
Caro Andrea Abodi, caro ministro dello Sport, le scrivo in questo momento di festa, mentre si crogiola con i successi olimpici, per chiederle se, ebbro di trionfi, non potrebbe ritirarsi dall’ultima gara in corso. Mi riferisco, ovviamente, alla gara di tiro al bersaglio contro gli atleti paralimpici russi e bielorussi. Il Comitato ha deciso di ammetterli alla cerimonia inaugurale con le loro bandiere, ma lei, insieme al nostro governo, ha cominciato a sparare un colpo dopo l’altro, manco fosse sulla pista del biathlon. Ora: capisco l’euforia del momento, i successi danno alla testa. Ma non le sembra esagerato prendersela con degli invalidi che, facendo lo slalom ogni giorno della loro vita, sognano di farlo pure sulla neve? Davvero lei è convinto sia un danno se venti disabili (13 russi, 7 bielorussi) sfilano alla cerimonia d’inaugurazione con la loro bandiera?
In questi giorni siamo stati tutti travolti, caro ministro, dall’entusiasmo per le Olimpiadi. E di questo va reso merito a chi le ha volute e a chi le ha organizzate, e pure bene. Ma dopo aver respirato a pieni polmoni quest’aria pura di sport e amicizia, dopo aver visto atlete inginocchiarsi davanti alle avversarie più forti, dopo aver visto gesti nobili e campioni esemplari, dopo esserci nutriti delle meraviglie dello sport, ecco, mi dica lei: che senso ha accanirsi contro i disabili russi e bielorussi? Si dice: la colpa non è loro, la colpa e del Paese che rappresentano. D’accordo. Ma quanti Paesi che sfilano con le loro bandiere alle cerimonie dei giochi olimpici hanno qualche colpa da farsi perdonare? Vogliamo parlare della Cina? O della Turchia? O, peggio mi sento, dell’Iran? La bandiera di chi ha massacrato 30.000 persone che protestavano pacificamente non imbarazza? E quella della Russia invece sì?
Lei è una persona pragmatica, caro Abodi. 66 anni da compiere fra pochi giorni (auguri in anticipo), romano de Roma, laurea alla Luiss, specializzazione marketing dello sport, ha fatto tutta la sua carriera nel mondo delle multinazionali del settore, tranne una piccola deviazioni per occuparsi di strade e autostrade. Consigliere del Coni, presidente della Lega Calcio serie B, consigliere della Figc, è diventato ministro nel governo Meloni in quota tecnico. Strizza l’occhio alla destra, ma dicono che quando fa le nomine guarda a sinistra. Inciampato in una serie di errori nella presentazione dei decreti più importanti s’è guadagnato sul Domani il titolo di «ministro che non c’è». E lei per onorarlo non si è fatto vedere a uno degli appuntamenti storici dello sport italiano, la vittoria di Sinner a Wimbledon. «Ero in vacanza con la famiglia», ha detto.
In questi giorni invece sulla neve c’era, eccome. L’abbiamo vista commuoversi e rivendicare i successi dei nostri campioni quasi fosse lei a indossare tuta e scarponi. Bene: ora cerchi di vincere anche la gara del buon senso, o del coraggio, se preferisce. E dica a quegli atleti paralimpici russi che siamo lieti di accoglierli con la loro bandiera, così come abbiamo accolto le bandiere di tutti i Paesi, anche i peggiori del mondo. Non si fa la guerra a un atleta paralimpico come non si fa la guerra a Dostoevskij o Tchaikovskij. Lo sport, anche stavolta, ha dimostrato di essere grande. Non rovinatelo con le vostre piccinerie.
















