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2026-02-21
Omicidi misteriosi intorno a Epstein. Riaperte le indagini sullo Zorro ranch
Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell (Ansa)
C’è una parola che ricorre insistentemente e rende il caso Epstein, se possibile, ancora più scabroso: morte. È stato lo stesso Dipartimento della Giustizia statunitense a dichiarare che le scene di «morte e abusi fisici» sono state censurate nella pubblicazione dei file. Il ministero, per la verità, ha soltanto seguito il dettato dell’Epstein files transparency act, che oltre a ordinare la desecretazione dei documenti ha fissato anche i criteri in base a cui farlo. Se si è giunti a specificarne uno simile, ci deve essere stato un motivo. Tanto più che le foto del corpo di Jeffrey Epstein apparentemente senza vita, la mattina del 10 agosto 2019, sono state diffuse. Di morte si parla in un’altra email desecretata, in cui un ex dipendente dello Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, riferiva di due ragazze uccise dopo violenti abusi sessuali e seppellite fuori dalla proprietà. E la morte è stata protagonista, purtroppo, anche di un terribile episodio avvenuto nella proprietà della famiglia reale dove ieri è stato arrestato l’ex principe Andrea Windsor. Lì, nella tenuta di Sandringham, il giorno di capodanno del 2012 è stato ritrovato il cadavere di una ragazzina lettone di 17 anni.
Dell’inquietante racconto relativo allo Zorro Ranch si è già dato conto su queste pagine lo scorso 6 febbraio, quando quasi tutti i quotidiani ignoravano lo scandalo o cercavano di minimizzarlo riducendolo a poche notizie riguardanti soggetti il cui legame con Epstein era già arcinoto. Ora, però, nessuno può ignorarlo: non solo l’arresto di un reale britannico ha acceso ancora più i riflettori sul caso, ma perfino il procuratore generale del New Mexico «ha ordinato la riapertura dell’indagine penale sulle accuse di attività illegali presso lo Zorro Ranch di Jeffrey Epstein». «Sebbene l’indagine precedente dello Stato del New Mexico», si legge nel comunicato, «fosse stata chiusa nel 2019 su richiesta dell’Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Sud di New York, le rivelazioni contenute nei file Fbi precedentemente sigillati giustificano un ulteriore esame». Qualche giorno prima, il Parlamento del New Mexico aveva istituito all’unanimità una commissione d’inchiesta sulla stessa questione.
La storia è terribile e, se si rivelasse vera, renderebbe questo scandalo qualcosa di vicino a un inferno sulla terra. Un mittente anonimo il 21 novembre 2019 inviò a Eddy Aragon, noto conduttore radiofonico conservatore nel New Mexico, un’email presentandosi come ex dipendente dello Zorro. «Il materiale qui sotto è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di future cause legali contro di lui», si legge nel messaggio, che in basso elenca sette link a sette diversi video (tre «video di sesso con ragazza minorenne», due «threesome», una «confessione a Magam G», verosimilmente Ghislaine Maxwell, e «Ragazze della Bay Area tentativo di suicidio»). Poi, però, l’anonimo racconta la «cosa più sconvolgente»: due ragazze straniere morte per strangolamento durante sedute di sesso estremo e sepolte fuori dal ranch su ordine di «Jeffrey e di Madam G». Aragon non pagò, ma inoltrò l’email alle autorità: ora il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ne ha chiesto la versione originale, cioè senza nomi oscurati.
