Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto di Il torto. Diciassette gradini verso l'inferno di Carlo Piano (e/o, 18,5 euro, 272 pagine). Il libro indaga, anche attraverso i documenti processuali, sulla personalità del serial killer Donato Bilancia e ricostruisce i suoi 17 omicidi in sei mesi.
Quel dolore acuto e lancinante era tornato a trivellargli l’emisfero cerebrale dove nascono le emozioni. Doveva uccidere una donna, una qualsiasi. «Pensieri che non riuscivo ad afferrare mi gettavano in confusione. Ero piombato in trance. E allora mi sono messo a girovagare per i viottoli che da Borgo Incrociati portano alla stazione di Brignole. Lì sono montato sul primo treno che passava, senza neppure badare a dove fosse diretto. Per quello che avevo da fare, una destinazione valeva l’altra».
La settimana dopo Elisabetta Zoppetti avrebbe dovuto spegnere trentatré candeline. In quel momento aveva ancora trentadue anni, il numero venerato da Walter. Faceva l’infermiera e assisteva i malati, spesso senza speranza di guarigione, all’Istituto dei tumori di Milano. Era moglie di Giulio e madre della piccola José. I capelli neri come le penne di un corvo a mezzanotte, divisi nel mezzo, scendevano ai lati del collo in cascate di riccioli. Una carnagione color avorio e labbra tratteggiate sotto un nasino all’insù.
«Non ero salito in treno per cercare una da spupazzarmi a letto. L’idea fissa era un’altra. La preda doveva però essere necessariamente una donna, non importa chi: quella brunetta lì andava benissimo, credo che fosse la logica conseguenza del programma che avevo intrapreso dopo aver orecchiato la frase di straforo, nei bagni della bisca, quando avevo scoperto che gli “amici” mi pelavano dei soldi…».
Era un pomeriggio quasi caldo. Si ritrovò senza accorgersene nella pancia metallica del pendolino, pressoché vuoto, che saliva a Milano per poi fare tappa a Verona e terminare la sua corsa alla stazione Santa Lucia di Venezia. In pochi si spostavano nel giorno di Pasqua. Il treno accelerava ingoiato dal buio delle gallerie che traforano l’Appennino. Nello scompartimento di prima classe, carrozza dieci, un vetro era abbassato per tre quarti e le tendine marroni fustigavano i montanti del finestrino. Il posto numero dodici era occupato da una donna sola, piacevole ma non appariscente. Stava sfogliando una rivista femminile.
«La sua aria da santerellina mi ha eccitato […] Mi sono piazzato in piedi in fondo al corridoio aspettando che succedesse qualcosa. Lei si è alzata stringendo la borsetta al petto e si è diretta verso di me. Passandomi davanti, si mise di traverso e strusciò senza volerlo il suo corpo contro il mio. Chiese: “Mi scusi, per andare in toilette?”. Sorrideva e allora io le indicai la direzione giusta ricambiando il sorriso, ma avevo già deciso che l’avrei stecchita anche se non mi aveva fatto niente». […] Walter, senza biglietto e stordito dalla calura inusuale, seguì di soppiatto Elisabetta. Il sudore sgocciolava dalla fronte irritando gli occhi biliosi e lacrimanti. Si fermò a gambe divaricate di fronte alla ritirata, dove la morte, in combutta con un destino infame, era pronta a prendersi l’infermiera. Forse lei era quella che doveva pagare per tutte.
«Di colpo ho spalancato la porta, facendo scattare la serratura con una chiave falsa. […] La signora appena mi ha visto si è messa a starnazzare come un’anatra e allora io cosa dovevo fare per zittirla? Le ho messo la giacchetta come cappuccio, per non vedere il macello, e ho premuto il grilletto. Il fracasso del treno ha coperto il botto. Soffro la vista del sangue fin da bambino, quando mi sbucciavo le ginocchia stavo malissimo. Sono capace di svenire per un taglietto».
«Non le ho fatto niente, dal punto di vista sessuale intendo. Dalla sua borsa non ho rubato nulla, ho sfilato soltanto il biglietto che spuntava fuori e che mi serviva per non prendere la multa. Quando sono sceso, visto che nessuno me lo ha chiesto, l’ho stracciato e buttato via».
