2025-11-30
Una vergogna non legittima una brutta legge
Al liceo Giulio Cesare di Roma spunta su un muro una «lista stupri», con accanto i nomi delle studentesse. Un gesto orribile, che viene subito cavalcato dalla sinistra per rilanciare la pasticciata norma sul consenso e le lezioni di «sessuoaffettività».Non basta tirare l’acqua. E neppure cancellare la lista dal muro del bagno dei maschi del liceo classico Giulio Cesare di Roma, perché «il ragazzo che l’ha trovata era schifato». Le minacce di stupro restano, come la repulsione morale nei confronti di chi le ha messe nero su bianco elencando sull’intonaco - neanche fosse la lista della spesa - sette ragazze e un ragazzo da violentare. Un’idea imbecille e criminale, una scoperta avvenuta giovedì scorso e denunciata sui social dal collettivo scolastico antifa Zero Alibi.Lo screenshot dell’elenco da vespasiano, a pennarello rosso, ora è sulla scrivania della dirigente scolastica Paola Senesi e su quella dei funzionari della Digos che dovranno occuparsi del caso. La preside si è fatta un’idea: «Si tratta di ottusi graffiti vandalici. Noi ribadiamo fortemente la condanna nei confronti di qualsivoglia stereotipo e violenza di genere sia essa fisica, verbale, psicologica o digitale. Il Giulio Cesare non è aperto alla violenza; il nostro liceo non vuol essere ricettacolo d’intolleranza». Sulla vicenda, che ha provocato una legittima ondata di indignazione, è intervenuto il ministro Giuseppe Valditara: «È un fatto grave che va indagato e sanzionato duramente. Con le nuove norme la scuola ha tutti gli elementi per procedere».Gli autori della bravata rischiano la sospensione, la bocciatura. E la denuncia contro ignoti alle forze dell’ordine li espone a conseguenze anche più gravi. Il fatto in sé è facilmente riassunto: due giorni dopo la Giornata contro la violenza sulle donne, nella toilette maschile del liceo un ragazzo ha trovato «la lista stupri», l’ha fotografata, l’ha cancellata e l’ha consegnata al Collettivo di estrema sinistra Zero Alibi che ha denunciato così la squallida provocazione su Instagram: «Un muro può essere cancellato ma la cultura alla base del messaggio no, va combattuta. Questo gesto oltre a essere di una gravità inconcepibile, dimostra la società patriarcale in cui ancora oggi tutt*ə noi viviamo» (per ragioni tipografiche usiamo l’asterisco al posto della «e» rovesciata di scuola woke presente nel post).Sull’identikit dei colpevoli ci sarebbe qualche ipotesi. Rivela una studentessa finita col nome sul muro: «Mi sono fatta l’idea di uno che scrive e di un gruppo attorno che incita. Mi fa paura il potere che questa persona ha creduto di avere e di poter esercitare». Poiché in queste settimane nell’istituto c’è campagna elettorale per il rinnovo dei rappresentanti scolastici, il Collettivo prova a buttarla in politica e chiede a gran voce (come se si fosse coordinato con il Pd) le lezioni di «sessuoaffettività» nelle scuole «per contrastare la diffusione di una cultura patriarcale ancora radicata nella nostra società». Spiega un’altra studentessa: «Magari è stato un gesto politico, visto che i nomi sono tutti di ragazze candidate». Nei giorni scorsi, sempre in quella scuola, alcuni fogli di una raccolta di firme avviata dalle studentesse contro la violenza di genere erano stati strappati da mani «sconosciute». Negli ultimi anni le tornate elettorali nelle università e nei licei si sono trasformate in battaglie senza esclusione di colpi soprattutto a sinistra: mistificazioni, tazebao con accenti tardomarxisti, cartelloni dei rivali moderati bruciati o strappati. Lo stesso collettivo Zero Alibi, in questo caso «vittima transfemminista», è noto per le sue posizioni estreme pro Pal (Israele=genocidio), per le okkupazioni, per il tifo da curva per la Flotilla, per la lotta dura senza paura contro il governo di Giorgia Meloni e, manco a dirlo, contro «il senso fortemente repressivo della riforma della scuola del ministro Valditara». In questo contesto fortemente ideologico, tornare alla carica sul «consenso libero e attuale» per evitare l’accusa di stupro e sulle lezioni «sessuoaffettive» per esaltare il genderfluid è un attimo. La sinistra non attendeva che il casus belli dell’imbecille di turno per strumentalizzarne al massimo gli effetti e spingere nella direzione della certificazione con Spid in camera da letto, anche se proprio questo caso conferma l’inutilità del cavillo: il presunto violento da cesso sarebbe già oltre. E le sue intenzioni (che restano pur sempre intenzioni, non reati) le ha scritte sul muro senza bisogno di cercare e di ottenere alcun consenso. Ad andare oltre i confini del razionale e riassumere il delirio progressista è il radicale Riccardo Magi, segretario di + Europa: «Quella lista è indegna, vergognosa, riprovevole. E fa riflettere su come il dibattito di questi giorni sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole sia surreale, tra consenso informato, finto moralismo e persino misoginia e omofobia. L’introduzione di ore di lezione non è più solo necessaria ma è urgente. Spero che il centrodestra, che oggi esprime la condanna alla lista dell’orrore, se ne renda conto ed eviti di porre paletti ideologici a una misura di civiltà». Civiltà. Come quella espressa dalle lezioni sull’identità di genere, quindi sul gender, imposte a Genova a bambini di tre anni. Senza i genitori e con i disegnini alla lavagna, non sui muri.