A guerra finita, centinaia di migliaia di italiani provenienti dall'Istria e dalla Dalmazia hanno dovuto abbandonare le loro terre e le loro case. Molti di loro furono mandati nel campo profughi di Padriciano, oggi un museo conservato dall'Unione degli istriani. Una vita difficile, tutta da costruire. Di cui oggi restano masserizie e muri incrostati dal tempo.
A guerra finita, centinaia di migliaia di italiani provenienti dall'Istria e dalla Dalmazia hanno dovuto abbandonare le loro terre e le loro case. Molti di loro furono mandati nel campo profughi di Padriciano, oggi un museo conservato dall'Unione degli istriani. Una vita difficile, tutta da costruire. Di cui oggi restano masserizie e muri incrostati dal tempo.
Mimmo Pesce
L’ospite-tifoso di Telelombardia Mimmo Pesce: «Ho parlato dell’handicap di mio figlio con il sorriso. Il Napoli ormai è fuori dalla lotta scudetto. Io superstizioso? No, ma il cornetto lo uso...».
Negli ultimi anni, Qui studio a voi stadio ha trovato in Mimmo Pesce - all’anagrafe Domenico Pesacane - uno dei suoi volti più riconoscibili e iconici. Le sue telecronache colorate, il legame diretto con il pubblico e la capacità di raccontare il calcio come se fosse allo stadio o al bar lo hanno reso un punto di riferimento per i tifosi e un fuoriclasse del ruolo. Ma Pesce non è soltanto il personaggio televisivo: è anche padre di Tommaso, un ragazzo autistico, e autore del libro Mio figlio è uno sgusciato.
In questa intervista racconta il suo percorso tra calcio e televisione, mettendo a fuoco anche l’uomo dietro una delle maschere più popolari e apprezzate del tifo italiano.
Nella tua bio su Whatsapp ti definisci «una grandissima testa di calcio».
«Esatto, proprio grandissima. Io credo di essere la più grande vera testa di calcio vivente. Anzi, l’unica. Poi, attenzione: il mondo del calcio è pieno di grandissime teste di calcio, è chiaro. Però ci sono i fuoriclasse e io sono l’esempio vivente».
Quindi non è una definizione casuale.
«Ma sì che è casuale. Le idee vengono così, non è che c’è un motivo. La mia ironia è evidente: io vivo sull’ironia, tutti i giorni. Però è anche una definizione che si presta a tante letture. Ed è questo che mi diverte».
A proposito di fuoriclasse: il direttore Fabio Ravezzani ti ha definito «il personaggio più caratterizzante di tutta la banda». Che effetto ti fa?
«Mi ha sorpreso e mi ha commosso, lo dico sinceramente. Non finirò mai di ringraziarlo, perché è evidente che lui ha saputo tirare fuori il meglio di me. Ha capito che quel tipo di approccio al calcio poteva essere una chiave interessante. E solo una persona intelligente può farlo».
Quanto ha contato il suo modo di lavorare per permetterti di esprimerti senza filtri?
«Tantissimo. Lui è una spalla straordinaria, non ha nulla da invidiare alle grandi spalle della storia televisiva. Sa leggere la situazione, sa stare dentro l’improvvisazione. E con uno come me, che punta tutto su quello, è fondamentale».
Ravezzani ha annunciato che lascerà a fine anno. Come l’hai presa?
«Male, molto male. Con lui ho un rapporto importante, per certi aspetti unico. È una persona che mi piace anche fisicamente - l’ho sempre detto - quindi c’è pure un’attrazione fisica che non nascondo».
Bene. Ho già capito che la difficoltà maggiore di questa intervista sarà far emergere il tuo tono ironico.
«Eh sì è molto difficile. Ma a parte le battute, mi dispiace davvero. Faccio fatica a credere che succederà. Dovrò farmene una ragione. Poi certo, dipenderà anche dal futuro: se dovesse esserci un cambio di linea editoriale, non so se il mio approccio sarà ancora in linea. Io continuerò a fare quello che ho sempre fatto. È una parte del mio essere. E finora ha funzionato».
Una delle cose che ti caratterizzano di più è l’improvvisazione. È davvero tutto non scritto?
«Assolutamente sì. Me lo chiedono spesso quelle tre o quattro persone all’anno che mi fermano per strada - sempre per strada, mai in un luogo chiuso - e pensano che ci sia uno script. Invece no. È tutto improvvisazione ed è legata a come imposto io il personaggio, alla situazione e alla capacità del direttore di capire al volo dove voglio andare a parare».
