
«Del senno di poi sono piene le fosse» è un vecchio proverbio tramandato dal Manzoni che spiega come siamo tutti bravi, dopo, a capire le cose, a intuire dove sono stati fatti gli sbagli, come si potevano evitare i disastri. La frase significa: quelli che sanno tutto «dopo» sono tanti, e con la loro inutile e tardiva scienza ci si possono riempire le fosse; ma ha anche un secondo significato, più sinistro e sottile: nelle fosse ci stanno i morti, perché essere incauti può uccidere. Bisogna pensare col senno di prima, non con quello di poi, o qualcuno lo pagherà con la vita, e altri piangeranno il vuoto atroce che è stato lasciato dalla loro morte. È un discorso di responsabilità.
I proprietari del locale di Crans-Montana sono responsabili al 100% di quanto è successo, la loro sete di guadagni ha causato morti e feriti: i morti sono tantissimi, i feriti sono feriti gravi. La responsabilità dello Stato elvetico che non ha fatto i controlli è del 100%. Qualcuno obietterà che il totale deve fare 100: se sono in due a essere responsabili, avranno il 50% di responsabilità a testa. Giusto in matematica, ma sbagliato: nella vita ognuno deve assumersi il 100% di responsabilità. Lo stesso succede nei genocidi: la responsabilità dello sterminio degli armeni, degli ebrei, dei tutsi è di coloro che hanno dato gli ordini (100%) e di tutti coloro che li hanno eseguiti. Ognuno è responsabile al 100%.
Uno Stato che non faccia i controlli, dando per scontato che i suoi cittadini si comportino bene, è irresponsabile. Ognuno deve assumersi tutte le responsabilità, la propria e quella degli altri: dare per scontato che gli altri possano anche non fare le cose giuste. Il 100% di responsabilità ce l’hanno gli adulti presenti quella dannata notte, ma anche nelle precedenti: i clienti maggiorenni, ma soprattutto i barman, i camerieri e il disk jockey. I camerieri, il barman e il disk jockey avrebbero dovuto rifiutarsi di lavorare in un locale pericoloso. «Io prendevo solo ordini», «dovevo guadagnarmi lo stipendio», sono frasi di deresponsabilizzazione.
La notte tra il 26 e 27 gennaio 2013 il rogo di una discoteca, Kiss, a Santa Maria in Brasile ha causato la morte di 245 persone, quasi tutte giovanissime. Si trattava di una festa con 2.000 universitari, c’era una band che suonava dal vivo, due dei suonatori con fuochi artificiali simili a quelli usati a Crans-Montana hanno dato fuoco al soffitto insonorizzato ma non ignifugo, esattamente come a Crans-Montana. I morti sono stati più del quintuplo di quelli della notte di Capodanno in terra elvetica. Non c’erano italiani nel rogo del Brasile, era un posto lontano, non lo abbiamo nemmeno memorizzato. Forse è sbagliato che non ce ne sia fregato niente, forse inevitabile. Visto che sul pianeta ci sono otto miliardi di persone e non possiamo avere il cuore spezzato per tutti i morti, ci limitiamo a quelli vicini, quelli che sono il nostro prossimo. Comunque non abbiamo memorizzato e non abbiamo imparato.
Dall’episodio è stata tratta una miniserie televisiva, La notte che non passerà, trasmessa nel 2023 su Netflix. Camerieri, barman, disk jockey sono tutti responsabili. Hanno accettato di lavorare in un locale senza uscite di sicurezza con il maniglione antipanico, la scala troppo stretta. Che il tetto fosse infiammabile potevano forse non saperlo (nessuno di questi che guardi Netflix?), ma si poteva sempre chiedere: scusate, il soffitto e i muri sono ignifughi? Quindi dovevano pretendere che gli abbordabili e disponibili proprietari facessero delle ristrutturazioni carissime? Non diciamo idiozie. Bastava pretendere un’unica cosa che non costava nulla: che in quel locale non si usassero fuochi artificiali, perché il locale poteva essere inadeguato finché volete, ma senza i fuochi pirotecnici non sarebbe successo niente. Stesso discorso per il Brasile.
