- Traffico di droga e di esseri umani, riciclaggio, mercato nero delle armi. L’evoluzione della criminalità organizzata in Argentina preoccupa il presidente. I cartelli brasiliani infiltrano il territorio e «fanno scuola».
- L’analista Lorenzo Cianti : «La “politica della motosega” funziona: ha abbattuto la povertà e spinto il Pil. Ora si punta a blindare le frontiere».
Lo speciale contiene due articoli
L’Argentina non è ancora sprofondata nella spirale di violenza che ha travolto Paesi come Messico o Ecuador, ma i segnali provenienti dal panorama criminale nazionale stanno diventando sempre più preoccupanti. Narcotraffico, riciclaggio di denaro, corruzione, traffico di esseri umani e infiltrazioni mafiose mostrano infatti una crescita costante, favorita dalla lunga crisi economica e dalla fragilità delle istituzioni. Per il presidente Javier Milei la sfida non riguarda soltanto il contenimento dell’inflazione e il tentativo di rilanciare un’economia in difficoltà. Sullo sfondo si consolida una minaccia ancora più complessa: il rischio che le organizzazioni criminali riescano a radicarsi stabilmente nel sistema economico e amministrativo argentino, infiltrandosi nelle zone grigie della politica, della burocrazia e delle attività produttive.
Gli analisti internazionali osservano con crescente attenzione l’evoluzione della criminalità organizzata nel Paese. L’Argentina viene ormai considerata contemporaneamente area di origine, transito e destinazione per numerosi traffici illegali che collegano Sudamerica, Europa e Asia. Uno dei simboli di questa trasformazione è Rosario, città portuale della provincia di Santa Fe, diventata il principale epicentro della guerra tra narcobande. Qui opera Los Monos, il gruppo criminale più noto e potente del Paese. Nato come clan familiare, si è progressivamente trasformato in una struttura mafiosa coinvolta nel traffico di cocaina, nelle estorsioni, nel riciclaggio e nel controllo territoriale dei quartieri più poveri. La forza di Los Monos deriva non solo dalla violenza, ma anche dalla capacità di mantenere legami con settori corrotti delle forze di sicurezza e del sistema carcerario. Secondo numerose indagini, molte operazioni continuano a essere coordinate direttamente dalle prigioni grazie alla complicità interna negli istituti penitenziari. Il principale rivale del gruppo è il clan Alvarado, altra organizzazione criminale radicata a Rosario e coinvolta nel narcotraffico, nel racket e nel traffico di armi. La guerra tra queste bande viene considerata una delle principali cause dell’aumento degli omicidi nella città, ormai diventata il simbolo della violenza criminale argentina.
Ma il problema non riguarda più soltanto le organizzazioni locali. Negli ultimi anni si è rafforzata la presenza di gruppi stranieri, soprattutto brasiliani. Tra questi emerge il Primeiro Comando da Capital, conosciuto come Pcc, considerato uno dei cartelli più potenti del Sudamerica. Nato nelle carceri di San Paolo, il Pcc utilizza il territorio argentino per il traffico internazionale di cocaina, il riciclaggio di denaro e il commercio clandestino di armi. Anche il Comando Vermelho, storica organizzazione criminale di Rio de Janeiro, mantiene collegamenti con reti attive tra Paraguay, Brasile e nord dell’Argentina. Gli investigatori temono che queste strutture possano progressivamente consolidare basi operative permanenti nel Paese, sfruttando la debolezza dei controlli di frontiera.
