Meloni blinda il veto: «Semmai l’Ue faccia meno cose e meglio». Gelati gli eurosaggi

Non si può ancora parlare di scampato pericolo, ma la netta presa di posizione di Giorgia Meloni intacca di sicuro le ambizioni degli eurosaggi, che predicano il superamento del requisito dell’unanimità nel Consiglio Ue. «Non sono d’accordo», ha detto il premier nell’intervista a Bloomberg uscita l’altro ieri. «Non credo che sia quella la soluzione, particolarmente non sulla politica estera, che è uno degli elementi fondamentali della sovranità degli Stati».
Il presidente del Consiglio ha ben chiari quali sono i paletti da fissare alle competenze dell’Unione: «Penso che l’Europa possa più agilmente superare la sua lentezza occupandosi di meno cose, facendolo molto meglio». Profondità del pensiero strategico, oppure semplice senso di realtà. Ma è esattamente questa la formula che ci consentirebbe di uscire da certe grottesche contorsioni: mentre qualcuno bofonchia di «ora dell’Europa», i fatti dimostrano che l’Europa è sempre dieci passi indietro, irrilevante in tutte le partite globali che contano. E - il che è peggio - votata a un masochismo oltranzista, sulla transizione ecologica come sulla reazione ai dazi, che ci sta trascinando verso accordi commerciali raffazzonati e insidiosi.
Fare meno, farlo meglio. Mettere in comune poche materie di importanza cruciale, liberandosi dall’ossessione di legiferare su tutto, che ha reso l’Ue malata cronica della patologia diagnosticata da un aforisma di ispirazione reaganiana: se qualcosa si muove, tassalo; se si muove ancora, regolamentalo; se non si muove più, sussidialo.
«Continuo a credere», ha spiegato la Meloni alla testata americana, «nell’unico principio dell’Unione europea che non è stato realmente costruito, che è il principio della sussidiarietà, cioè non si occupi Bruxelles di quello che Roma può fare meglio, non si occupi Roma da sola di quello che non può fare da sola e per cui ha bisogno di Bruxelles». Il premier segnala, pertanto, che abolire il diritto di veto non è sufficiente a garantire rapidità e qualità delle decisioni dell’Ue, in assenza di un radicale cambiamento della filosofia sulla quale si è basato il suo incompleto e maldestro progetto di integrazione. Archiviare l’unanimità non sarebbe «così risolutivo», ha osservato la Meloni, «rispetto a una dinamica […] nella quale c’è anche, diciamoci la verità, una burocrazia molto, molto, molto invasiva. Molto invasiva anche rispetto alle scelte della politica, perché vedo delle decisioni che vengono prese e poi vengono rallentate da una burocrazia che delle volte sembra avere una propria agenda». Mettere a dieta il Leviatano, peraltro, è uno degli elementi chiave dell’asse con la Germania di Friedrich Merz.
Pure qui, il pragmatismo la fa da padrone: in un contesto in cui sono le cancellerie a orientare l’operato della Commissione, la prospettiva è di sostituire, nel motore europeo, la componente francese con quella italiana, approfittando dell’agonia politica di Emmanuel Macron. Nondimeno, sollecitata da Bloomberg sugli attriti con Parigi, l’inquilina di Palazzo Chigi ha preferito minimizzare, rinfacciando ai media di descrivere i rapporti «con alcuni leader» «in maniera un po’ infantile». Invece, «Italia e Francia sono due grandi nazioni europee che condividono moltissimo, che lavorano insieme su moltissimi dossier e che non sono d’accordo su alcune cose». Conclusione: il vertice intergovernativo, saltato all’indomani della polemica per i commenti del premier sull’uccisione dell’attivista di destra transalpino, Quentin Deranque, ma ufficialmente rinviato «per una questione logistica», si terrà «prima dell’estate».
Se la Meloni non può archiviare la cooperazione con i francesi, sembra evidente che abbia spedito in soffitta il piano di Mario Draghi, l’eforo che fa coppia con Enrico Letta e che invoca da mesi la soppressione del criterio dell’unanimità. Paradossalmente, rimane uno spiraglio per il lodo Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva suggerito alla Stampa il Professore. Fintantoché ciò dovesse equivalere al meccanismo della cooperazione rafforzata - la procedura prevista dall’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea, che permette a un gruppo di almeno nove Stati membri di collaborare in assenza di un accordo a 27 - la Meloni non si tirerebbe indietro.
Il punto è che, dinanzi a interessi nazionali divergenti, l’unanimità svolge la funzione di un pulsante d’emergenza che, di quando in quando, chiunque può avere necessità di premere.
È vero che se troppi galli cantano, non si fa mai giorno. Ma è vero pure che a nessuno conviene vivere in una fattoria in cui tutti gli animali sono uguali, però alcuni sono più uguali degli altri.




