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2018-05-23
La Meloni non digerisce il M5s e resta fuori
ANSA
Matteo Salvini? Assomiglia al generale «che pur avendo vinto la guerra si consegna al nemico, lasciando una parte delle truppe sul campo di battaglia». Giorgia Meloni sceglie una metafora bellica per ufficializzare che Fratelli d'Italia non sosterrà mai un governo guidato dal professor Giuseppe Conte. Al termine dell'ufficio di presidenza del partito, la scelta dei big, ufficializzata senza nemmeno ricorrere a un voto vista l'unanimità delle posizioni, è quella di restare fuori, almeno a queste condizioni, dall'alleanza gialloblù. Interrotto il dialogo con Salvini, ancora più marcata la distanza da Di Maio: «Penso che il leader della Lega sia caduto nella trappola del Movimento 5 stelle di farsi isolare e indebolire per poi finire sostanzialmente in un governo grillino».
Proprio sul profilo del premier indicato si concentrano le maggiori critiche di Fdi. La Meloni rivendica che la scelta di dire «no» a un governo Conte è fatta per «rispetto della volontà popolare e dei nostri sostenitori» e affonda: «Non penso che i cittadini che hanno votato per un governo di centrodestra siano contenti che ci sia a Palazzo Chigi un altro tecnico, un altro Monti, espressione del M5s, di sinistra, amico di Boschi e Napolitano». Ancora più esplicito Guido Crosetto, coordinatore del partito: «Paradossalmente l'aver indicato un premier di sinistra e proveniente dal M5s ha semplificato la nostra scelta di non sostenerlo. E poi i pentastellati hanno mostrato sempre una preclusione verso il nostro profilo sovranista e nazionalista. Io ministro in pectore della Difesa? Se il mio partito non entra in maggioranza io non sarò una persona che si vende per ricoprire un ruolo istituzionale. Ciò non toglie che diremo “sì" a tutti quei provvedimenti già inseriti nel nostro programma».
La chiusura arrivata ieri conferma la fragilità numerica della maggioranza targata M5s-Lega. Al Senato, in particolare, dove la nuova coalizione di governo può contare, sulla carta, su un margine di appena sei voti di vantaggio, i 18 voti degli eletti di Fdi a Palazzo Madama avrebbero potuto blindare la maggioranza e mettere al riparo l'esecutivo da ogni tipo di sorpresa. Così non sarà, salvo colpi di scena da non escludere, comunque, dopo le perplessità sollevate da più parti sulla figura di Conte e i dubbi sulla veridicità del curriculum presentato dal giurista, e adesso l'obiettivo (non dichiarato) tra i colonnelli meloniani sarà quello di massimizzare i risultati di un'opposizione di destra a un governo con un profilo ibrido, a metà tra l'esecutivo tecnico e quello politico.
Nel Carroccio l'imperativo è quello di non fomentare tensioni. Non è un caso che Gian Marco Centinaio, capogruppo della Lega a Montecitorio, si sforzi di usare toni concilianti anche dopo il niet ricevuto: «Giorgia Meloni è una persona intelligente che ha rapporti quotidiani con Salvini. Continuiamo a collaborare con Fdi come abbiamo sempre fatto, con Fi come abbiamo sempre fatto, evitiamo polemiche e andiamo avanti». Parole al miele utilizzate al fine di non rompere definitivamente la coalizione e mantenere viva la possibilità di una via d'uscita nel caso in cui il profilo di Conte non dovesse ricevere il gradimento del presidente della Repubblica. In quel caso i giochi tornerebbero a riaprirsi con conseguenze ancora tutte da valutare. Tra i governisti del Movimento sono in molti a non aver abbandonato il sogno che il rinvio dell'incarico al docente pugliese possa nel frattempo far maturare le condizioni politiche per il via libera al capo politico. Il gioco delle parti, insomma, va avanti. E il presidente Sergio Mattarella non può che attendere che vengano dissipati i dubbi sulla figura del candidato di M5s e Lega.
In ogni caso, la decisione assunta da Fdi fa sorridere Forza Italia. Gli azzurri hanno scongiurato per adesso il rischio di ritrovarsi isolati nel centrodestra. Nelle prossime ore l'ufficio di presidenza degli azzurri sarà chiamato ad assumere ufficialmente una posizione. La linea largamente maggioritaria è quella di schierarsi all'opposizione di un governo gialloblu guidato da una personalità indicata dai 5 stelle. Ancora ieri, l'intesa Di Maio-Salvini è stata bersaglio di un fuoco incrociato di critiche. Per Roberto Occhiuto, vicecapogruppo vicario dei berlusconiani alla Camera, «M5s e Lega stanno iniziando con il piede sbagliato. Ora vogliono un premier tecnico mentre prima giuravano che mai l'avrebbero votato. Gli hanno persino scritto il programma ed è molto grillino: sulla giustizia, le infrastrutture, sulle coperture che non ci sono. Per questo Forza Italia sarà convintamente all'opposizione». Concetti in qualche modo rilanciati anche da Deborah Bergamini, deputata e responsabile della comunicazione dei forzisti, che punta il dito contro il premier indicato lunedì dai due principali partiti di questa legislatura: «È mai possibile che i 5 stelle abbiano indicato come possibile presidente del Consiglio un signore di cui non hanno nemmeno passato il curriculum ai raggi X?».