È una cosa che si può imparare?
«È difficilissima. Devi cogliere tutto in una frazione di secondo. Io dico sempre: o ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai sei fortunato, se non ce l’hai fai molta più fatica».
Capita mai che una gag ti resti «in canna»?
«Spessissimo. Magari hai pensato una cosa, poi c’è un gol, un episodio, e quello che avevi in mente diventa irrilevante. Un’altra capacità è capire i momenti: non puoi andare avanti tre ore a fare gag. Ci sono momenti in cui devi stare zitto. E questo lo impari serata dopo serata».
Prima della tv che tipo di gavetta hai fatto? Palco, cabaret?
«No, attenzione. Io non sono un comico. Fare il comico è una cosa seria. Io non ho mai fatto un monologo in vita mia, non ne sarei capace. Per rispetto dei comici, io mi definisco un simpatico cialtrone».
Eppure molti pensano tu abbia studiato recitazione.
«C’è persino una biografia online che dice che ho frequentato il Cta di Milano (Centro teatro attivo, ndr). Mai fatto. Ho fatto le recite in oratorio, quelle sì. E ho fatto il presentatore, la spalla».
E come nasce il Mimmo Pesce che conosciamo oggi in tv?
«In modo del tutto casuale. A un pranzo mi chiesero per che squadra tifassi. Dissi Napoli e mi proposero di fare il tifoso in trasmissione. Poi le telecronache. Sempre caratterizzate, mai classiche. È la mia prerogativa».
Tu hai scelto di raccontare con ironia e leggerezza non solo il calcio, ma anche la storia di tuo figlio autistico.
«Sì, innanzitutto perché non mi piace piangermi addosso. Poi perché ho cercato di dare attraverso questo libro, in cui parlo di mio figlio Tommaso e del suo handicap, una chiave un po’ più leggera che possa in qualche modo sollevare anche me stesso da un’angoscia che comunque c’è. Non è che sorrido tutto il giorno pensando al problema, ci mancherebbe. Ma cerco di viverla in maniera che allevi un po’ il pensiero».
È naturale quindi, per te, riversare questa leggerezza su un argomento come il calcio.
«Assolutamente. È chiaro che per me il calcio diventa un momento ancora più leggero. Soprattutto per chi lo vive quotidianamente come me. E in Italia ci sono più di 600-700.000 famiglie con una persona autistica».
Da telecronista tifoso come hai vissuto la vittoria degli scudetti del Napoli?
«Se me l’avessero detto dieci anni fa avrei fatto una pernacchia. Pensavo di non provare mai più una gioia così. Invece è successo».
Quest’anno c’è margine per rientrare in corsa?
«Assolutamente no».
Scaramanzia?
«No. Non sono scaramantico. Non credo ci siano proprio i presupposti perché questo possa succedere, anche perché i punti di distanza dall’Inter cominciano a essere tanti. D’altronde, vincere due scudetti di fila sarebbe qualcosa di pazzesco. Bisogna sapersi accontentare. Vincerne due in tre anni va benissimo. Ma se per caso, dovessi essere smentito, farò ammenda e sarò l’uomo più felice del mondo».
A proposito, che rapporto hai con la scaramanzia in generale?
«Ma no, queste robe medievali dai. Il cornetto, il sale, il malocchio, il mandolino, sono gli stereotipi del napoletano, Basta con questa cosa. Lasciamole agli altri. Poi certo...».
Cosa?
«Io il cornetto ce l’ho sempre con me. Lo uso eccome. E uso pure il sale. Tanto sale. Tantissimo sale dietro le spalle. Non parliamo poi del gatto nero…».
Ok, ci sono cascato. Me l’hai fatta…
«Ma no, è che sai, se mi attraversa la strada un gatto nero, io cambio strada. Ma queste robe medievali, lasciamole agli altri».
E con i social network che rapporto hai?
«Direi fantastico. Sono un influencer di prima categoria. Basta andare sui miei profili per vedere che numeri incredibili. Ho qualche decina di follower e peraltro ci conosciamo tutti al punto che li ho riuniti in un gruppo Whatsapp».
Quei «ben 78 follouer» che qualche anno fa hai dichiarato di avere su Facebook non sono aumentati?
«No, anzi. Sono addirittura diminuiti perché 7-8 sono purtroppo venuti a mancare per anzianità».
È un mondo che ti piace seguire o preferisci rimanerne fuori?
