Saltato l’incontro previsto ieri in Svizzera, l’accordo preliminare fra Washington e Teheran resta traballante a causa della situazione in Libano e della discrepanza fra il presidente americano Donald Trump, stranamente convinto d’aver imposto una «resa incondizionata», e il regime degli ayatollah, che in verità ha strappato 14 condizioni.
Fonti diplomatiche hanno fatto trapelare al Financial Times il messaggio con cui gli iraniani, che considerano i casi del Golfo Persico indissolubili da quelli del Libano, hanno rimandato i colloqui: «Noi abbiamo frenato Hezbollah, gli Stati Uniti non riescono a frenare Israele. Finché non lo faranno, non ci presenteremo». Di segno opposto i commenti di Trump: «Non siamo stati noi a cedere per disperazione, ma l’Iran. Sono Finiti! Aspetteremo che scadano i 60 giorni. Non riceveranno un centesimo, nemmeno dieci centesimi!». Ma il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha fatto capire quanto la Persia si senta forte: «Non c’è urgenza di tenere l’incontro in Svizzera, pianifichiamo di tenerlo nei prossimi giorni». Ha aggiunto che ci si siederà al tavolo con gli americani solo «se verranno attuate le clausole 1, 4, 5, 10 e 11», ovvero «la fine delle ostilità su tutti i fronti; la rimozione del blocco navale; l’apertura di Hormuz; la cessazione delle sanzioni Usa contro l’Iran e l’accesso ai fondi e beni congelati iraniani».
Nulla da fare, insomma, finché si spara in Libano e finché, fra Stretto e sanzioni, gli Usa non s’ammorbidiscono. Sul programma nucleare, Baghaei ha chiarito: «Le ispezioni agli impianti nucleari dipenderanno dall’esito dei negoziati e riguarderanno impianti come quello di Bushehr, dove sono state fatte fino a oggi, ma non quelli in cui erano state sospese». Stando al ministero degli Esteri del Cairo e a un portavoce del governo pachistano, è previsto domani un incontro nella capitale egiziana fra i ministri degli Esteri dei Paesi mediatori, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto. In una telefonata al ministro degli Esteri pachistano Muhammad Ishaq Dar, il suo omologo iraniano Abbas Araghchi gli ha detto che «preoccupano le azioni israeliane in Libano, ogni violazione del memorandum sarà attribuita a Washington». Israele ed Hezbollah hanno proseguito a combattersi, tanto che il Washington Post ha citato analisi dell’intelligence Usa secondo cui «Israele potrebbe minare l’accordo». Axios ha riferito che Israele ed Hezbollah avevano raggiunto un accordo per un cessate il fuoco in vigore dalle ore 16.00 locali, le 15.00 italiane, dopo la mediazione di Stati Uniti e Qatar. Ma l’aviazione israeliana ha ancora bombardato posizioni di Hezbollah a Sejoud, dopo l’inizio del cessate il fuoco, mentre l’artiglieria ebraica ha sparato a Nabatiyeh e droni israeliani hanno volato in ricognizione su Tiro.
Dal canto suo, il capo del movimento sciita libanese filoiraniano, Naim Qassem ha tuonato: «Il progetto di distruggere Hezbollah è fallito, i piani di Israele sono in un vicolo cieco e la vittoria finale, ovvero l’espulsione degli occupanti è inevitabile». Ieri sono stati 47 i morti causati dai raid israeliani nel Paese dei Cedri, reazione a un attacco di Hezbollah che ha ucciso quattro militari israeliani. L’esercito ebraico ha stimato di aver compiuto «150 attacchi», soprattutto su «80 obiettivi nell’area di Nabatieh e altre zone nel sud del Libano». Israele sostiene d’aver ucciso «decine di terroristi Hezbollah», in particolare «due terroristi che scappavano su una motocicletta dopo aver lanciato razzi sulle truppe israeliane». Un attacco nella Valle della Bekaa ha colpito «due quartier generali di Hezbollah da cui operavano terroristi dell’organizzazione».
Intanto lo sblocco dello stretto di Hormuz procede a rilento. A ieri erano passate, nell’arco di 24 ore, 25 navi, fra cui il cargo italiano Grande Torino, del Gruppo Grimaldi, con equipaggio di 3 italiani e 18 filippini, la prima nostra nave a passare dopo 100 giorni, mentre la Farnesina sta lavorando per far uscire dal Golfo Persico anche due navi di MSC. La società petrolifera saudita Aramco ha stimato «580 navi nello stretto e 400 fuori, per tornare a un flusso normale servirà tempo». La Società iraniana dello Stretto ha ribadito che nei 60 giorni prima di un accordo definitivo Usa-Iran non chiederà pedaggio, ma «un preavviso di 48 ore» per le navi intenzionate a passare. L’associazione di armatori Intertanko ha riferito al Guardian che ci sono 80 mine subacquee, deposte dall’Iran, che infestano il canale centrale dello Stretto: «Come un’autostrada con la carreggiata centrale chiusa col solo utilizzo della corsia di emergenza. Ci vorrà tempo per bonificare l’area e le navi rischiano d’incagliarsi sugli scogli della rotta omanita». Se il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot afferma che «la Francia è pronta alla missione navale europea a Hormuz», ma a tregua fissata e a condizione che «gli Stati Uniti rimuovano il blocco e l’Iran liberi le vie di navigazione, il nostro ministro Antonio Tajani dice che «l’Italia farà la sua parte in una cornice internazionale e con cessate il fuoco consolidato». Intanto, per ogni evenienza, i militari americani del comando Centcom restano in allerta in tutto il Golfo e inoltre, secondo il Wall street journal, il vice segretario alla Guerra Usa, Stephen Feinberg, si sarebbe consultato con vari parlamentari del Congresso per ottenere 80 miliardi di dollari in più per il budget del Pentagono, in modo da ripianare le enormi spese di una guerra i cui costi sarebbero aumentati a ben più dei 29 miliardi stimati nei mesi scorsi.