Antonio Ricchio
Hanno già presentato il conto a Conte. È giallo sul suo curriculum e Stamina
Non intendiamo attaccare o difendere il professor Giuseppe Conte, forse premier del primo governo Lega e 5 Stelle. Tuttavia non si può fare a meno di notare che il giurista, che neppure ha messo piede a Palazzo Chigi, è già bersaglio di sospetti da parte della stampa, nostrana e internazionale. I giornalisti, solitamente sonnacchiosi e indolenti, si sono trasformati in tanti piccoli Perry Mason. Oggetto delle indagini è stato il corposo curriculum che il docente di diritto ha pubblicato sul sito della Camera, quando nel 2013 fu scelto dal Parlamento come membro del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa.
Nella caccia al master farlocco si è particolarmente distinto il corrispondente da Roma del New York Times, Jason Horowitz. Nel curriculum di Conte c'è infatti scritto che «dall'anno 2008 all'anno 2012 ha soggiornato, ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi». Ebbene Horowitz ha telefonato all'università americana per controllare la veridicità delle dichiarazioni del possibile nuovo premier. Ma la portavoce dell'ateneo, Michelle Tsai, avrebbe detto di non avere trovato traccia della presenza di Conte né come insegnante né ricercatore né come studente. Anche se è possibile che abbia seguito dei corsi da uno o due giorni, per i quali non vengono conservati documenti.
La risposta all'accusa è stata affidata a un comunicato del Movimento dove si dice che «nel suo curriculum Conte ha scritto con chiarezza che alla New York University ha perfezionato e aggiornato i suoi studi. Non ha mai citato corsi o master». E, più avanti, aggiunge che «come ogni studioso, ha soggiornato all'estero per studiare, arricchire le sue conoscenze, perfezionare il suo inglese giuridico».
Inoltre esisterebbe uno scambio di mail del 2014, citato dall'agenzia Adnkronos, con Mark Geistfeld, autorevole studioso della responsabilità civile della Nyu School of Law. Durante quel soggiorno, come si evince dalla corrispondenza, Conte incontrò Geistfeld. Questo proverebbe dunque che il professore pugliese trascorreva parte delle sue vacanze nella università newyorkese. Ci sarebbe anche uno scambio di mail del medesimo anno con Radu Popa, all'epoca responsabile dei sistemi informatici della biblioteca della Nyu e all'assegnazione delle postazioni per la ricerca. Nei messaggi, dal tono confidenziale, Conte spiegherebbe che ha bisogno di accedere alla biblioteca per ultimare un nuovo libro. Richiesta subito accordata.
In difesa del professore è anche intervenuto, su Twitter, un docente di Oslo, Mads Andenas, studioso di diritto contrattuale europeo e già direttore del londinese British Institute of International and Comparative Law. Difende a spada tratta il collega: «I professori studiano in biblioteca per tali soggiorni durante le vacanze estive, e non sono staff o students», scrive Andenas commentando l'articolo del New York Times. E continua: «Ha spiegato di aver soggiornato presso scuole di giurisprudenza di lingua inglese in estate per migliorare il suo inglese e la sua preparazione. Altri professori di giurisprudenza lo fanno e molti altri dovrebbero farlo. Il professor Conte fa parte dell'Editorial Board of European Business Law Review».
Insomma non si può sostenere che il papabile premier abbia mentito. Al limite può aver ecceduto in vanità, inserendo nel cv un'esperienza internazionale forse non così rilevante o non specificandone chiaramente i confini. Ma sarebbe comunque un peccato veniale, se per esempio paragonato a quanto aveva dichiarato a suo tempo la ministra uscente dell'Istruzione, Valeria Fedeli: nella biografia ufficiale aveva scritto di essere in possesso di un «diploma di laurea in Scienze sociali». In realtà era soltanto un diploma per assistenti sociali.
C'è poi da sottolineare che Jason Horowitz, il quale ha fatto ovviamente benissimo a spulciare il curriculum, non sempre ama il reportage investigativo. Infatti non applicava lo stesso rigore quando scriveva articoli su Matteo Renzi. Sua l'indimenticabile storia di copertina di Vogue America del 2016 con la fotografia di Renzi scamiciato. Il titolo dell'articolo, positivo e rassicurante, sembrava un proclama: Il primo ministro italiano Matteo Renzi farà ciò che serve per riformare il governo. E la chiosa del pezzo recitava senza mezze misure «è l'uomo giusto al momento giusto».
Comunque sia dopo il caso New York, il sospetto è dilagato verso tutti gli atenei e gli organismi nominati nel curriculum. Il professore dice di aver perfezionato gli studi anche a Yale, dove sarebbe stato nel 1992; alla Duquesne University di Pittsburgh, sempre nel 1992; alla Sorbona di Parigi, nel 2000 e al Girton College dell'Università di Cambridge, nel 2001. Contattata da Reuters, Cambridge non ha voluto commentare la notizia: una fonte interna all'università ha però detto all'agenzia di non aver trovato alcuna traccia di Conte, che però potrebbe aver frequentato un corso esterno. Inoltre, sempre nel curriculum, è citata una specializzazione in studi giuridici all'International Kultur Institut di Vienna, che però è solo una scuola di tedesco. I giornalisti, questa volta italiani, hanno contattato l'istituto per avere spiegazioni. Respinte in nome della privacy.
