All’apertura degli ombrelli scatenate l’inferno. E così è stato. Quasi fosse un segnale. Il dettaglio, emerso dai video del corteo di sabato per Askatasuna, convocato dopo lo sgombero della sede di corso Regina Margherita 47, ha colpito gli investigatori che stavano visionando le immagini per identificare gli incappucciati in tuta nera. Proprio un attimo prima degli scontri si vede un gruppetto di attivisti (circa una ventina) muoversi attorno a due ombrelli neri, gli unici aperti in un mucchio da centinaia di persone. La prima area mappata dalla Digos è quella. E si inserirebbe in una formazione di circa 500 attivisti appartenenti alla galassia autonoma (della quale Askatasuna è un pezzo importante) e a quella anarchica. Con innesti provenienti dall’estero, soprattutto dalla Francia.
Ma quello della rivolta, sta emergendo dalle indagini, non era un fronte unico. Circa un migliaio di attivisti violenti si sono saldati ai rivoltosi da cani sciolti. E, seppure a volto coperto, non sarebbero riconducibili a strutture organizzate. L’attacco principale si è concentrato su corso Regina Margherita, a ridosso del centro sociale sgomberato, ma gli scontri più violenti si sono registrati anche nelle vicinanze del campus universitario. È lì che l’agente del reparto mobile di Padova Alessandro Calista è stato isolato, circondato, pestato e preso a martellate. Ora, però, per la narrazione militante l’agente è uno sprovveduto che se l’è cercata.
La giornalista Rita Rapisardi era lì per il Manifesto. E l’ha raccontata così: «Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a 5 metri […]. Vedo arrivare da sinistra una squadra di 20 agenti in antisommossa che corrono per manganellare […]. Uno di questi esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale». Poi i particolari: «Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello)». Un arnese che, però, è ben visibile e difficile da ridimensionare nella sua pericolosità. Sono i compagni, secondo la Rapisardi, a urlare «basta, basta, lasciamolo stare». Solo alla fine arriva il collega per quella che definisce una «doppia ritirata». Lì, per i compagni, hanno vinto gli antagonisti, che hanno piegato e poi risparmiato l’agente che se l’è andata a cercare. Il tutto mentre la celere era sotto attacco anche dalle vie laterali di corso Regina Margherita.
Alessandro Calista, invece, quei momenti, in un video li ha ricostruiti così: «Gli attacchi arrivavano da tutte le parti, mi sono trovato nella ressa, mi hanno spinto giù. Devo ringraziare il mio collega angelo custode che mi ha salvato la vita». Lorenzo Virgulti (il collega) conferma: «Quando l’ho visto accerchiato e aggredito mi sono avvicinato, l’ho protetto con lo scudo e con tutta la squadra l’abbiamo esfiltrato dalla zona più pericolosa, per congiungerci al resto del contingente che era impegnato negli scontri con centinaia di manifestanti».
Di certo tra i manifestanti non c’erano «infiltrati». A rivendicarlo, sui social, è proprio uno dei leader di Askatasuna, Nicola Gastini, 20 anni, ex studente del Liceo Einstein, in cui ha guidato l’occupazione del 2023, un anno fa si è beccato un obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria con divieto di uscire dalla propria abitazione nelle ore serali e notturne. «Non c’era nessun infiltrato», afferma. Poi aggiunge: «Migliaia di persone hanno deciso di andare contro la polizia». E conclude: «Questa retorica degli infiltrati per assolversi da non so cosa non porta da nessuna parte». Ma fornisce anche la sua versione sul blocco nero: «Tutti scandalizzati, allarme Black Bloc! Non esistono più dal 2001, è una categoria del nemico per circoscrivere chi per autotutela si copre la faccia e agisce nel conflitto. Non assumiamo il punto di vista della controparte almeno noi».
E mentre gli investigatori si concentrano sul ruolo di Askatasuna, nessun nome di punta del centro sociale sembra al momento riconducibile ai tre fermati. Angelo Francesco Simionato, 22 anni, dalla provincia di Grosseto, faceva parte del gruppo che ha accerchiato Calista. Era l’unico non incappucciato. Non vestiva di nero. Dettagli che lo hanno fatto emergere con chiarezza. Di professione cameriere stagionale, sarebbe un simpatizzante dell’area anarchica, frequenterebbe alcuni centri sociali a Pisa e risulterebbe segnalato per imbrattamento e rave. Gli altri due sono di Frosinone: Pietro Desideri, 31 anni, e Matteo Campaner, 35. Due nomi che, per ora, non dicono nulla a chi segue il movimento antagonista: nessun precedente penale e, secondo quanto ricostruito, non si conoscevano neppure tra loro. «Sono rimasto inorridito da quella aggressione al poliziotto, al quale esprimo la mia solidarietà», sarebbe stato detto dai due individui arrestati per resistenza a pubblico ufficiale. E i genitori assicurano: «Sono bravi ragazzi».
Ora comunque restano i danni. Ingenti. Quantificati in 164.000 euro dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, che aveva idealizzato Askatasuna come bene comune.