Ma c’è un’altra storia terribile di morte, rimasta irrisolta, che se questa fosse vera potrebbe destare ulteriori inquietudini. Tanto più che, come racconta l’articolo della pagina a fianco, pare che Epstein coltivasse un particolare tipo di pianta, le trombe degli angeli, la cui ingestione porta alla perdita della capacità di intendere e di volere (e potenzialmente alla morte). Come accennato sopra, il 1° gennaio 2012, all’interno della stessa tenuta di Sandringham di proprietà della famiglia reale dove ieri è stato prelevato l’ex principe Andrea, un uomo a spasso con il suo cane trovò il cadavere di una ragazzina. Era una zona boscosa, non lontana dalla residenza reale (circa tre miglia) ma accessibile a tutti. L’autopsia rivelò che la morte non fosse dovuta a cause naturali o a incidenti, e la polizia britannica aprì subito un’indagine per omicidio. Pochi giorni dopo identificarono la vittima: si trattava di Alisa Dmitrijeva, una ragazza lettone di 17 anni scomparsa da agosto del 2011. Sulla giovane mancavano evidenti segni di violenza, forse a causa della decomposizione avanzata (si ritiene fosse stata uccisa nel periodo della scomparsa). Il caso è rimasto irrisolto: due uomini lituani, Robertas Lukosius e Lauras Boiko, visti con lei l’ultima notte, furono arrestati e poi rilasciati per mancanza di prove.
Ad oggi, non sono mai state mosse accuse di omicidio contro Jeffrey Epstein, tanto meno contro Andrea Windsor. La suggestione tuttavia non può non venire: molte delle ragazze di cui si parla nei file provengono dall’Est Europa, Lettonia inclusa, considerato terreno di caccia per il reclutamento. Lo stesso ex primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che i file mostrano come Epstein utilizzasse l’aeroporto di Stansted per trasportare ragazze provenienti da Lettonia, Lituania e Russia. Considerato il valore che può dare alla vita umana un uomo come Jeffrey Epstein, condannato per la prima volta nel 2008 e poi arrestato nuovamente nel 2019 per traffico e abusi sessuali su minori, usati per altro per ricattare i potenti, c’è molto materiale su cui interrogarsi. D’altronde, egli stesso in una email del 2013 a Boris Nikolic (all’epoca direttore scientifico di Bill Gates alla Gates Foundation), sosteneva che l’affermazione secondo cui «ogni vita è uguale alle altre» fosse «ridicola» e «il peggio del cattolicesimo».
Su Andrea Windsor attendiamo le indagini, che per ora però non contemplano i reati sessuali, ma su quello di cui fosse capace Epstein, suo amico e assiduo frequentatore, è probabile si debba spostare la finestra delle possibilità.
Stordiva le vittime con il «soffio del diavolo»
Non solo ragazze. Non solo jet privati. Non solo ville ai Caraibi. Nei nuovi fascicoli sul caso Epstein compaiono anche delle piante. In una mail del 3 marzo 2014, Jeffrey Epstein scrive a una sua collaboratrice di chiedere informazioni sulle «mie piante a tromba nel vivaio». Un’espressione apparentemente innocua: forse il finanziere pedofilo aveva il pollice verde? Eppure quelle piante, note come «trombe degli angeli» per la loro caratteristica forma, hanno un soprannome assai meno poetico: soffio del diavolo.
Si tratta, infatti, di arbusti ornamentali appartenenti ai generi Brugmansia e Datura, caratterizzati da grandi fiori pendenti e da un profumo dolciastro. Dietro l’estetica esotica, però, si nasconde una chimica potente. Foglie e corolle contengono alcaloidi tropanici (tra cui scopolamina, atropina e iosciamina), cioè sostanze capaci di interferire con il sistema nervoso centrale. La scopolamina, in particolare, agisce bloccando specifici recettori cerebrali: in ambito medico, è utilizzata in dosi controllate contro la nausea o il mal d’auto. Ma, in quantità elevate, può provocare amnesia, disorientamento, perdita di controllo e stati di forte suggestionabilità. In diversi reportage internazionali, del resto, la scopolamina è stata più volte descritta come una sostanza in grado di rendere chi la assume estremamente vulnerabile, incapace di reagire alle minacce o addirittura di ricordare con precisione quanto accaduto (può anche provocare la morte). E c’è un altro elemento che alimenta i sospetti: risulta difficile da individuare attraverso i normali esami tossicologici, soprattutto a distanza di tempo.
