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2025-12-01
L’Occidente torna cristiano?
E se il cattolicesimo stesse tornando in Occidente? Apparentemente provocatoria, questa domanda oggi appare in realtà sensata, dato che numerosi indicatori descrivono non soltanto una piccola primavera cristiana, ma addirittura un ritorno della fede che, spesso e volentieri, ha come protagonisti proprio loro: i giovani. Tutto questo si osserva anzitutto negli Stati Uniti dove - notava The Catholic Herald la scorsa estate, illustrando i dati esaminati dallo studioso Shane Schaetzel - gli americani che si sono uniti alla Chiesa cattolica sono stati di più di quelli che l’hanno abbandonata: è qualcosa che non si vedeva da decenni.
I veri protagonisti di questo tutto questo? Le giovani generazioni. A riferirlo è la stampa laica, con per esempio il New York Post che lo scorso aprile, in un articolo a firma di Rikki Schlott, informava i suoi lettori che «i giovani si stanno convertendo al cattolicesimo in massa». Un dato in realtà già notato, nel 2024, dal giornalista Matthew McDonald che, sul National Catholic Register, raccontava di «diocesi» che a messa «segnalano aumenti del 30%, 40%, 50% e persino di oltre il 70%». E non sono neppure i numeri più elevati, dato che ci sono sacerdoti testimoni di aumenti ancor più impressionanti. Come quello osservato da Rhett Williams, parroco di St. Thomas More presso l’Università della Carolina del Sud, campus di Columbia, che ha dichiarato che, dal 2021, la partecipazione a messa nella sua parrocchia è aumentata del 260%.
A riferire di aumenti di partecipazione alle funzioni ci sono pure dei vescovi, come per esempio quello di Bridgeport, nel Connecticut, monsignor Frank Joseph Caggiano, che ha dichiarato come dalle sue parti dal 2022 ad oggi vi sia stato un aumento delle presenze in chiesa del 22%. Da notare come tutti questi aumenti siano avvenuti anche prima dell’assassinio di Charlie Kirk, il giovane attivista conservatore ucciso lo scorso 10 settembre la cui morte, a ben vedere, ha dato un ulteriore slancio alla primavera statunitense della fede cristiana. Matt Zerrusen, cofondatore del Newman Ministry, un’organizzazione cattolica non profit, ha infatti affermato di aver notato, dopo l’assassinio di Kirk appunto, un chiaro aumento del coinvolgimento religioso degli studenti. «Non ho parlato con nessuno che non abbia notato un aumento della partecipazione alla messa», ha dichiarato di recente Zerrusen, alla Catholic news agency. Il 16 novembre il già citato New York Post ha inoltre pubblicato un’inchiesta di Kirsten Fleming secondo cui nella Grande Mela «il numero di convertiti cattolici è in aumento» e ci sono chiese in cui esso è «triplicato rispetto all’anno scorso».
Attenzione però a non pensare che questo riavvicinamento dei giovani al cristianesimo sua una storia solo americana. Uno studio pubblicato poche settimane fa a cura dell’Università di Vienna, intitolato Was glaubt Österreich?, ha sondato un campione un totale di 2.160 persone di età compresa tra 14 e 75 anni scoprendo come, nella coorte di età compresa tra 14 e 25 anni, il 30% creda in Dio o in una realtà divina; lo stesso numero crede in un non meglio specificato essere superiore, in un’energia superiore o in un qualche potere spirituale. Questo colloca questo gruppo in cima alla lista di tutte le altre coorti di età in termini di fede in Dio o in una realtà divina. A questo già interessante dato, se ne può accostare almeno un altro: quello del calo delle persone che abbandonano la Chiesa in Austria, che nel 2024 è diminuito significativamente, passando da 85.163 a 71.531. Tra i responsabili di questo studio c’è la teologa viennese Regine Pollak la quale - pur non negando come in generale anche in tale ricerca si sia registrata una «profonda crisi della fede in Dio» - si è detta «davvero sorpresa» dei segnali in controtendenza registrati; segnali che si riflettono anche nel notevole aumento dei battesimi di adulti tra i giovani, in particolare nell’arcidiocesi di Vienna.
Segnali confortanti arrivano anche dalla Francia, dove quest’anno, nella veglia di Pasqua, si sono celebrati sì 10.384 battesimi adulti (con un aumento del 45%), ma anche 7.400 di adolescenti. Tutto ciò segna «la fine dell’inverno per la Chiesa cattolica?», si è chiesto Le Monde. Forse è ancora prematuro parlare di vera e propria «fine dell’inverno», ma certamente stiamo parlando di segnali in controtendenza e non isolati. Nel frattempo, anche dalla Spagna arrivano notizie notevoli. È per esempio di pochi giorni fa la notizia che la partecipazione alla messa cattolica nella provincia di Barcellona - secondo i dati raccolti dal Centre d’Estudis d’Opinió e dell’Idescat, pubblicati sulla pagina web dall’arcivescovado di Barcellona - addirittura è raddoppiata negli ultimi cinque anni.
Sempre guardando alla secolarizzata Europa, non si può non notare quanto avviene nell’Irlanda del Nord, dove un recentissimo sondaggio commissionato dall’Iona Institute - e realizzato da Amarach Research su campione rappresentativo di 1.200 adulti - ha rilevato una netta ripresa dell’interesse per la religione tra i giovani. A sorpresa, si è difatti rilevato come la fascia di età più giovane tra quelle interpellate (ovvero quella di chi ha tra i 18 e i 24 anni), sia - a sorpresa - risultata quella, rispetto a tutte le altre considerate, con maggiori probabilità di dichiarare un atteggiamento «molto positivo» nei confronti del cristianesimo (30% contro solo il 4% con una visione «molto negativa»).
Novità arrivano perfino da uno dei Paesi più secolarizzati del pianeta: la Gran Bretagna. Nella terra di re Carlo, infatti, negli ultimi sei anni il numero di ragazzi inglesi tra i 18 e i 24 anni che almeno una volta al mese va in chiesa è addirittura quadruplicato, dal 4% al 16%, tra i 25 e i 34 anni è più che triplicato, dal 4% al 13%. A frequentare le funzioni religiose sono più i ragazzi delle ragazze e il trend in crescita riguarda soprattutto i cattolici (sul fronte anglicano tale trend risulta assente, anzi si registra un continuo calo). La faccenda è così seria che a settembre perfino la Cnn - ed è tutto dire - è stata costretta a raccontare, in un servizio realizzato da Joseph Ataman e Christopher Lamb, che «dopo decenni di calo delle presenze e di fede in gran parte del mondo occidentale, il cattolicesimo romano potrebbe assistere a una rinascita inaspettata». «E per una Chiesa oggi più nota a molti in Occidente per i suoi fedeli anziani, i sacerdoti anziani e i devastanti scandali di abusi sessuali», hanno rilevato Ataman e Lamb, «il rinnovamento arriva dal più improbabile degli angoli: la Generazione Z». Cioè i giovani tra il 1997 e il 2012, gli adolescenti di oggi insomma.
