Evapora il caso Palamara. Ma quelli che l’hanno creato sono a difesa del «Sistema»

A Perugia, in queste ore, si sta riscrivendo il cosiddetto caso Palamara, ovvero la storia del suk delle nomine al Csm per cui hanno pagato solo lo stesso Luca Palamara e pochi altri, tra cui l’ex pm di Roma, Stefano Fava, sino al 2019 stimatissimo inquirente, espulso dal Sistema come danno collaterale di un bombardamento a tappeto realizzato con il supporto di alcuni giornali per evitare lo slittamento a destra del parlamentino dei giudici e la nomina a procuratore di Roma della toga moderata Marcello Viola.
A Perugia, in queste ore, si sta riscrivendo il cosiddetto caso Palamara, ovvero la storia del suk delle nomine al Csm per cui hanno pagato solo lo stesso Luca Palamara e pochi altri, tra cui l’ex pm di Roma, Stefano Fava, sino al 2019 stimatissimo inquirente, espulso dal Sistema come danno collaterale di un bombardamento a tappeto realizzato con il supporto di alcuni giornali per evitare lo slittamento a destra del parlamentino dei giudici e la nomina a procuratore di Roma della toga moderata Marcello Viola.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlò di «poche mele marce» e seppellì il problema. Ma il Sistema delle correnti non è morto con Palamara, rapidamente radiato dalla magistratura: ha continuato a imperversare e a gestire le nomine non in base a criteri oggettivi. Tanto che ancora oggi molti incarichi vengono affidati a colpi di maggioranze risicate, secondo logiche correntizie. Ma a smascherare l’ipocrisia con cui era stata fatta pulizia arriva adesso il Tribunale di Perugia. Che lascerà il Re nudo.
Oggi, davanti al giudice dell’esecuzione Natalia Giubilei, si terrà l’udienza che potrebbe segnare un passaggio decisivo nella complessa vicenda giudiziaria che ha coinvolto Palamara. Sul tavolo vi è la richiesta di revoca della sentenza di patteggiamento per traffico di influenze, la prima delle due pronunce che hanno riguardato l’ex magistrato romano e che riguarda il procedimento in cui sono stati coinvolti anche gli imprenditori Federico Aureli e Leonardo Ceglia.
L’indagine era nata dall’ipotesi che Palamara si fosse interessato presso il giudice Luciana San Giovanni, oggi presidente della sezione Immigrazione, di una causa di separazione che coinvolgeva il fratello di Ceglia. All’epoca la San Giovanni aveva negato qualsiasi interferenza da parte di Palamara: una smentita netta che, però, non aveva scoraggiato l’accusa.
Il reato contestato era quello di traffico di influenze, che, però, il Parlamento, nel frattempo, ha sensibilmente modificato, facendo uscire dal perimetro della fattispecie punita comportamenti come quelli contestati all’ex presidente dell’Anm e allo stesso Ceglia. Che il 27 febbraio scorso è stato prosciolto dal giudice dell’udienza preliminare di Perugia, Giorgio Margheri, il quale ha dichiarato l’abolitio criminis, riconoscendo che il fatto contestato non costituisce più reato alla luce dell’intervento del legislatore.
All’interno di questo nuovo quadro si inserisce l’istanza di revoca del patteggiamento di Palamara. Che si fonda su un presupposto giuridico evidente: non è possibile mantenere in vita una pronuncia fondata su una fattispecie penale che il Parlamento ha successivamente abrogato.
