Ci sono località in cui il 25 aprile viene sentito in modo particolare. Una di queste è Trieste. A viverla con maggiore sofferenza sono gli esuli, costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia a causa dell’avanzata del comunismo titino. Massimiliano Lacota, il presidente dell’Unione degli istriani, si fa carico di questo dolore.
Cosa pensa la sua associazioni delle celebrazioni del 25 aprile degli ultimi decenni?
«Si tratta di un esercizio di ipocrisia. Senza ammettere onestamente ciò che è veramente stata la Resistenza, dietro alla quale si celano infiniti delitti, riconoscersi in questa ricorrenza, monopolizzata dall’Anpi, è semplicemente impossibile».
Perché?
«Perché glorificare questa data significherebbe automaticamente giustificare e anzi omaggiare le tante, infinite nefandezze dei partigiani. Orribili i crimini commessi: hanno ucciso migliaia di persone innocenti e inermi sulla base di semplici sospetti, spesso infondati, o sotto la spinta di un cieco odio ideologico. Hanno provocato molte rappresaglie dei tedeschi, sparando e poi fuggendo. Hanno torturato i fascisti, prima catturati e poi soppressi. E quando si trattava di donne, si sono concessi il lusso di tutte le peggiori soldataglie: lo stupro, spesso di gruppo».
Una storia un po’ più complessa rispetto a come la si racconta solitamente...
«La Resistenza si è macchiata di orrori. Quelli che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricordato nel suo primo messaggio al Parlamento, il 16 maggio 2006, con tre parole senza scampo: “Zone d'ombra, eccessi, aberrazioni”. Un'eredità pesante, tenuta nascosta per decenni da un insieme di complicità. L'opportunismo politico che imponeva di esaltare sempre e comunque la lotta partigiana. Il predominio culturale e organizzativo del Partito comunista italiano, regista di un'operazione al tempo stesso retorica e bugiarda. La passività degli altri partiti antifascisti, timorosi di scontrarsi con la poderosa macchina comunista, la sua propaganda, la sua energia nel replicare colpo su colpo».
Qualcuno però si è opposto a una retorica manichea...
«Soltanto una piccola frazione della classe dirigente italiana si è posta, tardivamente, il problema di capire che cosa si nascondeva dietro il sipario di una storia contraffatta della nostra guerra civile. E ha iniziato a farsi delle domande a proposito del protagonista assoluto della Resistenza: i comunisti. Ancora oggi, qualcuno si affanna a dimostrare che a scendere in campo contro tedeschi e fascisti è stato un complesso di forze che comprendeva pure soggetti moderati: militari, cattolici, liberali, persino figure anticomuniste come Edgardo Sogno».
Però questa è la verità storica, c’erano pure i cosiddetti partigiani bianchi.
«È vero: c'erano anche loro nel blocco dei volontari per la libertà. Ma si è trattato sempre di minoranze, a volte di piccole schegge. Impotenti a contrastare la voglia di egemonia del Partito comunista e i comportamenti che ne derivavano».
Qual era il piano dei comunisti?
«Perseguivano un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la Resistenza muoveva i primi passi. Volevano essere la forza numero uno della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: fare dell'Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l'Unione sovietica».
A farne le spese quelli che ora vengono definiti «esuli»...
«Per noi Italiani della Venezia Giulia mutilata è del tutto impensabile, prima che praticabile, partecipare a celebrazioni davanti a monumenti che ci riportano alla mente solo morte, quella nelle Foibe, distruzione, quella della nostra millenaria cultura nell’Adriatico orientale, rapine, quelle di tutti i nostri averi. Il 25 aprile, quindi, non è la nostra festa, e nemmeno quella di tutti gli Italiani. Ci si ostina a volerli riuniti attorno a questa data che, in realtà, è e rimane la più divisiva di tutte».