Chiuso il capitolo delle università restano però ancora altri sospetti sollevati dalla stampa. Il primo riguarda Social Justice Group istituito presso l'Unione Europea, di cui Conte scrive di essere stato «designato» a far parte. Il problema è che non esisterebbe alcun organo comunitario con questo nome, nei primi anni Duemila era invece attivo un collettivo di professori chiamato Social Justice in European Private Law, che aveva pubblicato un manifesto nel 2004. Martijn Hesselink, capo dei docenti che ha coordinato la stesura del documento, ha però dichiarato al Post che Conte «non è stato membro del Social Justice Group che ha scritto, firmato e pubblicato il manifesto».
Infine tra i peccati del premier gialloblu in pectore ci sarebbe anche il suo legame con il metodo Stamina. Fu lui, infatti, scrive il Manifesto, «da avvocato della famiglia di una bambina malata alla quale fu somministrato il trattamento Stamina, a ottenere il via libera di un tribunale al proseguimento della cura non validata scientificamente». Inoltre Conte, sempre secondo il quotidiano, «si è battuto per l'applicazione del metodo Vannoni». Circostanza smentita però dai genitori della piccola: «Ci aiutò, ci seguì legalmente nel ricorso per proseguire con le cure a Sofia, ma non lo fece perché sostenitore di Stamina». E smentita anche da Davide Vannoni che ha spiegato di non averlo mai visto né conosciuto.
Carlo Piano
Ma il prof della discordia è all’Economia
Al Quirinale non tornano i conti, o meglio non torna il Conte. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha intenzione di riflettere fino in fondo prima di conferire a Giuseppe Conte l'incarico di formare il nuovo governo: anche la giornata di oggi potrebbe trascorrere invano. Mattarella lo ha detto ieri, chiaro e tondo, al presidente della Camera, Roberto Fico, e alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, convocati a sorpresa per un giro supplementare di consultazioni con la seconda e la terza carica dello Stato. La linea della prudenza ha trovato perfettamente d'accordo sia la Casellati che, ed è molto più rilevante in termini politici, Fico. Il presidente della Camera, leader dell'ala radicale e di sinistra del M5s, sull'alleanza con la Lega nutre già molte perplessità, che i suoi fedelissimi stanno esplicitando ora dopo ora con maggior vigore.
Mattarella avrebbe informato Casellati e Fico, Costituzione alla mano, dei suoi dubbi sulla scelta di un presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che non sarebbe in grado di esprimere alcuna posizione politica senza dover concordare preventivamente ogni dettaglio con i «contraenti» del contratto di governo, ovvero Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Si andrebbe verso il cosiddetto «governo a direzione plurima dissociata», nel quale ciascun ministro, vista la debolezza politica del premier, finisce per rispondere solo e soltanto al suo partito o, peggio ancora, alla corrente di riferimento.
Questo tipo di governo, sperimentato a lungo negli anni del pentapartito, è perfettamente costituzionale, ma produce instabilità e mancanza di autorevolezza, poiché il presidente del Consiglio finisce per essere un mero esecutore di direttive che arrivano dall'esterno. Infine, le polemiche sul curriculum di Conte hanno alimentato ulteriori preoccupazioni nel capo dello Stato, al quale potrebbero essere state comunicate informazioni non corrette, comportamento che, se fosse stato «doloso», costituirebbe una gravissima mancanza di rispetto nei confronti del presidente della Repubblica o, nel migliore dei casi, se Di Maio e Salvini non fossero stati a conoscenza delle eventuali inesattezze, sarebbe una dimostrazione di superficialità e approssimazione.
Mattarella spera ancora che Luigi Di Maio possa assumere la guida del governo: alcuni tra gli osservatori più smaliziati ipotizzano un gioco di sponda tra il Quirinale e il M5s, per convincere la Lega a dare il via libera al capo politico pentastellato per Palazzo Chigi, ma diverse fonti confermano invece l'armonia tra le due forze politiche di maggioranza. Sotto queste polemiche di facciata, però, si consuma la vera battaglia decisiva, quella sul nome del ministro dell'Economia. Salvini e Di Maio hanno indicato l'economista critico con la gabbia dell'euro a trazione tedesca Paolo Savona, e su questo punto Mattarella non ha alcuna intenzione di rinunciare alle sue prerogative costituzionali: difficilmente il professor Conte, se e quando verrà incaricato, uscirà dal colloquio con il capo dello Stato con quel nome nell'elenco dei ministri.
Savona, infatti, per Mattarella è un fattore destabilizzante nei rapporti tra Italia e Unione Europea, ai quali il capo dello Stato tiene tantissimo. Sul «no» a Savona si salda un asse di potere che parte dalla Bce guidata da Mario Draghi, passa per la Banca d'Italia e dal suo governatore Ignazio Visco e arriva al Quirinale. Savona è da sempre un euroscettico: la corrente di pensiero di cui fa parte affonda le sue radici nelle convinzioni di governatori come Donato Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi e Antonio Fazio.
Si spiega (anche) così la resistenza che in queste ore proprio il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che si ispira a Carlo Azeglio Ciampi e alla scuola europeista, starebbe opponendo alla nomina di Paolo Savona: tra i due il rapporto è pessimo, c'è chi racconta che Visco, in una occasione, diede appuntamento a Savona, che chiedeva di incontrarlo, alle 7 del mattino, come se si trattasse di uno studentello.