A questo punto è lecito domandarsi sulle cause di questo fenomeno. Merito del nuovo pontificato di Leone XIV? Onestamente è po’ prematuro immaginarlo, anche perché qualche dato sorprendente era già emerso ancora prima dell’ascesa al soglio di Robert Prevost. Allo stesso tempo, appare incauto attribuire all’eredità di Jorge Mario Bergoglio una piccola primavera occidentale della fede che, quasi sempre, si registra in ambito conservatore, non esattamente il più amato dal pontefice argentino. In attesa, allora, che i sociologi sappiano spiegare qualcosa in più su quanto sta avvenendo - e che si spera possa essere osservato anche in Italia - possiamo concludere, per riprendere Le Monde, che forse è presto per dichiarare avvenuta la «fine dell’inverno per la Chiesa cattolica». Tuttavia, qualcosa di certo sta accadendo. Ed è certamente qualcosa che, come avviene per quei tornanti della storia che si può immaginare tratteggiati dalla Provvidenza, cui nessuno aveva pensato.
«È la liturgia antica ad attrarre i ragazzi. Anche qui in Italia»
La piccola e inattesa primavera cattolica che affiora in Occidente può oggi essere osservata anche nella provincia italiana, in quei centri cioè solo a prima vista minori, e tuttavia in grado di mettere in evidenza l’attrattività che conservano ed esprimono una fede ed una liturgia tradizionali. Come a Tolentino, comune di 18.000 anime nel Maceratese, dove c’è una interessante storia di una chiesa ricostruita nella quale i giovani non mancano. La Verità ne ha parlato con Andrea Carradori, priore della Confraternita del Sacro Cuore cui questa chiesa è assegnata.
Priore, partiamo dall’inizio. Cos’è Confraternita del Sacro Cuore di Tolentino?
«La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino è una realtà ricostituita canonicamente il 14 giugno 1805 dal vescovo di Macerata e Tolentino san Vincenzo Maria Strambi, passionista perseguitato duramente da Napoleone per la sua fedeltà al Papa. Il 10 settembre 1936 la Confraternita ha avuto il riconoscimento giuridico, con Regio decreto, dal nuovo Stato unitario. Attualmente i Confratelli sono 25. Secondo la Regola di San Vincenzo Maria Strambi la Confraternita collabora attivamente con le parrocchie cittadine e con la Comunità dei padri Agostiniani, che sono il fulcro spirituale della città e dei centri limitrofi. Questa nostra generosità è stata ripagata da un vero e proprio “miracolo” del Cielo».
Quale?
«A seguito del rovinoso terremoto del 2016 la nostra chiesa, fortemente danneggiata, è stata ripristinata “in toto” con criteri antisismici e a tempo di record, dal governo ungherese presieduto da Victor Orbán a cui abbiamo successivamente fatto visita, assieme al sindaco di Tolentino, per esprimere la nostra gratitudine»
Tra l’altro, a proposito di Tolentino, papa Leone XIV vi è molto legato.
«Sì, il Santo Padre Leone è molto devoto di san Nicola da Tolentino: il Taumaturgo del Piceno, il Patrono delle anime purganti e, per volere del papa Eugenio IV, il Protettore dell’unità della Santa Chiesa. Il 16 settembre 2023 per la grande Festa del Perdono di San Nicola l’allora Prefetto del Dicastero per i vescovi Prevost, cardinale designato, venne nella nostra città e portò in processione la Reliquia del santo e poi officiò la santa messa pontificale alla presenza delle autorità cantando, con assoluta precisione, le melodie del Celebrante».
In una vostra chiesa cittadina, se non sbaglio, si celebra la messa con musica polifonica alternata al gregoriano.
«Nel 1815 i Confratelli, su invito del fondatore San Strambi, chiesero al papa Gregorio XVI di assegnare loro la chiesa di S. Benedetto da Norcia, abbandonata dai monaci cistercensi dopo la loro soppressione. Il pontefice donò alla Confraternita la chiesa e gli orti dei monaci. Il 24 novembre 2006 il cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha consacrato l’antico altare. Grazie all’intervento dei fratelli ungheresi è stato ripristinato l’organo “meccanico” che è stato subito messo a disposizione per lo studio di giovani e le esercitazioni di concertisti. Per solennizzare le celebrazioni festive invitiamo organisti e cori polifonici. Fra questi, degna di particolare riconoscenza ed ammirazione, è l’Ensemble “Accademia dei Dissennati”, tutti giovani cantanti, diretta dal Maestro Lorenzo Chiacchiera che esegue dei capolavori di arte polifonica antica e moderna».
Anche nella vostra realtà si assiste, quindi, ad un ritorno della fede cattolica tra i giovani?
«La “forza” delle celebrazioni nell’antico rito dei padri sono i giovani. Li abbiamo veduti in numero sorprendente anche al recente quattordicesimo pellegrinaggio giubilare ad Petri Sedem che si è tenuto a Roma dal 23 al 25 ottobre. Noi, che non siamo “adoratori dei numeri” ci stupiamo come anche nella nostra chiesa ci siano tanti fedeli anche da fuori Regione, nonostante le difficoltà e le spese di trasporto che debbono sostenere. Questo ci spinge a dare tutti noi stessi per l’ideale della buona e santa liturgia».
Come si spiega questo fenomeno?
«L’attrattività della liturgia antica può essere la risposta educativa all’emergenza educativa dei giovani. Come insegnante ho sempre invitato i genitori ad iscrivere i propri figli alle scuole di musica, ai cori e alle bande musicali».
Tutto questo la fa essere ottimista sul futuro del cristianesimo? Dopo anni in cui le statistiche registrano l’evaporazione del cristianesimo, anche una realtà locale come la vostra apre scenari di speranza.
«Papa Leone ci ricorda che “Dio non tarda mai, siamo noi a dover imparare ad avere fiducia, anche se ciò richiede pazienza e perseveranza” e che “oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo”. Dopo il grande pellegrinaggio giubilare della Tradizione dal 23 al 25 ottobre scorso nel quale, per la prima volta, anche tantissimi giovani italiani dal Sud e dal Nord - e non solo gli stranieri - sono convenuti a Roma per cantare una voce dicentes le lodi divine, risuonano nei nostri cuori le parole del Papa: “Prego affinché anche voi siate rafforzati dallo Spirito Santo nel vostro servizio al Signore e alla sua Chiesa, e affinché possiate portare molto frutto, un frutto che duri”».
I nuovi preti sono più conservatori
C’è una notizia nella notizia, rispetto al piccolo ma significativo riavvicinamento alla fede in corso in Occidente: è quella relativa alla tipologia di questa fede. Che, oltre ad essere cristiana, è quasi sempre definibile - per brevità - «conservatrice». Conservatori, in effetti, risultano essere i nuovi sacerdoti statunitensi, tanto che pure l’Associated Press ha fatto presente, in un suo servizio, come i preti progressisti «siano morti o in pensione». «I preti progressisti che hanno dominato la Chiesa statunitense negli anni successivi al Concilio Vaticano II», ha scritto per la precisione l’Associated Press, «ora hanno tra i 70 e gli 80 anni. Molti sono in pensione. Alcuni sono morti. I preti più giovani, mostrano i sondaggi, sono molto più conservatori».