«Come tutti, mi sono fatto tirare dentro questo vortice dei social. Però, nonostante i miei innumerevoli sforzi di pubblicare, postare storie, vedo che non riesco a sfondare. Peccato, perché sennò io sarei - scrivilo mi raccomando - un grande influencer. Anzi, la più grande testa influencer».
Cosa ti manca per diventarlo?
«Credo sia come con le piante, devi avere il pollice marrone - ehm verde volevo dire - e se non ce l’hai la pianta muore. Mi mancano quei milioni di follower che mi permetterebbero di fare la differenza. Sono stato sollecitato ad aprire un canale Youtube, ma mi rendo conto che con il atteggiamento umoristico e un po’ fuori dagli schemi, non so se potrei fare presa in questo mondo di youtuber. Soprattutto nel calcio, dove la prerogativa è darsi addosso, parolacce, inveire».
C’è un calciatore a cui sei particolarmente affezionato, magari non tanto per un gol, ma per un aneddoto o un soprannome che gli hai dato?
«Certo. Uno che mi ha aiutato tantissimo è Faouzi Ghoulam».
Perché?
«Perché per me è stato un calciatore sfortunato, oltre che un grandissimo laterale sinistro, e il suo soprannome è diventato il mio cavallo di battaglia. Infatti ancora adesso, quando quei 3-4 all’anno che mi fermano per strada una delle cose che mi dicono è “goulammamt”».
È diventato il tuo tormentone quindi.
«Esatto e mi piace molto. Non ha niente a che vedere ovviamente con l’offesa, precisiamo».
Va bene Mimmo, ti ringrazio.
«Posso fare un appello finale?».
Certo, vai.
«A Fabio Ravezzani. Caro direttore, la pensione non fa per lei. Ci ripensi, lei è ancora giovane e ha ancora molto da dare a questo mondo. Che aggiungere? Non è che poi diventa una roba patetica?».
«Ci ripensi», l’hai già detto?
«Ci ripensi, bravo. Non l’avevo detto. Ci ripensi. Non andare in Grecia, la Galizia può aspettare. Ma scrivi che l’ho detto con la voce rotta dalla commozione».
Ma la Galizia è in Spagna.
«Ah, non è in Grecia?».
Stavolta pensavi di fregarmi, eh?
«Eh eh, queste gag sono il mio pane quotidiano».
Ok. Adesso tocca chiudere e, visto che non sei scaramantico, in bocca al lupo per la prossima partita del Napoli.
«E “goulammamt”».
Continua a leggereRiduci
2026-02-09
Dimmi La Verità | Giorgio Gandola: «Sanremo: Andrea Pucci non è di sinistra e quindi dà fastidio»
Ecco #DimmiLaVerità del 9 febbraio 2026. Ospite Giorgio Gandola. L'argomento del giorno è: "Le polemiche per il ritiro da Sanremo del comico Andrea Pucci".
Stefania Constantini e Amos Mosaner superano gli Stati Uniti ai Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Dopo le sei medaglie di domenica, la quarta giornata azzurra si apre con il successo di Constantini e Mosaner contro gli Usa e la qualificazione alla semifinale. Bene l'hockey femminile con la vittoria sul Giappone e il passaggio ai quarti di finale. Delusione invece nella combinata maschile di sci con Franzoni e Vinatzer fuori dal podio e nello slopestyle con il decimo posto di Gasslitter. Dopo la brutta caduta Lindsey Vonn è stata sottoposta a una doppia operazione per la riduzione della frattura al femore della gamba sinistra.
La giornata dopo l’exploit. Dovessimo assegnare un titolo al quarto giorno di competizione dei Giochi invernali per quanto riguarda l'Italia, sarebbe proprio questo. All’indomani delle sei medaglie che hanno acceso l’Olimpiade azzurra, il lunedì di Milano-Cortina 2026 ha riportato tutti dentro la normalità della competizione: qualche sorriso, più di una delusione e una serie di risultati che raccontano un’Italia ancora protagonista, ma costretta a fare i conti con la durezza del programma olimpico.
La notizia più attesa era la combinata a squadre maschile di sci alpino. Giovanni Franzoni aveva fatto il suo, chiudendo la discesa con il miglior tempo sulla Stelvio e consegnando ad Alex Vinatzer una chance concreta di medaglia. Lo slalom, però, ha cambiato la storia della gara: Vinatzer non è riuscito a trovare la prova giusta e la coppia azzurra ha chiuso al settimo posto, a 1”22 dal vertice. Poco meglio l’altro duo italiano, Dominik Paris e Tommaso Sala, quinti a 1”12. L’oro è andato alla Svizzera con Von Allmen e Nef, davanti all’Austria di Kriechmayr-Feller e all’altra coppia elvetica Odermatt-Meillard. «Sono un pelo in lutto, ho chiesto scusa a Franzoni», ha ammesso Vinatzer, raccontando il peso della pressione e il rammarico per un’occasione sfumata.