Mattarella ricorda bene anche un altro episodio, che risale all'estate del 2015. Il 21 giugno, era stato pubblicato il rapporto «dei 5 presidenti» europei sul futuro della zona euro, elaborato dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, «in stretta cooperazione» con Mario Draghi (Banca centrale europea), Jeroen Dijsselbloem (Eurogruppo), Donald Tusk (Consiglio) e Martin Schulz (Parlamento), che auspicavano una ulteriore cessione di sovranità nazionale da parte degli stati dal punto di vista economico e fiscale in favore dell'Unione Europea. Mattarella salutò con favore il documento, incontrò Draghi e il 28 luglio, parlando alla conferenza degli ambasciatori, sottolineò la necessità di «aprire il cantiere di una nuova governance dell'euro come vero e proprio governo, adeguato e democratico, della moneta unica» (in quello stesso discorso disse anche, a proposito dell'immigrazione, che «salvare chi annega è un dovere»).
Il 23 agosto, Paolo Savona si rivolse a Mattarella attraverso una lettera aperta, invitandolo energicamente a non avallare in alcun modo la «cessione della sovranità fiscale residua», ricordando polemicamente al capo dello Stato alcune delle sue prerogative costituzionali.
Carlo Tarallo
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L'ufficio di presidenza di Fdi nega ogni appoggio a un esecutivo Conte. La leader Giorgia Meloni è dura con Matteo Salvini: «È un generale che ha vinto la guerra ma si consegna al nemico». Guido Crosetto lascia uno spiraglio: «Voteremo volta per volta». I gialloblù balleranno al Senato.Il New York Times contesta gli studi alla New York University, ma alcuni scambi di mail con l'ateneo direbbero il contrario. Polemiche sul presunto sostegno alla cura. Vannoni: «Non so chi sia». E il M5s fa quadrato.Le polemiche sul profilo del candidato a Palazzo Chigi celano la vera guerra in atto su via XX Settembre. Sergio Mattarella continua a prendere tempo per bruciare l'economista Savona, spinto dalla Lega: profilo euroscettico inviso alla Bce e pure a Bankitalia.Lo speciale contiene tre articoli.Matteo Salvini? Assomiglia al generale «che pur avendo vinto la guerra si consegna al nemico, lasciando una parte delle truppe sul campo di battaglia». Giorgia Meloni sceglie una metafora bellica per ufficializzare che Fratelli d'Italia non sosterrà mai un governo guidato dal professor Giuseppe Conte. Al termine dell'ufficio di presidenza del partito, la scelta dei big, ufficializzata senza nemmeno ricorrere a un voto vista l'unanimità delle posizioni, è quella di restare fuori, almeno a queste condizioni, dall'alleanza gialloblù. Interrotto il dialogo con Salvini, ancora più marcata la distanza da Di Maio: «Penso che il leader della Lega sia caduto nella trappola del Movimento 5 stelle di farsi isolare e indebolire per poi finire sostanzialmente in un governo grillino». Proprio sul profilo del premier indicato si concentrano le maggiori critiche di Fdi. La Meloni rivendica che la scelta di dire «no» a un governo Conte è fatta per «rispetto della volontà popolare e dei nostri sostenitori» e affonda: «Non penso che i cittadini che hanno votato per un governo di centrodestra siano contenti che ci sia a Palazzo Chigi un altro tecnico, un altro Monti, espressione del M5s, di sinistra, amico di Boschi e Napolitano». Ancora più esplicito Guido Crosetto, coordinatore del partito: «Paradossalmente l'aver indicato un premier di sinistra e proveniente dal M5s ha semplificato la nostra scelta di non sostenerlo. E poi i pentastellati hanno mostrato sempre una preclusione verso il nostro profilo sovranista e nazionalista. Io ministro in pectore della Difesa? Se il mio partito non entra in maggioranza io non sarò una persona che si vende per ricoprire un ruolo istituzionale. Ciò non toglie che diremo “sì" a tutti quei provvedimenti già inseriti nel nostro programma». La chiusura arrivata ieri conferma la fragilità numerica della maggioranza targata M5s-Lega. Al Senato, in particolare, dove la nuova coalizione di governo può contare, sulla carta, su un margine di appena sei voti di vantaggio, i 18 voti degli eletti di Fdi a Palazzo Madama avrebbero potuto blindare la maggioranza e mettere al riparo l'esecutivo da ogni tipo di sorpresa. Così non sarà, salvo colpi di scena da non escludere, comunque, dopo le perplessità sollevate da più parti sulla figura di Conte e i dubbi sulla veridicità del curriculum presentato dal giurista, e adesso l'obiettivo (non dichiarato) tra i colonnelli meloniani sarà quello di massimizzare i risultati di un'opposizione di destra a un governo con un profilo ibrido, a metà tra l'esecutivo tecnico e quello politico. Nel Carroccio l'imperativo è quello di non fomentare tensioni. Non è un caso che Gian Marco Centinaio, capogruppo della Lega a Montecitorio, si sforzi di usare toni concilianti anche dopo il niet ricevuto: «Giorgia Meloni è una persona intelligente che ha rapporti quotidiani con Salvini. Continuiamo a collaborare con Fdi come abbiamo sempre fatto, con Fi come abbiamo sempre fatto, evitiamo polemiche e andiamo avanti». Parole al miele utilizzate al fine di non rompere definitivamente la coalizione e mantenere viva la possibilità di una via d'uscita nel caso in cui il profilo di Conte non dovesse ricevere il gradimento del presidente della Repubblica. In quel caso i giochi tornerebbero a riaprirsi con conseguenze ancora