Analogamente, una recentissima rilevazione dell’Osservatorio francese del cattolicesimo - centro di ricerca indipendente creato per monitorare in modo più accurato l’evoluzione della Chiesa d’Oltralpe - ha rilevato come, se da un lato il 45% dei sacerdoti di età superiore ai 75 anni desidera che la morale sessuale e familiare si «evolva», dall’altro tra i sacerdoti tra i 35 e i 49 anni questa percentuale crolla al 10%, mentre tra quelli più giovani ancora, sotto cioè i 35 anni, si arena ad un misero 7%. Allo stesso modo, come dimostrano figure come quella di Charlie Kirk (benché non fosse cattolico, anche se al cattolicesimo si sta avvicinando), anche i giovani che oggi si accostano al cristianesimo spesso non sono certo progressisti. Il che porta a chiedersi come mai, in un’epoca di eclissi del sacro, per dirla con Sabino Acquaviva, a dare segni di vitalità sia una fede solida e tutt’altro che aperta all’agenda mondana.
La domanda è importante ma non nuova in sociologia dove, al contrario, se ne discute da decenni. Una delle prime testimonianza di ciò fu Why conservative churches are growing, libro del 1972 di Dean M. Kelley, sociologo il quale, con quel volume, con riferimento sempre al contesto americano notava un fenomeno politicamente, anzi ecclesialmente scorretto, ma sostenuto dai numeri: i tassi di crescita di denominazioni «conservatrici» - in particolare rispetto alle esigenze morali e all’affermazione di una identità forte - a scapito di analoghi, se non più forti tassi di decrescita delle denominazioni «progressiste», cioè inclini a quelle che in gergo giornalistico si chiamano oggi le «aperture». Non appena uscito, il libro di Kelley sollevò un polverone.
Il punto è che oltre mezzo secolo dopo - come indicano altri dati che non c’è qui lo spazio di ricordare - quell’intuizione si è rivelata corretta. Occorre dunque chiedersi come mai la fede conservatrice, anche nell’era secolare, direbbe il filosofo Charles Taylor, conservi appeal. La risposta migliore è forse quella che, in un suo articolo, ha dato lo scrittore cattolico Vittorio Messori, allorquando ha scritto che «in un mondo liquido, dove tutto diventa incerto, precario, provvisorio, è proprio delle stabilità e della fermezza della Chiesa cattolica che non soltanto i credenti, ma l’umanità intera, ha bisogno». «Occorre più che mai la salda chiarezza del catechismo più che gli infiniti e sempre mutevoli, secondo me, pareri di cui è pieno il mondo», ha osservato sempre l’autore di Ipotesi su Gesù; le cui parole si spera possano ascoltate anche quella parte di Chiesa italiana che, talvolta, dà l’impressione di rincorrere l’agenda mondana, dimenticandosi che ha già dentro di sé tutto ciò che serve per esser guida e rifugio in una società disorientata.
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Dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Spagna al Regno Unito, i dati sono unanimi nel segnalare un aumento delle conversioni di adolescenti e giovani. E cresce pure la partecipazione alla messa. I media ultra laici: «Fenomeno di massa».«È la liturgia antica ad attrarre i ragazzi. Anche qui in Italia». Il priore della Confraternita del Sacro Cuore di Tolentino: «Sono sorpreso, nella nostra chiesa arrivano perfino da altre Regioni».Il clero progressista che ha dominato la scena dopo il Concilio Vaticano II sta ormai andando in pensione. E i fedeli abbandonano le parrocchie «liberal».Lo speciale contiene tre articoli. E se il cattolicesimo stesse tornando in Occidente? Apparentemente provocatoria, questa domanda oggi appare in realtà sensata, dato che numerosi indicatori descrivono non soltanto una piccola primavera cristiana, ma addirittura un ritorno della fede che, spesso e volentieri, ha come protagonisti proprio loro: i giovani. Tutto questo si osserva anzitutto negli Stati Uniti dove - notava The Catholic Herald la scorsa estate, illustrando i dati esaminati dallo studioso Shane Schaetzel - gli americani che si sono uniti alla Chiesa cattolica sono stati di più di quelli che l’hanno abbandonata: è qualcosa che non si vedeva da decenni.I veri protagonisti di questo tutto questo? Le giovani generazioni. A riferirlo è la stampa laica, con per esempio il New York Post che lo scorso aprile, in un articolo a firma di Rikki Schlott, informava i suoi lettori che «i giovani si stanno convertendo al cattolicesimo in massa». Un dato in realtà già notato, nel 2024, dal giornalista Matthew McDonald che, sul National Catholic Register, raccontava di «diocesi» che a messa «segnalano aumenti del 30%, 40%, 50% e persino di oltre il 70%». E non sono neppure i numeri più elevati, dato che ci sono sacerdoti testimoni di aumenti ancor più impressionanti. Come quello osservato da Rhett Williams, parroco di St. Thomas More presso l’Università della Carolina del Sud, campus di Columbia, che ha dichiarato che, dal 2021, la partecipazione a messa nella sua parrocchia è aumentata del 260%.A riferire di aumenti di partecipazione alle funzioni ci sono pure dei vescovi, come per esempio quello di Bridgeport, nel Connecticut, monsignor Frank Joseph Caggiano, che ha dichiarato come dalle sue parti dal 2022 ad oggi vi sia stato un aumento delle presenze in chiesa del 22%. Da notare come tutti questi aumenti siano avvenuti anche prima dell’assassinio di Charlie Kirk, il giovane attivista conservatore ucciso lo scorso 10 settembre la cui morte, a ben vedere, ha dato un ulteriore slancio alla primavera statunitense della fede cristiana. Matt Zerrusen, cofondatore del Newman Ministry, un’organizzazione cattolica non profit, ha infatti affermato di aver notato, dopo l’assassinio di Kirk appunto, un chiaro aumento del coinvolgimento religioso degli studenti. «Non ho parlato con nessuno che non abbia notato un aumento della partecipazione alla messa», ha dichiarato di recente Zerrusen, alla Catholic news agency. Il 16 novembre il già citato New York Post ha inoltre pubblicato un’inchiesta di Kirsten Fleming secondo cui nella Grande Mela «il numero di convertiti cattolici è in aumento» e ci sono chiese in cui esso è «triplicato rispetto all’anno scorso».Attenzione però a non pensare che questo riavvicinamento dei giovani al cristianesimo sua una storia solo americana. Uno studio pubblicato poche settimane fa a cura dell’Università di Vienna, intitolato Was glaubt Österreich?, ha sondato un campione un totale di 2.160 persone di età compresa tra 14 e 75 anni scoprendo come, nella coorte di età compresa tra 14 e 25 anni, il 30% creda in Dio o in una realtà divina; lo stesso numero crede in un non meglio specificato essere superiore, in un’energia superiore o in un qualche potere spirituale. Questo colloca questo gruppo in cima alla lista di tutte le altre coorti di età in termini di fede in Dio o in una realtà divina. A questo già interessante dato, se ne può accostare almeno un altro: quello del calo delle persone che abbandonano la Chiesa in Austria, che nel 2024 è diminuito significativamente, passando da 85.163 a 71.531. Tra i responsabili di questo studio c’è la teologa viennese Regine Pollak la quale - pur non negando come in generale anche in tale ricerca si sia registrata una «profonda crisi della fede in Dio» - si è detta «davvero sorpresa» dei segnali in controtendenza registrati; segnali che si riflettono anche nel notevole aumento dei battesimi di adulti tra i giovani, in particolare nell’arcidiocesi di Vienna.Segnali confortanti arrivano anche dalla Francia, dove quest’anno, nella veglia di Pasqua, si sono celebrati sì 10.384 battesimi