Una gigantesca esplosione ha illuminato il cielo sopra Qom nel pomeriggio di ieri, mentre la campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran continuava a intensificarsi.
L’offensiva ha colpito diversi centri del Paese e segna una nuova fase del conflitto, mentre all’interno della Repubblica islamica cresce l’incertezza sulla reale tenuta del potere. Uno degli attacchi più pesanti ha interessato la città di Tabriz, nel Nord-ovest dell’Iran. Secondo quanto riferito dall’agenzia iraniana Tasnim, il bombardamento ha colpito il quartiere residenziale di Saffronieh provocando tre morti e quattro feriti. Nelle stesse ore raid aerei hanno colpito anche l’area di Isfahan, dove per tutta la giornata si sono susseguiti attacchi contro diversi obiettivi. Durante la notte l’offensiva si è concentrata sulla capitale.
A Teheran è stato distrutto il principale data center della Bank Sepah, la più grande banca iraniana nonché istituto utilizzato dal regime per gestire i pagamenti destinati alle forze armate e agli apparati di sicurezza. La risposta delle autorità iraniane è stata immediata. Teheran ha minacciato ritorsioni contro banche e infrastrutture economiche in tutta la regione. Nel frattempo, nelle principali città del Paese sono stati dispiegati veicoli militari pesantemente armati e convogli con mitragliatrici pattugliano i centri urbani mentre il regime tenta di prevenire eventuali proteste interne. Sempre ieri Teheran ha ospitato una grande cerimonia funebre per alcuni alti funzionari e comandanti militari uccisi nei bombardamenti. I feretri sono stati trasportati lungo Piazza della Rivoluzione davanti a una folla mobilitata dal regime per uno dei funerali di Stato più imponenti degli ultimi anni.
ll presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha invitato le forze armate a combattere con determinazione, richiamando un insegnamento attribuito all’imam Ali sulla necessità di restare saldi anche nei momenti più difficili. Dietro questa mobilitazione propagandistica resta però un interrogativo che il regime non riesce a dissipare: dove si trova davvero Mojtaba Khamenei? L’8 marzo l’Assemblea degli esperti lo ha indicato come nuova Guida suprema dopo la morte del padre Ali Khamenei, ma da allora il nuovo leader non è mai apparso in pubblico né ha diffuso messaggi video. La stessa nomina sarebbe avvenuta in un clima di forti pressioni interne. Secondo diverse ricostruzioni provenienti da ambienti vicini all’opposizione iraniana, i servizi segreti delle Guardie rivoluzionarie avrebbero minacciato alcuni membri dell’Assemblea degli esperti e persino le loro famiglie per costringerli ad approvare rapidamente la successione. I pasdaran, vero pilastro militare e politico della Repubblica islamica, avrebbero così imposto la scelta di Mojtaba Khamenei per mantenere il controllo del sistema di potere dopo la morte della precedente Guida suprema. I media ufficiali hanno ammesso che Mojtaba sarebbe rimasto ferito nei primi giorni della guerra. Una fonte governativa citata dalla Cnn sostiene che avrebbe riportato «la frattura di un piede e alcune ferite minori, tra cui contusioni al volto e un livido attorno all’occhio». Una versione che molti osservatori giudicano poco convincente. Il regime sostiene che la Guida suprema non si mostri per ragioni di sicurezza, ma questa spiegazione appare sempre più fragile e alimenta il sospetto che le autorità stiano guadagnando tempo. Sui social network tra gli iraniani della diaspora circolano commenti ironici sulla figura di un leader che nessuno ha ancora visto.
Nel frattempo la propaganda ufficiale continua a diffondere dichiarazioni trionfalistiche. Il comandante della marina dei Guardiani della Rivoluzione, Sardar Alì Fadavi, ha affermato che l’Iran dispone di nuovi missili da crociera capaci di essere lanciati anche da sott’acqua e di colpire navi americane entro un raggio di 700 chilometri. Anche sul piano diplomatico la tensione continua a crescere. L’Unione europea ha approvato nuove sanzioni contro altri 19 funzionari e organizzazioni iraniane accusati di violazioni dei diritti umani, mentre il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha definito le misure «assurde e illegali». Tra loro, però, non c’è Mojtaba Khamenei che in Europa può contare su un patrimonio di multimilionario.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in un’intervista che restano ormai pochi obiettivi da colpire in Iran e che la guerra potrebbe concludersi presto. Tuttavia, secondo fonti israeliane citate dalla Reuters, a Gerusalemme non vi è alcuna certezza che il conflitto porterà davvero al collasso del regime in tempi brevi. La guerra sta producendo conseguenze anche sul piano diplomatico e umanitario. Diversi Paesi stanno evacuando il personale dalle ambasciate a Teheran. Anche la Svizzera ha deciso di chiudere temporaneamente la propria sede diplomatica.