Le reti criminali paraguaiane svolgono invece un ruolo centrale nel traffico di cannabis. Il Paraguay resta infatti il principale produttore regionale della marijuana destinata al mercato argentino, mentre Bolivia e Perù rappresentano le principali fonti della cocaina che attraversa il Paese prima di essere spedita verso l’Europa. Come ricorda il Global Organized Crime Index, Rosario e Buenos Aires vengono considerate piattaforme logistiche fondamentali per queste rotte internazionali. Il porto sul fiume Paraná, il traffico container e le falle nei sistemi di controllo rendono molto difficile il monitoraggio completo delle spedizioni. Secondo gli investigatori, alcuni operatori locali trasformano direttamente la pasta base proveniente dalla Bolivia in cocaina pronta per l’esportazione. Nel frattempo cresce anche il consumo interno, soprattutto nelle grandi aree urbane. Le bande criminali non si limitano però al narcotraffico. Le estorsioni e il racket della protezione sono in aumento soprattutto nella Grande Buenos Aires e a Rosario. Dal 2020 il fenomeno ha registrato un forte incremento. Piccoli gruppi armati, spesso composti anche da minorenni, impongono pagamenti a commercianti e imprenditori. Molte operazioni vengono gestite direttamente dalle carceri, dove la corruzione consente ai detenuti di mantenere contatti e strutture operative esterne. Alcuni gruppi prendono di mira sindacati, circuiti finanziari e società legate alle scommesse clandestine. Parallelamente continua a crescere il traffico di esseri umani. L’Argentina è considerata un Paese di origine, transito e destinazione per le reti della tratta internazionale. Buenos Aires rappresenta il principale centro operativo, ma i casi vengono registrati anche in numerose province.
Le vittime provengono non solo dall’Argentina, ma anche da altri Paesi latinoamericani, dai Caraibi e dall’Asia. Tra i casi documentati figurano lavoratori ridotti alla schiavitù per debiti, persone transgender sfruttate sessualmente e individui attirati con false promesse di lavoro nel mondo dello spettacolo o dello sport. I trafficanti utilizzano sempre più frequentemente i social network per il reclutamento delle vittime. Le transazioni in contanti e l’enorme economia informale argentina rendono inoltre difficile il controllo dei flussi finanziari. Anche la mafia cinese mantiene una presenza significativa soprattutto a Buenos Aires. Le reti criminali legate alla comunità cinese vengono accusate di estorsioni, sfruttamento lavorativo, riciclaggio e traffico di esseri umani. Alcuni gruppi utilizzerebbero supermercati e attività commerciali per movimentare denaro illecito. L’Argentina è diventata inoltre uno dei principali mercati latinoamericani della contraffazione. Merci false provenienti da Cina, Paraguay e Bolivia invadono il mercato locale. Orologi, farmaci, componenti automobilistici, abbigliamento sportivo e prodotti agrochimici vengono introdotti illegalmente nel Paese e successivamente redistribuiti nella regione. Anche il contrabbando di sigarette, alcolici e cereali rappresenta una fonte enorme di profitto per le organizzazioni criminali. La Triplice Frontiera tra Argentina, Paraguay e Brasile continua a essere uno dei punti più critici del continente per il traffico clandestino di merci.
Le indagini internazionali hanno inoltre evidenziato il ruolo dell’Argentina nel traffico illegale di armi. Rotte che collegano Europa orientale, Turchia e Sudamerica attraversano il territorio argentino per rifornire gruppi criminali brasiliani come Pcc e Comando Vermelho. La corruzione rappresenta uno degli elementi più critici dell’intero sistema argentino. Poliziotti, funzionari penitenziari, amministratori locali e politici sono stati accusati in più occasioni di collaborare con reti criminali, manipolare prove o fornire informazioni sensibili ai narcotrafficanti. Secondo diverse inchieste, organizzazioni come Los Monos avrebbero mantenuto relazioni con esponenti politici e giudiziari in grado di garantire protezione o trattamenti favorevoli. Alcuni sindaci e funzionari locali sono stati arrestati per presunti legami con il narcotraffico. Le vulnerabilità economiche aggravano ulteriormente il problema. La fragilità dei controlli antiriciclaggio, l’evasione fiscale e l’instabilità economica rendono l’Argentina vulnerabile all’infiltrazione di capitali illeciti e organizzazioni criminali. Secondo diversi analisti, il deterioramento del quadro economico e istituzionale potrebbe rafforzare le mafie locali e internazionali. Una situazione che rischia di diventare uno dei principali ostacoli politici e sociali per Javier Milei e per la stabilità futura del Paese.
