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2026-02-23
D’Alema scorda la Colombia e fa la colomba
Massimo D'Alema (Ansa)
Da uno così, che prima ha brigato per diventare segretario del Pds e poi per fare il presidente del Consiglio, missioni entrambe compiute, non ci si può dunque che aspettare un complesso di superiorità che il nostro, dotato di una naturale antipatia, non fa nulla per dissimulare. Si sente il più bravo, il più intelligente e il più furbo. Appunto, il Migliore tra i compagni e non solo. Questo lo ha da tempo convinto di poter far fesso chiunque e di poter dire tutto e il suo contrario senza che nessuno se ne accorga. La penultima prova l’ha data giorni fa, con un’intervista al Corriere della Sera in cui ha annunciato il voto contrario alla riforma della giustizia. Immaginando che qualcuno ricordasse le sue proposte in materia di giudici e Csm di quando era presidente della commissione Bicamerale, ha messo le mani avanti prima ancora di sentire le obiezioni, dando ai suoi compagni rimasti coerenti con le idee di 30 anni fa dei voltagabbana. Insomma, non è lui ad aver cambiato opinione, ma loro, in un ribaltamento dei ruoli che non poteva non lasciare a bocca aperta i pochi che conoscono la storia. Ma D’Alema sa che a conoscerla davvero, a ricordare le prese di posizione del passato, sono pochi e dunque, sentendosi più furbo degli altri, perfino dei suoi compagni, non si è fatto scrupolo di dar loro dei traditori, a cui naturalmente con tono condiscendente ha poi detto di volere bene.
Ma, come dicevo, quella non era che la penultima prova del complesso di superiorità di cui soffre. L’ultima l’ha offerta sabato, al convegno nel centro abusivo che ai contribuenti italiani rischia di costare 21 milioni. Il palazzo romano occupato da anni dai centri sociali è quello che il Comune non ha mai sgombrato e a cui l’elemosiniere di papa Francesco riattaccò la corrente, a spese del contribuente, non del pontefice. Lo avesse fatto chiunque altro, di rubare l’energia elettrica con un collegamento abusivo, sarebbe finito in galera, ma trattandosi di un monsignore ed essendoci la compiacenza della sinistra e dell’allora sindaco Virginia Raggi, tutti hanno fatto finta di niente, così gli italiani pagano anche la bolletta degli inquilini morosi del suddetto edificio.
Tuttavia, questa è la storia del palazzo abusivo, dove guarda caso D’Alema e compagni (c’erano Roberto Speranza, l’indimenticato ministro della Salute ai tempi del Covid, e Pier Luigi Bersani, anche lui indimenticato segretario del Pd che si fece mettere i piedi in testa dai 5 stelle in diretta streaming) hanno tenuto il congresso della loro corrente. Ma poi viene la storia di quel che ha detto l’ex premier diventato negli anni mediatore d’affari. Alla platea di compagni, l’ex pioniere portato davanti a Togliatti si è messo a parlare di declino dell’Occidente, che «le destre vogliono recuperare invocando un assetto da guerra e i pieni poteri». A D’Alema sul tema degli armamenti ha dato manforte Bersani, il quale riscuotendo grandi applausi ha invitato a chiamare il 118, perché «se serve un sistema missilistico per difendere l’Unione europea, comprare dagli americani significa stare fuori come i balconi». Nel palazzo occupato abusivamente, il rosso antico va di moda e infatti da vecchi nostalgici, D’Alema e compagni rispolverano l’antiamericanismo e il pacifismo. Nessuno però ha il coraggio di ricordare a colui che si crede il Migliore quella telefonata con cui lui si proponeva mediatore per una partita di aerei e navi da guerra da vendere alla Colombia. Anzi, alle forze paramilitari del Paese latinoamericano. Fu uno scoop del nostro giornale, con cui demmo conto non solo dei traffici con uno studio legale americano per evitare noie, ma anche di una somma pari a 80 milioni che i partecipanti all’affare avrebbero dovuto spartirsi se fosse andato in porto. Come per la riforma della giustizia, il líder Maximo conta sulla memoria corta della sinistra. Ma soprattutto confida su un solido complesso di superiorità. Perché se lui, come crede, è il Migliore, gli altri sono fessi. E dunque può perfino far loro credere che nonostante abbia mandato i nostri aerei a bombardare Belgrado, aggirando il Parlamento, lui è per la pace nel mondo. Anche se andava a braccetto con i capi di Hezbollah, quei simpaticoni a cui piaceva tirare missili su Israele.
