Nell’affrontare pacatamente il quesito referendario confesso di non comprendere quale possa essere il vero fine perseguito dai sostenitori del No, pur dubitando che una loro così accorata, veemente e, talune volte, scomposta opposizione vi sarebbe ugualmente stata nel caso in cui la proposta di riforma fosse provenuta da un governo di diverso colore politico.
Carmelo Rinaudo, ex presidente di sezione del Tribunale penale di Roma
Tuttavia, senza voler continuare a pensar male ritenendo che il recondito intento perseguito dai «negazionisti» possa essere, piuttosto, «l’interesse elitario» degli stessi a mantenere inalterato il tanto deprecato «Sistema», sta di fatto che un loro eventuale successo si risolverebbe, purtroppo, con il perpetuare (secondo quel che appare a gran parte dell’opinione pubblica) l’anomala funzione assunta dalle correnti di veicolare all’interno della magistratura anche impostazioni ideologiche di per sé estranee alla giurisdizione e a esercitare un controllo latu sensu «politico», sia sui comportamenti dei singoli magistrati, sia sulla loro carriera, come pure sull’attuazione delle scelte della «politica» propriamente detta.
Anzitutto, sembra quanto meno singolare il fatto che gli esponenti dell’Anm, associazione propriamente sindacale sorta solo per tutelare i diritti di «tutti» gli iscritti e che sembrerebbe poter contare sulla partecipazione attiva di appena il 23% degli associati, abbiano prospettato in modo unitario un orientamento contrario alla riforma assumendo di fatto un ruolo «politico» univoco senza tener conto delle posizioni dissenzienti di gran parte degli associati, fra i quali numerosi e noti pm.
Ancor più rimarchevole è la circostanza che tale atteggiamento assunto dai vertici dell’Anm sia stato «pubblicizzato in modo improprio», utilizzando sedi istituzionali (fra le altre, l’Aula magna della Suprema Corte), avvalendosi del sostegno di vari «influencer» e personaggi dello spettacolo, come tali, completamente estranei alla problematica («che c’azzecca», direbbe l’ex pm Antonio Di Pietro), inserendo abusivamente spot pubblicitari persino nel corso di un recente evento olimpico, nonché facendo ricorso a risorse finanziarie appartenenti a tutti gli iscritti (anche a quelli dissenzienti).
Non meno significativa è, poi, la circostanza che non pochi autorevoli e fieri odierni oppositori, guarda caso, «in altra stagione politica», si siano, invece, espressi chiaramente e con entusiasmo a favore della separazione delle carriere e del sorteggio per l’elezione al Csm.
Per converso, suscita non poche perplessità il fatto che i sostenitori del No, nell’affannoso tentativo di trovare un qualche appiglio, abbiano finito, addirittura, con il reclutare a loro sostegno personaggi che, però, risultano aver avuto idee diametralmente opposte o, comunque, non esplicitamente allineate al loro orientamento conservatore. Basta citare l’errata e plateale chiamata in causa addirittura di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.
iperboli dannose
Inoltre, non dimostra certo senso di fiducia nelle proprie tesi oppositive la patetica e costante criminalizzazione dei riformisti per il Sì, variamente additati, fra l’altro, come nemici dello Stato di diritto, «fascisti», persone connotate da «alto grado di imbecillità e autolesionismo», nonché come responsabili del fatto che, con il Sì alla riforma, «gli omicidi di Stato non saranno più perseguiti», «si indebolirà la lotta alla corruzione», si potranno efficacemente difendere solo i ricchi, o, addirittura, verrebbe portato avanti il progetto massonico della P2. Sino ad affermare che «voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Ciò detto, va ulteriormente rilevato, per ciò che concerne, in particolare, il tanto sbandierato pericolo che la magistratura possa ricadere sotto il controllo della politica, non solo che trattasi di una mera ipotesi distopica in alcun modo ricollegabile a dichiarazioni o eventuali propositi in qualche modo manifestati dai cosiddetti riformisti ma, soprattutto, che siffatto pericolo appare del tutto inesistente.
Analoga riflessione va fatta, poi, per quanto attiene alla tesi secondo la quale la «separazione delle carriere» sarebbe stata già realizzata rendendo difficile il passaggio da una funzione all’altra, ridotto recentemente a pochissimi casi. A parte il fatto che quel che è stato innovato dalla cosiddetta «legge Cartabia» non riguarda affatto le «carriere» bensì le «funzioni», il vero problema che rimane irrisolto è, invece, quello che attiene sia alla presenza dei pm negli stessi organi preposti anche per la valutazione dei giudici (Consigli giudiziari e Csm), sia anche alla «posizione di fatto dominante da sempre assunta dai pm» anche all’interno della stessa Anm, dove ben sette delle ultime nove presidenze sono state conferite ai pm, pur rappresentando essi una netta minoranza (circa 2.250 rispetto a 6.700 giudici). Tant’è che, a suo tempo, è stato necessario addirittura l’intervento del legislatore per ricondurre la composizione dei membri togati anche presso il Csm al reale rapporto numerico fra giudici e pm.
Costituisce, poi, una falsa esigenza quella di dover conservare lo status quo al fine di preservare la «comune cultura della giurisdizione». Condizione che, in realtà, rappresenta un «retaggio storico» riconducibile al regime fascista che, paradossalmente, ha istituito una «comune carriera» dei giudici e dei pm.
