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2025-12-01
L’Occidente torna cristiano?
E se il cattolicesimo stesse tornando in Occidente? Apparentemente provocatoria, questa domanda oggi appare in realtà sensata, dato che numerosi indicatori descrivono non soltanto una piccola primavera cristiana, ma addirittura un ritorno della fede che, spesso e volentieri, ha come protagonisti proprio loro: i giovani. Tutto questo si osserva anzitutto negli Stati Uniti dove - notava The Catholic Herald la scorsa estate, illustrando i dati esaminati dallo studioso Shane Schaetzel - gli americani che si sono uniti alla Chiesa cattolica sono stati di più di quelli che l’hanno abbandonata: è qualcosa che non si vedeva da decenni.
I veri protagonisti di questo tutto questo? Le giovani generazioni. A riferirlo è la stampa laica, con per esempio il New York Post che lo scorso aprile, in un articolo a firma di Rikki Schlott, informava i suoi lettori che «i giovani si stanno convertendo al cattolicesimo in massa». Un dato in realtà già notato, nel 2024, dal giornalista Matthew McDonald che, sul National Catholic Register, raccontava di «diocesi» che a messa «segnalano aumenti del 30%, 40%, 50% e persino di oltre il 70%». E non sono neppure i numeri più elevati, dato che ci sono sacerdoti testimoni di aumenti ancor più impressionanti. Come quello osservato da Rhett Williams, parroco di St. Thomas More presso l’Università della Carolina del Sud, campus di Columbia, che ha dichiarato che, dal 2021, la partecipazione a messa nella sua parrocchia è aumentata del 260%.
A riferire di aumenti di partecipazione alle funzioni ci sono pure dei vescovi, come per esempio quello di Bridgeport, nel Connecticut, monsignor Frank Joseph Caggiano, che ha dichiarato come dalle sue parti dal 2022 ad oggi vi sia stato un aumento delle presenze in chiesa del 22%. Da notare come tutti questi aumenti siano avvenuti anche prima dell’assassinio di Charlie Kirk, il giovane attivista conservatore ucciso lo scorso 10 settembre la cui morte, a ben vedere, ha dato un ulteriore slancio alla primavera statunitense della fede cristiana. Matt Zerrusen, cofondatore del Newman Ministry, un’organizzazione cattolica non profit, ha infatti affermato di aver notato, dopo l’assassinio di Kirk appunto, un chiaro aumento del coinvolgimento religioso degli studenti. «Non ho parlato con nessuno che non abbia notato un aumento della partecipazione alla messa», ha dichiarato di recente Zerrusen, alla Catholic news agency. Il 16 novembre il già citato New York Post ha inoltre pubblicato un’inchiesta di Kirsten Fleming secondo cui nella Grande Mela «il numero di convertiti cattolici è in aumento» e ci sono chiese in cui esso è «triplicato rispetto all’anno scorso».
Attenzione però a non pensare che questo riavvicinamento dei giovani al cristianesimo sua una storia solo americana. Uno studio pubblicato poche settimane fa a cura dell’Università di Vienna, intitolato Was glaubt Österreich?, ha sondato un campione un totale di 2.160 persone di età compresa tra 14 e 75 anni scoprendo come, nella coorte di età compresa tra 14 e 25 anni, il 30% creda in Dio o in una realtà divina; lo stesso numero crede in un non meglio specificato essere superiore, in un’energia superiore o in un qualche potere spirituale. Questo colloca questo gruppo in cima alla lista di tutte le altre coorti di età in termini di fede in Dio o in una realtà divina. A questo già interessante dato, se ne può accostare almeno un altro: quello del calo delle persone che abbandonano la Chiesa in Austria, che nel 2024 è diminuito significativamente, passando da 85.163 a 71.531. Tra i responsabili di questo studio c’è la teologa viennese Regine Pollak la quale - pur non negando come in generale anche in tale ricerca si sia registrata una «profonda crisi della fede in Dio» - si è detta «davvero sorpresa» dei segnali in controtendenza registrati; segnali che si riflettono anche nel notevole aumento dei battesimi di adulti tra i giovani, in particolare nell’arcidiocesi di Vienna.