«Javier ha compreso che senza sicurezza la libertà non basta»
Lorenzo Cianti scrive per L’Opinione delle Libertà, Atlantico Quotidiano e il Mises Institute.
A che punto è davvero la rivoluzione di Javier Milei?
«L’ascesa di Javier Milei rappresenta uno degli esperimenti più riusciti nella promozione dei valori della libertà. Milei ha dimostrato che un’alternativa al collettivismo è possibile. Quella che nel mio saggio chiamo la “rivoluzione della motosega” è, prima di tutto, una rivoluzione culturale. Il presidente argentino ha riscoperto l’eredità di Juan Bautista Alberdi, padre intellettuale della Costituzione del 1853, e ha suscitato una curiosità inedita per gli autori della Scuola Austriaca, come Hayek, Mises e Rothbard. Nessuno prima di lui aveva osato definire lo Stato un’organizzazione criminale su vasta scala, o affermare che combattere la povertà stampando moneta equivale a combattere la stupidità stampando diplomi. Se le idee libertarie sono entrate stabilmente nel dibattito politico, è merito di Milei».
Il modello economico di Milei sta funzionando oppure no?
«Le sue riforme stanno producendo risultati concreti. Il ministro dell’Economia, Luis Caputo, è riuscito a domare la spirale inflazionistica. Nel dicembre 2023 l’inflazione mensile era schizzata al 25,5%; nell’aprile 2026 si attestava al 2,6%. Dopo una fase iniziale di arretramento, l’economia argentina ha mostrato un vigoroso rimbalzo grazie alla crescita delle esportazioni. Nel 2026 l’aumento del Pil viaggia oltre il 5%, distanziando nettamente la media dell’America Latina. Il dato più significativo riguarda la povertà. Quando Milei ha assunto la guida del Paese, il tasso di povertà era salito al 55%, mentre l’indigenza sfiorava il 17,5%. Oggi quelle cifre sono scese rispettivamente al 28,2 e al 6,3%. Rimane molto lavoro da fare, ma gli indicatori empirici puntano in una direzione promettente».
Gli argentini sostengono ancora la «motosega» di Milei?
«Il consenso di Milei si mantiene ampio e stabile. Tra i giovanissimi fa registrare percentuali bulgare: la Gen Z costituisce il nucleo del suo bacino elettorale. In meno di cinque anni, La Libertad Avanza si è trasformata da forza minoritaria nella principale formazione politica argentina. Nelle elezioni di metà mandato dell’ottobre 2025 ha conquistato una vittoria schiacciante con il 40,8%, segnando il sorpasso del blocco libertario su quello kirchnerista alla Camera dei deputati. Se questa tendenza dovesse proseguire, Milei potrebbe diventare il primo presidente non peronista riconfermato alla Casa Rosada».
La criminalità può essere un freno alla sua azione di governo?
«Milei ha compreso che la libertà non può prescindere dalla sicurezza. La sua amministrazione ha adottato una linea di tolleranza zero contro la criminalità organizzata e lo sfruttamento minorile. L’Argentina ha rafforzato i controlli alle frontiere per colpire le gang dedite al narcotraffico, potenziando la cooperazione con la Drug Enforcement Administration e il Federal Bureau of Investigation degli Stati Uniti. Inoltre, le autorità hanno disposto l’installazione di una barriera al confine con la Bolivia, nella provincia di Salta, e stanno intensificando il monitoraggio delle aree limitrofe al Brasile. Il ripristino della legalità ha favorito un crollo degli omicidi nella regione di Rosario, passati dai 287 del 2022 ai 90 del 2024. A ciò si aggiunge il drastico ridimensionamento dei piquetes e dei blocchi stradali, che per anni hanno paralizzato il Paese tra disordini, aggressioni e interruzioni della circolazione».
Il piano di Milei sta attirando investitori stranieri?
«L’Argentina sta attirando capitali esteri nei settori in cui dispone di vantaggi strutturali: energia, shale oil, gas, rame, litio, agroindustria e infrastrutture. Merita particolare attenzione la partnership con Israele. L’intesa tra YPF Tecnología e XtraLit per l’estrazione diretta del litio e la recente firma degli Accordi di Isacco testimoniano la scelta di Buenos Aires di consolidare un asse strategico con Gerusalemme».