tutte da valutare. Tra i governisti del Movimento sono in molti a non aver abbandonato il sogno che il rinvio dell'incarico al docente pugliese possa nel frattempo far maturare le condizioni politiche per il via libera al capo politico. Il gioco delle parti, insomma, va avanti. E il presidente Sergio Mattarella non può che attendere che vengano dissipati i dubbi sulla figura del candidato di M5s e Lega.In ogni caso, la decisione assunta da Fdi fa sorridere Forza Italia. Gli azzurri hanno scongiurato per adesso il rischio di ritrovarsi isolati nel centrodestra. Nelle prossime ore l'ufficio di presidenza degli azzurri sarà chiamato ad assumere ufficialmente una posizione. La linea largamente maggioritaria è quella di schierarsi all'opposizione di un governo gialloblu guidato da una personalità indicata dai 5 stelle. Ancora ieri, l'intesa Di Maio-Salvini è stata bersaglio di un fuoco incrociato di critiche. Per Roberto Occhiuto, vicecapogruppo vicario dei berlusconiani alla Camera, «M5s e Lega stanno iniziando con il piede sbagliato. Ora vogliono un premier tecnico mentre prima giuravano che mai l'avrebbero votato. Gli hanno persino scritto il programma ed è molto grillino: sulla giustizia, le infrastrutture, sulle coperture che non ci sono. Per questo Forza Italia sarà convintamente all'opposizione». Concetti in qualche modo rilanciati anche da Deborah Bergamini, deputata e responsabile della comunicazione dei forzisti, che punta il dito contro il premier indicato lunedì dai due principali partiti di questa legislatura: «È mai possibile che i 5 stelle abbiano indicato come possibile presidente del Consiglio un signore di cui non hanno nemmeno passato il curriculum ai raggi X?». Antonio Ricchio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-meloni-non-digerisce-il-m5s-e-resta-fuori-2571110770.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hanno-gia-presentato-il-conto-a-conte-e-giallo-sul-suo-curriculum-e-stamina" data-post-id="2571110770" data-published-at="1772192943" data-use-pagination="False"> Hanno già presentato il conto a Conte. 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Nel curriculum di Conte c'è infatti scritto che «dall'anno 2008 all'anno 2012 ha soggiornato, ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi». Ebbene Horowitz ha telefonato all'università americana per controllare la veridicità delle dichiarazioni del possibile nuovo premier. Ma la portavoce dell'ateneo, Michelle Tsai, avrebbe detto di non avere trovato traccia della presenza di Conte né come insegnante né ricercatore né come studente. Anche se è possibile che abbia seguito dei corsi da uno o due giorni, per i quali non vengono conservati documenti. La risposta all'accusa è stata affidata a un comunicato del Movimento dove si dice che «nel suo curriculum Conte ha scritto con chiarezza che alla New York University ha perfezionato e aggiornato i suoi studi. Non ha mai citato corsi o master». E, più avanti, aggiunge che «come ogni studioso, ha soggiornato all'estero per studiare, arricchire le sue conoscenze, perfezionare il suo inglese giuridico». Inoltre esisterebbe uno scambio di mail del 2014, citato dall'agenzia Adnkronos, con Mark Geistfeld, autorevole studioso della responsabilità civile della Nyu School of Law. Durante quel soggiorno, come si evince dalla corrispondenza, Conte incontrò Geistfeld. Questo proverebbe dunque che il professore pugliese trascorreva parte delle sue vacanze nella università newyorkese. Ci sarebbe anche uno scambio di mail del medesimo anno con Radu Popa, all'epoca responsabile dei sistemi informatici della biblioteca della Nyu e all'assegnazione delle postazioni per la ricerca. Nei messaggi, dal tono confidenziale, Conte spiegherebbe che ha bisogno di accedere alla biblioteca per ultimare un nuovo libro. Richiesta subito accordata. In difesa del professore è anche intervenuto, su Twitter, un docente di Oslo, Mads Andenas, studioso di diritto contrattuale europeo e già direttore del londinese British Institute of International and Comparative Law. Difende a spada tratta il collega: «I professori studiano in biblioteca per tali soggiorni durante le vacanze estive, e non sono staff o students», scrive Andenas commentando l'articolo del New York Times. E continua: «Ha spiegato di aver soggiornato presso scuole di giurisprudenza di lingua inglese in estate per migliorare il suo inglese e la sua preparazione. Altri professori di giurisprudenza lo fanno e molti altri dovrebbero farlo. Il professor Conte fa parte dell'Editorial Board of European Business Law Review». Insomma non si può sostenere che il papabile premier abbia mentito. Al limite può aver ecceduto in vanità, inserendo nel cv un'esperienza internazionale forse non così rilevante o non specificandone chiaramente i confini. Ma sarebbe comunque un peccato veniale, se per esempio paragonato a quanto aveva dichiarato a suo tempo la ministra uscente dell'Istruzione, Valeria Fedeli: nella biografia ufficiale aveva scritto di essere in possesso di un «diploma di laurea in Scienze sociali». In realtà era soltanto un diploma per assistenti sociali. C'è poi da sottolineare che Jason Horowitz, il quale ha fatto ovviamente benissimo a spulciare il curriculum, non sempre ama il reportage investigativo. Infatti non applicava lo stesso rigore quando scriveva articoli su Matteo Renzi. Sua l'indimenticabile