Segnali confortanti arrivano anche dalla Francia, dove quest’anno, nella veglia di Pasqua, si sono celebrati sì 10.384 battesimi adulti (con un aumento del 45%), ma anche 7.400 di adolescenti. Tutto ciò segna «la fine dell’inverno per la Chiesa cattolica?», si è chiesto Le Monde. Forse è ancora prematuro parlare di vera e propria «fine dell’inverno», ma certamente stiamo parlando di segnali in controtendenza e non isolati. Nel frattempo, anche dalla Spagna arrivano notizie notevoli. È per esempio di pochi giorni fa la notizia che la partecipazione alla messa cattolica nella provincia di Barcellona - secondo i dati raccolti dal Centre d’Estudis d’Opinió e dell’Idescat, pubblicati sulla pagina web dall’arcivescovado di Barcellona - addirittura è raddoppiata negli ultimi cinque anni.
Sempre guardando alla secolarizzata Europa, non si può non notare quanto avviene nell’Irlanda del Nord, dove un recentissimo sondaggio commissionato dall’Iona Institute - e realizzato da Amarach Research su campione rappresentativo di 1.200 adulti - ha rilevato una netta ripresa dell’interesse per la religione tra i giovani. A sorpresa, si è difatti rilevato come la fascia di età più giovane tra quelle interpellate (ovvero quella di chi ha tra i 18 e i 24 anni), sia - a sorpresa - risultata quella, rispetto a tutte le altre considerate, con maggiori probabilità di dichiarare un atteggiamento «molto positivo» nei confronti del cristianesimo (30% contro solo il 4% con una visione «molto negativa»).
Novità arrivano perfino da uno dei Paesi più secolarizzati del pianeta: la Gran Bretagna. Nella terra di re Carlo, infatti, negli ultimi sei anni il numero di ragazzi inglesi tra i 18 e i 24 anni che almeno una volta al mese va in chiesa è addirittura quadruplicato, dal 4% al 16%, tra i 25 e i 34 anni è più che triplicato, dal 4% al 13%. A frequentare le funzioni religiose sono più i ragazzi delle ragazze e il trend in crescita riguarda soprattutto i cattolici (sul fronte anglicano tale trend risulta assente, anzi si registra un continuo calo). La faccenda è così seria che a settembre perfino la Cnn - ed è tutto dire - è stata costretta a raccontare, in un servizio realizzato da Joseph Ataman e Christopher Lamb, che «dopo decenni di calo delle presenze e di fede in gran parte del mondo occidentale, il cattolicesimo romano potrebbe assistere a una rinascita inaspettata». «E per una Chiesa oggi più nota a molti in Occidente per i suoi fedeli anziani, i sacerdoti anziani e i devastanti scandali di abusi sessuali», hanno rilevato Ataman e Lamb, «il rinnovamento arriva dal più improbabile degli angoli: la Generazione Z». Cioè i giovani tra il 1997 e il 2012, gli adolescenti di oggi insomma.
A questo punto è lecito domandarsi sulle cause di questo fenomeno. Merito del nuovo pontificato di Leone XIV? Onestamente è po’ prematuro immaginarlo, anche perché qualche dato sorprendente era già emerso ancora prima dell’ascesa al soglio di Robert Prevost. Allo stesso tempo, appare incauto attribuire all’eredità di Jorge Mario Bergoglio una piccola primavera occidentale della fede che, quasi sempre, si registra in ambito conservatore, non esattamente il più amato dal pontefice argentino. In attesa, allora, che i sociologi sappiano spiegare qualcosa in più su quanto sta avvenendo - e che si spera possa essere osservato anche in Italia - possiamo concludere, per riprendere Le Monde, che forse è presto per dichiarare avvenuta la «fine dell’inverno per la Chiesa cattolica». Tuttavia, qualcosa di certo sta accadendo. Ed è certamente qualcosa che, come avviene per quei tornanti della storia che si può immaginare tratteggiati dalla Provvidenza, cui nessuno aveva pensato.
