2025-11-30
Si rafforza l’asse tra falce, martello e Corano
Gli antagonisti, tra cui qualche ex brigatista, manifestano insieme a imam radicalizzati e maranza. Come Omar Boutere, italo marocchino ricercato dopo gli scontri a Torino, ritrovato a casa della leader di Askatasuna. Una saldatura evidente che preoccupa gli inquirenti.La saldatura che preoccupa investigatori e intelligence ormai non è più un’ipotesi, è una fotografia scattata nelle piazze: gli antagonisti, compreso qualche indomito ex brigatista, manifestano contro Israele, marciano accanto agli imam radicalizzati comparsi in inchieste sul terrorismo jihadista e applaudono a predicatori salafiti che arringano la folla tra le bandiere rosse e quelle palestinesi. È tutto lì, in una sola immagine: anarchici, jihadisti, vecchio terrorismo rosso e sigle filopalestinesi fusi negli stessi cortei, con gli stessi slogan, contro gli stessi nemici. Una convergenza che non è spontanea: è il risultato di un’ideologia vecchia di 20 anni, quella di Nadia Desdemona Lioce, che aveva già teorizzato che «le masse arabe e islamiche espropriate e umiliate sono il naturale alleato del proletariato metropolitano». Oggi quella frase non è più teoria. È cronaca. Quella dell’altro giorno, quando un gruppo di attivisti di Askatasuna, del Collettivo universitario autonomo e del Kollettivo studentesco autorganizzato, riconducibili sempre al centro sociale, hanno fatto irruzione nella redazione torinese del quotidiano La Stampa. Circa 30 di loro sono stati identificati dopo aver lasciato sui muri dell’open space del quotidiano piemontese slogan d’antan: «Giornalista terrorista, sei il primo della lista». Ma soprattutto: «Giornalisti complici dell’arresto in Cpr di Mohamed Shahin». Ovvero l’imam di Torino ristretto nel Cpr di Caltanissetta con un decreto di espulsione del questore approvato dalla Corte d’Appello. La Questura ha messo in fila ciò che negli ambienti progressisti fingono di non vedere: «Nel marzo 2012 veniva fermato a Imperia insieme a Giuliano Ibrahim Del Nievo (genovese, ndr), trasferitosi quello stesso anno in Siria per unirsi alle formazioni jihadiste e morto in combattimento nel 2013». Non solo. Nel 2018, durante un’indagine su Elmahdi Halili (condannato per terrorismo islamico con sentenza passata in giudicato) «veniva registrata una conversazione in cui questi consigliava ad altro soggetto di rivolgersi a Shanin presso la moschea di Torino». È tutto in quei due episodi: una parte di Italia scende in piazza per difendere un uomo che negli atti giudiziari compare come interlocutore di personaggi del circuito jihadista. E che in pubblico ha detto di essere «d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre». Ma nell’ambiente torinese agitato da Askatasuna si muoveva anche Omar Boutere, il liceale italo-marocchino diciottenne finito nei guai per gli scontri del 15 novembre per il «No Meloni Day» (durante i quali otto agenti sono rimasti feriti). Dopo le botte negli uffici della Città metropolitana, Boutere scappa. E dove va a nascondersi? A casa della leader di Askatasuna, Sara Munari. È lì che la Digos lo scova. Il giudice del Tribunale gli concede l’obbligo di firma, ma dopo aver riconosciuto il rischio di recidiva per «l’indole violenta». La fotografia simbolo è la sua: profilo Facebook, mano destra alzata, gesto della P38 accanto a una bandiera palestinese. Non è un dettaglio. Gli ambienti che proteggono i protagonisti delle piazze violente sono gli stessi che scendono in strada per difendere imam espulsi per ragioni di sicurezza nazionale. Al centro della piazza di Bologna, tra bandiere rosse e palestinesi, infatti, c’era un personaggio che nemmeno gli ambienti islamici moderati tolleravano: Zulfiqar Khan, imam salafita. L’uomo che in tv diceva che «gli ebrei sono ingannatori», quello beccato dalla Verità mentre convertiva un minorenne in diretta Facebook e che parlava