Se dallo sci alpino è arrivata una delusione, dal curling è arrivata invece una conferma. Stefania Constantini e Amos Mosaner hanno chiuso il girone battendo gli Stati Uniti 7-6 all’ultimo end, grazie a un colpo decisivo che ha sigillato una partita combattuta. Con questo successo gli azzurri hanno chiuso secondi la prima fase e alle nel tardo pomeriggio torneranno ad affrontare proprio la coppia americana in semifinale. Buone notizie anche dall’hockey su ghiaccio femminile: l’Italia ha superato il Giappone 3-2 e ha centrato con un turno d’anticipo la qualificazione ai quarti di finale. Due reti di Fantini e un gol di Della Rovere hanno firmato una vittoria storica per il movimento azzurro. Nello sci acrobatico, nella finale dello slopestyle, Maria Gasslitter ha chiuso al decimo posto al termine delle tre run. L’oro è andato alla svizzera Mathilde Gremaud, davanti alla cinese Gu e alla canadese Oldham. Per l’azzurra, classe 2006, una gara di esperienza in un contesto olimpico di altissimo livello. Nel pomeriggio spazio anche allo slittino femminile, con Sandra Robatscher e Verena Hofer impegnate nella prima manche della finale: Robatscher ha fatto segnare il quarto tempo, Hofer il terzo, restando in piena corsa nelle zone alte della classifica provvisoria.
Intanto prosegue il percorso di avvicinamento alle gare per altre specialità. Nel doppio maschile di slittino, nelle prove, Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner hanno firmato il miglior tempo nella terza manche e il secondo nella quarta, mentre l’altra coppia italiana, Nagler-Malleier, si è messa in evidenza con il terzo crono. Segnali incoraggianti anche dallo skeleton, con Amedeo Bagnis davanti al favorito Matt Weston nella prima manche di allenamento e secondo per un solo centesimo nella seconda.cLa giornata olimpica è stata però segnata anche dalle notizie che arrivano da fuori gara. Lindsey Vonn, che sabato era caduta sulla pista Olympia delle Tofane, è stata trasferita a Treviso e sottoposta a una doppia operazione per la riduzione della frattura al femore della gamba sinistra, con applicazione di un fissaggio esterno. Secondo gli specialisti, prima di rivederla sugli sci serviranno almeno tre mesi, e a 41 anni l’infortunio rappresenta una sfida pesante anche per il futuro della sua carriera.
Dopo l’eccezionale domenica da sei medaglie, come ha ricordato anche il presidente della Fondazione Milano-Cortina Giovanni Malagò, l’Italia vive un’Olimpiade fatta di risultati diffusi e competitività in molti sport. Il lunedì ha riportato equilibrio e misura: qualche occasione persa, qualche passo avanti, e la sensazione che il cammino azzurro, tra alti e bassi, sia ancora tutto da scrivere.
Continua a leggereRiduci
Giovanni Mencarelli
Il dj Giovanni Mencarelli che conduce «Recensioni del terzo tipo»: «Molti locali non valorizzano la loro qualità. L’anima del ristorante è il bagno».
Qualora vi troviate in un qualsiasi luogo del Paese e stiate cercando un ristorante o una trattoria dove desinare leggete pure le recensioni dei clienti, fiorenti sulla Rete e sui social, ma evitate di farci troppo affidamento. Potrebbero derivare da una serie di fattori incidentali e soprattutto estemporanei. Il malumore suscitato da un diverbio tra moglie e marito a tavola o la difficoltà nel trovare parcheggio in una sera affollata possono influenzare l’impulsivo giudizio rilasciato sul Web.