«È la liturgia antica ad attrarre i ragazzi. Anche qui in Italia»
La piccola e inattesa primavera cattolica che affiora in Occidente può oggi essere osservata anche nella provincia italiana, in quei centri cioè solo a prima vista minori, e tuttavia in grado di mettere in evidenza l’attrattività che conservano ed esprimono una fede ed una liturgia tradizionali. Come a Tolentino, comune di 18.000 anime nel Maceratese, dove c’è una interessante storia di una chiesa ricostruita nella quale i giovani non mancano. La Verità ne ha parlato con Andrea Carradori, priore della Confraternita del Sacro Cuore cui questa chiesa è assegnata.
Priore, partiamo dall’inizio. Cos’è Confraternita del Sacro Cuore di Tolentino?
«La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino è una realtà ricostituita canonicamente il 14 giugno 1805 dal vescovo di Macerata e Tolentino san Vincenzo Maria Strambi, passionista perseguitato duramente da Napoleone per la sua fedeltà al Papa. Il 10 settembre 1936 la Confraternita ha avuto il riconoscimento giuridico, con Regio decreto, dal nuovo Stato unitario. Attualmente i Confratelli sono 25. Secondo la Regola di San Vincenzo Maria Strambi la Confraternita collabora attivamente con le parrocchie cittadine e con la Comunità dei padri Agostiniani, che sono il fulcro spirituale della città e dei centri limitrofi. Questa nostra generosità è stata ripagata da un vero e proprio “miracolo” del Cielo».
Quale?
«A seguito del rovinoso terremoto del 2016 la nostra chiesa, fortemente danneggiata, è stata ripristinata “in toto” con criteri antisismici e a tempo di record, dal governo ungherese presieduto da Victor Orbán a cui abbiamo successivamente fatto visita, assieme al sindaco di Tolentino, per esprimere la nostra gratitudine»
Tra l’altro, a proposito di Tolentino, papa Leone XIV vi è molto legato.
«Sì, il Santo Padre Leone è molto devoto di san Nicola da Tolentino: il Taumaturgo del Piceno, il Patrono delle anime purganti e, per volere del papa Eugenio IV, il Protettore dell’unità della Santa Chiesa. Il 16 settembre 2023 per la grande Festa del Perdono di San Nicola l’allora Prefetto del Dicastero per i vescovi Prevost, cardinale designato, venne nella nostra città e portò in processione la Reliquia del santo e poi officiò la santa messa pontificale alla presenza delle autorità cantando, con assoluta precisione, le melodie del Celebrante».
In una vostra chiesa cittadina, se non sbaglio, si celebra la messa con musica polifonica alternata al gregoriano.
«Nel 1815 i Confratelli, su invito del fondatore San Strambi, chiesero al papa Gregorio XVI di assegnare loro la chiesa di S. Benedetto da Norcia, abbandonata dai monaci cistercensi dopo la loro soppressione. Il pontefice donò alla Confraternita la chiesa e gli orti dei monaci. Il 24 novembre 2006 il cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha consacrato l’antico altare. Grazie all’intervento dei fratelli ungheresi è stato ripristinato l’organo “meccanico” che è stato subito messo a disposizione per lo studio di giovani e le esercitazioni di concertisti. Per solennizzare le celebrazioni festive invitiamo organisti e cori polifonici. Fra questi, degna di particolare riconoscenza ed ammirazione, è l’Ensemble “Accademia dei Dissennati”, tutti giovani cantanti, diretta dal Maestro Lorenzo Chiacchiera che esegue dei capolavori di arte polifonica antica e moderna».
Anche nella vostra realtà si assiste, quindi, ad un ritorno della fede cattolica tra i giovani?