Le riforme libertarie cambieranno davvero il futuro dell’Argentina?
«L’agenda di Milei sta imprimendo una svolta profonda all’Argentina, con effetti destinati a oltrepassare i confini nazionali. In questa prospettiva, ha promosso la nascita di un fronte latinoamericano tra governi favorevoli alla libertà economica, chiamato a contenere l’influenza del Foro di San Paolo. Il suo traguardo dichiarato è rendere l’Argentina il Paese più libero del mondo. La storia insegna che soltanto un ordine fondato sulla proprietà privata e sul mercato può esaltare le energie creative dell’individuo, restituendogli la dignità negata dalla coercizione».
- Altre quattro imbarcazioni legate a Teheran sono passate da Hormuz. Donald Trump: «Ci saranno novità nei prossimi due giorni».
- Mentre si discute di pace, però, proseguono i bombardamenti da entrambe le parti.
Lo speciale contiene due articoli
Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran sta producendo effetti immediati sul traffico nello Stretto di Hormuz, senza però riuscire a interrompere completamente il transito marittimo. Nelle ultime ore alcune navi legate a Teheran sono comunque riuscite a superare il passaggio, mentre sul fronte diplomatico si intensificano gli sforzi per riaprire il dialogo ed evitare un ulteriore aggravamento della crisi. Un portavoce del Servizio europeo per l’Azione esterna ha sottolineato la gravità della situazione: «La situazione attuale - la chiusura - sta effettivamente causando danni enormi e il ripristino della libertà di navigazione è per noi di fondamentale importanza. Respingiamo e continueremo a respingere qualsiasi misura o accordo che ostacoli la sicurezza marittima e limiti la libertà di passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, in conformità con il diritto internazionale. Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta un chiaro appello a una forte coalizione internazionale per la sicurezza marittima». Il portavoce ha poi precisato: «Noi, l’Unione europea, accogliamo con favore e abbiamo accolto con favore tutte le iniziative annunciate dagli Stati membri, compreso un maggiore coordinamento con i nostri partner nella regione, per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Sulla stessa linea anche il governo italiano. «Bisogna continuare a lavorare per mandare avanti i negoziati di pace, fare ogni sforzo possibile per stabilizzare la situazione, riaprire lo Stretto di Hormuz, che per noi è fondamentale. Chiaramente non solo per i carburanti, ma anche per i fertilizzanti», ha dichiarato il premier Giorgia Meloni.
Secondo le ricostruzioni basate sui dati di monitoraggio, almeno quattro imbarcazioni riconducibili all’Iran hanno attraversato lo stretto dopo l’entrata in vigore del blocco annunciato da Washington a partire dalle 16 di ieri. Due di queste unità risultano aver fatto scalo in porti iraniani. Tra i casi segnalati c’è la portarinfuse Christianna, transitata dopo aver attraccato a Bandar Imam Khomeini. La petroliera Rich Starry, sottoposta a sanzioni statunitensi, ha invece lasciato Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, dirigendosi verso est e attraversando lo stretto nelle ore notturne. Un’altra unità, la Murlikishan, anch’essa colpita da restrizioni americane, ha effettuato il passaggio in direzione opposta dopo essere partita dal porto cinese di Lanshan, risultando poi localizzata a est dell’isola di Qeshm. Nella stessa giornata la petroliera Elpis ha lasciato Bushehr dirigendosi verso est, anche in questo caso senza una destinazione chiara. Non si esclude che alcune di queste navi abbiano manipolato i sistemi di tracciamento per mascherare i propri spostamenti. A quasi 48 ore dall’avvio dell’operazione americana, il traffico in entrata e in uscita dai porti iraniani del Golfo Persico e del Golfo di Oman appare drasticamente ridotto. Gli analisti parlano di un’attività ancora presente, ma discontinua e irregolare. Il Comando centrale degli Stati Uniti rivendica l’efficacia del dispositivo militare. Nelle ultime ventiquattro ore, riferisce, «nessuna nave è riuscita a superare il blocco statunitense» e «sei navi mercantili hanno seguito le direttive delle forze americane per invertire la rotta e rientrare in un porto iraniano sul Golfo di Oman».