Nei documenti di Epstein recentemente desecretati, compare anche un’altra email, datata gennaio 2015, inoltrata alla casella del finanziere pedofilo, che rimanda a un articolo dedicato proprio alla scopolamina, definita come «una droga capace di eliminare il libero arbitrio». Formula un po’ sensazionalistica, certo. Ma che oggi, riletta alla luce del curriculum criminale di Epstein, condannato per reati sessuali e accusato di aver orchestrato una rete di sfruttamento di minori, fa venire la pelle d’oca.
Allo stato attuale, non vi sono prove che Epstein abbia effettivamente utilizzato questa sostanza per stordire le sue vittime. Tuttavia, il fatto che nelle sue comunicazioni compaiano riferimenti diretti alle «trombe degli angeli» e agli effetti della scopolamina aggiunge un tassello agghiacciante a una storia già segnata da accuse di manipolazione, coercizione e ricatto. Nel contesto di una vicenda in cui giovani ragazze sono state adescate, isolate e rese vulnerabili, ogni riferimento a sostanze capaci di alterare memoria e volontà non può che sollevare parecchi interrogativi.
Ma non è tutto. I documenti desecretati rivelano anche altro: denaro, molto denaro. Pochi giorni prima dell’arresto del finanziere pedofilo del luglio 2019, come riportato da Reuters, furono trasferiti - su indicazione di Epstein - quasi 28 milioni di dollari per l’acquisto di un palazzo a Marrakesh, in Marocco. I bonifici passarono attraverso conti aperti presso il colosso finanziario Charles Schwab, che solo nell’aprile di quell’anno aveva attivato tre nuovi conti per società riconducibili al finanziere. Dopo l’arresto di Epstein, fu presentata alle autorità una segnalazione di operazione sospetta. L’acquisto del palazzo non andò poi in porto, ma la tempistica dei trasferimenti e la mole delle somme movimentate hanno riacceso i riflettori sul ruolo degli intermediari finanziari che continuarono a operare con Epstein fino agli ultimi giorni prima del carcere.
Ieri gli eredi di Epstein hanno raggiunto un accordo preliminare fino a 35 milioni di dollari per chiudere una class action intentata da alcuni sopravvissuti alla sua rete di sfruttamento. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una lunga battaglia legale: negli anni scorsi, il fondo di risarcimento istituito dagli eredi aveva già erogato circa 121 milioni di dollari alle vittime, ai quali si erano aggiunti ulteriori 49 milioni di dollari in altri accordi transattivi. Cifre che danno la misura di una struttura economica imponente, gestita attraverso trust e fiduciari, e di responsabilità che vanno oltre la sola figura del finanziere.
Nel frattempo, è tornato a far parlare di sé Les Wexner, l’ex ad di Victoria’s Secret che, per anni, affidò a Epstein la gestione del proprio patrimonio. Citato più volte nei file desecretati, l’Fbi lo ha indicato come possibile «co-cospiratore» di Epstein, senza che ciò si sia mai tradotto in un’incriminazione formale. Ebbene, il miliardario è stato ascoltato in Ohio in un’audizione che ha fatto molto scalpore. Durante la deposizione, il suo avvocato lo ha interrotto, tra le risate, per sussurrargli all’orecchio: «Ti ammazzo se rispondi a un’altra domanda con più di cinque parole». Peccato solo che il microfono fosse aperto: il video del siparietto è diventato subito virale.
La polizia sente la scorta di Andrea. Al vaglio pure il traffico di minori
Le indagini Andrea Mountbatten-Windsor continuano, dopo che giovedì il fratello di re Carlo III è stato arrestato per 12 ore e poi rilasciato. A quanto pare, accanto alle accuse per abuso di ufficio, le autorità avrebbero iniziato a indagare l’ex principe anche per traffico di minori.