La crisi è arrivata anche in Vaticano. Papa Leone XIV ha ricevuto il cardinale Dominique Joseph Mathieu, costretto a lasciare l’Iran dopo la chiusura dell’ambasciata italiana. Il pontefice ha voluto ascoltare dal presule una testimonianza diretta sulla situazione nel Paese, segnata dalla sofferenza della popolazione civile e dalle difficoltà della piccola comunità cattolica rimasta intrappolata nel conflitto che nelle prossime ore potrebbe ulteriormente allargarsi.
Le milizie a guida jihadista comandate da Al Jolani sono entrate a Damasco, la capitale siriana, e hanno preso il controllo del palazzo presidenziale di Bashar al-Assad. Dopo le voci circolate ieri in merito alla fuga del presidente siriano insieme alla sua famiglia, in un primo momento smentite, poche ore fa è arrivata la conferma da parte del ministero degli Esteri russo il quale ha comunicato che Assad ha lasciato la Siria, senza fornire riferimenti su dove si trovi e specificando che Mosca non ha partecipato a trattative relative alla fuoriuscita del presidente. Inoltre, si legge nella nota diffusa dalla Russia, «a seguito dei negoziati tra Assad e alcuni partecipanti al conflitto armato sul territorio della Siria, Assad ha deciso di lasciare la carica presidenziale e ha lasciato il Paese, dando istruzioni per effettuare pacificamente il trasferimento del potere».
I ribelli guidati da Al Jolani, che hanno preso il controllo anche dell'aeroporto internazionale, della radio e della tv pubblica e hanno aperto le porte del carcere di Sednaya, considerato il simbolo del potere di Assad, hanno dichiarato il «Paese non più prigioniero del potere». Secondo le ultime notizie raccolte da fonti qualificate, Il premier siriano, Muhammad al-Jalali, manterrebbe la carica per assicurare il passaggio di consegne.
Contestualmente, le milizie filo-turche guidate da Hayat Tahrir al-Sham (Hts) stanno occupando le postazioni militari evacuate dalle Forze governative siriane nel Sud del Paese. Secondo fonti dei media arabi, le Forze governative siriane avrebbero iniziato il ritiro dalla base aerea T-4, situata nei pressi dell’antica città di Palmira, nel governatorato di Homs.
Conosciuta anche come Tiyas, la base rappresenta un punto strategico per il traffico di armi e droga (ad esempio il captagon) destinate a Hezbollah in Libano, trasportate attraverso voli cargo iraniani che atterrano frequentemente sia al T-4, sia all’aeroporto internazionale di Damasco. Secondo l’intelligence israeliana, gli armamenti vengono stoccati nei magazzini della base prima di essere trasferito in Libano. Negli ultimi anni la base aerea T-4 è stata più volte bersaglio dei raid aerei israeliani.
Funzionari dell’amministrazione Biden, ieri, davanti all’avanzata delle fazioni jihadiste, ritenevano sempre più probabile la caduta del regime di Assad. E il fatto che gli insorti siano avanzati fino alla capitale incontrando pochi ostacoli è la dimostrazione che anche l’esercito siriano aveva capito che ha le ore fossero contate. Decine di militari governativi hanno deciso di disertare e di arrendersi alle autorità druse locali nella città di Suwayda, capoluogo della regione meridionale siriana al confine con la Giordania e roccaforte della comunità drusa. Le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno costantemente seguendo quanto accade in Siria, hanno reso noto che è stato deciso «un ulteriore rafforzamento delle proprie posizioni sulle alture del Golan, lungo il confine con la Siria, in risposta all’avanzata dei ribelli sunniti nella regione. L’aumento delle forze rafforzerà le difese regionali e preparerà le truppe a una serie di potenziali scenari». Ieri sera il governo israeliano si è riunito e lo farà anche oggi per discutere della situazione, mentre cresce la preoccupazione che i ribelli possano avanzare fino al confine meridionale della Siria, in prossimità delle alture del Golan. In ogni caso a Gerusalemme nessuno credeva alla possibilità che Bashar al-Assad riuscisse a riprendere il controllo del Paese.