adulti (con un aumento del 45%), ma anche 7.400 di adolescenti. Tutto ciò segna «la fine dell’inverno per la Chiesa cattolica?», si è chiesto Le Monde. Forse è ancora prematuro parlare di vera e propria «fine dell’inverno», ma certamente stiamo parlando di segnali in controtendenza e non isolati. Nel frattempo, anche dalla Spagna arrivano notizie notevoli. È per esempio di pochi giorni fa la notizia che la partecipazione alla messa cattolica nella provincia di Barcellona - secondo i dati raccolti dal Centre d’Estudis d’Opinió e dell’Idescat, pubblicati sulla pagina web dall’arcivescovado di Barcellona - addirittura è raddoppiata negli ultimi cinque anni. Sempre guardando alla secolarizzata Europa, non si può non notare quanto avviene nell’Irlanda del Nord, dove un recentissimo sondaggio commissionato dall’Iona Institute - e realizzato da Amarach Research su campione rappresentativo di 1.200 adulti - ha rilevato una netta ripresa dell’interesse per la religione tra i giovani. A sorpresa, si è difatti rilevato come la fascia di età più giovane tra quelle interpellate (ovvero quella di chi ha tra i 18 e i 24 anni), sia - a sorpresa - risultata quella, rispetto a tutte le altre considerate, con maggiori probabilità di dichiarare un atteggiamento «molto positivo» nei confronti del cristianesimo (30% contro solo il 4% con una visione «molto negativa»).Novità arrivano perfino da uno dei Paesi più secolarizzati del pianeta: la Gran Bretagna. Nella terra di re Carlo, infatti, negli ultimi sei anni il numero di ragazzi inglesi tra i 18 e i 24 anni che almeno una volta al mese va in chiesa è addirittura quadruplicato, dal 4% al 16%, tra i 25 e i 34 anni è più che triplicato, dal 4% al 13%. A frequentare le funzioni religiose sono più i ragazzi delle ragazze e il trend in crescita riguarda soprattutto i cattolici (sul fronte anglicano tale trend risulta assente, anzi si registra un continuo calo). La faccenda è così seria che a settembre perfino la Cnn - ed è tutto dire - è stata costretta a raccontare, in un servizio realizzato da Joseph Ataman e Christopher Lamb, che «dopo decenni di calo delle presenze e di fede in gran parte del mondo occidentale, il cattolicesimo romano potrebbe assistere a una rinascita inaspettata». «E per una Chiesa oggi più nota a molti in Occidente per i suoi fedeli anziani, i sacerdoti anziani e i devastanti scandali di abusi sessuali», hanno rilevato Ataman e Lamb, «il rinnovamento arriva dal più improbabile degli angoli: la Generazione Z». Cioè i giovani tra il 1997 e il 2012, gli adolescenti di oggi insomma. A questo punto è lecito domandarsi sulle cause di questo fenomeno. Merito del nuovo pontificato di Leone XIV? Onestamente è po’ prematuro immaginarlo, anche perché qualche dato sorprendente era già emerso ancora prima dell’ascesa al soglio di Robert Prevost. Allo stesso tempo, appare incauto attribuire all’eredità di Jorge Mario Bergoglio una piccola primavera occidentale della fede che, quasi sempre, si registra in ambito conservatore, non esattamente il più amato dal pontefice argentino. In attesa, allora, che i sociologi sappiano spiegare qualcosa in più su quanto sta avvenendo - e che si spera possa essere osservato anche in Italia - possiamo concludere, per riprendere Le Monde, che forse è presto per dichiarare avvenuta la «fine dell’inverno per la Chiesa cattolica». Tuttavia, qualcosa di certo sta accadendo. 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Come a Tolentino, comune di 18.000 anime nel Maceratese, dove c’è una interessante storia di una chiesa ricostruita nella quale i giovani non mancano. La Verità ne ha parlato con Andrea Carradori, priore della Confraternita del Sacro Cuore cui questa chiesa è assegnata.Priore, partiamo dall’inizio. Cos’è Confraternita del Sacro Cuore di Tolentino?«La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino è una realtà ricostituita canonicamente il 14 giugno 1805 dal vescovo di Macerata e Tolentino san Vincenzo Maria Strambi, passionista perseguitato duramente da Napoleone per la sua fedeltà al Papa. Il 10 settembre 1936 la Confraternita ha avuto il riconoscimento giuridico, con Regio decreto, dal nuovo Stato unitario. Attualmente i Confratelli sono 25. Secondo la Regola di San Vincenzo Maria Strambi la Confraternita collabora attivamente con le parrocchie cittadine e con la Comunità dei padri Agostiniani, che sono il fulcro spirituale della città e dei centri limitrofi. Questa nostra generosità è stata ripagata da un vero e proprio “miracolo” del Cielo».Quale?«A seguito del rovinoso terremoto del 2016 la nostra chiesa, fortemente danneggiata, è stata ripristinata “in toto” con criteri antisismici e a tempo di record, dal governo ungherese presieduto da Victor Orbán a cui abbiamo successivamente fatto visita, assieme al sindaco di Tolentino, per esprimere la nostra gratitudine»Tra l’altro, a proposito di Tolentino, papa Leone XIV vi è molto legato.«Sì, il Santo Padre Leone è molto devoto di san Nicola da Tolentino: il Taumaturgo del Piceno, il Patrono delle anime purganti e, per volere del papa Eugenio IV, il Protettore dell’unità della Santa Chiesa. Il 16 settembre 2023 per la grande Festa del Perdono di San Nicola l’allora Prefetto del Dicastero per i vescovi Prevost, cardinale designato, venne nella nostra città e portò in processione la Reliquia del santo e poi officiò la santa messa pontificale alla presenza delle autorità cantando, con assoluta precisione, le melodie del Celebrante».In una vostra chiesa cittadina, se non sbaglio, si celebra la messa con musica polifonica alternata al gregoriano.«Nel 1815 i Confratelli, su invito del fondatore San Strambi, chiesero al papa Gregorio XVI di assegnare loro la chiesa di S. Benedetto da Norcia, abbandonata dai monaci cistercensi dopo la loro soppressione. Il pontefice donò alla Confraternita la chiesa e gli orti dei monaci. Il 24 novembre 2006 il cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha consacrato l’antico altare. Grazie all’intervento dei fratelli ungheresi è stato ripristinato l’organo “meccanico” che è stato subito messo a disposizione per lo studio di giovani e le esercitazioni di concertisti. Per solennizzare le celebrazioni festive invitiamo organisti e cori polifonici. Fra questi, degna di particolare riconoscenza ed ammirazione, è l’Ensemble “Accademia dei Dissennati”, tutti giovani cantanti, diretta dal Maestro Lorenzo Chiacchiera che esegue dei capolavori di arte polifonica antica e moderna».Anche nella vostra realtà si assiste, quindi, ad un ritorno della fede cattolica tra i giovani?«La “forza” delle celebrazioni nell’antico rito dei padri sono i giovani. Li abbiamo veduti in numero sorprendente anche al recente quattordicesimo pellegrinaggio giubilare ad Petri Sedem che si è tenuto a Roma dal 23 al 25 ottobre. Noi, che non siamo “adoratori dei numeri” ci stupiamo come anche nella nostra chiesa ci siano tanti fedeli anche da fuori Regione, nonostante le difficoltà e le spese di trasporto che debbono sostenere. Questo ci spinge a dare tutti noi stessi per l’ideale della buona e santa liturgia».Come si spiega questo fenomeno?«L’attrattività della liturgia antica può essere la risposta educativa all’emergenza educativa dei giovani. Come insegnante ho sempre invitato i genitori ad iscrivere i propri figli alle scuole di musica, ai cori e alle bande musicali». Tutto questo la fa essere ottimista sul futuro del cristianesimo? Dopo anni in cui le statistiche registrano l’evaporazione del cristianesimo, anche una realtà locale come la vostra apre scenari di speranza.