Per la micidiale fuga di notizie del 2021 sulla cosiddetta Loggia Ungheria, il Tribunale di Milano ha assolto (come richiesto dalla Procura) l’ex avvocato Piero Amara, mentre ha condannato a 2 anni e 6 mesi il manager Vincenzo Armanna per calunnia. Quest’ultimo, secondo il giudice, avrebbe falsamente accusato l’ex poliziotto Filippo Paradiso di avere fatto circolare i verbali di interrogatorio di Amara (segretati) sulla presunta associazione segreta. Rimane un mistero chi abbia diffuso quelle carte giudiziarie.
Una divulgazione che ha danneggiato l’inchiesta sulla loggia. Inizialmente per i pm a fotografare «furtivamente» le carte riservate sarebbe stato Amara: un verbale lo avrebbe copiato durante la sua rilettura; altri sei li avrebbe immortalati dal video del pc di un investigatore; gli ultimi due direttamente nell’ufficio dei pm. Armanna ha dichiarato sia ai pm di Milano sia a quelli di Perugia che quelle carte le aveva chieste a Paradiso, in quel momento distaccato presso la segreteria dell’ex sottosegretario Carlo Sibilia, e che il poliziotto gli aveva chiesto 50.000 euro per tutti i verbali e gli aveva inviato una pagina di quello dell’11 gennaio 2020 come prova, che lo stesso Armanna ha poi consegnato ai magistrati. Ma alla fine per il giudice e la Procura non sarebbe stato Amara a carpire gli atti segretati. Ma allora chi è stato?
I punti fermi della vicenda sono questi: il 25 gennaio 2020 Amara è stato autorizzato dall’ex procuratore aggiunto di Milano, Laura Pedio, a rileggere i verbali con le sue dichiarazioni. I documenti si trovavano, in parte, sulla scrivania della Pedio, in parte, all’interno del pc di un luogotenente della Guardia di finanza di Milano (unico soggetto che all’epoca era autorizzato a custodire i verbali).
Nell’ottobre 2021 le foto dei documenti sono state inviate a un cronista del Fatto quotidiano in rapporti con Armanna. Si trattava di copie diverse rispetto a quelle di cui era entrato rocambolescamente in possesso nel 2020 lo stesso giornalista, dopo che il pm Paolo Storari le aveva consegnate all’allora consigliere del Csm, Piercamillo Davigo. Quelle fotografate, infatti, contenevano le firme dei partecipanti agli interrogatori. Nella prima fase, per la Procura di Milano, visto che Amara, il 25 gennaio 2020, aveva visionato i verbali dal pc del luogotenente per la già citata rilettura e considerato che al giornalista erano arrivate quelle stesse pagine fotografate da un monitor, l’unica persona che avrebbe potuto fare quegli scatti sarebbe stato Amara attraverso dispositivi informatici non individuati. Sempre secondo la Procura, Amara avrebbe poi trasmesso queste foto ad Armanna e Armanna le avrebbe inviate al Fatto quotidiano.
Da qui l’imputazione di rivelazione di atti coperti da segreto. Ma le indagini e gli avvocati di Amara, Salvino Mondello e Francesco Montali, hanno dimostrato che il pc del finanziere, dopo il 25 gennaio, è stato consultato da altri soggetti «sconosciuti», diversi da Amara. L’ultimo accesso risale al 5 febbraio 2020. A rendere ancora più inquietante la vicenda è il fatto che cinque giorni dopo il finanziere sia stato trovato morto a casa sua. Per quanto riguarda la foto della pagina cartacea consegnata da Armanna ai pm, è stato dimostrato che i verbali «fisici», nel periodo sotto osservazione, non erano solo nella disponibilità della Pedio, ma anche di personale della polizia giudiziaria e della cancelleria del Tribunale. Il giudice, con la sentenza di ieri, non è riuscito a dare un nome a chi ha fotografato e fatto circolare le carte.