E qui si arriva all’ultimo 100% di responsabilità: il 100% di responsabilità l’hanno i produttori di fuochi artificiali e il 100% di responsabilità l’hanno gli Stati che non li vietano, tutti, sempre. Forse se volete (ma non è obbligatorio), potete fare un’eccezione per quelli ufficiali, fatti da esperti per Comuni o istituzioni, ma solo quelli. Tra l’altro l’Unione europea che ci ha imposto i tappi che non si staccano per risparmiare CO2, non ha ancora fatto mente locale sul fatto che i fuochi pirotecnici sono esplosivi? Se poi incendiano qualcosa, la CO2 aumenta ancora di più. Come ogni medico che ha fatto turni di guardia medica e pronto soccorso, odio con tutta l’anima i fuochi d’artificio: un odio viscerale, totale. Sono il paradigma dell’idiozia: occhi bruciati, dita amputate, persone uccise, i due roghi del Brasile e della Svizzera e poi innumerevoli altri.
Mi rivolgo ai genitori dei ragazzi morti, e di quelli che ora stanno combattendo per vivere. Molti di voi sono professionisti, imprenditori. Siete persone che si sanno muovere. Create un comitato, create qualcosa. Chiedete, anzi pretendete, per il dolore che avete dentro, per i vostri figli che non torneranno, la messa al bando immediata dei fuochi pirotecnici, tutti. Anche una modesta «stellina» può causare un incendio. Chiedete, pretendete, di entrare nelle scuole, tutte, e in nome dei vostri figli insegnate e pretendete che sia insegnata l’assunzione di responsabilità, il 100%: che ognuno, appena entrato in qualsiasi locale pubblico, verifichi la presenza delle uscite di sicurezza e pianti una grana se non ci sono, che ognuno abbia fatto esercitazioni antincendio oltre al massaggio cardiaco e alle tecniche di disostruzione che tutti devono saper fare. Entrate nelle scuole, parlate dei vostri figli. Dite che ognuno, sempre, deve assumersi il 100% di responsabilità su quello che sta succedendo. E per assumersi il 100% di responsabilità occorre essere lucidi. I vostri figli al momento della loro morte forse non lo erano, o forse non lo erano tutti, o forse non lo erano perfettamente. Lo si vede nei lunghissimi secondi in cui guardano il pericolo mortale e non capiscono. Ci sono forme di «divertimento» magnifiche, come la poesia, parlare con un amico di Dio e della morte, correre nel bosco, sciare in una giornata di sole, suonare uno strumento, fare l’amore con qualcuno che si ama, mettere al mondo un figlio. Pregare può diventare estasi, ma bisogna essere allenati. Anche per sciare e suonare bene ci vogliono pazienza e determinazione, cioè allenamento. Ci sono divertimenti pessimi, come la pornografia, che modifica tutti i neurotrasmettitori in maniera squallida e pericolosa. E poi c’è la discoteca, divertimento mediocre nel migliore dei casi.
Che male c’è? Invertiamo la domanda: che bene c’è? Nessuno. L’alcol su persone giovani è un danno, l’alcol al di sopra di piccole quantità è un danno ed è cancerogeno. Discoteca, alcol, musica ad altissimo volume con molte percussioni causano uno stato alterato di coscienza, una specie di super euforia che leva lucidità, e annulla ogni insicurezza. Si diventa tutti uno, una specie di rumorosa coscienza collettiva all’interno della quale la responsabilità annega. Da decenni dicono che è normale: gestori di discoteche e produttori di musica hanno creato questo falso mito della discoteca come irrinunciabile divertimento, lo hanno detto anche ai vostri figli, è normale vivere momenti in cui «non si capisce più niente». No, non è normale, non si è mai fatto. Manzoni non lo ha mai fatto, Mozart nemmeno. Non c’è niente di male, forse (non c’è niente di male a bere troppo alcol a 14 o 15 anni?), ma è sicuramente mediocre.
Entrate nelle scuole. In nome dei vostri figli, salvatene altri: fate bandire i fuochi d’artificio, insegnate come assumersi la responsabilità, come restare sempre lucidi, come combattere per la vita. Combattete questa battaglia. Che Dio vi benedica. Che il ricordo dei vostri figli sia una benedizione.