«L’ho uccisa nel tratto fra Serravalle e Tortona, dove pensavo che questo pendolino fermasse, ma invece ha saltato la stazione e tirato dritto fino a Voghera. Sono rimasto chiuso in bagno con il cadavere steso a terra un quarto d’ora o venti minuti. Da questo intervallo ho dedotto di averla fatta fuori verso Tortona. In quel lasso di tempo mi domandavo cosa fosse accaduto. Ero davvero io ad aver combinato quel carnaio? Non era possibile: mi hanno sempre insegnato a rispettare le donne. Una parte di me, malsana e ingovernabile, doveva aver preso il sopravvento. Non c’è altra spiegazione».
Walter fissava il corpo inerme come fosse un bicchiere irrimediabilmente rotto. I cocci erano sparsi sul pavimento della latrina e non poteva più ricomporli. Racconterà i fatti agli inquirenti come se stesse leggendo una storia uscita da pagine scritte da altri. Farneticava di sentirsi una vittima e non un persecutore, un uomo buono esposto alla malignità del mondo.
«Sono sceso a Voghera senza che nessuno ci facesse caso, anche perché a Pasqua c’era il deserto. Il posteggio dei tassisti era vuoto, il bar tabacchi con la saracinesca abbassata, la biglietteria chiusa, ho visto solo una biondina, con le gambe lunghe e gli stivali, che passava a cavallo di un ciclomotore con la marmitta bucata e faceva un fracasso del diavolo. Poi è tornato il silenzio». […]
«Ho preso il treno che tornava giù a Genova, era in ritardo di dieci minuti. Mai che siano puntuali. Non mi ricordo cosa ho fatto quella sera. Sesso? Casinò? Non mi pare, no. Ho letto la Gazzetta rosa, il Genoa tanto per cambiare aveva perso in trasferta due a zero con la Fidelis Andria e forse ho guardato un po’ di televisione. Prima avevo telefonato ai miei genitori per fare gli auguri di Pasqua. Il mio segno zodiacale è molto attaccato alla famiglia. Sentivo una lama che mi sfilettava la fronte». […]
«Io so soltanto che sono andato a Brignole con l’intento di ammazzare e che dovevo farlo… Quella povera crista, che ancora mi appare negli incubi, non aveva fatto nulla per meritarsi una pallottola alla nuca. Ha avuto la sfiga di trovarsi sulla mia strada nel giorno sbagliato. Ha lasciato pure un’orfana di quattro anni, ecco io non lo sapevo sennò avrei scelto un’altra. Il rimorso mi perseguita, ma ormai quello che è fatto è fatto. Giuro però di non aver approfittato di lei, anzi mi faceva pena vederla così, raggomitolata su quel lerciume di pavimento». [...]
Il cadavere venne scoperto alle sei di sera, all’interno della toilette di prima classe dell’Intercity 631 La Spezia-Venezia, durante un controllo a Verona Porta Nuova. […]
Elisabetta, assieme al marito e alla figlioletta José, si trovava a Lavagna, nel Levante, per trascorrere la Pasqua nella casa al mare dei suoceri. Il lunedì dell’Angelo non avrebbe dovuto lavorare, ma all’ultimo istante aveva acconsentito a cambiare il turno per fare un piacere a una collega, che aveva avuto problemi familiari. «Ero in Liguria con mia figlia per fare compagnia a mio padre malato. Elisabetta mi aveva raggiunto e avrebbe dovuto fermarsi anche la sera se non ci fosse stato quel cambio di programma. Se fosse arrivata viva a Milano, avrebbe preso servizio in ospedale alle ventidue per fare la notte». Così, dopo uno spuntino che nulla aveva a che fare con un pranzo pasquale, Giulio l’accompagnò in macchina alla stazione di Chiavari. Alle 14.21 era salita sulla carrozza di prima classe. Il giorno precedente avevano scelto quel treno consultando l’orario, era il più comodo: sarebbe arrivata intorno alle diciassette e avrebbe avuto il tempo di passare da casa, farsi una doccia, mangiare qualche cosa e infine andare all’Istituto dei tumori in via Giacomo Venezian. Il marito sarebbe invece rientrato con la bimba il pomeriggio successivo. Giulio acquistò per Elisabetta un biglietto di prima. Un gesto di affetto per regalarle un viaggio comodo anche in vista della notte che la aspettava: «La seconda classe sarebbe stata sicuramente più affollata e il killer non avrebbe potuto agire così, praticamente indisturbato. Questo cruccio non smetterà mai di perseguitarmi».