L’operazione coinvolge oltre diecimila uomini tra marinai, marines e aviatori, supportati da una decina di navi da guerra e numerosi assetti aerei. Secondo il Centcom, «il blocco viene applicato in modo imparziale contro le navi di tutte le nazioni in entrata o in uscita dai porti iraniani e dalle aree costiere, inclusi tutti i porti iraniani sul Golfo Arabico e sul Golfo di Oman. Le forze Usa stanno sostenendo la libertà di navigazione per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz verso e da porti non iraniani». Sul piano diplomatico emergono segnali di possibile riapertura. «I colloqui tra Stati Uniti e Iran potrebbero riprendere nei prossimi due giorni», ha detto Donald Trump in un’intervista al New York Post. «Abbiamo in mente un altro luogo» per i colloqui con l’Iran, ha aggiunto il presidente, precisando che «si stanno muovendo delle cose, ma non credo che sarà lì che faremo il nostro prossimo incontro», riferendosi al Pakistan. L’obiettivo resta sempre raggiungere un’intesa prima della scadenza della tregua prevista il 21 aprile. Il Pakistan si sta muovendo per favorire un secondo ciclo di negoziati tra Stati Uniti e Iran già nel corso della settimana. Lo riferiscono tre funzionari pakistani al New York Times, spiegando che l’intento è sfruttare il clima emerso dall’incontro di Islamabad tra il vicepresidente JD Vance e il presidente del parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf. Resta però incerto il livello della prossima riunione: non è chiaro se parteciperanno nuovamente esponenti politici di primo piano o se il confronto sarà affidato a tecnici e funzionari incaricati di approfondire i nodi ancora aperti. «La palla è nel campo dell’Iran», ha dichiarato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, spiegando che i negoziati del fine settimana si sono interrotti per l’assenza di interlocutori autorizzati a concludere un’intesa. «Sarebbero dovuti tornare a Teheran, dalla Guida Suprema o da qualcun altro, per ottenere l’approvazione dei termini che avevamo proposto». Da parte iraniana emergono anche segnali di prudenza: Teheran starebbe valutando una sospensione temporanea del traffico nello stretto per evitare un’immediata escalation e preservare il margine negoziale. Intanto Israele continua a indicare come condizione imprescindibile la rimozione dell’uranio arricchito, mentre Teheran stima in circa 270 miliardi di dollari i danni subiti e vorrebbe essere risarcito.
Israele e Libano tornano a parlarsi. Rubio: «Cancelleremo Hezbollah»
Nel tentativo di raggiungere la fine delle ostilità tra il Libano e Israele, ieri gli Stati Uniti hanno ospitato i primi colloqui diretti tra i due Paesi. E nonostante per il regime iraniano qualsiasi trattativa sia legata a doppio filo al cessate il fuoco nel territorio libanese, i funzionari americani hanno cercato di presentare l’incontro come una questione separata dai negoziati tra la Casa Bianca e Teheran.
Si tratta di «un’opportunità storica» ha annunciato il segretario di Stato americano Marco Rubio, dopo aver accolto a Washington l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, e la sua omologa libanese, Nada Hamadeh Moawad. Vero è che l’ultimo incontro di alto livello tra i due Paesi risale al 1993. Dopo oltre 30 anni quindi, i funzionari israeliani e libanesi sono apparsi vicini nelle foto di rito e seduti allo stesso tavolo per oltre due ore.