Nelle ultime ore la cornice non riguarda solo gli scandali sessuali ma anche bancarotte finanziarie e un’ondata di indignazione. In particolare, emerge un filo rosso che lega Jeffrey Epstein all’ex principe Andrea Mountbatten-Windsor e all’ex vicepremier laburista Peter Mandelson. Dopo l’arresto di giovedì, ieri la Thames Valley Police ha continuato le perquisizioni nella residenza del reale; è emerso un sondaggio di YouGov secondo cui l’82% dei britannici chiede la sua esclusione dalla linea della successione al trono; la società di consulenza di Mandelson ha annunciato la bancarotta e licenziamenti di massa.
Peter Mandelson è stato un ex ministro laburista, vicepremier tra il 2009 e il 2010 e poi ambasciatore britannico negli Usa. Lo scorso anno, però, è stato rimosso dal suo incarico per i legami con Epstein: su di lui ora pende l’accusa di aver passato al finanziere statunitense informazioni di rilevanza istituzionale. Tradotto: indagini per abuso d’ufficio, dimissioni dal Partito laburista e rinuncia al suo seggio a vita alla Camera dei Lord. Ieri è emerso il colpo di coda dello scandalo con la dichiarazione di bancarotta della sua società di consulenza, Global Counsel. Molti clienti, tra cui Barclays, Tesco e Klarna, hanno annullato i loro contratti e la maggior parte degli 80 dipendenti è stata licenziata.
Lo scandalo lega Mandelson e Andrea in modo tutt’altro che casuale e non solo perché le accuse riguardano entrambe l’abuso d’ufficio. Secondo il Telegraph, infatti, l’ex vicepremier avrebbe aiutato la nomina dell’ex principe a Rappresentante speciale del Regno Unito per il Commercio contro la volontà dell’attuale Re. Era il 2001 e l’allora principe Carlo considerava suo fratello inadatto al ruolo dato che, secondo quanto riporta il tabloid britannico, «aveva la reputazione di sfruttare il suo status per viaggiare per il mondo, giocare a golf oltre ad essere considerato un playboy impenitente». La regina Elisabetta II, però, respinse l’obiezione e consentì al figlio prediletto di ricoprire l’incarico.
Non sorprende allora la posizione della famiglia reale, con re Carlo in testa, subito dopo l’arresto del fratello mercoledì scorso: «La questione deve essere indagata nel modo appropriato dalle autorità competente. In questo hanno il nostro pieno e sincero sostegno».
Le indagini della polizia, intanto, proseguono. Le perquisizioni della Royal Lodge (l’ex residenza di Andrea a Windsor, Berkshire) sono previste fino a lunedì (quelle nella residenza della tenuta di Sandringham, dove vive ora, sono state dichiarate concluse). L’ipotesi da cui sono partiti gli investigatori è che Andrea abbia condiviso materiale riservato con Epstein nel periodo in cui era inviato speciale per il commercio. In più, nelle ultime ore la polizia sta indagando anche su presunti abusi di minori sempre in relazione a Epstein. In questo senso, Scotland Yard ha interrogato anche agenti della scorta di sicurezza dell’ex principe per verificare se ci siano elementi rilevanti per le indagini. È in corso anche la collaborazione con le controparti negli Stati Uniti per stabilire se gli aeroporti di Londra siano stati utilizzati per «favorire la tratta di esseri umani e lo sfruttamento sessuale».
Le ripercussioni cadono anche in ambito familiare. Secondo i tabloid, l’ex moglie, Sarah Ferguson, e le due figlie «sono sotto shock» e si prevede la chiusura di sei aziende nei prossimi dieci giorni. Secondo alcune indiscrezioni solo gli Emirati Arabi Uniti potrebbero evitare la bancarotta, soprattutto considerando le allusioni di una e-mail che vedeva l’ex moglie percepire un sostegno finanziario da parte di Epstein. Chiude il cerchio l’opinione pubblica. Secondo YouGov, l’82% dei britannici ritiene che l’ex principe debba essere rimosso dalla linea di successione. E per una volta la politica non si discosta: secondo la Bbc, il governo sta valutando una legge in tal senso.
