«Disobbediamo alla tortura di Stato». Così Sea Watch aggira ancora la legge

Parola d’ordine: «Disobbedire». La nave Sea-Watch 5 non segue l’indicazione ricevuta dalle autorità. Il porto assegnato era Marina di Carrara. Ma la rotta cambia. Dopo uno stop in rada si punta su Trapani. Non per errore. Per scelta. «Abbiamo dovuto dichiarare lo stato di necessità», fanno sapere dalla nave. È qui che si apre il varco. Perché lo stato di necessità non resta una condizione. Diventa uno strumento.
Serve a giustificare tutto quello che viene dopo. Anche il salto più delicato: ignorare le indicazioni del Centro di coordinamento. Un’azione che ha subito innescato l’avvio del procedimento che di solito produce delle sanzioni amministrative. Le comunicazioni che partono dal comando della Sea Watch 5 preparano il terreno. Prima il quadro sanitario dei passeggeri: «Esausti, mal di mare, ustioni da carburante». Poi il rischio: «Cure mediche immediate, possibili casi di sepsi». E la conclusione: «Dirigersi verso Trapani è l’unica opzione». E dentro questa costruzione si inserisce la scelta più pesante: la disobbedienza. Rivendicata. «Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 chilometri per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani». La Ong spiega perché. Ma soprattutto accusa: «Non abbiamo permesso che le 57 persone a bordo pagassero il prezzo delle manovre strumentali del governo italiano sulla loro pelle. Ogni ulteriore ritardo sarebbe irresponsabile». E il livello si alza ancora: «Questa», afferma la portavoce della Ong Giorgia Linardi, «è tortura di Stato. L’ostinato muro delle autorità italiane cerca di fare a pezzi il diritto internazionale. Noi non ci pieghiamo». A Massa Carrara, in prefettura, martedì restano in attesa. In serata il pool prefettizio apprende che l’approdo, che era previsto per questa mattina, è rinviato a data da destinarsi. La nave era ferma nelle acque al largo della Sicilia. E al termine della riunione viene comunicato che non c’era ancora una data e un orario precisi per lo sbarco. Segno che il sistema di accoglienza era stato attivato e stava lavorando su uno scenario che, nel frattempo, però, cambiava. Alcuni minori non accompagnati erano già stati trasferiti a terra con una motovedetta, su disposizione del tribunale per i minorenni di Palermo. Tra i casi più gravi c’era quello di una bambina di due anni in ipotermia. Dalla nave scendono prima in nove, evacuati dalla Guardia costiera al largo di Campobello di Mazara e trasferiti a Lampedusa. Poi i 20 minorenni su disposizione del tribunale. La gestione c’è. La nave viene coordinata. I soccorsi si susseguono. Le evacuazioni avvengono. I minori vengono fatti scendere. I casi più gravi vengono trattati. Interviene la Guardia costiera. Ma la narrazione segue un’altra linea: emergenza, urgenza, impossibilità di attendere. La Ong diffonde un video in cui denuncia le cattive condizioni del mare: «Attraversare lo Stretto è al momento impossibile, per le avverse condizioni meteo di queste ore, con onde che superano i due metri». E continua con lo storytelling: «La permanenza prolungata in mare espone i sopravvissuti al rischio concreto di infezioni e complicazioni». Tutti elementi che rafforzano la stessa tesi (non si poteva fare diversamente). Tranne uno: «Permetteteci di tornare a salvare vite umane. La volontà di mandarci a Nord, il più lontano possibile dal Mediterraneo centrale è una pratica disumana e pericolosa». In questo passaggio la Ong dichiara una delle finalità: la fretta di sbarcare è dettata anche dal poter tornare presto a fare da taxi del mare. Qui la crepa è evidente: l’urgenza umanitaria si intreccia con la necessità operativa di riprendere subito le missioni. E, così, la rotta verso Trapani diventa, nel racconto, inevitabile. Fino all’arrivo. E all’annuncio: «Sono sbarcati tutti». Fine della navigazione. Ma non della questione. Le autorità aprono un’istruttoria amministrativa e avviano le verifiche. Possibili sanzioni sono al vaglio. Il Viminale sarebbe determinato ad andare fino in fondo. In particolare bisognerà accertare la reale condizione dello stato di necessità.
In Calabria, a Vibo Marina, invece, fila tutto liscio. La Aita Mari con i 32 migranti tirati a bordo nei giorni scorsi nel Canal di Sicilia mentre, in balia del mare grosso, si trovavano su un barcone, approdano senza difficoltà. Tra i passeggeri c’era un bimbo di appena due mesi, alcuni minori e una donna incinta. Allo sbarco sono seguite le operazioni di identificazione e quelle sanitarie. Tutto si è svolto come da protocolli e in tranquillità. Tutti i passeggeri sono stati trovati in buone condizioni e trasferiti nel centro di accoglienza di Porto Salvo, ma verranno trasferiti in altre strutture.






