L’hockey Usa conquista l’oro dell’orgoglio Maga: beffato il Canada, rivale a 360 gradi
Chissà se Donald Trump si sarà mangiato le mani quando ha visto la «sua» amata squadra di hockey maschile (dopo quella femminile) trionfare ai Giochi olimpici di Milano-Cortina. Infatti era atteso in Italia per l’evento, ma all’ultimo ha cambiato programma.
È stato il secondo «Miracle on ice» dopo quello del 22 febbraio 1980, quando il Team Usa, formato da studenti dei college, sconfisse a sorpresa lo squadrone sovietico. Esattamente 46 anni dopo (ieri, 22 febbraio 2026), la squadra a stelle e strisce è riuscita a ripetersi contro i favoriti canadesi. Ovviamente questa vittoria vale molto di più di un trionfo sportivo e per capirlo bastava guardare i giocatori che festeggiavano alla fine: quasi tutti avevano sulle spalle la bandiera del loro Paese e hanno cantato l’inno abbracciati.
Del resto diversi campioni della National hockey league (Nhl), il campionato dei fenomeni, erano già scesi in campo per difendere il loro canto nazionale e il governo quando, nel mondo dello sport, avevano iniziato a diffondersi le proteste per le scelte politiche di Trump e della sua amministrazione. Per esempio, i fratelli Brady e Matthew Tkachuk hanno manifestato il loro sostegno al presidente, con post favorevoli al suo «America First» e alla bandiera. Ma non sono i soli. Sebbene serpeggi un sentimento anti Trump in parte della delegazione, diversi giocatori della nazionale maschile, spesso di origine benestante, non nascondono le proprie simpatie per i repubblicani. Alla fine, però, a decidere il match ai supplementari (i tempi regolamentari si erano conclusi 1-1) è stato un gol del «liberal» Jack Hughes, stella della Nhl con i New Jersey Devils. Negli anni scorsi Hughes si è espresso con forza a favore dei diritti Lgbtq+, della Pride night dei Devils e contro il divieto della Nhl di utilizzare il nastro Pride sulle mazze. Ha spiegato più volte che l’hockey, a suo giudizio, deve essere uno «sport inclusivo» e che la sua famiglia sostiene fortemente l’inclusione. Ieri, però, dopo aver vinto l’oro olimpico, ha gridato: «Amo gli Usa... sono così orgoglioso di essere americano». Adesso attendiamo di vederlo alla Casa Bianca a stringere la mano a Trump, che certamente inviterà a Washington i suoi beniamini.
La sfida Canada-Stati Uniti, ospitata ieri alla Santa Giulia Arena di Milano, è il derby più sentito dell’hockey su ghiaccio. Maestri contro allievi. I maestri sono i canadesi. A inventare l’hockey su ghiaccio moderno sono stati loro nella seconda metà dell’Ottocento. E anche la Nhl, che riunisce 32 franchigie nel Nord America, è nata nel Paese della foglia d’acero (molti dei migliori giocatori Usa giocano in squadre canadesi, ma succede anche il contrario). Gli Stati Uniti, però, da tempo puntavano a spodestare i canadesi. E ieri ci sono riusciti in un match dai profondi connotati politici, un po’ come Argentina-Inghilterra nel 1986, con la Mano de Dios. Da una parte l’America Maga di Trump, dall’altra il Canada progressista e liberale di Justin Trudeau e dell’attuale premier, Mark Carney. Trump da tempo provoca il gigantesco vicino: lo ha più volte definito il cinquantunesimo Stato degli Usa e minaccia tutti i giorni dazi. L’ex premier canadese Trudeau aveva ribattuto: «Non potete prendere il nostro Paese e non potete prendere il nostro gioco». Detto, fatto.