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La Procura del New Mexico esplorerà la pista dei cadaveri sepolti. Nel 2011 una morte inspiegabile nelle proprietà reali.Nei messaggi dell’imprenditore, riferimenti alle trombe degli angeli, pianta da lui coltivata che, se ingerita, ha potenti effetti sul sistema nervoso centrale, tanto da «eliminare il libero arbitrio». La notizia, accostata agli abusi sulle ragazzine, è inquietante.L’inchiesta non è più circoscritta all’abuso di ufficio. Mandelson va in bancarotta.Lo speciale contiene tre articoliC’è una parola che ricorre insistentemente e rende il caso Epstein, se possibile, ancora più scabroso: morte. È stato lo stesso Dipartimento della Giustizia statunitense a dichiarare che le scene di «morte e abusi fisici» sono state censurate nella pubblicazione dei file. Il ministero, per la verità, ha soltanto seguito il dettato dell’Epstein files transparency act, che oltre a ordinare la desecretazione dei documenti ha fissato anche i criteri in base a cui farlo. Se si è giunti a specificarne uno simile, ci deve essere stato un motivo. Tanto più che le foto del corpo di Jeffrey Epstein apparentemente senza vita, la mattina del 10 agosto 2019, sono state diffuse. Di morte si parla in un’altra email desecretata, in cui un ex dipendente dello Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, riferiva di due ragazze uccise dopo violenti abusi sessuali e seppellite fuori dalla proprietà. E la morte è stata protagonista, purtroppo, anche di un terribile episodio avvenuto nella proprietà della famiglia reale dove ieri è stato arrestato l’ex principe Andrea Windsor. Lì, nella tenuta di Sandringham, il giorno di capodanno del 2012 è stato ritrovato il cadavere di una ragazzina lettone di 17 anni. Dell’inquietante racconto relativo allo Zorro Ranch si è già dato conto su queste pagine lo scorso 6 febbraio, quando quasi tutti i quotidiani ignoravano lo scandalo o cercavano di minimizzarlo riducendolo a poche notizie riguardanti soggetti il cui legame con Epstein era già arcinoto. Ora, però, nessuno può ignorarlo: non solo l’arresto di un reale britannico ha acceso ancora più i riflettori sul caso, ma perfino il procuratore generale del New Mexico «ha ordinato la riapertura dell’indagine penale sulle accuse di attività illegali presso lo Zorro Ranch di Jeffrey Epstein». «Sebbene l’indagine precedente dello Stato del New Mexico», si legge nel comunicato, «fosse stata chiusa nel 2019 su richiesta dell’Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Sud di New York, le rivelazioni contenute nei file Fbi precedentemente sigillati giustificano un ulteriore esame». Qualche giorno prima, il Parlamento del New Mexico aveva istituito all’unanimità una commissione d’inchiesta sulla stessa questione. La storia è terribile e, se si rivelasse vera, renderebbe questo scandalo qualcosa di vicino a un inferno sulla terra. Un mittente anonimo il 21 novembre 2019 inviò a Eddy Aragon, noto conduttore radiofonico conservatore nel New Mexico, un’email presentandosi come ex dipendente dello Zorro. «Il materiale qui sotto è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di future cause legali contro di lui», si legge nel messaggio, che in basso elenca sette link a sette diversi video (tre «video di sesso con ragazza minorenne», due «threesome», una «confessione a Magam G», verosimilmente Ghislaine Maxwell, e «Ragazze della Bay Area tentativo di suicidio»). Poi, però, l’anonimo racconta la «cosa più sconvolgente»: due ragazze straniere morte per strangolamento durante sedute di sesso estremo e sepolte fuori dal ranch su ordine di «Jeffrey e di Madam G». Aragon non pagò, ma inoltrò l’email alle autorità: ora il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ne ha chiesto la versione originale, cioè senza nomi oscurati. Ma c’è un’altra storia terribile di morte, rimasta irrisolta, che se questa fosse vera