Il titolare della Fernesina, Antonio Tajani, ha assicurato che la situazione degli italiani è «sotto controllo». Comunque, dal punto di vista politico, in Siria è il caos più totale, con i tre ministri degli Esteri, Abbas Araghchi per l’Iran, Serghei Lavrov per la Russia e Hakan Fidan per la Turchia, che si riuniscono - come scrive l’agenzia iraniana Irna - nel cosiddetto «formato Astana», da una riunione del 2017 nella capitale del Kazakistan, che fu convocata per garantire il futuro equilibrio politico-strategico nel Paese, oggi è in frantumi. Sul tavolo le posizioni sono divergenti, con gli iraniani che hanno espresso sostegno completo al governo siriano del presidente Assad e hanno accusato Israele e Stati Uniti di appoggiare i ribelli jihadisti, e i turchi che sono l’anima di questa rivolta, come ha ammesso più volte Recep Tayyip Erdoğan, che ieri ha affermato: «Nessuno più dei fratelli siriani merita la pace e di vivere in serenità dopo tanto sangue e sofferenza. In Siria c’è una nuova realtà, tutte le minoranze etniche e religiose hanno ora il diritto di sentirsi siriani alla stessa maniera». I russi invece non vogliono il regime change, nel timore di perdere le loro basi in Siria, ma nessuno sa cosa abbia in mente Putin, che potrebbe aver deciso di non sostenere più Assad, da lui ritenuto un debole. In questo caso le parole di Sergej Lavrov sarebbero solamente di circostanza: «È inammissibile permettere a un gruppo terroristico di prendere il controllo della Siria in violazione degli accordi esistenti, a partire dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che ha ribadito con forza la sovranità, l’integrità territoriale e l’unità della Repubblica araba siriana».
Il pensiero del presidente eletto degli Usa, Donald Trump, presente ieri alla cerimonia di riapertura di Notre Dame a Parigi, è chiaro: «La Siria è un disastro, ma non è nostra amica, e gli Stati Uniti non dovrebbero avere nulla a che fare con questo. Questa non è la nostra lotta. Lasciamo che la situazione si sviluppi. Non lasciamoci coinvolgere».
Un’ondata di arresti è in corso in Iran a seguito dell’assassinio del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, a Teheran. Secondo quanto riportato dal New York Times, che cita due fonti iraniane informate sulle indagini, per il momento più di 24 persone sono state arrestate, «tra cui numerosi ufficiali dell’intelligence, ufficiali militari e personale» presenti nel luogo dell’assassinio, una residenza gestita dai Guardiani della rivoluzione nel Nord di Teheran. Secondo il quotidiano britannico Daily Telegraph, il Mossad avrebbe ingaggiato agenti iraniani per piazzare esplosivi in tre diverse stanze della residenza dove solitamente alloggiava il leader politico di Hamas. Questi esplosivi sarebbero stati poi fatti detonare a distanza. I Guardiani della rivoluzione in una dichiarazione smentiscono le ricostruzioni dei giornali: «Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, è stato ucciso a Teheran da un proiettile a corto raggio con una testata di circa 7 chilogrammi». Mentre a Tasnim News «una fonte ben informata» ha riferito che «le ultime scoperte indicano che un proiettile, trasportato da un drone o da un altro vettore, è penetrato nell’edificio e ha causato l’esplosione». Ma allora perché stanno arrestando decine di persone? Per il momento è un mistero e l’impressione è che sarà molto difficile sapere come è stato ammazzato Haniyeh.