«La “forza” delle celebrazioni nell’antico rito dei padri sono i giovani. Li abbiamo veduti in numero sorprendente anche al recente quattordicesimo pellegrinaggio giubilare ad Petri Sedem che si è tenuto a Roma dal 23 al 25 ottobre. Noi, che non siamo “adoratori dei numeri” ci stupiamo come anche nella nostra chiesa ci siano tanti fedeli anche da fuori Regione, nonostante le difficoltà e le spese di trasporto che debbono sostenere. Questo ci spinge a dare tutti noi stessi per l’ideale della buona e santa liturgia».
Come si spiega questo fenomeno?
«L’attrattività della liturgia antica può essere la risposta educativa all’emergenza educativa dei giovani. Come insegnante ho sempre invitato i genitori ad iscrivere i propri figli alle scuole di musica, ai cori e alle bande musicali».
Tutto questo la fa essere ottimista sul futuro del cristianesimo? Dopo anni in cui le statistiche registrano l’evaporazione del cristianesimo, anche una realtà locale come la vostra apre scenari di speranza.
«Papa Leone ci ricorda che “Dio non tarda mai, siamo noi a dover imparare ad avere fiducia, anche se ciò richiede pazienza e perseveranza” e che “oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo”. Dopo il grande pellegrinaggio giubilare della Tradizione dal 23 al 25 ottobre scorso nel quale, per la prima volta, anche tantissimi giovani italiani dal Sud e dal Nord - e non solo gli stranieri - sono convenuti a Roma per cantare una voce dicentes le lodi divine, risuonano nei nostri cuori le parole del Papa: “Prego affinché anche voi siate rafforzati dallo Spirito Santo nel vostro servizio al Signore e alla sua Chiesa, e affinché possiate portare molto frutto, un frutto che duri”».
I nuovi preti sono più conservatori
C’è una notizia nella notizia, rispetto al piccolo ma significativo riavvicinamento alla fede in corso in Occidente: è quella relativa alla tipologia di questa fede. Che, oltre ad essere cristiana, è quasi sempre definibile - per brevità - «conservatrice». Conservatori, in effetti, risultano essere i nuovi sacerdoti statunitensi, tanto che pure l’Associated Press ha fatto presente, in un suo servizio, come i preti progressisti «siano morti o in pensione». «I preti progressisti che hanno dominato la Chiesa statunitense negli anni successivi al Concilio Vaticano II», ha scritto per la precisione l’Associated Press, «ora hanno tra i 70 e gli 80 anni. Molti sono in pensione. Alcuni sono morti. I preti più giovani, mostrano i sondaggi, sono molto più conservatori».
Analogamente, una recentissima rilevazione dell’Osservatorio francese del cattolicesimo - centro di ricerca indipendente creato per monitorare in modo più accurato l’evoluzione della Chiesa d’Oltralpe - ha rilevato come, se da un lato il 45% dei sacerdoti di età superiore ai 75 anni desidera che la morale sessuale e familiare si «evolva», dall’altro tra i sacerdoti tra i 35 e i 49 anni questa percentuale crolla al 10%, mentre tra quelli più giovani ancora, sotto cioè i 35 anni, si arena ad un misero 7%. Allo stesso modo, come dimostrano figure come quella di Charlie Kirk (benché non fosse cattolico, anche se al cattolicesimo si sta avvicinando), anche i giovani che oggi si accostano al cristianesimo spesso non sono certo progressisti. Il che porta a chiedersi come mai, in un’epoca di eclissi del sacro, per dirla con Sabino Acquaviva, a dare segni di vitalità sia una fede solida e tutt’altro che aperta all’agenda mondana.