Non fidatevi neppure di elettrizzanti foto di una pietanza pubblicate da clienti di un locale, ai quali forse, più che la qualità degli ingredienti, interessava assai di più una serata non «in bianco». Invece chiedete al ristoratore quale pastificio produce gli spaghetti che vi sono serviti e date un’occhiata al bagno. Parola di Giovanni Mencarelli, classe 1980, in arte Dj Mitch, ex Iena, voce storica di Radio 105, in onda su Food Network, canale 33, dal 23 gennaio 2026 con il programma Recensioni del terzo tipo, di cui cura anche la regia, realizzato in collaborazione con Roberto Pascal Pisan e Salvatore Barbato. Sei puntate, ogni venerdì alle 22 - l’ultima è il 20 febbraio prossimo - visitando ristoranti del nord Italia e incontrando i loro operatori. Il consiglio è di non fermarsi di fronte a foto di facciata e giudizi sbrigativi, magari di psicopatici e odiatori seriali. Ma di confrontarsi e osservare. Le cucine dei ristoranti non sono come quelle dell’episodio Hostaria! del film I nuovi mostri di Monicelli, dove cuoco (Ugo Tognazzi) e cameriere (Vittorio Gassman) ne combinano di orripilanti nel dietro le quinte della sala.
Come nasce l’idea di questa trasmissione?
«Sono anni che faccio questo mestiere di dj e vado a mangiare fuori spesso e volentieri. Spesso tanti ristoranti m’invitano come ospite. Abbiamo l’idea che se una cosa costa molto pensiamo sia eccellente. E se il menu è di basso prezzo diamo per scontato sia di scarsa qualità. In Italia abbiamo un sacco di eccellenze e prodotti locali e molti ristoranti utilizzano ottime materie prime. Il problema? È nella comunicazione. Talvolta il ristoratore, involontariamente, non promuove il prodotto indicandone la materia prima. Fai un risotto allo zafferano? Utilizzi uno zafferano di qualità? La carne, di che taglio è? Sono ancora pochi che nel menu mettono questi particolari…».
Ti avvali della collaborazione di chef ed esperti. Quali sono i parametri che verificate?
«Non è che siamo i Nas… A noi piace confrontarci con chef e ristoratori. Io sono un buongustaio. Mia moglie mi dice che mangerei “la qualunque”. Ho deciso di farmi affiancare da un professionista che può riconoscere errori nella preparazione di un determinato piatto. Grazie a loro ho scoperto cose che non conoscevo. Ad esempio l’acqua influenza la cottura della pasta, la consistenza del risotto. Le varie tipologie d’acqua hanno un gusto sempre diverso e quindi si può tranquillamente dire che l’acqua è un ingrediente e fa la differenza. Alcuni ristoranti utilizzano acqua ad osmosi, filtrata, e questo è un vantaggio».
Sul Web, sui siti dei ristoranti, sui social si vedono foto attraenti dei piatti. Si trovano pure recensioni. Ma, al di là della foto e del gusto, non si va molto in profondità…
«Esatto. Oggi, quando decidiamo di mangiar fuori ci basiamo spesso su recensioni, foto viste sui social, like. Possiamo dire che i ristoranti sono diventati influencer. Ma quando vai lì ti chiedi “la recensione è reale?”, “il cibo è all’altezza?”. Il cliente però dovrebbe avere l’accortezza di segnalare al ristoratore se il piatto non è di suo gusto piuttosto che fare una recensione cattiva del ristorante, scritta con l’impulso di un’incazzatura magari per un ritardo nel servizio o per la difficoltà di trovare parcheggio, una sorta di vendetta personale. Poi magari alcuni che la leggono non ci vanno più. E i ristoratori sono anche padri di famiglia».
Con i tempi che corrono cenare al ristorante con la famiglia può essere un piccolo investimento… Talvolta si preferisce un ristorante di fiducia…
«Oggi andare a mangiare fuori è diventato un lusso. Spendiamo i nostri soldi per un’emozione o per un momento di aggregazione. La scelta del ristorante può essere legata a vecchie recensioni o al passaparola. Quando viaggio, appena arrivo in un paese la prima cosa che mi chiedo è “dove vado a mangiare?” (sorride, ndr). Mi faccio segnalare due-tre ristoranti da persone del luogo e vado su Internet a leggerne le recensioni. Poi a volte ti rendi conto che le recensioni non sono veritiere. Le persone del posto magari sanno se la pasta è fatta in casa, ossia non industriale, perché questo dà un valore aggiunto. Facciamo un programma che aiuta le persone a scegliere e ad avere consapevolezza di spendere dei soldi e di voler essere gratificate».
Criteri utilizzati per la scelta dei ristoranti?
