Il «governo dei giudici» è un pericolo perché sacrifica l’interesse pubblico

Se è vero che, come affermato dal ministro Carlo Nordio all’indomani del referendum sulla riforma della giustizia, la vittoria del No è stata soprattutto una vittoria dell’Associazione nazionale magistrati, questo significa che una buona parte degli elettori è disposta ad accettare (pur senza esserne, forse, del tutto consapevole) quello che da molti è definito come «governo dei giudici».
Ne è convinto Sabino Cassese, il quale ha intitolato appunto Il governo dei giudici il suo libro, edito nel 2022, in cui ha messo in luce, deplorandola, l’«invasione» compiuta dal potere giudiziario nel campo della politica e dell’economia e che si è verificata a partire dalle note vicende di Tangentopoli, nell’ormai lontano 1992.
Nella sua analisi Cassese osserva, peraltro, che tale «invasione» si accompagna a un costante calo della fiducia riposta dai cittadini nel sistema giustizia, dovuto anche a quella che appare la sua inefficienza, perdurante - può aggiungersi - a onta dei ripetuti tentativi di riforma, ultimo dei quali quello del 2022, che va sotto il nome di riforma Cartabia.
Se le cose stanno così, in teoria sarebbe difficile dare una spiegazione all’esito del referendum, e si potrebbe anche mettere in discussione il significato che, secondo chi scrive (e molti altri), dovrebbe essergli attribuito. La spiegazione e, quindi, la risoluzione del dubbio considerando che, se è calata la fiducia nella magistratura non è certo aumentata (ma è di pari passo calata) anche quella nella classe politica.
A tale riguardo, non deve trarre in inganno il fatto che l’attuale presidente del Consiglio dei ministri goda, secondo la maggioranza dei sondaggi, di un alto indice di gradimento, trattandosi di un gradimento misurato in raffronto a quello di cui godono altri esponenti politici e che, quindi, non ha nulla a che fare con quello riservato alla classe politica in generale.
Appare dunque lecito chiedersi quale giudizio debba darsi, in linea di principio, un ipotetico «governo dei giudici» vista l’attrattiva esercita (a scapito di quello dei politici) almeno su una parte di coloro che, al referendum, hanno votato No. E tale giudizio non può che essere negativo, essendo il governo dei giudici, comunque si manifesti e lo si intenda, tra i peggiori, se non addirittura il peggiore in assoluto, fra quelli possibili. E ciò non perché i giudici siano normalmente persone le cui caratteristiche morali o intellettuali siano inferiori a quelle degli appartenenti ad altre categorie, politici compresi, ma essenzialmente per la ragione che la loro «forma mentis», proprio per la funzione cui sono preposti, è tale per cui non possono che vedere la «giustizia» vera o presunta, da riconoscere nel singolo caso sottoposto alla loro attenzione. Il che li rende del tutto inidonei alla funzione propria ed essenziale di qualsiasi governo, che è (o dovrebbe essere) quella di riconoscere e perseguire il bene della collettività, a fronte del quale passano in seconda linea le pur legittime aspettative e, se necessario, anche i diritti dei singoli.
Motto del giudice è, tendenzialmente, quello del «fiat iustitia et pereat mundus» (si faccia giustizia e perisca pure il mondo). E ciò vale indipendentemente dalla circostanza che il giudice applichi correttamente al caso concreto la legge vigente, ovvero la ignori o la stravolga per giudicare, in realtà, secondo le sue personali convinzioni. Dev’essere, quindi, compito del legislatore - e cioè dell’autorità politica - fare in modo che l’unica «giustizia» che il giudice è chiamato a compiere, e cioè quella consistente nell’applicazione della legge, non sia mai tale da richiedere che «il mondo perisca», cioè, in concreto, che si produca un danno collettivo (anche solo potenziale) superiore al vantaggio del singolo interessato.
Se così è, a che cosa si deve, allora, l’attrattiva avvertita da una certa parte dei cittadini per il «governo dei giudici»? La risposta potrebbe trovarsi nella diffusa opinione che, essendo i giudici, formalmente, al servizio della legge, senza avere il potere di cambiarla, siano da ritenere, mediamente, più disinteressati (e, quindi, più «onesti») rispetto ai politici, che invece la legge possono farla e disfarla nel loro interesse e, nella migliore delle ipotesi, in quello soltanto dei loro elettori.
Si tratta, però, di un’opinione che, quand’anche fosse fondata, dimentica che la vita dello Stato, inteso come comunità dei cittadini, non può certo esaurirsi nella sola osservanza delle leggi vigenti, a garanzia della quale sono preposti i giudici, ma presenta, giorno per giorno, le più varie e multiformi esigenze, di cui solo la politica può rendersi interprete per operare, conseguentemente, le scelte ritenute più opportune, assumendone, quindi, la relativa responsabilità. Responsabilità alla quale sfugge, invece, il giudice, pur quando si arroghi o gli venga conferito il potere di trasformarsi in una sorta di legislatore del caso concreto, ampliando a dismisura - come, purtroppo, si verifica con sempre maggiore frequenza - la sfera della sua discrezionalità. E le cose non cambierebbero se non in peggio ipotizzando che i giudici, come avviene negli Usa, siano di nomina politica. Rimanendo, comunque, la loro funzione necessariamente confinata alla risoluzione del singolo caso di cui sono chiamati a occuparsi e lasciando intatta l’attuale, eccessiva sfera della loro discrezionalità, il risultato sarebbe solo quello di dar luogo al pericolo che quella risoluzione, anziché rispondere ad almeno ritenute finalità di giustizia sia dettata dall’interesse politico della parte alla quale il giudice deve la propria nomina.
Anche la sola idea, quindi, del «governo dei giudici» va decisamente combattuta, nel superiore interesse tanto della giustizia quanto della collettività dei cittadini, alla luce del fondamentale principio per cui al giudice va riconosciuto il massimo dell’indipendenza ma va lasciato, nel contempo, il minimo della discrezionalità. Un potere, infatti, che oltre a essere indipendente sia anche dotato di una discrezionalità che ecceda quella strettamente necessaria diventa, in sostanza, un potere assoluto. E nei confronti di chi ne sia investito vale sempre il famoso detto del barone John Acton, uomo politico inglese vissuto nel XIX secolo, secondo cui: «il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto».
*Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione





