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2025-11-30
Si rafforza l’asse tra falce, martello e Corano
Ansa
Oggi quella frase non è più teoria. È cronaca. Quella dell’altro giorno, quando un gruppo di attivisti di Askatasuna, del Collettivo universitario autonomo e del Kollettivo studentesco autorganizzato, riconducibili sempre al centro sociale, hanno fatto irruzione nella redazione torinese del quotidiano La Stampa. Circa 30 di loro sono stati identificati dopo aver lasciato sui muri dell’open space del quotidiano piemontese slogan d’antan: «Giornalista terrorista, sei il primo della lista». Ma soprattutto: «Giornalisti complici dell’arresto in Cpr di Mohamed Shahin». Ovvero l’imam di Torino ristretto nel Cpr di Caltanissetta con un decreto di espulsione del questore approvato dalla Corte d’Appello.
La Questura ha messo in fila ciò che negli ambienti progressisti fingono di non vedere: «Nel marzo 2012 veniva fermato a Imperia insieme a Giuliano Ibrahim Del Nievo (genovese, ndr), trasferitosi quello stesso anno in Siria per unirsi alle formazioni jihadiste e morto in combattimento nel 2013». Non solo. Nel 2018, durante un’indagine su Elmahdi Halili (condannato per terrorismo islamico con sentenza passata in giudicato) «veniva registrata una conversazione in cui questi consigliava ad altro soggetto di rivolgersi a Shanin presso la moschea di Torino». È tutto in quei due episodi: una parte di Italia scende in piazza per difendere un uomo che negli atti giudiziari compare come interlocutore di personaggi del circuito jihadista. E che in pubblico ha detto di essere «d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre». Ma nell’ambiente torinese agitato da Askatasuna si muoveva anche Omar Boutere, il liceale italo-marocchino diciottenne finito nei guai per gli scontri del 15 novembre per il «No Meloni Day» (durante i quali otto agenti sono rimasti feriti). Dopo le botte negli uffici della Città metropolitana, Boutere scappa. E dove va a nascondersi? A casa della leader di Askatasuna, Sara Munari. È lì che la Digos lo scova. Il giudice del Tribunale gli concede l’obbligo di firma, ma dopo aver riconosciuto il rischio di recidiva per «l’indole violenta». La fotografia simbolo è la sua: profilo Facebook, mano destra alzata, gesto della P38 accanto a una bandiera palestinese. Non è un dettaglio. Gli ambienti che proteggono i protagonisti delle piazze violente sono gli stessi che scendono in strada per difendere imam espulsi per ragioni di sicurezza nazionale. Al centro della piazza di Bologna, tra bandiere rosse e palestinesi, infatti, c’era un personaggio che nemmeno gli ambienti islamici moderati tolleravano: Zulfiqar Khan, imam salafita. L’uomo che in tv diceva che «gli ebrei sono ingannatori», quello beccato dalla Verità mentre convertiva un minorenne in diretta Facebook e che parlava davanti alle telecamere del centro culturale Iqraa pubblicando i suoi sermoni, è stato espulso esattamente un anno fa. Le sue frasi sono testuali, e basta leggerle per comprenderne il taglio: «Questo governo americano e questo governo israeliano e la loro agenda portano il terrorismo e mettono nei cuori il terrorismo». E ancora: «Questa storia nasce cento anni fa, quando si diceva “vedrete che i palestinesi non saranno sulla terra della Palestina”. Questa è la loro agenda». E poi l’appello più preoccupante di tutti: «I libri sacri sono l’unica via per radunare tutti quanti». Un comizio salafita, nel cuore di un corteo antagonista. Nessun imbarazzo, ma tanta solidarietà. Per capire la saldatura, però, bisogna tornare al mondo anarco-insurrezionalista. Il 30 novembre 2022 il Gom della polizia penitenziaria registra un colloquio in cui Alfredo Cospito, l’arruffapopoli in 41 bis, avrebbe detto che «alla protesta in corso (quella contro il carcere duro alimentata dallo sciopero della fame del leader della Federazione anarchica informale/Fronte rivoluzionario internazionale, ndr) avrebbero aderito anche i detenuti “musulmani jihadisti”». Il panorama della «A» cerchiata con gli ambienti jihadisti: la saldatura, già teorizzata, prende forma. Nelle piazze del 2024, a Milano, c’è infatti un volto che chi ricorda la cronaca italiana degli anni Settanta non può ignorare: Francesco Giordano, Brigata XXVIII Marzo, condannato per l’omicidio di Walter Tobagi, guidava un corteo per la «Palestina libera» mentre reggeva uno striscione che invitava al boicottaggio di Israele: «Non finanziare l’Apartheid israeliana». Il 25 aprile scorso, invece, a bordo di un camion, c’era un altro ex brigatista rosso: Paolo Maurizio Ferrari, 79 anni. Sfilava davanti alla componente antagonista, insieme ai giovani palestinesi e alle sigle pro Palestina. Ma in molti hanno finto di non vedere la convergenza tra veterani del terrorismo rosso e attivisti della causa palestinese. Anche quando sul sito del Nuovo partito comunista italiano è comparsa una foto di Marco Carrai con la bandiera di Israele dietro. Sopra, un banner insanguinato: «Criminale di guerra». Sotto: «Agente sionista complice del genocidio». Chiude la falce e martello accompagnata dallo slogan: «Non aspettarsi giustizia ma essere giustizia». È diventato un bersaglio. Un simbolo perfetto per una galassia che unisce estremismo ideologico e radicalismo etnico-religioso.