storia di copertina di Vogue America del 2016 con la fotografia di Renzi scamiciato. Il titolo dell'articolo, positivo e rassicurante, sembrava un proclama: Il primo ministro italiano Matteo Renzi farà ciò che serve per riformare il governo. E la chiosa del pezzo recitava senza mezze misure «è l'uomo giusto al momento giusto». Comunque sia dopo il caso New York, il sospetto è dilagato verso tutti gli atenei e gli organismi nominati nel curriculum. Il professore dice di aver perfezionato gli studi anche a Yale, dove sarebbe stato nel 1992; alla Duquesne University di Pittsburgh, sempre nel 1992; alla Sorbona di Parigi, nel 2000 e al Girton College dell'Università di Cambridge, nel 2001. Contattata da Reuters, Cambridge non ha voluto commentare la notizia: una fonte interna all'università ha però detto all'agenzia di non aver trovato alcuna traccia di Conte, che però potrebbe aver frequentato un corso esterno. Inoltre, sempre nel curriculum, è citata una specializzazione in studi giuridici all'International Kultur Institut di Vienna, che però è solo una scuola di tedesco. I giornalisti, questa volta italiani, hanno contattato l'istituto per avere spiegazioni. Respinte in nome della privacy. Chiuso il capitolo delle università restano però ancora altri sospetti sollevati dalla stampa. Il primo riguarda Social Justice Group istituito presso l'Unione Europea, di cui Conte scrive di essere stato «designato» a far parte. Il problema è che non esisterebbe alcun organo comunitario con questo nome, nei primi anni Duemila era invece attivo un collettivo di professori chiamato Social Justice in European Private Law, che aveva pubblicato un manifesto nel 2004. Martijn Hesselink, capo dei docenti che ha coordinato la stesura del documento, ha però dichiarato al Post che Conte «non è stato membro del Social Justice Group che ha scritto, firmato e pubblicato il manifesto». Infine tra i peccati del premier gialloblu in pectore ci sarebbe anche il suo legame con il metodo Stamina. Fu lui, infatti, scrive il Manifesto, «da avvocato della famiglia di una bambina malata alla quale fu somministrato il trattamento Stamina, a ottenere il via libera di un tribunale al proseguimento della cura non validata scientificamente». Inoltre Conte, sempre secondo il quotidiano, «si è battuto per l'applicazione del metodo Vannoni». Circostanza smentita però dai genitori della piccola: «Ci aiutò, ci seguì legalmente nel ricorso per proseguire con le cure a Sofia, ma non lo fece perché sostenitore di Stamina». E smentita anche da Davide Vannoni che ha spiegato di non averlo mai visto né conosciuto. Carlo Piano <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-meloni-non-digerisce-il-m5s-e-resta-fuori-2571110770.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-il-prof-della-discordia-e-alleconomia" data-post-id="2571110770" data-published-at="1772192943" data-use-pagination="False"> Ma il prof della discordia è all’Economia Al Quirinale non tornano i conti, o meglio non torna il Conte. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha intenzione di riflettere fino in fondo prima di conferire a Giuseppe Conte l'incarico di formare il nuovo governo: anche la giornata di oggi potrebbe trascorrere invano. Mattarella lo ha detto ieri, chiaro e tondo, al presidente della Camera, Roberto Fico, e alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, convocati a sorpresa per un giro supplementare di consultazioni con la seconda e la terza carica dello Stato. La linea della prudenza ha trovato perfettamente d'accordo sia la Casellati che, ed è molto più rilevante in termini politici, Fico. Il presidente della Camera, leader dell'ala radicale e di sinistra del M5s, sull'alleanza con la Lega nutre già molte perplessità, che i suoi fedelissimi stanno esplicitando ora dopo ora con maggior vigore. Mattarella avrebbe informato Casellati e Fico, Costituzione alla mano, dei suoi dubbi sulla scelta di un presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che non sarebbe in grado di esprimere alcuna posizione politica senza dover concordare preventivamente ogni dettaglio con i «contraenti» del contratto di governo, ovvero Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Si andrebbe verso il cosiddetto «governo a direzione plurima dissociata», nel quale ciascun ministro, vista la debolezza politica del premier, finisce per rispondere solo e soltanto al suo partito o, peggio ancora, alla corrente di riferimento. Questo tipo di governo, sperimentato a lungo negli anni del pentapartito, è perfettamente costituzionale, ma produce instabilità e mancanza di autorevolezza, poiché il presidente del Consiglio finisce per essere un mero esecutore di direttive che arrivano dall'esterno. Infine, le polemiche sul curriculum di Conte hanno alimentato ulteriori preoccupazioni nel capo dello Stato, al quale potrebbero essere state comunicate informazioni non corrette, comportamento che, se fosse stato «doloso», costituirebbe una gravissima mancanza di rispetto nei confronti del presidente della Repubblica o, nel migliore dei casi, se Di Maio e Salvini non fossero stati a conoscenza delle eventuali inesattezze, sarebbe una dimostrazione di superficialità e approssimazione. Mattarella spera ancora che Luigi Di Maio possa assumere la guida del governo: alcuni tra gli osservatori più smaliziati ipotizzano un gioco di sponda tra il