«Papa Leone ci ricorda che “Dio non tarda mai, siamo noi a dover imparare ad avere fiducia, anche se ciò richiede pazienza e perseveranza” e che “oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo”. Dopo il grande pellegrinaggio giubilare della Tradizione dal 23 al 25 ottobre scorso nel quale, per la prima volta, anche tantissimi giovani italiani dal Sud e dal Nord - e non solo gli stranieri - sono convenuti a Roma per cantare una voce dicentes le lodi divine, risuonano nei nostri cuori le parole del Papa: “Prego affinché anche voi siate rafforzati dallo Spirito Santo nel vostro servizio al Signore e alla sua Chiesa, e affinché possiate portare molto frutto, un frutto che duri”». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/occidente-torna-cristiano-2674356652.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-nuovi-preti-sono-piu-conservatori" data-post-id="2674356652" data-published-at="1764601119" data-use-pagination="False"> I nuovi preti sono più conservatori C’è una notizia nella notizia, rispetto al piccolo ma significativo riavvicinamento alla fede in corso in Occidente: è quella relativa alla tipologia di questa fede. Che, oltre ad essere cristiana, è quasi sempre definibile - per brevità - «conservatrice». Conservatori, in effetti, risultano essere i nuovi sacerdoti statunitensi, tanto che pure l’Associated Press ha fatto presente, in un suo servizio, come i preti progressisti «siano morti o in pensione». «I preti progressisti che hanno dominato la Chiesa statunitense negli anni successivi al Concilio Vaticano II», ha scritto per la precisione l’Associated Press, «ora hanno tra i 70 e gli 80 anni. Molti sono in pensione. Alcuni sono morti. I preti più giovani, mostrano i sondaggi, sono molto più conservatori».Analogamente, una recentissima rilevazione dell’Osservatorio francese del cattolicesimo - centro di ricerca indipendente creato per monitorare in modo più accurato l’evoluzione della Chiesa d’Oltralpe - ha rilevato come, se da un lato il 45% dei sacerdoti di età superiore ai 75 anni desidera che la morale sessuale e familiare si «evolva», dall’altro tra i sacerdoti tra i 35 e i 49 anni questa percentuale crolla al 10%, mentre tra quelli più giovani ancora, sotto cioè i 35 anni, si arena ad un misero 7%. Allo stesso modo, come dimostrano figure come quella di Charlie Kirk (benché non fosse cattolico, anche se al cattolicesimo si sta avvicinando), anche i giovani che oggi si accostano al cristianesimo spesso non sono certo progressisti. Il che porta a chiedersi come mai, in un’epoca di eclissi del sacro, per dirla con Sabino Acquaviva, a dare segni di vitalità sia una fede solida e tutt’altro che aperta all’agenda mondana.La domanda è importante ma non nuova in sociologia dove, al contrario, se ne discute da decenni. Una delle prime testimonianza di ciò fu Why conservative churches are growing, libro del 1972 di Dean M. Kelley, sociologo il quale, con quel volume, con riferimento sempre al contesto americano notava un fenomeno politicamente, anzi ecclesialmente scorretto, ma sostenuto dai numeri: i tassi di crescita di denominazioni «conservatrici» - in particolare rispetto alle esigenze morali e all’affermazione di una identità forte - a scapito di analoghi, se non più forti tassi di decrescita delle denominazioni «progressiste», cioè inclini a quelle che in gergo giornalistico si chiamano oggi le «aperture». Non appena uscito, il libro di Kelley sollevò un polverone.Il punto è che oltre mezzo secolo dopo - come indicano altri dati che non c’è qui lo spazio di ricordare - quell’intuizione si è rivelata corretta. Occorre dunque chiedersi come mai la fede conservatrice, anche nell’era secolare, direbbe il filosofo Charles Taylor, conservi appeal. La risposta migliore è forse quella che, in un suo articolo, ha dato lo scrittore cattolico Vittorio Messori, allorquando ha scritto che «in un mondo liquido, dove tutto diventa incerto, precario, provvisorio, è proprio delle stabilità e della fermezza della Chiesa cattolica che non soltanto i credenti, ma l’umanità intera, ha bisogno». «Occorre più che mai la salda chiarezza del catechismo più che gli infiniti e sempre mutevoli, secondo me, pareri di cui è pieno il mondo», ha osservato sempre l’autore di Ipotesi su Gesù; le cui parole si spera possano ascoltate anche quella parte di Chiesa italiana che, talvolta, dà l’impressione di rincorrere l’agenda mondana, dimenticandosi che ha già dentro di sé tutto ciò che serve per esser guida e rifugio in una società disorientata.
Valentino Garavani durante una sfilata nel 1991 (Getty Images)
Addio a Valentino, l’ultimo imperatore della moda. Dopo di lui, il diluvio. Con la morte di Valentino Garavani, scomparso ieri a Roma all’età di 93 anni, si chiude definitivamente un’epoca. Non soltanto quella dell’alta moda italiana, ma quella di una visione assoluta della bellezza, intesa come disciplina, ossessione e destino. Valentino non è stato semplicemente uno stilista: è stato il couturier per eccellenza, l’ultimo imperatore di un regno fatto di eleganza, rigore e incanto.
«Valentino Garavani si è spento oggi presso la sua residenza romana, circondato dai suoi cari», ha annunciato la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in piazza Mignanelli 23, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, sotto il segno del Toro, Valentino Ludovico Clemente Garavani scopre prestissimo la sua vocazione. È il cinema, prima ancora della moda, a chiamarlo: le dive hollywoodiane, le donne sofisticate, gli abiti luminosi e i gioielli che riempiono lo schermo. «Mia sorella mi portava al cinema e io sognavo donne bellissime, estremamente eleganti», raccontava. «In quel periodo decisi che avrei fatto questo: rendere belle le donne». Un sogno coltivato con ostinazione e trasformato in destino. Studia figurino a Milano, poi vola a Parigi, dove frequenta l’École de la Chambre Syndicale de la Couture e lavora negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche. Apprende il rigore francese, la costruzione impeccabile, la disciplina dell’haute couture. Ma la sua sensibilità resta profondamente italiana. Alla fine degli anni Cinquanta rientra a Roma, dove si forma accanto a Emilio Schuberth e Vincenzo Ferdinandi, prima di aprire una propria maison. Il ritorno nella Capitale segna l’inizio del mito. Nel 1959 apre l’atelier in via dei Condotti; nel 1960 incontra Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, di visione e di destino. È l’inizio di una storia che unisce amore, creatività e impresa, una simbiosi rara e irripetibile. Giammetti discreto, riservato, lontano dai riflettori, è stato l’architettura silenziosa dell’impero Valentino, il suo equilibrio. Valentino era l’estro e l’assoluto; Giammetti la misura e la protezione. Insieme hanno costruito non solo una maison, ma un mondo. «Io mi occupo solo della bellezza», amava dire Valentino, «Giancarlo pensa a tutto il resto». Insieme costruiscono un impero che attraversa decenni e rivoluzioni culturali senza mai rinunciare a un’idea precisa di eleganza. Nel 1962 arriva la consacrazione: la sfilata alla Sala Bianca di Pitti a Firenze è un trionfo. Vogue Francia gli dedica due pagine, segno inequivocabile dell’ingresso nel pantheon dei grandi. È l’inizio di un’ascesa inarrestabile, accompagnata da una firma cromatica destinata a diventare leggenda: il rosso Valentino, tonalità intensa e vibrante che non è solo un colore, ma un manifesto estetico diventato la sua cifra stilistica.