Renzo Codarin, figlio di esuli istriani, cresciuto in un campo profughi o come racconta lui in «baracca», è presidente dell'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, la più grande realtà, a livello nazionale, che rappresenta gli italiani fuggiti dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale. Lo incontriamo in occasione del 10 febbraio, il Giorno del ricordo.
Ci racconta la sua storia?
«Sono nato in un campo profughi vicino a Trieste dove ho vissuto con mamma, papà e mio fratello maggiore fino a 8 anni. I miei sono stati mandati via da Capodistria nel 1955, sono cresciuto in una baracca senza i servizi tra tanti esuli, brava gente, che non aveva più niente».
Cosa sono state le foibe?
«Le foibe sono state uno strumento degli slavi comunisti per creare terrore nelle popolazioni italiane che abitavano in Istria, Fiume e Dalmazia e per farle scappare. Era una parola medievale che incuteva paura, nelle foibe gettavano un cane morto perché le anime non potessero andare in cielo. Fu questa la causa principale dell'esodo, insieme ad altre norme come il divieto di parlare italiano o di frequentare la chiesa».
Ma perché l'Italia non reagì alla pulizia etnica?
«Perché avevamo brutalmente perso la guerra e facevamo finta che così non fosse, si creò la vulgata che l'avessimo vinta con la resistenza partigiana. Quindi dovemmo rinunciare a dei territori senza però farlo sapere al popolo italiano, una falsità per dimenticare e non intaccare l'epopea partigiana».
La sinistra ha avuto un ruolo nel nascondere la verità?
«La storiografia dominante di sinistra ha avallato questa non conoscenza anche nei libri scolastici, oppure quando si parlava di foibe si trattavano questi eccidi come eventi bellici in reazione alle nefandezze delle truppe fasciste e naziste in quelle terre».
Perché non fu così?
«Perché sono due fatti indipendenti che si vogliono far passare per causa ed effetto, come dimostrano i tempi. Molti infoibamenti avvennero intorno a Trieste, a Gorizia e Pola anni e anni dopo la resa. La guerra era finita da un pezzo e la gente continuava a scomparire. Non era una reazione a quello che avevano combinato i fascisti ma la volontà di cacciare gli italiani, solo il 10% rimase e chi non si comunistizzava veniva gettato in foiba».
Il Giorno del ricordo cosa rappresenta?
«Uno squarcio di luce nel silenzio tombale durato decenni. Il Giorno del ricordo è un modo per l'Italia, seppur tardivo, di fare giustizia. Dopo tanto mutismo si riesce a parlare di queste cose a tutti gli italiani facendo capire che non fu solo una tragedia di poveri esuli, ma di tutto il popolo italiano. E c'è una cosa da non va dimenticata…».
Quale?
«Che il Giorno del ricordo è stato istituito dopo il crollo del comunismo e dopo le guerre balcaniche. Con queste ultime l'Italia si rese conto in che modo barbaro si combatteva nei Balcani, dove la pulizia etnica era considerata normale. E allora capì anche il terrore degli esuli italiani che erano fuggiti».
E cosa fece l'Italia?
«Cominciò a fare i conti con la realtà storica delle foibe, la destra che ci ha sempre aiutato ma devo dire anche una certa sinistra, con persone illuminate come Luciano Violante e il presidente Giorgio Napolitano. Ma già Carlo Azeglio Ciampi aveva iniziato a demolire il muro d'omertà. Adesso si può parlare delle foibe senza essere tacciati di essere fascisti e la nostra missione è che se ne discuta nelle scuole e in televisione».
La televisione pubblica ha programmato una copertura per il Giorno del ricordo?