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Baffino va nello stabile occupato di Roma, che ci costa 21 milioni, a dar lezioni di pacifismo. Passando sopra le sue imbarazzanti trattative sulle armi, rivelate da questo giornale. E anche sulla riforma della giustizia rinnega la Bicamerale e le sue vecchie idee.Da sempre Massimo D’Alema si considera il Migliore. È cresciuto nel culto di Palmiro Togliatti, perché, pioniere del Pci, ad appena 9 anni tenne un discorso davanti al segretario del partito che di lui avrebbe detto: «Questo non è un bambino ma un nano», sospettando che l’età non fosse quella dichiarata. Da uno così, che prima ha brigato per diventare segretario del Pds e poi per fare il presidente del Consiglio, missioni entrambe compiute, non ci si può dunque che aspettare un complesso di superiorità che il nostro, dotato di una naturale antipatia, non fa nulla per dissimulare. Si sente il più bravo, il più intelligente e il più furbo. Appunto, il Migliore tra i compagni e non solo. Questo lo ha da tempo convinto di poter far fesso chiunque e di poter dire tutto e il suo contrario senza che nessuno se ne accorga. La penultima prova l’ha data giorni fa, con un’intervista al Corriere della Sera in cui ha annunciato il voto contrario alla riforma della giustizia. Immaginando che qualcuno ricordasse le sue proposte in materia di giudici e Csm di quando era presidente della commissione Bicamerale, ha messo le mani avanti prima ancora di sentire le obiezioni, dando ai suoi compagni rimasti coerenti con le idee di 30 anni fa dei voltagabbana. Insomma, non è lui ad aver cambiato opinione, ma loro, in un ribaltamento dei ruoli che non poteva non lasciare a bocca aperta i pochi che conoscono la storia. Ma D’Alema sa che a conoscerla davvero, a ricordare le prese di posizione del passato, sono pochi e dunque, sentendosi più furbo degli altri, perfino dei suoi compagni, non si è fatto scrupolo di dar loro dei traditori, a cui naturalmente con tono condiscendente ha poi detto di volere bene.Ma, come dicevo, quella non era che la penultima prova del complesso di superiorità di cui soffre. L’ultima l’ha offerta sabato, al convegno nel centro abusivo che ai contribuenti italiani rischia di costare 21 milioni. Il palazzo romano occupato da anni dai centri sociali è quello che il Comune non ha mai sgombrato e a cui l’elemosiniere di papa Francesco riattaccò la corrente, a spese del contribuente, non del pontefice. Lo avesse fatto chiunque altro, di rubare l’energia elettrica con un collegamento abusivo, sarebbe finito in galera, ma trattandosi di un monsignore ed essendoci la compiacenza della sinistra e dell’allora sindaco Virginia Raggi, tutti hanno fatto finta di niente, così gli italiani pagano anche la bolletta degli inquilini morosi del suddetto edificio.Tuttavia, questa è la storia del palazzo abusivo, dove guarda caso D’Alema e compagni (c’erano Roberto Speranza, l’indimenticato ministro della Salute ai tempi del Covid, e Pier Luigi Bersani, anche lui indimenticato segretario del Pd che si fece mettere i piedi in testa dai 5 stelle in diretta streaming) hanno tenuto il congresso della loro corrente. Ma poi viene la storia di quel che ha detto l’ex premier diventato negli anni mediatore d’affari. Alla platea di compagni, l’ex pioniere portato davanti a Togliatti si è messo a parlare di declino dell’Occidente, che «le destre vogliono recuperare invocando un assetto da guerra e i pieni poteri». A D’Alema sul tema degli armamenti ha dato manforte Bersani, il quale riscuotendo grandi applausi ha invitato a chiamare il 118, perché «se serve un sistema missilistico per difendere l’Unione europea, comprare dagli americani significa stare fuori come i balconi». Nel palazzo occupato abusivamente, il rosso antico va di moda e infatti da vecchi nostalgici, D’Alema e compagni rispolverano l’antiamericanismo e il pacifismo. Nessuno però ha il coraggio di ricordare a colui che si crede il Migliore quella telefonata con cui lui si proponeva mediatore per una partita di aerei e navi da guerra da vendere alla Colombia. Anzi, alle forze paramilitari del Paese latinoamericano. Fu uno scoop del nostro giornale, con cui demmo conto non solo dei traffici con uno studio legale americano per evitare noie, ma anche di una somma pari a 80 milioni che i partecipanti all’affare avrebbero dovuto spartirsi se fosse andato in porto. Come per la riforma della giustizia, il líder Maximo conta sulla memoria corta della sinistra. Ma soprattutto confida su un solido complesso di superiorità. Perché se lui, come crede, è il Migliore, gli altri sono fessi. E dunque può perfino far loro credere che nonostante abbia mandato i nostri aerei a bombardare Belgrado, aggirando il Parlamento, lui è per la pace nel mondo. Anche se andava a braccetto con i capi di Hezbollah, quei simpaticoni a cui piaceva tirare missili su Israele.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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