L’ex docente parigino Gilles Kepel, già giovane trozkista poi fine studioso dei movimenti arabi in lotta contro le dittature del Medio oriente e del jihadismo, minacciato di morte dai gruppi pro Isis, spiega il cuore del fenomeno: «La bandiera palestinese sventolata nelle piazze è assurta a simbolo della lotta contro tutte le ingiustizie. Lo vedete benissimo anche in Italia, le manifestazioni per Gaza diventano un pretesto per qualsiasi tipo di rivendicazione politica o sociale». La questione palestinese, insomma, è diventata una cornice in cui poter infilare qualsiasi cosa. Davanti al Tribunale dell’Aquila, infatti, gli antagonisti si sono mobilitati per chiedere la liberazione del palestinese Anan Yaeesh, accusato di terrorismo internazionale sulla base di indagini israeliane, arrestato nel 2023 e rinviato a giudizio con altri due attivisti. C’è il presidio, ci sono gli slogan. Lui ha attaccato l’Italia, definendo l’arresto «illegittimo secondo il diritto internazionale» e valutando il suo processo come «influenzato dai rapporti diplomatici dell’Italia con Israele».
La macchina del dissenso trova il suo carburante. Yaeesh viene trasferito nel carcere di Melfi. E il comitato Free Anan parla di trasferimento «arbitrario», denunciando che gli «incontri con i legali» sarebbero «sempre più difficili e rari». Anche lui, come Cospito, avvia uno sciopero della fame. Anche la strategia, a questo punto, coincide perfettamente con quella antagonista.
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Gli antagonisti, tra cui qualche ex brigatista, manifestano insieme a imam radicalizzati e maranza. Come Omar Boutere, italo marocchino ricercato dopo gli scontri a Torino, ritrovato a casa della leader di Askatasuna. Una saldatura evidente che preoccupa gli inquirenti.La saldatura che preoccupa investigatori e intelligence ormai non è più un’ipotesi, è una fotografia scattata nelle piazze: gli antagonisti, compreso qualche indomito ex brigatista, manifestano contro Israele, marciano accanto agli imam radicalizzati comparsi in inchieste sul terrorismo jihadista e applaudono a predicatori salafiti che arringano la folla tra le bandiere rosse e quelle palestinesi. È tutto lì, in una sola immagine: anarchici, jihadisti, vecchio terrorismo rosso e sigle filopalestinesi fusi negli stessi cortei, con gli stessi slogan, contro gli stessi nemici. Una convergenza che non è spontanea: è il risultato di un’ideologia vecchia di 20 anni, quella di Nadia Desdemona Lioce, che aveva già teorizzato che «le masse arabe e islamiche espropriate e umiliate sono il naturale alleato del proletariato metropolitano». Oggi quella frase non è più teoria. È cronaca. Quella dell’altro giorno, quando un gruppo di attivisti di Askatasuna, del Collettivo universitario autonomo e del Kollettivo studentesco autorganizzato, riconducibili sempre al centro sociale, hanno fatto irruzione nella redazione torinese del quotidiano La Stampa. Circa 30 di loro sono stati identificati dopo aver lasciato sui muri dell’open space del quotidiano piemontese slogan d’antan: «Giornalista terrorista, sei il primo della lista». Ma soprattutto: «Giornalisti complici dell’arresto in Cpr di Mohamed Shahin». Ovvero l’imam di Torino ristretto nel Cpr di Caltanissetta con un decreto di espulsione del questore approvato dalla Corte d’Appello. La Questura ha messo in fila ciò che negli ambienti progressisti fingono di non vedere: «Nel marzo 2012 veniva fermato a Imperia insieme a Giuliano Ibrahim Del Nievo (genovese, ndr), trasferitosi quello stesso anno in Siria per unirsi alle formazioni jihadiste e morto in combattimento nel 2013». Non solo. Nel 2018, durante un’indagine su Elmahdi Halili (condannato per terrorismo islamico con sentenza passata in giudicato) «veniva registrata una conversazione in cui questi consigliava ad altro soggetto di rivolgersi a Shanin presso la moschea di Torino». È tutto in quei due episodi: una parte di Italia scende in piazza per difendere un uomo che negli atti giudiziari compare come interlocutore di personaggi del circuito jihadista. E che in pubblico ha detto di essere «d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre». Ma nell’ambiente torinese agitato da Askatasuna si muoveva anche Omar Boutere, il liceale italo-marocchino diciottenne finito nei guai per gli scontri del 15 novembre per il «No Meloni Day» (durante i quali otto agenti sono rimasti feriti). Dopo le botte negli uffici della Città metropolitana, Boutere scappa. E dove va a nascondersi? A casa della leader di Askatasuna, Sara Munari. È lì che la Digos lo scova. Il giudice del Tribunale gli concede l’obbligo di firma, ma dopo aver riconosciuto il rischio di