Ma l’udienza ha un rilievo che va oltre il piano tecnico. Negli ultimi anni, il patteggiamento è stato sfruttato come uno dei principali argomenti di delegittimazione nei confronti di Palamara e delle sue denunce. La tesi, ripetuta come un mantra, era che un accordo di quel tipo equivale a una condanna e rende il diretto interessato un «pregiudicato» e, di conseguenza, un «impresentabile» che non può più intervenire nel dibattito pubblico. Soprattutto alla vigilia del referendum. Una tenzone in cui il fronte del No difende il potere delle correnti e lo status quo del Csm, lo stesso che ancora si spacca in due per le nomine e i cui sostenitori vogliono impedire al vecchio mazziere di spiegare con quali trucchi venissero distribuite le carte. Se la richiesta di revoca dovesse essere accolta, verrebbe meno l’unico elemento formalmente utilizzato per tappare la bocca a Palamara. I suoi avversari, a livello mediatico, strilleranno, come già fatto di fronte alle assoluzioni pronunciate per un altro reato abolito, l’abuso d’ufficio, sostenendo che la maggioranza salva i mariuoli. La realtà di cui occorre prendere atto, invece, è che la vicenda giudiziaria di Palamara si fondava su un reato che il legislatore non ritiene più meritevole di sanzione e che il Sistema delle correnti è ancora vivo e vegeto. «Il governo salva Palamara», griderà qualcuno per portare acqua al mulino del No, ma la verità è che, finalmente, senza un facile capro espiatorio, sarà più evidente come il caso Palamara non abbia portato a nessuna vera riforma del Sistema.
gattopardo
Tutto è rimasto immutato. E i conservatori hanno avuto gioco facile sventolando lo scalpo dell’ex presidente dell’Anm: «Noi abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo eliminato la cellula malata» hanno ripetuto per anni i vertici della magistratura correntizzata. Peccato che nel plotone d’esecuzione della sezione disciplinare che ha impallinato Palamara ci fossero anche diversi suoi beneficiati. La maggior parte di quelli che hanno puntato il dito contro l’ex ras delle nomine sino al giorno prima lo trattavano con rispetto, gli facevano arrivare i propri desiderata, lo invitavano a cene e partite di calcio.
Tra i pochi che non lo frequentavano per motivi di carriera c’era un pm, Fava, che aveva provato a combattere da solo contro quelle che riteneva logiche distorte del potere giudiziario. E da queste era rimasto schiacciato. In quattro e quattr’otto è stato liquidato come un pm «integralista», uno che avrebbe fatto arrestare anche sua madre. Da un giorno all’altro era diventato un paria. Per quanto avesse sempre e solo fatto il proprio lavoro. Però si era macchiato di lesa maestà: aveva osato accusare il suo vecchio procuratore, Giuseppe Pignatone (oggi indagato per favoreggiamento della mafia) e uno dei suoi più stretti collaboratori, Paolo Ielo, il quale contesta a Fava di avere fatto indagini illecite sul proprio conto.
L’ex pm romano è stato rinviato a giudizio per tre reati. Per due (omissione in atti di ufficio e violazione del segreto d’ufficio) è stato assolto in primo grado. È stato, invece, condannato a cinque mesi di reclusione per accesso abusivo a sistema informatico, per avere visionato e scaricato alcuni atti di un processo in cui l’accusa era rappresentata da Ielo e che aveva riguardato il giudice Brunella Bruno (poi assolta), il cui fratello, tre anni più tardi, avrebbe conferito incarichi all’avvocato Domenico Ielo, a sua volta fratello del magistrato. Nel capo di imputazione (che non è mai stato modificato) è indicata come finalità dell’accesso l’avvio di «una campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo «da effettuarsi anche mediante l’ausilio di Palamara».
Il Tribunale, verificata l’insussistenza del fatto così come contestato dal pubblico ministero (per la «campagna mediatica» vi è stata, infatti, l’assoluzione), ha sostenuto, in sentenza, che l’accesso sarebbe stato effettuato per «destare un’attenzione non istituzionale» o per «precostituirsi un dossier» o «per consegnare gli atti a Palamara perché li diffondesse negli ambienti giusti per danneggiare Ielo e Pignatone».