A rendere incerto l’esito del meeting, ancor prima che iniziasse, sono state le aspettative diverse. Per il Libano, la priorità era discutere il cessate il fuoco. Al contrario, Israele aveva annunciato che i colloqui si sarebbero concentrati sul disarmo di Hezbollah e sull’avvio delle relazioni pacifiche con Beirut. Chi ha definito il perimetro degli obiettivi è stato Rubio che, rivolgendosi ai giornalisti, ha dichiarato: «So che alcuni di voi stanno ponendo domande sul cessate il fuoco. Ma la questione va ben oltre. Si tratta di porre fine in modo definitivo a 20 o 30 anni di influenza di Hezbollah in questa parte del mondo, non solo ai danni che ha inflitto a Israele, ma anche a quelli che ha inflitto al popolo libanese». E quindi: «La speranza di oggi (ieri, ndr) è di poter delineare il quadro su cui costruire una pace permanente e duratura». A far parte della delegazione americana c’erano anche il consigliere del dipartimento di Stato, Michael Needham, l’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, e l’ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa.
Al termine del meeting, l’ambasciatore israeliano Leiter ha annunciato che il Libano non vuole più essere «occupato» da Hezbollah. L’auspicio del presidente libanese Joseph Aoun è che l’incontro «segni l’inizio della fine delle sofferenze del popolo libanese». E ha riconosciuto che «l’unica soluzione è che l’esercito libanese si ridispieghi ai confini riconosciuti dalla comunità internazionale e si assuma la piena responsabilità della sicurezza dell’area, senza collaborare con nessuno».
A ostacolare le trattative è Hezbollah che già lunedì sera aveva chiesto al governo libanese di boicottare l’incontro negli Stati Uniti. E con la richiesta rimasta inascoltata, l’esponente di alto rango del Consiglio politico del gruppo terroristico, Wafiq Safa, ha comunicato al Guardian che in ogni caso Hezbollah non rispetterà gli eventuali accordi tra il Libano e Israele. Nelle stesse ore del meeting tra i diplomatici, le Idf hanno quindi avvertito di «un possibile aumento del fuoco dal territorio libanese probabilmente concentrato sulla regione settentrionale». Questa eventualità si è subito concretizzata: le sirene sono scattate in tutta la Galilea in seguito al lancio di razzi. Ma anche Gerusalemme ha continuato ad attaccare il Libano meridionale, prendendo di mira l’area di Tiro e le zone al confine. In particolare, Al Jazeera ha riferito che i raid hanno colpito la città di Haneen, la periferia di Al-Abbasiyya, e anche Tayr Debba, Zibqin e Sarafand.
E ancor prima del faccia a faccia a Washington, un raid israeliano, stando a quanto reso noto dall’agenzia di stampa libanese Nna, ha ucciso tre persone della stessa famiglia nella Bekaa occidentale. Inoltre, nel distretto di Sidone si contano altre tre vittime. A Bint Jbeil, nel Sud del Libano, sono stati feriti dieci soldati delle Idf durante uno scontro a fuoco.
Una gigantesca esplosione ha illuminato il cielo sopra Qom nel pomeriggio di ieri, mentre la campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran continuava a intensificarsi.
L’offensiva ha colpito diversi centri del Paese e segna una nuova fase del conflitto, mentre all’interno della Repubblica islamica cresce l’incertezza sulla reale tenuta del potere. Uno degli attacchi più pesanti ha interessato la città di Tabriz, nel Nord-ovest dell’Iran. Secondo quanto riferito dall’agenzia iraniana Tasnim, il bombardamento ha colpito il quartiere residenziale di Saffronieh provocando tre morti e quattro feriti. Nelle stesse ore raid aerei hanno colpito anche l’area di Isfahan, dove per tutta la giornata si sono susseguiti attacchi contro diversi obiettivi. Durante la notte l’offensiva si è concentrata sulla capitale.