Quirinale e il M5s, per convincere la Lega a dare il via libera al capo politico pentastellato per Palazzo Chigi, ma diverse fonti confermano invece l'armonia tra le due forze politiche di maggioranza. Sotto queste polemiche di facciata, però, si consuma la vera battaglia decisiva, quella sul nome del ministro dell'Economia. Salvini e Di Maio hanno indicato l'economista critico con la gabbia dell'euro a trazione tedesca Paolo Savona, e su questo punto Mattarella non ha alcuna intenzione di rinunciare alle sue prerogative costituzionali: difficilmente il professor Conte, se e quando verrà incaricato, uscirà dal colloquio con il capo dello Stato con quel nome nell'elenco dei ministri. Savona, infatti, per Mattarella è un fattore destabilizzante nei rapporti tra Italia e Unione Europea, ai quali il capo dello Stato tiene tantissimo. Sul «no» a Savona si salda un asse di potere che parte dalla Bce guidata da Mario Draghi, passa per la Banca d'Italia e dal suo governatore Ignazio Visco e arriva al Quirinale. Savona è da sempre un euroscettico: la corrente di pensiero di cui fa parte affonda le sue radici nelle convinzioni di governatori come Donato Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi e Antonio Fazio. Si spiega (anche) così la resistenza che in queste ore proprio il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che si ispira a Carlo Azeglio Ciampi e alla scuola europeista, starebbe opponendo alla nomina di Paolo Savona: tra i due il rapporto è pessimo, c'è chi racconta che Visco, in una occasione, diede appuntamento a Savona, che chiedeva di incontrarlo, alle 7 del mattino, come se si trattasse di uno studentello. Mattarella ricorda bene anche un altro episodio, che risale all'estate del 2015. Il 21 giugno, era stato pubblicato il rapporto «dei 5 presidenti» europei sul futuro della zona euro, elaborato dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, «in stretta cooperazione» con Mario Draghi (Banca centrale europea), Jeroen Dijsselbloem (Eurogruppo), Donald Tusk (Consiglio) e Martin Schulz (Parlamento), che auspicavano una ulteriore cessione di sovranità nazionale da parte degli stati dal punto di vista economico e fiscale in favore dell'Unione Europea. Mattarella salutò con favore il documento, incontrò Draghi e il 28 luglio, parlando alla conferenza degli ambasciatori, sottolineò la necessità di «aprire il cantiere di una nuova governance dell'euro come vero e proprio governo, adeguato e democratico, della moneta unica» (in quello stesso discorso disse anche, a proposito dell'immigrazione, che «salvare chi annega è un dovere»). Il 23 agosto, Paolo Savona si rivolse a Mattarella attraverso una lettera aperta, invitandolo energicamente a non avallare in alcun modo la «cessione della sovranità fiscale residua», ricordando polemicamente al capo dello Stato alcune delle sue prerogative costituzionali.Carlo Tarallo
«C’è una voce che vorrebbe introdurre limitazioni e innalzamento delle tasse su tutti gli alcolici indiscriminatamente». Lo ha dichiarato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Pietro Fiocchi, a margine di Vinitaly 2026 a Verona.
(Getty Images)
Dopo il rimbalzo 2021-22, nel 2025 l’Italia ha registrato un lieve recupero (+0,5%) mentre Francia (-4,5%) e Polonia (-0,3%) hanno tirato il freno; la Spagna è cresciuta (+4,7%) ma su scala più ridotta (8,6 miliardi).
Guardando alla filiera legno-arredo, FederlegnoArredo indica per il 2025 un fatturato alla produzione sopra i 52,2 miliardi (+1,4%), oltre 62.000 imprese e più di 292.000 addetti. Le esportazioni superano i 19,3 miliardi e l’Europa assorbe oltre il 66% del totale: per questo il Salone si presenta come una vetrina importantissima per il settore quanto a capacità di accesso ai buyer. Dal punto di vista microeconomico, insomma, il Salone è un mercato temporaneo importantissimo: concentra buyer e progettisti globali e comprime i tempi di negoziazione. L’edizione 2026 è in calendario a Fiera Milano Rho; la manifestazione nasce nel 1961 e continua a operare come infrastruttura B2B del design.
Nel 2024 si contano 1.950 espositori da 35 Paesi e 370.824 presenze complessive, con il 65,6% degli operatori dall’estero. Nel 2025 la fiera ha registrato 302.786 presenze da 160 Paesi; l’(Eco) Sistema Design Milano misura, inoltre, il «capitale relazionale» generato: 2.103 espositori, oltre 1,3 milioni di interazioni e l’intenzione di tornare del 93% tra gli espositori. Nonostante le incertezze geopolitiche, tengono i mercati esteri con performance record in Turchia (+43,5%) e Canada (+9%).
La settimana del Salone, inoltre e non va dimenticato, genera un indotto anche su ospitalità, ristorazione, retail e trasporti, con benefici diffusi su microimprese e lavoro nei servizi. Per il 2025 Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza avevano stimato un indotto di 278 milioni di euro: il 73% è attribuito alla spesa dei visitatori stranieri (202,1 milioni). La scomposizione dell’indotto, poi, chiarisce dove si crea valore: alloggio (41,4%), ristorazione (30,4%), shopping (23,6%), biglietti (4,6%). In parallelo, l’Annual Report del Salone conferma l’indotto 2025 a 278 milioni (+15% sul 2023) e segnala un utilizzo della metropolitana di Milano al livello più alto dell’anno (+39,6% sulla media), coerente con la lettura del Salone come choc positivo di domanda urbana e di intensificazione dei flussi.