Negli anni Valentino veste il potere e il sogno. Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Farah Diba, Nancy Reagan. Jackie Bouvier sceglie un suo abito per sposare Aristotele Onassis, spalancandogli definitivamente le porte degli Stati Uniti. «Ho sempre desiderato rendere belle le donne», ripeteva. E lo faceva con una devozione quasi ossessiva, chiedendo alle sue première di smontare e rimontare un abito fino a quando non fosse perfetto. «Un vestito può tormentarmi la notte», confessava. «Se non è giusto, non è giusto». Negli anni Settanta, mentre Roma era attraversata dalla paura degli anni di piombo, dagli attentati e da una tensione che sembrava non dare tregua, Valentino continuava a muoversi in una dimensione altra. Il suo non era disinteresse né provocazione, ma una sorta di ostinata fedeltà alla bellezza. In una città segnata dall’ideologia e dalla violenza, lui difendeva il lusso, l’eleganza, la grazia come valori assoluti, quasi un atto di resistenza estetica. La moda, per Valentino, non era evasione ma disciplina, un ordine da preservare contro il disordine del tempo. Anche quando tutto intorno sembrava crollare, il suo mondo restava intatto, impermeabile, guidato da un’unica legge: la perfezione. Nel 1991, in piena Guerra del Golfo, Valentino disegnò un abito chiamato «Peace Dress», bianco con la parola «Pace» scritta in 14 lingue, come messaggio di speranza e di pace internazionale - un gesto simbolico che fu riconosciuto anche con un premio - «Man of fashion and peace» - dal Parlamento europeo.
Otto star saliranno sul palco degli Oscar indossando una sua creazione. Le supermodelle - da Claudia Schiffer a Cindy Crawford, da Naomi Campbell in poi - sfileranno per lui. Time lo definisce «the victorious», il vittorioso. Valentino diventa «larger than life», sovrano assoluto di una moda che non insegue le tendenze ma le trascende. Nel corso della carriera riceve tutti i massimi riconoscimenti: il Premio Neiman Marcus (considerato il Nobel della moda), il Leone d’Oro alla carriera, la Legion d’Onore francese, le più alte onorificenze italiane. Ma uno dei tributi più simbolici arriva dalla sua città natale: Voghera gli dedica il Teatro Valentino Garavani, suggellando il legame tra il ragazzo che sognava il cinema e l’uomo che ha trasformato la moda in spettacolo e memoria collettiva. Nel 2008 annuncia il ritiro dalle passerelle con una sfilata memorabile al Musée Rodin di Parigi. Un addio solenne e teatrale. Ma Valentino non smette mai davvero di esserlo. Anche lontano dalle scene, resta custode inflessibile di un’idea di bellezza che non ammette compromessi. Roma rimane il suo centro gravitazionale: via Condotti, piazza Mignanelli, la Dolce Vita che lo aveva visto nascere come personaggio pubblico. Anche oggi che il brand appartiene a un grande gruppo internazionale, la città eterna resta il cuore simbolico della maison.
Valentino ha vissuto come ha creato: senza mezze misure. I viaggi, gli yacht, i cani inseparabili, le amicizie illustri. Ma dietro lo sfarzo c’era una disciplina ferrea, una dedizione assoluta all’haute couture. «La moda non è solo vestire», diceva, «è un modo di essere, di guardare il mondo». Con la scomparsa dello stilista, Giancarlo Giammetti resta l’ultimo testimone di una storia irripetibile: una storia d’amore e di moda che ha attraversato il tempo senza mai piegarsi. Non esiste un Valentino dopo Valentino. Con lui se ne va l’ultima vera icona di una moda intesa come impero personale e visione assoluta. Resta il rosso, restano le linee perfette, resta un’idea di bellezza che non chiede permesso. E che difficilmente tornerà.
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La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.
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Fabio Ravezzani (Getty Images)
Direttore, la decisione di lasciare Telelombardia arriva dopo quasi trent’anni. Come è maturata?
«È maturata perché insieme all’azionista di maggioranza, Sandro Parenzo, a cui sono molto legato, è entrato in società con un altro editore, Filippo Jannacopulos, che avrà una partecipazione importante e la prospettiva di incidere sempre di più sulle scelte strategiche. Avendo visto che il nuovo socio aveva idee sue, ho pensato che fosse inutile restare se c’era la volontà di cambiare delle cose».
Una scelta anche di stile, quindi.
«Sì. Ho sempre pensato che sia meglio farsi da parte prima che qualcuno ti dica di farlo, o prima di ritrovarti in una situazione di disarmonia. Così mi son detto: occupiamoci solo dello sport fino alla fine dell’anno e poi vado via con la mia testa, serenamente. Credo sia la scelta più elegante».
Telelombardia è stata spesso identificata con le persone che la fanno. Questo modello può continuare anche senza di lei?
«Telelombardia non è nata con me: ha più di cinquant’anni di storia. L’impronta è talmente profonda che non è che se esce una scarpa e ne entra un’altra cambia di molto. Io ho avuto il merito di calcificarla e rafforzarla. Quando sono arrivato era in concorrenza con altre emittenti regionali, oggi è leader assoluta come grande tv regionale, soprattutto sullo sport ma anche sull’informazione. Questo ruolo, secondo me, può continuare».
Quanto ha contato la scelta di puntare sul calcio popolare?
«È stata una scelta strategica. Una tv regionale che fa solo informazione sulla cronaca rischia di perdere importanza, perché oggi l’informazione arriva prima dal web e dai social. Quindi ho pensato che ci fosse un grande argomento che facesse da grande collante regionale: il calcio. Perché Inter, Milan e Juve sono fortemente presenti in tutta la Lombardia. Ho scelto di fare una tv che durante il giorno fosse informazione, cronaca e politica, ma che la sera diventasse la grande tv del talk show sportivo. Ha funzionato perché unisce ugualmente Milano a Sondrio, Bergamo, Varese, Como, eccetera».
Avete cambiato anche il modo di raccontare il calcio.
«Quando arrivai si parlava moltissimo di tecnica. Era una palla colossale. Ho spostato il focus sulla polemica, sull’antagonismo, sulla notizia. Raccontare il calcio in modo professionale ma anche emotivo e divertente».
Questo ha permesso a tantissimi tifosi che non potevano accedere alle pay tv di seguire il calcio forse con ancora più passione di quanto si faccia in televisione?