potrebbe destare ulteriori inquietudini. Tanto più che, come racconta l’articolo della pagina a fianco, pare che Epstein coltivasse un particolare tipo di pianta, le trombe degli angeli, la cui ingestione porta alla perdita della capacità di intendere e di volere (e potenzialmente alla morte). Come accennato sopra, il 1° gennaio 2012, all’interno della stessa tenuta di Sandringham di proprietà della famiglia reale dove ieri è stato prelevato l’ex principe Andrea, un uomo a spasso con il suo cane trovò il cadavere di una ragazzina. Era una zona boscosa, non lontana dalla residenza reale (circa tre miglia) ma accessibile a tutti. L’autopsia rivelò che la morte non fosse dovuta a cause naturali o a incidenti, e la polizia britannica aprì subito un’indagine per omicidio. Pochi giorni dopo identificarono la vittima: si trattava di Alisa Dmitrijeva, una ragazza lettone di 17 anni scomparsa da agosto del 2011. Sulla giovane mancavano evidenti segni di violenza, forse a causa della decomposizione avanzata (si ritiene fosse stata uccisa nel periodo della scomparsa). Il caso è rimasto irrisolto: due uomini lituani, Robertas Lukosius e Lauras Boiko, visti con lei l’ultima notte, furono arrestati e poi rilasciati per mancanza di prove. Ad oggi, non sono mai state mosse accuse di omicidio contro Jeffrey Epstein, tanto meno contro Andrea Windsor. La suggestione tuttavia non può non venire: molte delle ragazze di cui si parla nei file provengono dall’Est Europa, Lettonia inclusa, considerato terreno di caccia per il reclutamento. Lo stesso ex primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che i file mostrano come Epstein utilizzasse l’aeroporto di Stansted per trasportare ragazze provenienti da Lettonia, Lituania e Russia. Considerato il valore che può dare alla vita umana un uomo come Jeffrey Epstein, condannato per la prima volta nel 2008 e poi arrestato nuovamente nel 2019 per traffico e abusi sessuali su minori, usati per altro per ricattare i potenti, c’è molto materiale su cui interrogarsi. D’altronde, egli stesso in una email del 2013 a Boris Nikolic (all’epoca direttore scientifico di Bill Gates alla Gates Foundation), sosteneva che l’affermazione secondo cui «ogni vita è uguale alle altre» fosse «ridicola» e «il peggio del cattolicesimo». 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Un’espressione apparentemente innocua: forse il finanziere pedofilo aveva il pollice verde? Eppure quelle piante, note come «trombe degli angeli» per la loro caratteristica forma, hanno un soprannome assai meno poetico: soffio del diavolo.Si tratta, infatti, di arbusti ornamentali appartenenti ai generi Brugmansia e Datura, caratterizzati da grandi fiori pendenti e da un profumo dolciastro. Dietro l’estetica esotica, però, si nasconde una chimica potente. Foglie e corolle contengono alcaloidi tropanici (tra cui scopolamina, atropina e iosciamina), cioè sostanze capaci di interferire con il sistema nervoso centrale. La scopolamina, in particolare, agisce bloccando specifici recettori cerebrali: in ambito medico, è utilizzata in dosi controllate contro la nausea o il mal d’auto. Ma, in quantità elevate, può provocare amnesia, disorientamento, perdita di controllo e stati di forte suggestionabilità. In diversi reportage internazionali, del resto, la scopolamina è stata più volte descritta come una sostanza in grado di rendere chi la assume estremamente vulnerabile, incapace di reagire alle minacce o addirittura di ricordare con precisione quanto accaduto (può anche provocare la morte). E c’è un altro elemento che alimenta i sospetti: risulta difficile da individuare attraverso i normali esami tossicologici, soprattutto a distanza di tempo.Nei documenti di Epstein recentemente desecretati, compare anche un’altra email, datata gennaio 2015, inoltrata alla casella del finanziere pedofilo, che rimanda a un articolo dedicato proprio alla scopolamina, definita