La domanda è importante ma non nuova in sociologia dove, al contrario, se ne discute da decenni. Una delle prime testimonianza di ciò fu Why conservative churches are growing, libro del 1972 di Dean M. Kelley, sociologo il quale, con quel volume, con riferimento sempre al contesto americano notava un fenomeno politicamente, anzi ecclesialmente scorretto, ma sostenuto dai numeri: i tassi di crescita di denominazioni «conservatrici» - in particolare rispetto alle esigenze morali e all’affermazione di una identità forte - a scapito di analoghi, se non più forti tassi di decrescita delle denominazioni «progressiste», cioè inclini a quelle che in gergo giornalistico si chiamano oggi le «aperture». Non appena uscito, il libro di Kelley sollevò un polverone.
Il punto è che oltre mezzo secolo dopo - come indicano altri dati che non c’è qui lo spazio di ricordare - quell’intuizione si è rivelata corretta. Occorre dunque chiedersi come mai la fede conservatrice, anche nell’era secolare, direbbe il filosofo Charles Taylor, conservi appeal. La risposta migliore è forse quella che, in un suo articolo, ha dato lo scrittore cattolico Vittorio Messori, allorquando ha scritto che «in un mondo liquido, dove tutto diventa incerto, precario, provvisorio, è proprio delle stabilità e della fermezza della Chiesa cattolica che non soltanto i credenti, ma l’umanità intera, ha bisogno». «Occorre più che mai la salda chiarezza del catechismo più che gli infiniti e sempre mutevoli, secondo me, pareri di cui è pieno il mondo», ha osservato sempre l’autore di Ipotesi su Gesù; le cui parole si spera possano ascoltate anche quella parte di Chiesa italiana che, talvolta, dà l’impressione di rincorrere l’agenda mondana, dimenticandosi che ha già dentro di sé tutto ciò che serve per esser guida e rifugio in una società disorientata.
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Dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Spagna al Regno Unito, i dati sono unanimi nel segnalare un aumento delle conversioni di adolescenti e giovani. E cresce pure la partecipazione alla messa. I media ultra laici: «Fenomeno di massa».«È la liturgia antica ad attrarre i ragazzi. Anche qui in Italia». Il priore della Confraternita del Sacro Cuore di Tolentino: «Sono sorpreso, nella nostra chiesa arrivano perfino da altre Regioni».Il clero progressista che ha dominato la scena dopo il Concilio Vaticano II sta ormai andando in pensione. E i fedeli abbandonano le parrocchie «liberal».Lo speciale contiene tre articoli. E se il cattolicesimo stesse tornando in Occidente? Apparentemente provocatoria, questa domanda oggi appare in realtà sensata, dato che numerosi indicatori descrivono non soltanto una piccola primavera cristiana, ma addirittura un ritorno della fede che, spesso e volentieri, ha come protagonisti proprio loro: i giovani. Tutto questo si osserva anzitutto negli Stati Uniti dove - notava The Catholic Herald la scorsa estate, illustrando i dati esaminati dallo studioso Shane Schaetzel - gli americani che si sono uniti alla Chiesa cattolica sono stati di più di quelli che l’hanno abbandonata: è qualcosa che non si vedeva da decenni.I veri protagonisti di questo tutto questo? Le giovani generazioni. A riferirlo è la stampa laica, con per esempio il New York Post che lo scorso aprile, in un articolo a firma di Rikki Schlott, informava i suoi lettori che «i giovani si stanno convertendo al cattolicesimo in massa». Un dato in realtà già notato, nel 2024, dal giornalista Matthew McDonald che, sul National Catholic Register, raccontava di «diocesi» che a messa «segnalano aumenti del 30%, 40%, 50% e persino di oltre il 70%». E non sono neppure i numeri più elevati, dato che ci sono sacerdoti testimoni di aumenti ancor più impressionanti. Come quello osservato da Rhett Williams, parroco di St. Thomas More presso l’Università della Carolina del Sud, campus di