«Lo scorso anno aveva trasmesso Red Land (Rosso Istria) che la nostra associazione ha contribuito a finanziare: la storia di Norma Cossetto, giovane italiana trucidata dai partigiani comunisti di Tito. Quest'anno si limitano a documentari, ma sono fatti bene e di livello».
Il revisionismo si aggira ancora in certi emisferi della sinistra culturale e politica?
«L'Anpi (Associazione nazionale partigiani, ndr) assieme a riduzionisti e negazionisti, cerca di collegare la vicenda delle foibe e dell'esodo alla seconda guerra mondiale. Come fosse una ritorsione per il male fatto dal fascismo e così non è».
L'Anpi ha organizzato una rievocazione in Senato senza invitare gli esuli. Una dittatura della memoria o cos'altro?
«Secondo me, spariti dalla scena politica alcuni personaggi dell'ex Partito comunista illuminati, come appunto Violante e Napolitano, è venuta meno anche l'autocritica che la sinistra aveva correttamente affrontato. Quindi stanno rialzando la testa i veterocomunisti che non si sono mai rassegnati alla realtà storica e che non accettano nessun confronto. Se facessero partecipare gli esuli, ai quali non è proprio possibile dare le colpe del fascismo, cadrebbe il loro castello di falsità. Così lo evitano».
Quindi la sinistra ha fatto passi indietro?
«Purtroppo è così. Anche alcune Anpi locali avevano iniziato a dibattere con la nostra associazione, ma da qualche anno rifiutano il contraddittorio. Raccontare bugie senza avere nessuno che le contesta è comodo e facile. Io gli farei solo una domanda».
Cosa chiederebbe?
«Che mi spieghino come mai 350.000 italiani dovevano abbandonare le loro case se non avevano paura. Per quale benedetto motivo lo fecero? Non erano fascisti che scappavano, ma pescatori, contadini, gente che non riusciva più a vivere sotto quel regime».
Dall'Anpi sostengono che i numeri dei morti nelle foibe sono gonfiati.
«I numeri sono questi: gli infoibati certificati da doppia verifica storica sono oltre 6.000, ma in base ai censimenti dopo la fine della guerra scomparvero quasi 20.000 persone. Non saranno state tutte infoibate, magari qualcuno è andato all'estero senza avvisare, ma secondo i nostri studi se parliamo di 10.000 vittime delle foibe siamo vicini alla verità. Il numero preciso nessuno lo sa perché non è stato sempre possibile recuperare le salme. Facile quindi per l'Anpi dire che sono gonfiati».
Sempre l'Anpi ha contestato la decisione del Consiglio comunale di Lecce di intitolare una via a Norma Cossetto, medaglia d'oro alla memoria, bollandola come presunta martire delle foibe.
«Il presidente Ciampi ha concesso la medaglia d'oro civile alla Cossetto sulla base di atti processuali: lei da innocente fu infoibata che aveva poco più di 20 anni. Se così non fosse mai un antifascista come Ciampi le avrebbe dato una medaglia. L'Anpi lo sa benissimo perché ha visionato le sentenze ma lo vuole nascondere, sperano che prima o poi ci si dimentichi. Ma per loro sfortuna Tito ci ha sparsi nel mondo e quindi ci sarà sempre qualcuno a ricordare la nostra storia».
Non è che anche la destra vi strumentalizza?
«Diciamo innanzitutto che Il Giorno del ricordo è stato un bellissimo momento di unità nazionale, l'intero Parlamento lo votò in massa tranne Rifondazione comunista. Le successive vicende politiche del nostro Paese hanno poi trasformato qualsiasi cosa in propaganda e quindi tutti strumentalizzano, sia da destra sia da sinistra. Però bisogna dare atto alla destra che dal dopoguerra in avanti ha tenuto forte il ricordo delle foibe, senza il loro impegno non penso che saremmo mai arrivati all'istituzione del 10 febbraio come Giorno del ricordo».
Siete schierati politicamente?
«Al di là delle opinioni che può avere il singolo, e io mi considero di centro, la nostra associazione è apartitica. Partecipiamo a tutte le cerimonie delle istituzioni, dai Comuni al Quirinale, siamo innamorati dell'Italia e non di un'idea politica. Lo stesso dovrebbe fare l'Anpi».