Lo Stato ebraico e gli Stati Uniti si stanno intanto preparando per l’attacco da parte dell’Iran contro Israele, previsto per questo fine settimana o nei primi giorni della prossima, mentre Teheran sta creando ostacoli agli sforzi diplomatici volti a evitare un conflitto regionale in Medio Oriente. I funzionari americani e arabi, che lavorano per prevenire un’escalation di violenza, si stanno scontrando con il silenzio dell’Iran e del suo alleato libanese, Hezbollah, che stanno pianificando la vendetta per le uccisioni avvenute a Teheran e Beirut. Un diplomatico iraniano ha dichiarato che gli sforzi di vari Paesi per convincere Teheran a non aumentare la tensione sono stati e saranno inutili a causa dei recenti attacchi israeliani: «È tutto inutile. Israele ha superato tutte le linee rosse. La nostra risposta sarà rapida e severa». A proposito di Beirut, l’ambasciata americana ha chiesto ai connazionali «di lasciare il Libano in qualsiasi modo possibile» e lo stesso hanno fatto le autorità britanniche mentre la Svezia ha chiuso la propria rappresentanza diplomatica. Venerdì, Israele ha comunicato che il suo esercito è in stato di massima allerta, mentre i funzionari statunitensi stanno predisponendo risorse militari e collaborazioni con partner regionali per prevenire un nuovo attacco, temuto da alcuni come più esteso e complesso rispetto a quello iraniano dell’aprile scorso. Durante quell’attacco l’Iran ha lanciato più di 300 droni e missili contro Israele, ma solo dopo aver anticipato la sua risposta ai diplomatici, dando così a Israele e agli Stati Uniti il tempo di prepararsi. Alla fine, la maggior parte dei proiettili è stata intercettata prima di raggiungere il territorio israeliano ma stavolta non è certo che i partner regionali faranno la loro parte. Secondo quanto riportato da SkyNews Arabia, la rappresentanza iraniana presso l’Onu ha comunicato che Hezbollah in risposta all’uccisione del comandante militare Fouad Shukr - freddato il 30 luglio a Beirut, mentre, secondo alcune fonti, si stava recando dall’amante - «potrebbe colpire obiettivi più ampi e profondi, inclusi i civili, oltre ai bersagli militari all’interno di Israele». In tal senso gli Stati Uniti, come ha dichiarato la portavoce del Pentagono Sabrina Singh, dispiegheranno uno squadrone di caccia da combattimento in Medio Oriente per rafforzare la loro presenza militare nella regione, sottolineando «come si sia continuato a prendere provvedimenti per mitigare la possibilità di un’escalation regionale da parte dell’Iran o dei suoi partner e sostenitori».
Ieri le Idf hanno ucciso durante un attacco con droni condotto da Israele a Bazourieh, una città nel Sud del Libano, Ali Abd Ali, descritto come «un terrorista chiave per il fronte meridionale di Hezbollah, coinvolto nella pianificazione e realizzazione di numerosi attacchi». Inoltre, a Tulkarem (Samaria), le Idf hanno eliminato Abdul Jaber, uno degli alti Comandanti sul campo dell’organizzazione terroristica della Jihad Islamica mentre i combattenti delle squadre da battaglia delle Brigate Nahal e Givati, sotto il comando della Divisione 162, hanno continuato a combattere nella zona di Rafah, ed in particolare nel quartiere di Tel Al Sultan. Secondo quanto riferito da Times of Israel, durante la giornata di ieri alcuni caccia israeliani hanno colpito diversi edifici utilizzati da Hezbollah a Tayr Harfa e Kafr Kila, nel Libano meridionale. Raid avvenuti dopo che Hezbollah ha rivendicato diversi attacchi missilistici contro comunità israeliane e postazioni delle Idf lungo il confine, nella Galilea settentrionale e occidentale.
Infine, la nomina, anche se a interim, di Khaled Meshal a capo del cosiddetto ufficio politico di Hamas ha lasciato molti scontenti soprattutto tra i mullah iraniani che lo detestano per il suo supporto ai ribelli siriani opposti a Bashar Al Assad, oggi vedono l’organizzazione jihadista spostarsi verso la Turchia, il Qatar e l’Egitto. Per questo faranno di tutto per evitare che la nomina venga ratificata dal Consiglio della Shura e dal Politburo di Hamas. Per far questi gli iraniani hanno già mandato in avanscoperta Bassem Naim, responsabile del dipartimento delle relazioni internazionali di Hamas che ha detto: «Il nuovo leader non è stato selezionato, serve il voto interno».





