2025-11-30
Faccia tosta Pd: ha massacrato Mps e ora accusa Giorgetti di «opacità»
Schlein chiede al governo di riferire sull’inchiesta. Ma sono i democratici che hanno rovinato il Monte. E il loro Padoan al Tesoro ha messo miliardi pubblici per salvarlo per poi farsi eleggere proprio a Siena...Quando Elly Schlein parla di «opacità del governo nella scalata Mps su Mediobanca», è difficile trattenere un sorriso. Amaro, s’intende. Perché è difficile ascoltare un appello alla trasparenza proprio dalla segretaria del partito che ha portato il Monte dei Paschi di Siena dall’essere la banca più antica del mondo a un cimitero di esperimenti politici e clientelari. Una rimozione selettiva che, se non fosse pronunciata con serietà, sembrerebbe il copione di una satira. Schlein tuona contro «il ruolo opaco del governo e del Mef», chiede a Giorgetti di presentarsi immediatamente in Parlamento, sventola richieste di trasparenza come fossero trofei morali. Ma evita accuratamente di ricordare che l’opacità vera, quella strutturale, quella che ha devastato la banca, porta un marchio indelebile: il Pci e i suoi eredi. Un marchio inciso nella pietra di Rocca Salimbeni, dove negli anni si è consumato uno dei più grandi scempi finanziari della storia repubblicana. Un conto finale da 8,2 miliardi pagato dallo Stato, cioè dai contribuenti, mentre i signori del «buon governo» locale si dilettavano con le loro clientele. Antonveneta: la madre di tutte le sciagure. Prima di parlare del presente, Schlein potrebbe ripassare la lezione del passato. E sarebbe un ripasso lungo, doloroso e imbarazzante. La sciagurata acquisizione di Antonveneta rimane il simbolo di una stagione in cui la politica ha trattato la banca come una cassaforte per alimentare consenso, clientele e rendite di potere. Mps pagò quell’acquisizione 9 miliardi, una follia finanziaria spacciata per «operazione strategica». Di strategico, in realtà, c’era solo il desiderio della dirigenza – tutta inserita, per tradizione, nelle correnti politico-amministrative che facevano capo proprio all’area oggi rappresentata da Schlein – di allargare il proprio impero territoriale. Antonveneta non fu un errore: fu un suicidio. Una scelta dissennata, difesa con arroganza e raccontata come un capolavoro industriale mentre apriva la strada ad un altro disastro. Perché la storia nera di Mps non si ferma ad Antonveneta. Tra le pagine meno ricordate – e forse volutamente rimosse – c’è la vicenda di Banca121, un’acquisizione che agli «amici di D’Alema» garantì un dividendo record: 2.500 miliardi di lire. Una cifra che oggi farebbe tremare i polsi, all’epoca liquidata con nonchalance, perché a rimetterci non erano certo i protetti del sistema, ma i risparmiatori. Banca121 fu il laboratorio del peggio: prodotti tossici venduti come conservativi, famiglie ingannate con la retorica del «rendimento sicuro», impiegati trasformati in venditori di materiale esplosivo finanziario. I piccoli investitori persero miliardi. I «grandi», invece, si sistemarono. Un classico della politica di prossimità: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite. Altro che «opacità del governo Meloni»: qui parliamo di un modello di gestione costruito per decenni nelle cantine del potere locale, dove i vertici della banca e le amministrazioni legate al centrosinistra facevano e disfacevano senza che nessuno, oggi tanto indignato, alzasse un dito. Schlein accusa Giorgetti, invoca il Mef, parla di conflitti, richiama all’ordine il governo. Ma non dice una parola su chi davvero condusse il primo, gigantesco salvataggio pubblico di Mps: Pier Carlo Padoan, all’epoca ministro dell’Economia. Un uomo che qualche anno dopo avrebbe trovato un’accoglienza calorosa proprio lì, a Siena, candidato del Pd. Una coincidenza? Una ricompensa? Una scelta politica? Qualunque sia la risposta, solo a pronunciarla verrebbe da alzare un sopracciglio. Anche perché val la pena ricordadre che si tratta dello stesso Padoan che poi è diventato presidente di Unicredit. In un Paese normale, qualcuno nel partito si farebbe almeno una domanda sulla compatibilità morale. Ma evidentemente la memoria, quando si tratta di Mps, è facoltativa. Nel coro delle indignazioni non poteva mancare Giuseppe Conte, il moralista retroattivo per professione. Oggi si accoda ai critici, dimenticando che i suoi governi hanno usato Mps come un totem da agitare a seconda delle necessità politiche del momento: banca pubblica, banca di sistema, banca da vendere, banca da tenere… ogni settimana una versione diversa, ogni stagione un proclama nuovo. Ora Schlein chiede chiarezza. Pretende rigore. Invoca procure, audizioni, puntualizzazioni. E va benissimo: è il ruolo dell’opposizione. Ma prima di salire sul pulpito, forse farebbe bene a guardare negli archivi del suo stesso partito: lì si trova l’opacità autentica. Quella che ha davvero sventrato la banca secolare. Una demolizione fatta con scelte politiche scellerate, supervisionate da dirigenti incapaci o compiacenti, difese per anni con testardaggine e arroganza.È facile puntare il dito contro chi governa oggi. Molto più difficile guardarsi allo specchio e riconoscere che la notte in cui Mps si è perduto non è una notte recente. È una notte senza stelle. Una notte firmata Pd. E allora sì, Schlein può continuare a chiedere trasparenza. Ma sarebbe più credibile se, prima di reclamare lampi di luce, si decidesse finalmente a fare i conti con le ombre del passato. Giorgetti prepara le difese: «Il Mef ha agito sempre nel rispetto delle regole e della prassi».
Giancarlo Giorgetti (Ansa)