Il «Fatto Quotidiano» ha pubblicato ieri un lungo articolo, a firma di Liana Milella, che dà conto della posizione del procuratore Giovanni Melillo sul referendum confermativo della riforma della giustizia approvata dal Parlamento. Melillo non è un magistrato qualsiasi: dopo una lunga e, come si dice in questi casi, «onorata carriera», dal 2022 è a capo della Procura nazionale antimafia, cuore e motore di tutta l’azione investigativa che riguarda mafia e terrorismo.
Melillo il suo parere lo ha affidato a una rivista specializzata, Giustizia insieme, ed è un parere nettamente contrario alla riforma. Liana Milella lo racconta non senza enfasi sospetta: «Giovanni Melillo, Gianni per tutti i colleghi, sceglie una domenica mattina per distruggere in poco più di due cartelle spirito e contenuto della riforma che il ministro Carlo Nordio vende agli italiani come la panacea di tutti i mali della giustizia». Nonostante la collega sia una decana del giornalismo giudiziario e conosca quindi bene vita, opere e miracoli di ogni magistrato di un certo peso, in questo articolo-panegirico dimentica di informare i suoi lettori di un paio di cose che potrebbero meglio inquadrare la figura di Melillo, cose che non riguardano la sua indiscussa capacità bensì il suo posizionamento politico dentro e fuori il suo mondo. Melillo, infatti, dal 2014 al 2017 è stato capo di gabinetto di Andrea Orlando, leader del Pd e allora ministro della Giustizia sia di Renzi che successivamente di Gentiloni. Sono gli anni del massimo potere di Luca Palamara e del suo metodo correntizio di gestione del sistema giudiziario ma evidentemente Melillo, nonostante si trovi al centro dei giochi, non si accorge di nulla.
Anzi, risulta per tabula che sia lui sia il ministro Orlando con quel Palamara intrattengono cordiali e frequenti rapporti. Ecco come Palamara racconta, mai smentito, nel libro Il Sistema quel periodo d’oro: «Siamo nel 2017, per la Procura di Napoli sono in corsa Giovanni Melillo, capo di gabinetto del ministro Orlando - i due si erano conosciuti a Napoli quando il primo era procuratore aggiunto e il secondo commissario del Pd campano - e Federico Cafiero De Raho, procuratore di Reggio Calabria. Su Melillo ci sono forti dubbi, in quel momento è un magistrato distaccato e ovviamente targato politicamente Pd. I miei colleghi di corrente di Napoli non lo vogliono e fanno quadrato attorno a Cafiero. Io mi ritrovo tra due fuochi: da una parte i miei, dall’altra gli ottimi rapporti personali sia con Orlando che con Melillo, che da consigliere del Csm spesso consultavo per capire gli umori del ministero. Della nomina di Melillo ne parlo direttamente con Orlando e conveniamo alcune mosse utili…».
Insomma, Melillo a Napoli ci arriva anche grazie al metodo Palamara ora rinnegato da tutti. Rinnegato a parole ma non nella sostanza, visto che l’unico vero modo per debellarlo è approvare una riforma della giustizia che introducendo il sorteggio dei componenti del Csm taglia la testa al toro impazzito. Il No di Melillo alla riforma ha un sapore tipo nostalgia canaglia, di un’epoca in cui politica e magistratura sono andate a braccetto (magistrati capi di gabinetto di politici) e le nomine decise con intrighi e accordi sottobanco. Il dottor Melillo c’era, non dubitiamo senza colpe ma c’era. Perché voterà No è interessante, ma ci scusi l’impertinenza: perché non ci parla anche della sua amicizia e dei suoi rapporti con Luca Palamara e già che c’è pure con il Pd?