«Diciamo che un po’ di spettacolo lo garantiamo sempre. Ho cercato di coniugare vari piani: professionalità, emozione e intrattenimento. Un taglio che poi è stato ripreso anche da altri e che ha funzionato perché dà emozioni e racconta il calcio in modo serio ma anche divertente. E questo è stato anche propedeutico per la diffusione del prodotto calcio e se ne sta accorgendo Lega Calcio negli ultimi anni che negli ultimi anni ci ha in qualche modo avversati».
Come mai?
«Per anni siamo stati visti come un problema dalla Lega, perché pensavano togliessimo pubblico alle pay tv che davano i soldi veri. In realtà, raccontando il calcio a chi non poteva o non voleva abbonarsi, abbiamo alimentato il fenomeno. Io dico sempre che siamo il “coming soon” del calcio: racconti qualcosa di emozionante e fai venire voglia di vedere la partita».
Un racconto più vicino allo stadio che allo studio televisivo.
«Esatto, perché noi abbiamo un racconto della partita che è quello che più si avvicina alle emozioni che il tifoso vive durante la partita. C’è chi vuole il post partita misurato degli ex calciatori molto misurati e che non polemizzano mai. E c’è chi vuole sentirsi dire che l’allenatore ha sbagliato tutto o che un attaccante è un brocco. Noi abbiamo scelto quel linguaggio lì, che rispecchia molto l’emozione dello stadio. Non a caso si chiama Qui Studio a Voi Stadio».
Caratteristica fondamentale, la presenza in studio di personaggi tifosi «macchietta» e le loro discussioni animate. Quei momenti sono del tutto spontanei?
«Ah sì sì, io non preparo mai niente. Metto insieme la miscela giusta che secondo me deve essere composta da uno o due grandi giornalisti, un vero esperto, un ex allenatore o calciatore brillante e persone di spessore culturale che però tifano davvero. Avvocati, manager, imprenditori, primari accanto al tifoso più popolare. La mia stella polare è sempre stata il rispetto: va bene prendersi in giro, va bene la polemica, ma non si trascende. In 27 anni non ho mai voluto vedere la rissa. Quando si trascende io intervengo e blocco. E questo ci è stato anche riconosciuto con una menzione speciale all’Ambrogino d’oro del 2009. Un riconoscimento che, credo, abbia premiato anche un valore culturale: si può rappresentare il tifo in modo acceso e divertente, senza perdere il rispetto reciproco».
Tra i personaggi iconici, impossibile non citare Crudeli e il compianto Elio Corno.
«Erano l’archetipo perfetto: due diversissimi, uno più acido e provocatore, l’altro più di pancia e popolano. Rappresentavano due anime della tifoseria, ma con un grande rispetto e una vera amicizia che si vedeva anche in tv. Quando è venuto a mancare Elio, il dolore è stato autentico. Erano maschere, sì, ma anche persone che hanno fatto parte della cultura sportiva lombarda e non solo, perché adesso Qsvs si vede in mezza Italia. Ma abbiamo avuto tanti personaggi».
Come Mimmo Pesce. Con il suo folklore avete fatto centro.
«Un fuoriclasse. L’ho notato per caso su 7Gold e ho capito subito che era fortissimo. Oggi è il personaggio più caratterizzante di tutta la banda. Come altri miei collaboratori ha la cilindrata da grande tv nazionale. Per varie ragioni ce li godiamo noi con soddisfazione».
Telelombardia è stata anche una grande palestra di giornalisti.
«Assolutamente. Gli ospiti hanno fatto la loro parte, ma la redazione è stata fondamentale. Sedici, diciotto giornalisti di grande professionalità, che non hanno nulla da invidiare alle grandi tv nazionali. Penso a Rossi, Momblano, Ruiu, Musmarra, Longoni: ragazzi entrati a vent’anni che oggi sono padri di famiglia. Io sono invecchiato, loro sono cresciuti».
Quanto hanno inciso i social nel vostro successo recente?
«Sono una grande cassa di risonanza, ma hanno anche frammentato il pubblico. Oggi i giovani non guardano più tre ore di trasmissione: vogliono gli highlights. Puoi fare milioni di visualizzazioni con un minuto su TikTok, ma è un mondo diverso».
È cambiato il pubblico?
«È cambiata la fruizione, nessuno oggi tra le tv nazionali o territoriali può pensare di fare meglio di 20 anni fa come ascolti. Ma se hai saputo adeguarti ed evolvere alla fine hai una presenza sul web che prima non avevi e la somma tra digitale terrestre e web ti permette di essere ancora leader e rivolgerti a un pubblico anche più vasto. Il nostro canale Youtube ha 220.000 iscritti che non sono pochi».
Negli anni avete trasmesso anche eventi in esclusiva.
«Il mio più grande successo televisivo nazionale risale al 28 agosto del 2002, quando per una serie di circostanze del tutto casuali e fortunate ero riuscito ad avere l’esclusiva della partita Inter-Sporting Lisbona, preliminare di Champions league: 5,8 milioni di spettatori e 36% di share nazionale. Più di Rai 1, Rai 2, Rai 3, Canale 5 eccetera».
Come ci riusciste?
«Misi insieme con fatica inenarrabile alcune delle principali televisioni di tutta Italia perché il presidente Moratti aveva detto “va bene vi do l’esclusiva, ma voglio che tutti gli interisti in Italia possano vedere la partita”. Le cosiddette “altre” batterono in prime time le tv nazionali. Un caso unico e irripetibile nella storia della televisione. Oggi numeri così non li fa più nessuno. Questo dà la misura di come il digitale e il web hanno appiattito la curva degli ascolti».
Avete trasmesso anche altri eventi in esclusiva.
«Sì, come la Supercoppa spagnola. Quando abbiamo mandato eventi, lo abbiamo sempre fatto in modo professionale, ma il nostro mestiere resta raccontare il calcio. Bisogna anche saper dire di no: è fondamentale».
Come è nato il tormentone: «Due minuti linea alla regia grazie a tra poco»?
«È nato per caso. Quando arrivai a Milano nessuno mi conosceva e volevo creare un segno distintivo. So parlare veloce e mi sono inventato questa cosa. Non pensavo diventasse così popolare. Così come la lavagna. Oggi sono “quello che sposta le pedine lavagna”. È il mio destino ma lo accetto volentieri».
E ora che farà Fabio Ravezzani?
«Ho una casetta in Galizia dove mi rifugio volentieri. Tirerò una riga verso luglio. Se ci sarà qualcosa che vale la pena fare, lo farò. Altrimenti c’è anche un momento per farsi da parte. Meglio andarsene un po’ rimpianti che mal sopportati. Non voglio cadere nel biscardismo. Ho sempre voluto molto bene ad Aldo Biscardi e lui ne ha voluto a me e io gli sarò sempre grato, ma io non vedo un 39° anno con Fabio Ravezzani in conduzione. Aldo è morto “davanti a una telecamera”, ha voluto andare avanti a oltranza. Io non ci riuscirei».
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Una campana suona a Sanremo. L’ha voluta un vescovo, un vero vescovo. Tutte le sere i suoi rintocchi ricordano i milioni di bambini distrutti nel ventre delle loro madri per volontà stessa di quelle madri che avrebbero dovuto difenderli. «Madre» forse è un termine un po’ ampolloso, forse sarebbe meglio limitarci a «proprietarie dell’utero». È invece no. Loro sono madri, madri che, ubriache di una propaganda idiota, hanno preferito diventare la madre di un bambino morto.