Di certo l’hockey è lo sport meno inclusivo tra quelli amati in Nord America. Solo il 5% dei giocatori della Nhl è di colore e questo si deve al fatto che questo gioco è nato in Canada dove la comunità di colore è sempre stata ridotta. Insomma, l’hockey è un passatempo da Wasp (i bianchi anglosassoni e protestanti) e, in effetti, Trump ne va matto. In Italia sono sbarcati per le Olimpiadi ben 148 giocatori provenienti dalla Nhl e sono stati assicurati con 3,1 miliardi di euro. Era dal 2014 che i super professionisti della Lega nordamericana non partecipavano ai Giochi invernali. Il Canada ha vinto 16 medaglie in 24 partecipazioni: nove d’oro (le ultime nel 2002, 2010, 2014), quattro d’argento e tre di bronzo. Ma ha anche racimolato 28 medaglie del metallo più prezioso ai Mondiali. Gli Usa hanno partecipato a 25 Olimpiadi invernali (tutte) ma, sino a ieri, avevano portato a casa solo due ori, nel 1960 e nel 1980. Non è andata meglio ai Mondiali: solo tre vittorie in 76 partecipazioni. Ma, anche in questo caso, gli Stati Uniti sono i detentori del titolo iridato, conquistato nel 2025 (dopo un’attesa di 65 anni!) contro la Svizzera, un’altra squadra dalla divisa rossa.
Ma veniamo al match. In finale sono arrivate le due squadre favorite, anche se entrambe, pur avendo segnato più di tutte, hanno rischiato di non farcela e hanno battuto Svezia e Repubblica Ceca ai tempi supplementari. Sugli spalti l’onda rossa con le bandiere con la foglia ha colorato i palazzetti, ma anche i supporter Usa si sono fatti sentire. Ieri a livello di decibel le due tifoserie si sono equivalse e hanno lasciato lo stadio a braccetto. Un esempio per tutti. A stemperare la tensione ci hanno pensato le interruzioni a base di musica (c’era pure un tastierista tedesco), karaoke, giochi e persino la distribuzione di pasta italiana sugli spalti. Negli ultimi dieci anni, le nazionali di Canada e Stati Uniti si erano affrontate nove volte a livello di Olimpiadi e Campionato del Mondo. Lo score era leggermente a favore dei primi (5-4). Tuttavia, l’ultimo confronto olimpico aveva visto prevalere gli Usa.
Ieri il Canada di Connor McDavid e Nathan MacKinnon (giocatori da 12,5 milioni di dollari a stagione) ha dovuto, però, rinunciare al suo campione più carismatico, Sidney Crosby, azzoppato nei quarti. Il trentottenne al momento della consegna della medaglia è stato il più osannato dai suoi supporter. Che, invece, hanno fischiato sonoramente Brady Tkachuk. Alla fine il Canada ha tirato 42 volte contro le 28 degli Usa. L’eroe di giornata, oltre a Hughes, è stato il portiere a stelle e strisce Connor Hellebuyck, tra i migliori della sua generazione, noto per i suoi caschi serigrafati con la bandiera degli Usa e altri rimandi alle sue passioni (come la pesca). Ieri ha parato 41 volte, facendo veri e propri miracoli. Quando le telecamere lo hanno inquadrato mentre riceveva la medaglia d’oro, lo stadio è impazzito.
Gli Usa sono passati in vantaggio al sesto minuto, quando Matt Boldy ha superato la coppia difensiva di punta del Canada, Cale Makar e Devon Toews, e con un colpo di magia ha alzato il disco e ha superato il portiere canadese Jordan Binnington. Al minuto 38.16 proprio Toews e Makar (il finalizzatore) si sono rifatti e hanno confezionato l’azione del pareggio. A un certo punto gli Usa, a causa di due espulsioni temporanee, sono rimasti con tre giocatori di movimento contro cinque. Sono stati minuti durissimi, in cui la squadra statunitense ha rischiato di capitolare.
Anche il Canada ha dovuto difendersi in inferiorità numerica. Ma dopo essersi mangiata almeno due facilissime reti, ha dovuto inchinarsi ai nuovi padroni. La Casa Bianca ha pubblicato sul proprio profilo X l’immagine di un’aquila, simbolo degli Stati Uniti, che affoga un’oca canadese. Mentre su Truth Trump ha esultato: «Che partita!».