come «una droga capace di eliminare il libero arbitrio». Formula un po’ sensazionalistica, certo. Ma che oggi, riletta alla luce del curriculum criminale di Epstein, condannato per reati sessuali e accusato di aver orchestrato una rete di sfruttamento di minori, fa venire la pelle d’oca.Allo stato attuale, non vi sono prove che Epstein abbia effettivamente utilizzato questa sostanza per stordire le sue vittime. Tuttavia, il fatto che nelle sue comunicazioni compaiano riferimenti diretti alle «trombe degli angeli» e agli effetti della scopolamina aggiunge un tassello agghiacciante a una storia già segnata da accuse di manipolazione, coercizione e ricatto. Nel contesto di una vicenda in cui giovani ragazze sono state adescate, isolate e rese vulnerabili, ogni riferimento a sostanze capaci di alterare memoria e volontà non può che sollevare parecchi interrogativi.Ma non è tutto. I documenti desecretati rivelano anche altro: denaro, molto denaro. Pochi giorni prima dell’arresto del finanziere pedofilo del luglio 2019, come riportato da Reuters, furono trasferiti - su indicazione di Epstein - quasi 28 milioni di dollari per l’acquisto di un palazzo a Marrakesh, in Marocco. I bonifici passarono attraverso conti aperti presso il colosso finanziario Charles Schwab, che solo nell’aprile di quell’anno aveva attivato tre nuovi conti per società riconducibili al finanziere. Dopo l’arresto di Epstein, fu presentata alle autorità una segnalazione di operazione sospetta. L’acquisto del palazzo non andò poi in porto, ma la tempistica dei trasferimenti e la mole delle somme movimentate hanno riacceso i riflettori sul ruolo degli intermediari finanziari che continuarono a operare con Epstein fino agli ultimi giorni prima del carcere.Ieri gli eredi di Epstein hanno raggiunto un accordo preliminare fino a 35 milioni di dollari per chiudere una class action intentata da alcuni sopravvissuti alla sua rete di sfruttamento. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una lunga battaglia legale: negli anni scorsi, il fondo di risarcimento istituito dagli eredi aveva già erogato circa 121 milioni di dollari alle vittime, ai quali si erano aggiunti ulteriori 49 milioni di dollari in altri accordi transattivi. Cifre che danno la misura di una struttura economica imponente, gestita attraverso trust e fiduciari, e di responsabilità che vanno oltre la sola figura del finanziere.Nel frattempo, è tornato a far parlare di sé Les Wexner, l’ex ad di Victoria’s Secret che, per anni, affidò a Epstein la gestione del proprio patrimonio. Citato più volte nei file desecretati, l’Fbi lo ha indicato come possibile «co-cospiratore» di Epstein, senza che ciò si sia mai tradotto in un’incriminazione formale. Ebbene, il miliardario è stato ascoltato in Ohio in un’audizione che ha fatto molto scalpore. Durante la deposizione, il suo avvocato lo ha interrotto, tra le risate, per sussurrargli all’orecchio: «Ti ammazzo se rispondi a un’altra domanda con più di cinque parole». Peccato solo che il microfono fosse aperto: il video del siparietto è diventato subito virale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/omicidi-misteriosi-intorno-a-epstein-riaperte-le-indagini-sullo-zorro-ranch-2675289824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-polizia-sente-la-scorta-di-andrea-al-vaglio-pure-il-traffico-di-minori" data-post-id="2675289824" data-published-at="1771624742" data-use-pagination="False"> La polizia sente la scorta di Andrea. Al vaglio pure il traffico di minori Le indagini Andrea Mountbatten-Windsor continuano, dopo che giovedì il fratello di re Carlo III è stato arrestato per 12 ore e poi rilasciato. A quanto pare, accanto alle accuse per abuso di ufficio, le autorità avrebbero iniziato a indagare l’ex principe anche per traffico di minori. Nelle ultime ore la cornice non riguarda solo gli scandali sessuali ma anche bancarotte finanziarie e