
«I risultati per me non sono sufficienti, questo è l’anno in cui si cambia marcia. Però la magistratura vanifica molti provvedimenti». Verissimo, infatti la riforma Nordio è solo un primo passo. Ecco qualche suggerimento.
Massimo Basile, lo zio di Aurora Livoli, la giovane di Latina abusata e uccisa in un vialetto alla periferia di Milano, non ha dubbi. Da avvocato con esperienza quarantennale ha commentato l’arresto dell’assassino della nipote, un peruviano già condannato per violenza che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, con parole chiare. «Se ci fossero stati certezza della pena e certezza sui provvedimenti di espulsione, sicuramente ci saremmo risparmiati questo strazio e questo dolore».
Ma non c’è solo Emilio Gabriel Valdes Velazco, stupratore e omicida della diciannovenne. La lista di clandestini lasciati liberi di aggredire, derubare, violentare e uccidere è lunga e quasi sempre alle origini del crimine c’è l’inefficienza della macchina della giustizia. Lo dice sempre l’avvocato Basile: «In questi momenti si palesa tutta l’inadeguatezza del sistema giudiziario». Del resto, basta scorrere le pagine di cronaca, partendo dal caso Iris Setti, una pensionata di 61 anni che nell’agosto di due anni fa ebbe la sventura di attraversare il parco Nikolajewka a Rovereto per recarsi dall’anziana madre. Lì incontrò il suo assassino: un nigeriano senza fissa dimora, già noto per le scorribande e le molestie, che prima la picchiò, poi la violentò e infine la uccise. Doveva essere espulso oppure in carcere, ma la Procura aveva ritenuto che non ci fosse motivo di arrestarlo, nonostante le risse e le minacce. Dal Trentino alla Puglia, dove un marocchino irregolare, senza permesso di soggiorno e con precedenti, ha rapinato e assassinato una tabaccaia di 75 anni a Foggia. Aveva già una condanna ed era rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma nonostante il curriculum da delinquente un giudice aveva deciso di non convalidare il trattenimento e dunque è stato lasciato libero di uccidere.
Dal Sud di nuovo al Nord, a Milano, dove un irregolare del Camerun con una spranga ha colpito tre volte alla testa un trentunenne incontrato per caso alla fermata dell’autobus. Ovviamente la risorsa africana aveva precedenti, ma nessuno si era preoccupato di metterlo dietro le sbarre. Sempre in Lombardia, a San Zenone al Lambro, un altro clandestino ha aggredito e stuprato una ragazza di 18 anni nei pressi della stazione del piccolo centro fra la provincia di Milano e quella di Lodi. L’elenco potrebbe continuare, ma quasi sempre le storie hanno per protagonisti stranieri che non dovrebbero trovarsi in Italia, e per i quali la magistratura ha reso impossibile l’espulsione, vuoi perché se n’è dimenticata, vuoi per l’applicazione di tutte le attenuanti possibili, come nel caso dell’assassino di Iris Setti.
Del resto, per capire quanto sia difficile rispedire a casa chi non ha titolo per restare in Italia lo dimostra anche il caso dei centri di rimpatrio in Albania. Costruiti per scoraggiare gli arrivi e incentivare le espulsioni, il Cpr di Gjader e l’hotspot di Shengjin sono stati da subito osteggiati dai giudici. Il trasferimento sulla costa adriatica di Tirana dovrebbe servire per impedire ai clandestini di aggirarsi nelle nostre strade e allo stesso tempo accelerare il rimpatrio. Ma nonostante molti dei migranti trasferiti in Albania avessero precedenti penali anche gravi, i magistrati hanno negato il trattenimento e hanno ordinato di riportarli in Italia. E, ovviamente, di lasciarli in libertà.
Ha ragione il premier a dire che nel 2026 intende mettere la sicurezza al primo posto, non contenta di come le cose vanno in Italia. E ha ragione Meloni a spiegare che molte decisioni sono vanificate dalla magistratura. Proprio per questo ritengo che la riforma Nordio non possa che essere l’inizio: una toga che lascia libero un assassino, uno stupratore o un rapinatore che tornano a uccidere, a stuprare o a rapinare non può continuare a fare il giudice: come un medico che sbaglia un intervento deve essere sospeso.
Ma già che ci sono, suggerisco un’altra misura. Dopo la condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella a tre anni di carcere, e a pagare 125.000 euro per aver sparato e ucciso un bandito che aveva ferito un carabiniere suo collega, propongo di varare una norma che almeno impedisca di rivalersi economicamente sugli uomini delle forze dell’ordine. In fondo lo Stato non paga gli errori giudiziari dei magistrati, impedendo alle vittime di agire nei confronti di giudici e pm? E allora perché carabinieri e poliziotti devono pagare di tasca propria i parenti di un criminale? Gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato. Dunque, paghi lo Stato. Ma forse sarebbe anche giusto chiedersi se sia corretto risarcire le famiglie di chi ha volontariamente scelto di delinquere e rischiare la propria vita e quella degli altri.