A Teheran è stato distrutto il principale data center della Bank Sepah, la più grande banca iraniana nonché istituto utilizzato dal regime per gestire i pagamenti destinati alle forze armate e agli apparati di sicurezza. La risposta delle autorità iraniane è stata immediata. Teheran ha minacciato ritorsioni contro banche e infrastrutture economiche in tutta la regione. Nel frattempo, nelle principali città del Paese sono stati dispiegati veicoli militari pesantemente armati e convogli con mitragliatrici pattugliano i centri urbani mentre il regime tenta di prevenire eventuali proteste interne. Sempre ieri Teheran ha ospitato una grande cerimonia funebre per alcuni alti funzionari e comandanti militari uccisi nei bombardamenti. I feretri sono stati trasportati lungo Piazza della Rivoluzione davanti a una folla mobilitata dal regime per uno dei funerali di Stato più imponenti degli ultimi anni.
ll presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha invitato le forze armate a combattere con determinazione, richiamando un insegnamento attribuito all’imam Ali sulla necessità di restare saldi anche nei momenti più difficili. Dietro questa mobilitazione propagandistica resta però un interrogativo che il regime non riesce a dissipare: dove si trova davvero Mojtaba Khamenei? L’8 marzo l’Assemblea degli esperti lo ha indicato come nuova Guida suprema dopo la morte del padre Ali Khamenei, ma da allora il nuovo leader non è mai apparso in pubblico né ha diffuso messaggi video. La stessa nomina sarebbe avvenuta in un clima di forti pressioni interne. Secondo diverse ricostruzioni provenienti da ambienti vicini all’opposizione iraniana, i servizi segreti delle Guardie rivoluzionarie avrebbero minacciato alcuni membri dell’Assemblea degli esperti e persino le loro famiglie per costringerli ad approvare rapidamente la successione. I pasdaran, vero pilastro militare e politico della Repubblica islamica, avrebbero così imposto la scelta di Mojtaba Khamenei per mantenere il controllo del sistema di potere dopo la morte della precedente Guida suprema. I media ufficiali hanno ammesso che Mojtaba sarebbe rimasto ferito nei primi giorni della guerra. Una fonte governativa citata dalla Cnn sostiene che avrebbe riportato «la frattura di un piede e alcune ferite minori, tra cui contusioni al volto e un livido attorno all’occhio». Una versione che molti osservatori giudicano poco convincente. Il regime sostiene che la Guida suprema non si mostri per ragioni di sicurezza, ma questa spiegazione appare sempre più fragile e alimenta il sospetto che le autorità stiano guadagnando tempo. Sui social network tra gli iraniani della diaspora circolano commenti ironici sulla figura di un leader che nessuno ha ancora visto.
Nel frattempo la propaganda ufficiale continua a diffondere dichiarazioni trionfalistiche. Il comandante della marina dei Guardiani della Rivoluzione, Sardar Alì Fadavi, ha affermato che l’Iran dispone di nuovi missili da crociera capaci di essere lanciati anche da sott’acqua e di colpire navi americane entro un raggio di 700 chilometri. Anche sul piano diplomatico la tensione continua a crescere. L’Unione europea ha approvato nuove sanzioni contro altri 19 funzionari e organizzazioni iraniane accusati di violazioni dei diritti umani, mentre il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha definito le misure «assurde e illegali». Tra loro, però, non c’è Mojtaba Khamenei che in Europa può contare su un patrimonio di multimilionario.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in un’intervista che restano ormai pochi obiettivi da colpire in Iran e che la guerra potrebbe concludersi presto. Tuttavia, secondo fonti israeliane citate dalla Reuters, a Gerusalemme non vi è alcuna certezza che il conflitto porterà davvero al collasso del regime in tempi brevi. La guerra sta producendo conseguenze anche sul piano diplomatico e umanitario. Diversi Paesi stanno evacuando il personale dalle ambasciate a Teheran. Anche la Svizzera ha deciso di chiudere temporaneamente la propria sede diplomatica.
La crisi è arrivata anche in Vaticano. Papa Leone XIV ha ricevuto il cardinale Dominique Joseph Mathieu, costretto a lasciare l’Iran dopo la chiusura dell’ambasciata italiana. Il pontefice ha voluto ascoltare dal presule una testimonianza diretta sulla situazione nel Paese, segnata dalla sofferenza della popolazione civile e dalle difficoltà della piccola comunità cattolica rimasta intrappolata nel conflitto che nelle prossime ore potrebbe ulteriormente allargarsi.





