settore della difesa». Badare bene: si parla di «ripolacchizzare», mica di «rieuropeizzare».
Nell’anno appena trascorso, Varsavia ha destinato il 4,7% del Pil all’esercito: è una delle quote più alte tra i membri della Nato. Quest’anno, l’obiettivo è arrivare al 5%: musica per le orecchie di Donald Trump, considerando che gli Usa, nonostante le incomprensioni personali tra il tycoon e Tusk, sono da sempre i grandi sostenitori di un Paese che è argine storico al dilagare della Russia in Europa e che, in sostanza, si mantiene autonomo da Bruxelles, come piace alla Casa Bianca. Nel 2024, la porzione della ricchezza nazionale polacca dedicata alla difesa era già arrivata al 4,2% e, nel 2023, al 3,3. Una crescita impressionante, a partire da livelli ben più elevati di quelli, ad esempio, degli Stati mediterranei e della Germania medesima, che nel 2024 aveva impegnato il 2% del Pil e che, nel 2025, è salita al 2,4%. In assoluto, i tedeschi sborsano il doppio dei polacchi. Ma le aspirazioni sono paragonabili. Così, l’idea che Washington acceleri il disimpegno dal Vecchio continente e la collocazione di Germania e Polonia sembrano fattori destinati a provocare un cortocircuito tra le due potenze, che si contendono una sfera d’influenza sovrapponibile.
È il ritorno della politica internazionale, in un’Europa che credeva di aver neutralizzato ogni conflitto sfruttando mercati e moneta. Un’illusione materialistica al cui funerale è stato invitato lo zar, il nemico esterno necessario a coprire un fallimento storico. Perché, con tanti saluti all’Unione, qui continua a essere valido l’antico adagio: dagli amici mi guardi Dio, dal nemico mi guardo io.