Un anacronistico sistema organizzativo che la settima disposizione transitoria della Costituzione aveva in parte mantenuto in vigore «solo in attesa» di una progressiva eliminazione: peraltro, iniziata solo tardivamente con il tentativo della cosiddetta Bicamerale del 1987, proseguita con l’introduzione del Codice Vassalli nel 1989, con la riforma costituzione del 1999 (giusto processo) e, più recentemente, con la mozione presentata per la segreteria del Pd nel 2019, nonché con il programma redatto dallo stesso partito nel 2022 dove veniva, persino, inserita l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
la democrazia non rischia
Del resto, l’esigenza di una «comune cultura della giurisdizione» appare di per sé essere anche ontologicamente incompatibile con la rinnovata figura del pm che è stato costituzionalmente definito semplice «parte» del processo al pari dei difensori e che, perciò, «non è chiamato a giudicare», bensì solo a raccogliere coerentemente tutti gli elementi probatori e a esprimere con correttezza professionale e onestà intellettuale una mera ipotesi investigativa. Altrettanto inaccettabile è la roboante e indimostrata tesi secondo la quale con la riforma verrebbero a essere pregiudicati i diritti del cittadino e minato il principio democratico e dello stato di diritto.
Trattasi, invero, di affermazioni meramente apodittiche e prive di ogni consistenza. Infatti il referendum si propone, piuttosto, il definitivo superamento dello Stato autoritario mediante il rafforzamento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, proprio a maggior garanzia dei diritti individuali. In proposito basta osservare che il sistema della netta separazione delle carriere è stato da tempo adottato senza problemi di sorta presso l’Unione europea (già nel 1997, una specifica risoluzione del Parlamento di Bruxelles riteneva necessario «assicurare la terzietà del giudice giudicante attraverso la separazione della carriera del magistrato inquirente») e in numerosi Paesi occidentali sicuramente «democratici», quali, ad esempio, la Francia, la Germania, la Spagna e, in particolare, il Portogallo, dove è stato introdotto anche lo sdoppiamento del Csm.
Ma è, soprattutto, in merito al sistema di designazione mediante sorteggio che si rivela il carattere puramente velleitario degli oppositori alla riforma, secondo i quali tale innovazione precluderebbe la selezione meritocratica dei candidati, introducendo il principio secondo il quale «uno vale uno» e, perciò, farebbe perdere, legittimazione al Csm e ai vari Consigli territoriali.
È fin troppo facile contrastare tale preoccupazione osservando, anzitutto, quanto poco affidabile sembra essersi rivelato fino ad ora il «sistema correntizio» dominante nell’assicurare una scelta meritocratica piuttosto che clientelare.
Peraltro, sembra alquanto ingenuo e ingeneroso ritenere che dei magistrati, normalmente idonei a risolvere ogni genere di controversia e a trattare qualsiasi tipo di indagine o procedimento penale, possano essere, poi, considerati incapaci, senza il sostegno di un’investitura elettiva fondata sulle «correnti», a svolgere anche le incombenze amministrative attribuite al Csm e ai Consigli giudiziari.
il sorteggio che c’è già
Conviene porre mente al fatto che il ricorso al sorteggio è previsto persino a livello costituzionale per l’integrazione della Corte nei giudizi contro il presidente della Repubblica e per la composizione del tribunale dei ministri, ed è adottato pacificamente per la nomina dei giudici popolari presso le corti d’Assise dove anche dei privati cittadini possono contribuire ad irrogare persino l’ergastolo. Sennonché, leggendo alcuni commenti su social dei sostenitori del No, appare evidente quale sia la vera ragione della loro contrarietà al sistema dell’estrazione a sorte, allorquando si afferma che con esso si creerebbe un Csm «meno forte perché meno legittimato» e, quindi, con «minore capacità di rapportarsi - e se necessario contrapporsi - agli organi politici».
Ma tale impropria contrapposizione politica dovrebbe, invece, restare sempre lontana dalle aule di giustizia e dagli organi posti a garanzia e tutela della magistratura. Ritengo significativo concludere queste mie brevi riflessioni evocando due episodi. Come esponente romano della corrente moderata di Magistratura indipendente, mi schierai, fin dai primi anni Novanta, per la separazione delle carriere e per cercare di ricondurre la funzione associativa alla sua vocazione originaria tesa alla tutela meramente «sindacale» della professionalità e delle condizioni lavorative. Arrivai a sostenere apertamente tali tematiche nel candidarmi (con evidente ingenuità), prima, alle elezioni per il Consiglio direttivo centrale dell’Anm e, poi, a quelle per il Csm.
Il secondo episodio riguarda l’esplicito richiamo fattomi pervenire dall’allora segretario dell’Anm, il quale, dopo aver appreso che io risultavo essere tra i firmatari di un documento (del 1993) con il quale numerosi colleghi invocavano fin dall’ora «il superamento delle correnti» mediante «la rottura degli attuali schemi di rappresentanza associativa», mi inviava una missiva per sapere se, dopo tale mia presa di posizione, fosse da ritenere «tutt’ora permanente» la mia stessa «adesione al gruppo» di Mi. Così venivano soffocate le aspirazioni riformiste. Adesso è arrivata l’occasione per cambiare qualcosa tutti insieme.