un’ondata di indignazione. In particolare, emerge un filo rosso che lega Jeffrey Epstein all’ex principe Andrea Mountbatten-Windsor e all’ex vicepremier laburista Peter Mandelson. Dopo l’arresto di giovedì, ieri la Thames Valley Police ha continuato le perquisizioni nella residenza del reale; è emerso un sondaggio di YouGov secondo cui l’82% dei britannici chiede la sua esclusione dalla linea della successione al trono; la società di consulenza di Mandelson ha annunciato la bancarotta e licenziamenti di massa.Peter Mandelson è stato un ex ministro laburista, vicepremier tra il 2009 e il 2010 e poi ambasciatore britannico negli Usa. Lo scorso anno, però, è stato rimosso dal suo incarico per i legami con Epstein: su di lui ora pende l’accusa di aver passato al finanziere statunitense informazioni di rilevanza istituzionale. Tradotto: indagini per abuso d’ufficio, dimissioni dal Partito laburista e rinuncia al suo seggio a vita alla Camera dei Lord. Ieri è emerso il colpo di coda dello scandalo con la dichiarazione di bancarotta della sua società di consulenza, Global Counsel. Molti clienti, tra cui Barclays, Tesco e Klarna, hanno annullato i loro contratti e la maggior parte degli 80 dipendenti è stata licenziata.Lo scandalo lega Mandelson e Andrea in modo tutt’altro che casuale e non solo perché le accuse riguardano entrambe l’abuso d’ufficio. Secondo il Telegraph, infatti, l’ex vicepremier avrebbe aiutato la nomina dell’ex principe a Rappresentante speciale del Regno Unito per il Commercio contro la volontà dell’attuale Re. Era il 2001 e l’allora principe Carlo considerava suo fratello inadatto al ruolo dato che, secondo quanto riporta il tabloid britannico, «aveva la reputazione di sfruttare il suo status per viaggiare per il mondo, giocare a golf oltre ad essere considerato un playboy impenitente». La regina Elisabetta II, però, respinse l’obiezione e consentì al figlio prediletto di ricoprire l’incarico.Non sorprende allora la posizione della famiglia reale, con re Carlo in testa, subito dopo l’arresto del fratello mercoledì scorso: «La questione deve essere indagata nel modo appropriato dalle autorità competente. In questo hanno il nostro pieno e sincero sostegno».Le indagini della polizia, intanto, proseguono. Le perquisizioni della Royal Lodge (l’ex residenza di Andrea a Windsor, Berkshire) sono previste fino a lunedì (quelle nella residenza della tenuta di Sandringham, dove vive ora, sono state dichiarate concluse). L’ipotesi da cui sono partiti gli investigatori è che Andrea abbia condiviso materiale riservato con Epstein nel periodo in cui era inviato speciale per il commercio. In più, nelle ultime ore la polizia sta indagando anche su presunti abusi di minori sempre in relazione a Epstein. In questo senso, Scotland Yard ha interrogato anche agenti della scorta di sicurezza dell’ex principe per verificare se ci siano elementi rilevanti per le indagini. È in corso anche la collaborazione con le controparti negli Stati Uniti per stabilire se gli aeroporti di Londra siano stati utilizzati per «favorire la tratta di esseri umani e lo sfruttamento sessuale».Le ripercussioni cadono anche in ambito familiare. Secondo i tabloid, l’ex moglie, Sarah Ferguson, e le due figlie «sono sotto shock» e si prevede la chiusura di sei aziende nei prossimi dieci giorni. Secondo alcune indiscrezioni solo gli Emirati Arabi Uniti potrebbero evitare la bancarotta, soprattutto considerando le allusioni di una e-mail che vedeva l’ex moglie percepire un sostegno finanziario da parte di Epstein. Chiude il cerchio l’opinione pubblica. Secondo YouGov, l’82% dei britannici ritiene che l’ex principe debba essere rimosso dalla linea di successione. E per una volta la politica non si discosta: secondo la Bbc, il governo sta valutando una legge in tal senso.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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