L’aborto è il sacramento degli orchi. Lo dichiarano diritto, lo vogliono fino al nono mese. Vogliono cacciare dagli ospedali i medici, quelli veri, quelli che si rifiutano di assassinare un bimbetto. Negli autogrill dell’autostrada poster raccomandano di non abbandonare i cani. Spiegano che le motivazioni per cui si abbandonano i cani, «non posso permettermelo», «non ho tempo per lui», sono, se non pretestuose, risolvibili. Un cane abbandonato resta comunque vivo. Coloro che distribuiscono volantini per salvare la vita del piccolo naufrago che sua madre può far smembrare da vivo e senza anestesia, a spese dello Stato, sono aggrediti e minacciati. I loro volantini, pagati di tasca loro, come quelli di Giorgio Celsi di «Ora et labora», sono buttati a terra e strappati. Qualche volta è dovuta intervenire la forza pubblica per salvare Gianluca Martone, giornalista e attivista per la vita in Campania. Una persona che abbandona un cane, che comunque resta vivo, in una pubblicità progresso di qualche anno fa era definita un bastardo. Le campagne a favore della vita di Pro vita & famiglia sono vietate da sindaci, che fanno togliere i loro cartelloni perché potrebbero ferire l’anima della donna che ha abortito o potrebbero fermarne una che sta per abortire. Le sedi di Pro vita & famiglia sono vandalizzate. A Torino persino la «stanza dell’ascolto» e i piccoli aiuti alla maternità voluti dall’assessore Marrone, sono stati attaccati come un crimine di leso aborto. Negli Stati Uniti di Biden pregare davanti alle cliniche abortiste portava in galera. Nel Regno Unito chi prega davanti alle cliniche abortiste è arrestato.
Chi prega davanti alle cliniche dove si fanno aborti diminuisce il numero dei bimbetti assassinati del 70/80%, per questo è così importante che suoni la campana. L’aborto è una scelta talmente violentemente antifisiologica che è sufficiente che qualcuno preghi per fermarla la maggioranza delle volte. L’aborto è un’operazione talmente violentemente antifisiologica, che è necessario che tutta la società sia complice dell’uccisione del piccolo fornendo ospedali, esami del sangue, medici che siano disposti a uccidere il piccolo. Per questo è così importante che quella campana suoni. Tutta la società è sporcata dall’aver violato la legge di Dio, non uccidere. L’umanità esiste perché le donne, catastrofe dopo catastrofe, nell’abbondanza e nella miseria, nella pace e nella guerra, hanno portato nel ventre i loro bambini. Mentre ancora gli uomini imparavano a contare gli anni, c’era un corpo che accoglie, che nutre, che non distrugge ma permette alla vita di esistere, custodendola nel silenzio del proprio ventre, che è attesa e promessa. La maternità è una lunga raccolta di gesti, ripetuti milioni di volte, in caverne oscure e tende battute dal vento, sotto cieli che non avevano nome. Una donna si piegava su sé stessa per proteggere ciò che cresceva dentro di lei: questo è stato il primo tempio: non fatto di pietra, ma di carne viva. Il ventre della madre è stato il primo altare, il suo sangue versato nel parto è stato il primo sacrificio. La maternità è l’epopea che racchiude tutte le altre. Una donna incinta è una fortezza che sfida il vento e il ghiaccio, il freddo e la paura, un guerriero che non porta armi, ma porta il futuro, in guerra contro quello che può spezzare quella vita fragile e magnifica. La maternità non conquista territori: li rende abitabili. Portare una vita significa imparare l’arte dell’attesa, in cui si veglia su qualcosa che non può ancora difendersi. È l’attesa di quelli che come sentinelle aspettano l’aurora, che come guardiani sanno a che punto è la notte, perché è nel loro cuore la certezza che la notte è destinata a finire e l’alba sta per mettere in fuga l’oscurità. La maternità è dolcezza e paura, paura di non farcela, paura del mondo che non fa sconti.
Le donne che abortiscono spesso sono sole. Per millenni il sesso è stato blindato, ci si poteva accedere solo attraverso il matrimonio, termine costruito sulla parola madre, perché serviva a garantire che mai la donna che portava la vita dovesse trovarsi ad affrontare il mondo da sola. Ora tutte le leggi e le convenzioni sociali sono saltate, ritenute retaggi inutili e bigotti, e le donne spezzate dalla solitudine uccidono i loro bambini con la solerte collaborazione dello Stato. La maternità crea i corpi e plasma le coscienze. L’aborto distrugge i corpi e annienta le coscienze. Il parto è un atto di coraggio primordiale, una resa e una vittoria insieme. È una battaglia che non prevede la sconfitta dell’altro. Ogni nascita insegna questa legge: ciò che non si apre, muore. La madre vince quando il figlio esiste. La madre che ha ucciso il suo bambino, ha ucciso una parte di sé stessa, ha ucciso una parte di tutti noi. È per noi che la campana suona. La campana deve suonare per fermare la donna che vuole uccidere il suo bimbo. O per consolarla se la perdita è già successa. La maternità non finisce con la nascita. Anzi, è lì che comincia la parte più lunga dell’epopea. Comincia con notti senza sonno, con il corpo che non appartiene più solo a sé stesso, con il tempo che si frammenta in richieste continue. La madre diventa interprete di pianti, indovina di bisogni. Impara a distinguere la fame dal dolore, il dolore dalla paura. Diventa una studiosa del dettaglio minimo. Il mondo moderno chiama tutto questo «fatica insopportabile», «perdita di libertà».
E poi ci sono loro, le mamme che hanno perso i loro bambini contro la propria volontà, che sono ferite dai latrati di tutte le donnette che con orgoglio urlano il loro aborto. Gli aborti sono ripugnanti. Il corpicino smembrato è una delle visione più nauseanti che un medico possa avere sotto gli occhi. Infatti non si può mostrare questo schifo, altrimenti si urta la sensibilità delle donne che hanno fatto uccidere i loro bambini e che dichiarano la fierezza delle loro azioni. La campana suona perché la vostra libertà di fare ammazzare i vostri bambini non sia più finanziata da denaro pubblico, eseguita in ospedali pubblici. Ci sono madri che perdono i figli. Donne che custodiscono il dolore di non poterne avere. Anche a loro è imposta la sofferenza di finanziare i vostri aborti. Le madri che hanno perso il loro bimbo sono a tutti gli effetti madri, colpite da una conoscenza che nessun libro insegna: la consapevolezza che la vita è fragile, e proprio per questo sacra. In nome del loro dolore, non vogliamo più finanziare la mattanza. Una civiltà che a spese dello Stato uccide i bimbi nel ventre delle madri è una civiltà crudele che merita di essere cancellata dalla faccia della terra. La campana suona per tutti noi. Noi credenti sappiamo che l’anima viene data alla nuova vita quando è concepita, l’angelo custode è dato alla sua nascita. Fino a che è nel ventre della madre, il bambino ha in comune con lei l’angelo custode. Schiere di angeli custodi sanguinanti, mutilati, amputati, feriti ascoltano la campana di Sanremo, unica voce che piange sull’orrore, voce potente che riuscirà a fermarlo.
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