
Orrore giudiziario. Obbrobrio etico. Matrice satura, inscalfibile, di una certa magistratura. È il caso Enzo Tortora, il peccato originale delle toghe italiane. Orrore e non errore, come ha precisato in questi giorni Raffaele Della Valle, storico avvocato del conduttore di Portobello, protagonista dell’omonima serie tv diretta da Marco Bellocchio, da ieri interamente disponibile su Hbo Max, la prestigiosa piattaforma dello storytelling appena atterrata in Italia (produttori Our Films, Kavac Film, Arte, Rai Fiction, The Apartment, sceneggiatori lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore).
Sei episodi di un’ora ciascuno, interpretati da un cast straordinario, forgiato dall’autore di Buongiorno, notte ed Esterno notte, serie tv tratte da altrettanti film. Ripulito della visionarietà che appesantiva i precedenti lavori, Portobello è un’opera molto riuscita, che rispetta la storia del grande caso italiano, Quando l’Italia perse la faccia, per dirla ancora con Della Valle, e hai voglia a tenerti distante dall’atavico e più che mai attuale dissidio tra politica e magistratura. Il caso Tortora fu lo sfondo non solo emotivo sul quale l’8 e 9 novembre 1987 si votò per il referendum che ampliò la responsabilità civile dei giudici (80% di Sì, ma rimasto lettera morta). E ora, a 39 anni dal ritorno in onda, il 20 febbraio 1987, dopo l’assoluzione del conduttore con il celebre «dove eravamo rimasti», questo «orrore» approda sulle nostre televisioni alla vigilia di un’altra, catalizzante, consultazione referendaria. Intervistato da Marco Damilano su Rai 3, Bellocchio ha ammesso che la serie sarà tirata per la giacchetta dagli schieramenti in campo nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma, dopo aver premesso che non avrebbe rivelato come voterà, ha auspicato che serva a discutere «nel merito della riforma, oltre le polarizzazioni».
Intanto, l’opera parla abbondantemente da sola. Il caso Tortora fu un obbrobrio etico perché conseguenza di una mentalità e di un modus operandi. Anzi, forse di un’antropologia. L’arroganza produce sciatteria, la presunzione determina superficialità (quanti esempi anche in altri campi). Bastano pochi appigli per suffragare un’accusa e avvalorare una condanna. Solo che, così facendo, si nuota inconsapevolmente nella bolla di un teorema, senza avvertire il bisogno di trovare conferme alle delazioni.
Dalla vertiginosa ascesa fino ai 28 milioni di telespettatori, ipnotizzati dal pappagallo del «mercatino del venerdì» che regalò enorme popolarità a Tortora, alle calunnie di una schiera di pentiti che lo fecero arrestare il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, fino alla tardiva assoluzione dopo la candidatura all’Europarlamento con il Pr di Marco Pannella, al breve ritorno in onda prima della morte 11 mesi dopo, per raccontare la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano, Bellocchio scolpisce tre nuclei protagonisti della storia: Tortora e la sua famiglia di donne, la batteria dei pentiti e accusatori e il manipolo di magistrati inquirenti.
In ottima forma a 86 anni, frenati certi rigurgiti ideologici, dirige con maestria Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista, riproposto nelle posture e nelle inflessioni genovesi, Barbora Bobulova nelle vesti della sorella Anna, Romana Maggiora Vergano in quelle dell’amante Francesca Scopelliti, Lino Musella, il camorrista dissociato e allucinato Giovanni Pandico, Giovanni Buselli nella parte di Gianni Melluso detto «il bello», altro accusatore impenitente, poi Massimiliano Rossi che fa Pasquale Barra, 66 assassinii mandato da Raffaele Cutolo, Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, Fausto Russo Alesi, il pubblico ministero Diego Marmo, Salvatore D’Onofrio, il giudice a latere dell’appello Michele Morello, Paolo Pierobon, l’avvocato Alberto Dall’Ora e Davide Mancini lo stesso Della Valle, mentre solo Tommaso Ragno, Marco Pannella, appare un filo fuori fuoco.
Tre piccole comunità di persone dipinte con grande padronanza di strumenti, dalla fotografia alle scelte linguistiche, dalle inquadrature alle pillole di filmati dell’epoca nel backstage del programma Rai, laboratorio di mezza televisione dei decenni a venire. Soprattutto, tratteggiate da alcune trovate geniali dentro un racconto imperdibile. L’introspezione di Tortora, signore mite e colto che votava Partito liberale, ma in tv esaltava la provincia italiana e per questo inviso agli intellettuali engagé («Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?», chiede alla giornalista che glieli rinfaccia). Il suo autocontrollo quando dal vertice del successo precipita nell’inferno del carcere. La scena potente dell’ora d’aria, rapato a zero, sulle note di Jesahel dei Delirium del genovese Ivano Fossati, molto evocativa sebbene antecedente di 12 anni. Il dialogo telefonico con la madre, appena giunto agli arresti domiciliari dopo mesi di frustrazione: «Perché proprio a me, tra cinque miliardi di esseri umani sulla terra?»; «Enzo, non ti montare la testa. Mangia e riposa. Io continuerò a pregare per te anche se sei un miscredente»; «Hai ragione, mamma. Tu sai sempre riportarmi con i piedi per terra». I ritratti ad alta definizione dei pentiti cutoliani ed ex cutoliani, interpretati da bravissimi caratteristi. Il confronto al dibattimento come un derby dei belli della criminalità tra Melluso e Renato Vallanzasca. Meno profilati sembrano i magistrati, anche se abbozzati con sagaci tocchi di regia. Il pm Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella) sempre schermato da occhiali da sole fumé e Diego Marmo che si accarezza i capelli con un pettine tascabile e sparisce durante l’arringa della difesa. Il resto lo fanno gli incubi dello stesso Tortora, le toghe mascherate da Pulcinella, come lui li appellava nei suoi scritti, e il gigantesco castello di carte che lo ritraggono presunto colpevole. Dopo la condanna, i cronisti festeggiano a cena con canti e brindisi, «ce lo siamo tolto dai c…».
Il fatto che i magistrati del processo di primo grado fecero tutti carriera e che non la fece, invece, Morello, il giudice dell’Appello che cercò i riscontri probatori delle rivelazioni fino a far assolvere Tortora, dimostra che non si trattò solo di un errore. Ma dell’azione di una casta protetta da un sistema, per dirla con Luca Palamara e Alessandro Sallusti, basato sulle correnti e sulle reciprocità della categoria. «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato», recita l’incipit di Il processo di Franz Kafka. Ma qualcun altro, molti altri, potenti, decisero di credere pedissequamente a quelle calunnie. Forse ce n’è abbastanza per non scartare a priori l’idea del test psicoattitudinale per chi si accinge a una professione tanto delicata.