recidiva per «l’indole violenta». La fotografia simbolo è la sua: profilo Facebook, mano destra alzata, gesto della P38 accanto a una bandiera palestinese. Non è un dettaglio. Gli ambienti che proteggono i protagonisti delle piazze violente sono gli stessi che scendono in strada per difendere imam espulsi per ragioni di sicurezza nazionale. Al centro della piazza di Bologna, tra bandiere rosse e palestinesi, infatti, c’era un personaggio che nemmeno gli ambienti islamici moderati tolleravano: Zulfiqar Khan, imam salafita. L’uomo che in tv diceva che «gli ebrei sono ingannatori», quello beccato dalla Verità mentre convertiva un minorenne in diretta Facebook e che parlava davanti alle telecamere del centro culturale Iqraa pubblicando i suoi sermoni, è stato espulso esattamente un anno fa. Le sue frasi sono testuali, e basta leggerle per comprenderne il taglio: «Questo governo americano e questo governo israeliano e la loro agenda portano il terrorismo e mettono nei cuori il terrorismo». E ancora: «Questa storia nasce cento anni fa, quando si diceva “vedrete che i palestinesi non saranno sulla terra della Palestina”. Questa è la loro agenda». E poi l’appello più preoccupante di tutti: «I libri sacri sono l’unica via per radunare tutti quanti». Un comizio salafita, nel cuore di un corteo antagonista. Nessun imbarazzo, ma tanta solidarietà. Per capire la saldatura, però, bisogna tornare al mondo anarco-insurrezionalista. Il 30 novembre 2022 il Gom della polizia penitenziaria registra un colloquio in cui Alfredo Cospito, l’arruffapopoli in 41 bis, avrebbe detto che «alla protesta in corso (quella contro il carcere duro alimentata dallo sciopero della fame del leader della Federazione anarchica informale/Fronte rivoluzionario internazionale, ndr) avrebbero aderito anche i detenuti “musulmani jihadisti”». Il panorama della «A» cerchiata con gli ambienti jihadisti: la saldatura, già teorizzata, prende forma. Nelle piazze del 2024, a Milano, c’è infatti un volto che chi ricorda la cronaca italiana degli anni Settanta non può ignorare: Francesco Giordano, Brigata XXVIII Marzo, condannato per l’omicidio di Walter Tobagi, guidava un corteo per la «Palestina libera» mentre reggeva uno striscione che invitava al boicottaggio di Israele: «Non finanziare l’Apartheid israeliana». Il 25 aprile scorso, invece, a bordo di un camion, c’era un altro ex brigatista rosso: Paolo Maurizio Ferrari, 79 anni. Sfilava davanti alla componente antagonista, insieme ai giovani palestinesi e alle sigle pro Palestina. Ma in molti hanno finto di non vedere la convergenza tra veterani del terrorismo rosso e attivisti della causa palestinese. Anche quando sul sito del Nuovo partito comunista italiano è comparsa una foto di Marco Carrai con la bandiera di Israele dietro. Sopra, un banner insanguinato: «Criminale di guerra». Sotto: «Agente sionista complice del genocidio». Chiude la falce e martello accompagnata dallo slogan: «Non aspettarsi giustizia ma essere giustizia». È diventato un bersaglio. Un simbolo perfetto per una galassia che unisce estremismo ideologico e radicalismo etnico-religioso. L’ex docente parigino Gilles Kepel, già giovane trozkista poi fine studioso dei movimenti arabi in lotta contro le dittature del Medio oriente e del jihadismo, minacciato di morte dai gruppi pro Isis, spiega il cuore del fenomeno: «La bandiera palestinese sventolata nelle piazze è assurta a simbolo della lotta contro tutte le ingiustizie. Lo vedete benissimo anche in Italia, le manifestazioni per Gaza diventano un pretesto per qualsiasi tipo di rivendicazione politica o sociale». La questione palestinese, insomma, è diventata una cornice in cui poter infilare qualsiasi cosa. Davanti al Tribunale dell’Aquila, infatti, gli antagonisti si sono mobilitati per chiedere la liberazione del palestinese Anan Yaeesh, accusato di terrorismo internazionale sulla base di indagini israeliane, arrestato nel 2023 e rinviato a giudizio con altri due attivisti. C’è il presidio, ci sono gli slogan. Lui ha attaccato l’Italia, definendo l’arresto «illegittimo secondo il diritto internazionale» e valutando il suo processo come «influenzato dai rapporti diplomatici dell’Italia con Israele». La macchina del dissenso trova il suo carburante. Yaeesh viene trasferito nel carcere di Melfi. E il comitato Free Anan parla di trasferimento «arbitrario», denunciando che gli «incontri con i legali» sarebbero «sempre più difficili e rari». Anche lui, come Cospito, avvia uno sciopero della fame. Anche la strategia, a questo punto, coincide perfettamente con quella antagonista.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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