Napolitano, lei diceva, vi appoggiò. E Sergio Matterella come si comporta?
«Il capo dello Stato ci segue con grande attenzione, serietà e interesse, oggi ci sarà una seduta solenne congiunta di Camera e Senato».
Sulla Shoah Liliana Segre fa opera di sensibilizzazione, pensa che anche per le foibe ci vorrebbe un senatore a vita?
«Abbiamo richiesto un senatore a vita che faccia parte del nostro mondo, visto che il Giorno del ricordo è una legge dello Stato. Ma non credo che sarà facile, perché è una questione di equilibri. Quando era ancora vivo pensavamo a Ottavio Missoni».
E adesso ha in mente un nome?
«Ce l'ho ma non voglio dirlo perché lo brucerei. Comunque abbiamo grandi testimonial come Nino Benvenuti, il marciatore Abdon Pamich di Fiume, Mario Andretti, anche se ormai è cittadino americano, però viene ogni anno nella sua Montona, anche Fulvio, il padre di Diana Bracco, era di Neresine e la figlia ci sta aiutando a realizzare un monumento ai martiri delle foibe a Milano».
Quanto tempo ci vorrà ancora per una pacificazione?
«L'ingresso in Europa di Slovenia e Croazia è stato di aiuto, la situazione è migliorata tantissimo. C'è ancora in ballo, come stabilito a Osimo, che devono dare all'Italia quasi 90 milioni di dollari come indennizzo per quello che hanno portato via nella zona B. Lo Stato dovrebbe accettare quei soldi e fare una grande fondazione pubblica per la pacificazione dell'Adriatico. Comunque penso che debba passare ancora una generazione perché se ne possa parlare con serenità».
- A Lodi, un Frecciarossa deraglia a 290 chilometri all'ora, restano uccisi i due operatori al lavoro nella motrice. Il procuratore apre all'ipotesi dell'errore umano: «In quel punto c'era stato un intervento di manutenzione».
- Decine di cancellazioni, deviazioni e ritardi di almeno un'ora hanno colpito il trasporto ferroviario. E anche per la giornata odierna è stata confermata la chiusura della tratta interessata dallo schianto. I lavoratori incrociano le braccia per due ore.
Lo speciale contiene due articoli.
«Poteva essere una carneficina», ha detto il prefetto di Lodi Marcello Cardona aggirandosi tra le lamiere del treno Frecciarossa 9595 partito alle 5.34 di ieri da Milano destinazione Salerno. All'altezza di Ospedaletto Lodigiano, la locomotrice è deragliata schizzando via dai binari come una saponetta bagnata schizza via dalle dita che cercano di trattenerla. Poteva essere una carneficina, ma è stata comunque una tragedia. Due morti e trentuno feriti, otto dei quali in codice giallo. Le vittime sono i due macchinisti, Giuseppe Cicciù (51 anni) e Mario Di Cuonzo (59). Figli del Sud entrambi. Il primo originario di Reggio Calabria, il secondo di Capua (Caserta). Sono il quarantacinquesimo e il quarataseiesimo caduto sul lavoro dall'inizio dell'anno.
