Serve davvero una intensa attività onirica per definire «un incontro che ha generato svolte decisive per il futuro dell’Unione europea», la riunione informale dei leader dell’Ue, tenutasi il 12 febbraio scorso in Belgio, nel castello di Alden Biesen. Diversi osservatori e alcuni giornali, vicini al sentimento della Commissione europea, hanno sottolineato l’importanza della presenza di Mario Draghi ed Enrico Letta per la «sferzata» che avrebbero dato ai capi di governo presenti, invitandoli ad agire rapidamente per cambiare lo stato delle cose di fronte al deterioramento del panorama economico e alle divisioni interne all’Unione. Ma questa è appunto attività onirica; la realtà ci consegna invece una Europa che, oscillando tra la consapevolezza dell’urgenza e il pragmatismo sulle difficoltà di integrazione, è sostanzialmente incapace di decidere: solo parole e niente fatti.
È del tutto naturale quindi che affiori scetticismo, sia negli osservatori che nell’opinione pubblica: ci si interroga su quante volte i leader si debbano riunire per dibattere sempre le stesse cose senza mai fare ciò che dovrebbero. Quante volte si assiste a queste liturgie autocelebrative che contrastano con la necessità di decisioni rapide e concrete?
Tra l’altro, se i risultati pratici latitano, non è che dal punto di vista dell’immagine le cose siano andate meglio: la scelta di tenere questi «ritiri informali» per discutere di economia deteriorata in contesti lussuosi, come i castelli di Alden Biesen o Egmont, risulta un vero e proprio paradosso. Evidenziano scenari di «spettacolo e sfarzo» evocando l’immagine di un’élite distaccata dai problemi reali, lontana dalla società civile e perfino dallo stesso Parlamento europeo.
Il dibattito, stretto tra «l’Europa a due velocità» e la «coalizione dei volenterosi», ha rivelato la natura divisiva della riunione. Peraltro, non tutti i Paesi erano presenti (mancavano Spagna, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Malta e i Paesi baltici) e ciò genera la percezione di un «pre-vertice» tra un gruppo ristretto, che potremmo definire poco elegante verso gli altri membri. L’impressione che se ne ricava è che le divisioni strategiche persistenti renderanno difficile qualsiasi percorso. Nonostante i tentativi di mostrare unità di Macron e Merz, permangono profondi disaccordi su come finanziare gli investimenti (joint debit/eurobond), con la Germania e i Paesi del nord scettici e preoccupati per il protezionismo o i saldi di bilancio. In definitiva quindi la cosiddetta «strategia del castello» pensata da António Costa che mira a recuperare terreno su Usa e Cina, manca ancora di solide basi sulle quali indirizzare la politica europea.
Sarà interessante invece vedere a quali sviluppi porterà il recente incontro tra la presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco, tenutasi qualche giorno prima del vertice di Alden Biesen. Non molti osservatori hanno colto appieno il significato di questo bilaterale, nonostante i temi trattati intervengano direttamente sul complesso del disegno europeo. A ben guardare lo spirito delle soluzioni suggerite dall’intesa tra Meloni e Merz non si presentano come soggette alla normale dialettica decisionale delle istituzioni dell’Unione, ma, implicitamente e in qualche caso in modo proprio esplicito, configurano una specie di «tutela» da parte delle volontà politiche degli Stati sulle decisioni stesse. Quella immaginata dai leader di Germania e Italia, peraltro, si potrebbe definire come una sorta di «rivoluzione anti burocratica», anche se, in verità, il meccanismo in parte esiste già: una parte consistente delle politiche di Bruxelles è fortemente condizionata da «interessi nazionali» presentati e difesi come insopprimibili. Ciò vale in modo evidente per tutto il capitolo del «green deal» e anche per le decisioni sugli approvvigionamenti energetici, ma si può facilmente immaginare quali conflitti si innescherebbero quando si dovesse arrivare a prendere decisioni in materia di difesa o di scelte di politica internazionale. Non è un caso che proponendo il suo contestato piano di riarmo, Ursula von der Leyen abbia scelto di renderne protagonisti gli Stati nazionali piuttosto che l’Unione in quanto tale. È la dimostrazione plateale del fatto che la stessa titolare della massima autorità comunitaria si è arresa ai voleri e agli interessi dei governi, come peraltro è avvenuto in modo del tutto manifesto proprio con il Green deal.
In questo scenario, non si può certo accusare Giorgia Meloni per il suo posizionamento, dato che il suo governo ha sempre ribadito che gli interessi nazionali devono prevalere su quelli comunitari. Per cui è oggettivamente specioso e monotono chiedere, come spesso fanno alcuni osservatori e giornali in Italia, da che parte sta la Meloni. Semmai questa domanda dovrebbe essere rivolta alla sinistra italiana che vorrebbe candidarsi a governare il Paese. Provate a chiederle quali posizioni ha sull’Europa a due velocità, sul debito comune, sugli armamenti, sui rapporti con Mosca, insomma sull’insieme della politica estera e troverete una babele di linguaggi senza un minimo comune denominatore se non quello di essere contro il governo attuale.