«Prendiamo una città o una sua zona, un quartiere, ad esempio City Life a Milano, e guardiamo su Internet quali sono i ristoranti più quotati, con più storie, recensiti meglio. Ne scegliamo tre. Ma non è una gara tra ristoranti o un’inchiesta dove andiamo di nascosto. Ci presentiamo con il ristoratore faccia a faccia e gli facciamo leggere una recensione cattiva per suscitare un’emozione, assaggiamo e lo chef si permette di dare un consiglio. Non è che siamo le Iene che arrivano con le telecamere perché, sapendo di essere ripresi, ci metterebbero più passione. Ogni tanto chiedo un cambio di piatto con un cliente e poi magari dopo gli pago la cena. Così siamo certi di assaggiare qualcosa non fatta apposta per noi».
Qualche criticità individuata?
«Qualcuna sì, nei ristoranti e nei piatti, e le abbiamo approfondite con i ristoratori. Ma non abbiamo demolito i ristoratori. La difficoltà è dire la verità. La critica dev’essere dura ma onesta, ossia rispetto del piatto e del ristoratore».
Non è detto che ristoranti non stellati e con prezzi abbordabili non diano qualità…
«Con Igles Corelli, chef stellato, andiamo in tre ristoranti. Lo porto anche in situazioni per niente stellate. Siamo andati anche in una birreria. La sua è una valutazione professionale. Ci sono ristoranti in Italia con prezzi modici che utilizzano ottime materie prime ma non lo dicono. Possiamo aver mangiato una eccellente tagliata senza conoscerne la qualità specifica. Se la consumavamo in un ristorante di fascia alta avrebbe avuto un altro prezzo. Mi piacerebbe che i clienti cominciassero a chiedere con consapevolezza cosa stanno mangiando. Poi magari fanno recensioni negative perché non hanno trovato parcheggio».
E sul fenomeno degli «hacker da divano» cosa diciamo? In teoria qualcuno può lasciare una recensione perfida senza essere nemmeno andato in quel locale…
«Ci sono anche queste realtà e non si può negarlo. Tutto quello che è nel Web oggi può essere dopabile. La normativa italiana impedisce di fare recensioni false. Ma ci sono anche piattaforme in cui si possono comprare pacchetti di recensioni e questo falsa e vizia il mercato. Il fatto è che accanto a ogni recensione bisognerebbe allegare lo scontrino con l’elenco dei piatti che hai ordinato».
Quando si entra in un ristorante, specialmente se non si conosce, quale la prima cosa che si dovrebbe fare?
«Guardare è il bagno che dev’essere ordinato, pulito, provvisto di carta igienica. Il bagno è l’anima del ristorante».
In alcuni ristoranti i clienti possono osservare la cucina a vista, ossia circondata da vetri trasparenti…
«Solitamente la cucina non si vede. Negli ultimi anni si sta diffondendo ed è una pratica professionale. Ma questo non significa che se non c’è la cucina a vista in un ristorante si mangi male».
Il vostro viaggio ha avuto tappe anche in alcune pizzerie?
«Siamo andati in una pizzeria in Brianza che fa pizze napoletane. La pizza napoletana, con bordo alto, è diversa da quella classica e a una persona non abituata potrebbe sembrare meno buona. Solo uno chef che ha studiato può permettersi di dire se una pizza è fatta male».
Talvolta si mangiano pizze che lasciano una sete pazzesca…
«Anche a me è capitato di mangiare pizze che si sono riproposte durante la notte… Dipende dalla farina, dai lieviti…».
Nella prima puntata avete anche affrontato il tema della «pausa pranzo». Alcuni locali propongono menu a prezzo fisso.
«Di fronte a un menu a prezzo fisso di 10-12 euro si può pensare “sarà robaccia”. Ma con 10-12 euro puoi benissimo mangiar bene. Più che il costo della materia prima a incidere è quello della forza-lavoro, dell’affitto del locale, dell’energia. Poi volevo dire, anche a proposito del pesce…».
Prego.
«Se si entra in un locale dove si sente puzzo di pesce, diffidare. Se è fresco il pesce non ha odore. Me l’ha spiegato un cuoco giapponese quando siamo andati in un locale you can eat che utilizza un salmone di ottima qualità».
Lo chef veneto Massimiliano Alajmo sostiene che un manicaretto evoca il rapporto con la madre…
«Tante volte, quando degusti un piatto, torni alla cucina della mamma. Torni a casa con questo percorso emotivo e ciò ti dà la veridicità di quel locale».
A casa cucini?
«Siccome dispongo di limoni, perché la mattina mi faccio dei “beveroni”, con mia moglie ne abbiamo usati per cucinare un risotto mantecato con limoni e capperi».
Continua a leggereRiduci