Columbia, che ha dichiarato che, dal 2021, la partecipazione a messa nella sua parrocchia è aumentata del 260%.A riferire di aumenti di partecipazione alle funzioni ci sono pure dei vescovi, come per esempio quello di Bridgeport, nel Connecticut, monsignor Frank Joseph Caggiano, che ha dichiarato come dalle sue parti dal 2022 ad oggi vi sia stato un aumento delle presenze in chiesa del 22%. Da notare come tutti questi aumenti siano avvenuti anche prima dell’assassinio di Charlie Kirk, il giovane attivista conservatore ucciso lo scorso 10 settembre la cui morte, a ben vedere, ha dato un ulteriore slancio alla primavera statunitense della fede cristiana. Matt Zerrusen, cofondatore del Newman Ministry, un’organizzazione cattolica non profit, ha infatti affermato di aver notato, dopo l’assassinio di Kirk appunto, un chiaro aumento del coinvolgimento religioso degli studenti. «Non ho parlato con nessuno che non abbia notato un aumento della partecipazione alla messa», ha dichiarato di recente Zerrusen, alla Catholic news agency. Il 16 novembre il già citato New York Post ha inoltre pubblicato un’inchiesta di Kirsten Fleming secondo cui nella Grande Mela «il numero di convertiti cattolici è in aumento» e ci sono chiese in cui esso è «triplicato rispetto all’anno scorso».Attenzione però a non pensare che questo riavvicinamento dei giovani al cristianesimo sua una storia solo americana. Uno studio pubblicato poche settimane fa a cura dell’Università di Vienna, intitolato Was glaubt Österreich?, ha sondato un campione un totale di 2.160 persone di età compresa tra 14 e 75 anni scoprendo come, nella coorte di età compresa tra 14 e 25 anni, il 30% creda in Dio o in una realtà divina; lo stesso numero crede in un non meglio specificato essere superiore, in un’energia superiore o in un qualche potere spirituale. Questo colloca questo gruppo in cima alla lista di tutte le altre coorti di età in termini di fede in Dio o in una realtà divina. A questo già interessante dato, se ne può accostare almeno un altro: quello del calo delle persone che abbandonano la Chiesa in Austria, che nel 2024 è diminuito significativamente, passando da 85.163 a 71.531. Tra i responsabili di questo studio c’è la teologa viennese Regine Pollak la quale - pur non negando come in generale anche in tale ricerca si sia registrata una «profonda crisi della fede in Dio» - si è detta «davvero sorpresa» dei segnali in controtendenza registrati; segnali che si riflettono anche nel notevole aumento dei battesimi di adulti tra i giovani, in particolare nell’arcidiocesi di Vienna.Segnali confortanti arrivano anche dalla Francia, dove quest’anno, nella veglia di Pasqua, si sono celebrati sì 10.384 battesimi adulti (con un aumento del 45%), ma anche 7.400 di adolescenti. Tutto ciò segna «la fine dell’inverno per la Chiesa cattolica?», si è chiesto Le Monde. Forse è ancora prematuro parlare di vera e propria «fine dell’inverno», ma certamente stiamo parlando di segnali in controtendenza e non isolati. Nel frattempo, anche dalla Spagna arrivano notizie notevoli. È per esempio di pochi giorni fa la notizia che la partecipazione alla messa cattolica nella provincia di Barcellona - secondo i dati raccolti dal Centre d’Estudis d’Opinió e dell’Idescat, pubblicati sulla pagina web dall’arcivescovado di Barcellona - addirittura è raddoppiata negli ultimi cinque anni. Sempre guardando alla secolarizzata Europa, non si può non notare quanto avviene nell’Irlanda del Nord, dove un recentissimo sondaggio commissionato dall’Iona Institute - e realizzato da Amarach Research su campione rappresentativo di 1.200 adulti - ha rilevato una netta ripresa dell’interesse per la religione tra i giovani. A sorpresa, si è difatti rilevato come la fascia di età più giovane tra quelle interpellate (ovvero quella di chi ha tra i 18 e i 24 anni), sia - a sorpresa - risultata quella, rispetto a tutte le altre