La Design Week, il Fuorisalone per intenderci, estende poi l’impatto oltre il quartiere fieristico: la città mette il turbo sul campo delle relazioni sociali e del consumo culturale, con ricadute su musei, showroom, palazzi storici e quartieri meno centrali. Inoltrte, i poli produttivi generano l’83% dell’avanzo commerciale del settore (8,4 miliardi di euro complessivi). Nel 2026 il palinsesto ufficiale del Comune di Milano supera le 267 iniziative e gli appuntamenti complessivi in città superano quota 1.850 (+10%), coinvolgendo 19 quartieri: è un ampliamento che sposta flussi e spesa anche fuori dai distretti tradizionali. E l’Intelligenza artificiale è la priorità: il 16% delle imprese del settore ha già adottato soluzioni di Ia. L’effetto positivo non è, poi, solo quantitativo. La programmazione e i criteri dichiarati per il palinsesto verso un’economia circolare dell’evento: il 47% dei progetti accolti adotta soluzioni che non si concludono con la fine della manifestazione (riuso di allestimenti e materiali) e quasi il 52% prevede misure per l’accessibilità alle persone con disabilità sensoriali e motorie. In termini competitivi, il punto è che sostenibilità e inclusione diventano così valori aggiunti dell’offerta (e quindi di prezzo, reputazione e accesso a commesse), soprattutto nei segmenti legati all’hospitality.
La ricaduta non è quindi «locale» per definizione: la domanda aggregata in fiera si traduce in ordini che poi attraversano una catena del valore distribuita (materiali, componentistica, lavorazioni, finiture e servizi di progettazione), alimentando produzione e saldo estero lungo la filiera. In aggiunta, secondo Intesa Sanpaolo il 2026 si colloca in un quadro in cui il mercato interno del mobile è atteso in lieve aumento grazie al traino del boom immobiliare e al turismo di fascia alta (nuove aperture e rinnovi di interni), e in cui l’incertezza globale può persino rafforzare la capacità attrattiva dell’Italia, da sempre ritenuto un Paese che mette al centro una cultura del design e del bello che non ha eguali in Europa e nel mondo.
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«Ho espresso ed esprimo la mia solidarietà a papa Leone — ha aggiunto —. Dico di più: francamente io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo».
Inoltre, la premier ha parlato della possibilità di sospendere il patto sul gas russo: «Descalzi è un operatore del settore, capisco il suo punto di vista. Io continuo a sperare che quando il problema si dovesse porre noi saremo riusciti a raggiungere la pace in Ucraina. Ma sul gas russo dobbiamo fare molta attenzione a come ci muoviamo».
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(Imagoeconomica)
Una scelta, quella del sacerdote, che è stata giudicata in maniera molto negativa (eufemismo) dai compagn,che hanno voluto stigmatizzare l’affronto al rituale che prevede parata, gagliardetti e ricordo delle vittime della Resistenza consegnando ai social una lettera-manifesto carica di risentimento.
Mossi da «un forte senso di responsabilità civile», i simpatizzanti Anpi di Arcore fanno la predica al parroco: «La scelta di celebrare le Prime Comunioni il 25 aprile è inopportuna perché non permette ai cittadini di partecipare alla celebrazione istituzionale». Ecco, fin dalle prime righe, la motivazione: i cittadini verrebbero «distratti» dalle Comunioni, che drenerebbero così i partecipanti al «rito» resistenziale. «È una ricorrenza che appartiene a tutti, credenti e non credenti, e che merita attenzione e rispetto», incalzano i partigiani, strenui difensori della loro religione a scapito di quella cattolica. Lo scontro tra credo continua così: «Colpisce ancora di più che questa decisione arrivi da un rappresentante del clero. Durante la Resistenza, molti uomini di Chiesa hanno avuto un ruolo importante, spesso pagando con la vita il loro impegno per la libertà, la giustizia e la dignità umana». Un dato inoppugnabile, spesso sottaciuto proprio dalla Resistenza rossa, quella ufficiale, che tende spesso a dimenticare quella bianca, cattolica, ritenuta figlia di un dio minore, quasi residuale. Ma che, invece, è stata altrettanto decisiva per il riscatto del Paese.
E che questo cazziatone arrivi dall’Anpi di Arcore fa doppiamente specie: in primis, perché pretende di decidere quando una religione può celebrare o meno i propri riti. In secondo luogo, quella arcorese è la stessa Anpi che aveva dato il patrocinio all’ultimo pride della Provincia di Monza e Brianza, assurto agli onori della cronaca nazionale per lo svolgimento della contestata «Via Frocis», l’iniziativa che richiamandosi alla Via Crucis vedrà a ogni stazione della parata arcobaleno una sosta e una riflessione su un tema di attualità. Anche contro la Chiesa cattolica. In quell’occasione, l’Anpi non aveva sentito il bisogno di dissociarsi (scusarsi sarebbe forse troppo) dalla mancanza di rispetto nei confronti del cattolicesimo. D’altronde, loro il 24 dicembre augurano «Serene feste a tutti gli antifascisti». Cancellando il Natale dai loro social. Così, mentre rampognano ancora il parroco sul fatto che «celebrare un sacramento così importante proprio il 25 aprile rischia di essere una mancanza di rispetto», si dimenticano di insulti e censure nei confronti della religione.
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