L'autorità giudiziaria è al lavoro per accertare la dinamica dell'incidente. Secondo una prima ricostruzione, la motrice del treno, che in quel momento viaggiava alla massima velocità consentita (circa 290 Km/h) sarebbe finita prima contro un carrello che si trovava su un binario parallelo, e poi contro una palazzina delle ferrovie, dove ha terminato la sua corsa. Il resto del convoglio - rimasto in asse - ha invece proseguito, rimanendo sui binari ancora per circa un chilometro, fino a quando la seconda carrozza si è ribaltata fermando il resto della coda. Che cosa non ha funzionato? Le ipotesi al momento sono varie ma un primo indizio potrebbe già essere stato individuato dagli inquirenti. L'attenzione investigativa è tutta concentrata su uno scambio montato male o difettoso oppure ancora riparato male. Il «punto zero», infatti, quello in cui si è verificato il problema di scorrimento, e che è stato trovato a 5-600 metri dal luogo del sinistro, si trova in corrispondenza di uno scambio. Tratto su cui per giunta, la scorsa notte, sarebbero stati effettuati lavori di una manutenzione, come riferito al procuratore di Lodi, Domenico Chiaro, da personale delle Ferrovie. «I lavori di manutenzione», ha detto il capo dell'ufficio giudiziario, «vengono fatti perché qualcosa si è rotto, se no non c'è motivo per essere lì alle 4 e mezza del mattino». Il pensiero è ancor più diretto quando Chiaro afferma che «se lo scambio fosse stato dritto per dritto», ha aggiunto. «il treno non sarebbe deragliato, non è difficile da capire. Non era nella posizione che doveva garantire la libera percorrenza del treno». A fare capolino anche l'ipotesi di un incidente provocato, immediatamente smentita dal procuratore. «Non è stato un atto volontario, l'ipotesi attentato è destituita di ogni fondamento». Anche se», ha aggiunto Chiaro, «stiamo verificando l'ipotesi dell'errore umano».
In parallelo a quella giudiziaria, è stata aperta anche una indagine amministrativa. «Le società coinvolte hanno già avviato una commissione d'inchiesta e danno la massima disponibilità agli organi competenti per collaborare», ha specificato l'ad di Fs, Gianfranco Battisti.
Alcuni dei 28 passeggeri hanno dovuto far ricorso in ospedale alle cure dello psicologo per lo choc provato durante il viaggio più angosciante della loro vita. «Ero nella carrozza con altre persone e a un certo punto abbiamo sentito un grosso rumore, il treno è deragliato e ci siamo trovati sottosopra», ha spiegato il ventottenne Alex Nuvoli. «Davanti a me viaggiava un ragazzo e a un certo punto, quando è successo tutto, mi ha detto: “Penso sia finita". Gli ho detto: “Forse hai ragione"; e ci siamo tenuti la mano, poi ci siamo guardati e ci siamo detti: «Siamo salvi». Abbiamo iniziato ad aiutarci, chi prendeva lo zaino, io con il computer facevo luce, poi abbiamo provato a rompere le porte e siamo riusciti a sfondare un finestrino prendendolo a calci e a sgattaiolare insieme».
A bordo del vagone, dove si trovava con altri due passeggeri, Chiara ha ricordato invece: «Io stavo dormendo. C'è stato un botto poi il treno si è mosso molto e ci siamo fermati, poi diversi sballottamenti. Mi sono svegliata, sono cadute le valigie dalle cappelliere ma io sono rimasta aggrappata al mio posto con tutte le mie forze. Non abbiamo capito subito cosa stava succedendo, sembrava di stare sulle montagne russe, saranno stati 40 secondi ma sono sembrati 10 minuti».
Chiara, che si occupa - coincidenze del destino - proprio di sicurezza sul luogo di lavoro, ha spiegato che «il terrore è arrivato dopo qualche ora, all'inizio era solo adrenalina». E ha ripercorso gli attimi in cui «il convoglio ha fatto un salto, poi la locomotiva si è staccata ed è andata dall'altra parte rispetto al senso di marcia». Testimonianze drammatiche anche da parte di Micaela, giovanissima (24 anni appena) addetta al bar del Frecciarossa deragliato. «Io e miei colleghi di lavoro ci trovavamo nella carrozza numero tre, quella dove si trova il bar. Abbiamo sentito un grosso botto, le luci che si spegnevano e il treno che ha cominciato a vibrare. Sono scoppiati tutti i finestrini. La mia collega è stata sbalzata all'interno del bagnetto di servizio». Quando tutti sono riusciti a uscire dal vagone, «è stato abbastanza traumatico, perché abbiamo subito pensato al nostro collega delle ristorazione, che si trova nella carrozza numero uno attaccata alla motrice sbalzata fuori dai binari. Abbiamo creduto al peggio. Lui lo abbiamo trovato. Chi si trovava alla guida invece non ce l'ha fatta». Nella carrozza numero uno, solitamente affollata, ci sono dieci posti per i viaggiatori executive. Ieri mattina, però, per strano che possa sembrare, nessuno aveva prenotato.