considerate, con maggiori probabilità di dichiarare un atteggiamento «molto positivo» nei confronti del cristianesimo (30% contro solo il 4% con una visione «molto negativa»).Novità arrivano perfino da uno dei Paesi più secolarizzati del pianeta: la Gran Bretagna. Nella terra di re Carlo, infatti, negli ultimi sei anni il numero di ragazzi inglesi tra i 18 e i 24 anni che almeno una volta al mese va in chiesa è addirittura quadruplicato, dal 4% al 16%, tra i 25 e i 34 anni è più che triplicato, dal 4% al 13%. A frequentare le funzioni religiose sono più i ragazzi delle ragazze e il trend in crescita riguarda soprattutto i cattolici (sul fronte anglicano tale trend risulta assente, anzi si registra un continuo calo). La faccenda è così seria che a settembre perfino la Cnn - ed è tutto dire - è stata costretta a raccontare, in un servizio realizzato da Joseph Ataman e Christopher Lamb, che «dopo decenni di calo delle presenze e di fede in gran parte del mondo occidentale, il cattolicesimo romano potrebbe assistere a una rinascita inaspettata». «E per una Chiesa oggi più nota a molti in Occidente per i suoi fedeli anziani, i sacerdoti anziani e i devastanti scandali di abusi sessuali», hanno rilevato Ataman e Lamb, «il rinnovamento arriva dal più improbabile degli angoli: la Generazione Z». Cioè i giovani tra il 1997 e il 2012, gli adolescenti di oggi insomma. A questo punto è lecito domandarsi sulle cause di questo fenomeno. Merito del nuovo pontificato di Leone XIV? Onestamente è po’ prematuro immaginarlo, anche perché qualche dato sorprendente era già emerso ancora prima dell’ascesa al soglio di Robert Prevost. Allo stesso tempo, appare incauto attribuire all’eredità di Jorge Mario Bergoglio una piccola primavera occidentale della fede che, quasi sempre, si registra in ambito conservatore, non esattamente il più amato dal pontefice argentino. In attesa, allora, che i sociologi sappiano spiegare qualcosa in più su quanto sta avvenendo - e che si spera possa essere osservato anche in Italia - possiamo concludere, per riprendere Le Monde, che forse è presto per dichiarare avvenuta la «fine dell’inverno per la Chiesa cattolica». Tuttavia, qualcosa di certo sta accadendo. 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Come a Tolentino, comune di 18.000 anime nel Maceratese, dove c’è una interessante storia di una chiesa ricostruita nella quale i giovani non mancano. La Verità ne ha parlato con Andrea Carradori, priore della Confraternita del Sacro Cuore cui questa chiesa è assegnata.Priore, partiamo dall’inizio. Cos’è Confraternita del Sacro Cuore di Tolentino?«La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino è una realtà ricostituita canonicamente il 14 giugno 1805 dal vescovo di Macerata e Tolentino san Vincenzo Maria Strambi, passionista perseguitato duramente da Napoleone per la sua fedeltà al Papa. Il 10 settembre 1936 la Confraternita ha avuto il riconoscimento giuridico, con Regio decreto, dal nuovo Stato unitario. Attualmente i Confratelli sono 25. Secondo la Regola di San Vincenzo Maria Strambi la Confraternita collabora attivamente con le parrocchie cittadine e con la Comunità dei padri Agostiniani, che sono il fulcro spirituale della città e dei centri limitrofi. Questa nostra generosità è stata ripagata da un vero e proprio “miracolo” del Cielo».Quale?«A seguito del rovinoso terremoto del 2016 la nostra chiesa, fortemente danneggiata, è stata ripristinata “in toto” con criteri antisismici e a tempo di record, dal governo ungherese presieduto da Victor Orbán a cui abbiamo successivamente fatto visita, assieme al sindaco di Tolentino, per esprimere la nostra gratitudine»Tra l’altro, a proposito di Tolentino, papa Leone XIV vi è molto legato.