Mercoledì scorso, di fronte ad accuse così confuse, la Procura generale ha chiesto l’assoluzione di Fava perché il fatto non sussiste. Non sussiste per come originariamente contestato e non sussiste per come rimodulato in sentenza. Il sostituto procuratore generale Paolo Barlucchi ha sostenuto che la contestazione dell’accesso abusivo «non può essere riferita ad atti che ancora non si conoscevano». Infatti Fava aveva avuto notizia della sentenza dallo stesso Ielo, ma non aveva cognizione dei dettagli della vicenda.
amara e gli altri
Però la parte più interessante della requisitoria è quella in cui si evidenza come la sentenza di condanna non abbia mai affrontato «i veri problemi posti da Fava con la presentazione dell’esposto al Csm su Pignatone» e sui presunti conflitti d’interessi all’interno dell’ufficio. Infatti, come ha denunciato Fava, almeno due indagati della Procura di Roma, Ezio Bigotti e Piero Amara, avevano intrattenuto rapporti economici con il fratello avvocato di Pignatone.
Non basta. Barlucchi ricorda anche lo «schema» confessato dallo stesso Amara per «inquinare» i processi: «Cercavo di nominare persone che erano vicine perché erano testimoni di matrimonio di qualche magistrato». E qui entra in campo Ielo, visto che Amara aveva scelto come legale Salvino Mondello, compare di nozze dell’ex aggiunto di Roma. Scrive Barlucchi: «Amara, quale verosimile ispiratore degli incarichi di Eni e Condotte al fratello di lelo, questa è la prudente e fondata ipotesi che Fava ha fatto, e quale assistito del migliore amico di lelo, corrispondono esattamente a questo schema».
Il magistrato dell’accusa giustifica ex post le supposizioni di Fava, dal momento che «i rapporti tra Amara e il fratello del procuratore Pignatone e tra Amara e il migliore amico di Ielo, potevano far apparire che le loro decisioni investigative su Amara ne fossero condizionate».
E di fronte a un simile sospetto, secondo Barlucchi, un pm deve poter fare il pm e togliersi i dubbi, senza incorrere in reati, utilizzando le banche dati a disposizione. Come ha fatto Fava.
Va detto che sia Ielo che Pignatone avevano proposto di astenersi nei processi che coinvolgevano Amara, ma Pignatone stesso (per Ielo) e il procuratore generale Giovanni Salvi (per Pignatone) non avevano ritenuto necessario quel passo. E allora Barlucchi si domanda retoricamente: «L’esistenza o meno dei presupposti per l’astensione del procuratore o dell’aggiunto li stabilisce una riunione di ufficio? Li stabilisce sulla sola base delle informazioni ricevute da chi si deve astenere?».
Barlucchi ammette che Pignatone potrebbe essere stato ingannato dal fratello e non mette mai in dubbio l’onorabilità e la buona fede di Ielo (a cui contesta però la permalosità), ma, nello stesso tempo, lascia intendere, a sette anni di distanza, che se si fosse trovato nella situazione di Fava avrebbe avuto gli stessi dubbi. Questa è la sua conclusione: «La realtà si è incaricata di dimostrare che aveva ragione Fava a chiedere al procuratore di valutare con attenzione se vi fossero gravi ragioni di convenienza ad astenersi nel processo a carico di Amara e Bigotti».
A Barlucchi non pare possibile che il Tribunale «non affronti questo tema perché Amara è, al tempo stesso, la ragione per cui Fava riteneva che Pignatone e Ielo si dovessero astenere, e la ragione del contrasto sul mancato assenso da parte loro sulle sue richieste di cattura». A cui Ielo aveva contrapposto ragioni di «opportunità» stigmatizzate da Barlucchi («Questo significa sottrarre elementi di prova» ha detto in aula).
La sentenza di domani su Fava potrebbe riportare ai blocchi di partenza il caso Palamara e consentire a tutti di riflettere sulla cortina fumogena che è stata alzata dalla stessa magistratura a protezione del Sistema.