davanti alle telecamere del centro culturale Iqraa pubblicando i suoi sermoni, è stato espulso esattamente un anno fa. Le sue frasi sono testuali, e basta leggerle per comprenderne il taglio: «Questo governo americano e questo governo israeliano e la loro agenda portano il terrorismo e mettono nei cuori il terrorismo». E ancora: «Questa storia nasce cento anni fa, quando si diceva “vedrete che i palestinesi non saranno sulla terra della Palestina”. Questa è la loro agenda». E poi l’appello più preoccupante di tutti: «I libri sacri sono l’unica via per radunare tutti quanti». Un comizio salafita, nel cuore di un corteo antagonista. Nessun imbarazzo, ma tanta solidarietà. Per capire la saldatura, però, bisogna tornare al mondo anarco-insurrezionalista. Il 30 novembre 2022 il Gom della polizia penitenziaria registra un colloquio in cui Alfredo Cospito, l’arruffapopoli in 41 bis, avrebbe detto che «alla protesta in corso (quella contro il carcere duro alimentata dallo sciopero della fame del leader della Federazione anarchica informale/Fronte rivoluzionario internazionale, ndr) avrebbero aderito anche i detenuti “musulmani jihadisti”». Il panorama della «A» cerchiata con gli ambienti jihadisti: la saldatura, già teorizzata, prende forma. Nelle piazze del 2024, a Milano, c’è infatti un volto che chi ricorda la cronaca italiana degli anni Settanta non può ignorare: Francesco Giordano, Brigata XXVIII Marzo, condannato per l’omicidio di Walter Tobagi, guidava un corteo per la «Palestina libera» mentre reggeva uno striscione che invitava al boicottaggio di Israele: «Non finanziare l’Apartheid israeliana». Il 25 aprile scorso, invece, a bordo di un camion, c’era un altro ex brigatista rosso: Paolo Maurizio Ferrari, 79 anni. Sfilava davanti alla componente antagonista, insieme ai giovani palestinesi e alle sigle pro Palestina. Ma in molti hanno finto di non vedere la convergenza tra veterani del terrorismo rosso e attivisti della causa palestinese. Anche quando sul sito del Nuovo partito comunista italiano è comparsa una foto di Marco Carrai con la bandiera di Israele dietro. Sopra, un banner insanguinato: «Criminale di guerra». Sotto: «Agente sionista complice del genocidio». Chiude la falce e martello accompagnata dallo slogan: «Non aspettarsi giustizia ma essere giustizia». È diventato un bersaglio. Un simbolo perfetto per una galassia che unisce estremismo ideologico e radicalismo etnico-religioso. L’ex docente parigino Gilles Kepel, già giovane trozkista poi fine studioso dei movimenti arabi in lotta contro le dittature del Medio oriente e del jihadismo, minacciato di morte dai gruppi pro Isis, spiega il cuore del fenomeno: «La bandiera palestinese sventolata nelle piazze è assurta a simbolo della lotta contro tutte le ingiustizie. Lo vedete benissimo anche in Italia, le manifestazioni per Gaza diventano un pretesto per qualsiasi tipo di rivendicazione politica o sociale». La questione palestinese, insomma, è diventata una cornice in cui poter infilare qualsiasi cosa. Davanti al Tribunale dell’Aquila, infatti, gli antagonisti si sono mobilitati per chiedere la liberazione del palestinese Anan Yaeesh, accusato di terrorismo internazionale sulla base di indagini israeliane, arrestato nel 2023 e rinviato a giudizio con altri due attivisti. C’è il presidio, ci sono gli slogan. Lui ha attaccato l’Italia, definendo l’arresto «illegittimo secondo il diritto internazionale» e valutando il suo processo come «influenzato dai rapporti diplomatici dell’Italia con Israele». La macchina del dissenso trova il suo carburante. Yaeesh viene trasferito nel carcere di Melfi. E il comitato Free Anan parla di trasferimento «arbitrario», denunciando che gli «incontri con i legali» sarebbero «sempre più difficili e rari». Anche lui, come Cospito, avvia uno sciopero della fame. Anche la strategia, a questo punto, coincide perfettamente con quella antagonista.