«Sì, il Santo Padre Leone è molto devoto di san Nicola da Tolentino: il Taumaturgo del Piceno, il Patrono delle anime purganti e, per volere del papa Eugenio IV, il Protettore dell’unità della Santa Chiesa. Il 16 settembre 2023 per la grande Festa del Perdono di San Nicola l’allora Prefetto del Dicastero per i vescovi Prevost, cardinale designato, venne nella nostra città e portò in processione la Reliquia del santo e poi officiò la santa messa pontificale alla presenza delle autorità cantando, con assoluta precisione, le melodie del Celebrante».In una vostra chiesa cittadina, se non sbaglio, si celebra la messa con musica polifonica alternata al gregoriano.«Nel 1815 i Confratelli, su invito del fondatore San Strambi, chiesero al papa Gregorio XVI di assegnare loro la chiesa di S. Benedetto da Norcia, abbandonata dai monaci cistercensi dopo la loro soppressione. Il pontefice donò alla Confraternita la chiesa e gli orti dei monaci. Il 24 novembre 2006 il cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha consacrato l’antico altare. Grazie all’intervento dei fratelli ungheresi è stato ripristinato l’organo “meccanico” che è stato subito messo a disposizione per lo studio di giovani e le esercitazioni di concertisti. Per solennizzare le celebrazioni festive invitiamo organisti e cori polifonici. Fra questi, degna di particolare riconoscenza ed ammirazione, è l’Ensemble “Accademia dei Dissennati”, tutti giovani cantanti, diretta dal Maestro Lorenzo Chiacchiera che esegue dei capolavori di arte polifonica antica e moderna».Anche nella vostra realtà si assiste, quindi, ad un ritorno della fede cattolica tra i giovani?«La “forza” delle celebrazioni nell’antico rito dei padri sono i giovani. Li abbiamo veduti in numero sorprendente anche al recente quattordicesimo pellegrinaggio giubilare ad Petri Sedem che si è tenuto a Roma dal 23 al 25 ottobre. Noi, che non siamo “adoratori dei numeri” ci stupiamo come anche nella nostra chiesa ci siano tanti fedeli anche da fuori Regione, nonostante le difficoltà e le spese di trasporto che debbono sostenere. Questo ci spinge a dare tutti noi stessi per l’ideale della buona e santa liturgia».Come si spiega questo fenomeno?«L’attrattività della liturgia antica può essere la risposta educativa all’emergenza educativa dei giovani. Come insegnante ho sempre invitato i genitori ad iscrivere i propri figli alle scuole di musica, ai cori e alle bande musicali». Tutto questo la fa essere ottimista sul futuro del cristianesimo? Dopo anni in cui le statistiche registrano l’evaporazione del cristianesimo, anche una realtà locale come la vostra apre scenari di speranza.«Papa Leone ci ricorda che “Dio non tarda mai, siamo noi a dover imparare ad avere fiducia, anche se ciò richiede pazienza e perseveranza” e che “oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo”. Dopo il grande pellegrinaggio giubilare della Tradizione dal 23 al 25 ottobre scorso nel quale, per la prima volta, anche tantissimi giovani italiani dal Sud e dal Nord - e non solo gli stranieri - sono convenuti a Roma per cantare una voce dicentes le lodi divine, risuonano nei nostri cuori le parole del Papa: “Prego affinché anche voi siate rafforzati dallo Spirito Santo nel vostro servizio al Signore e alla sua Chiesa, e affinché possiate portare molto frutto, un frutto che duri”». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/occidente-torna-cristiano-2674356652.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-nuovi-preti-sono-piu-conservatori" data-post-id="2674356652" data-published-at="1764601119" data-use-pagination="False"> I nuovi preti sono più conservatori C’è una notizia nella notizia, rispetto al piccolo ma significativo riavvicinamento alla fede in corso in Occidente: è quella relativa alla tipologia di questa fede. Che, oltre ad essere cristiana, è quasi sempre definibile - per brevità - «conservatrice». Conservatori, in effetti, risultano essere i nuovi sacerdoti statunitensi, tanto che pure l’Associated Press ha fatto presente, in un suo servizio, come i preti progressisti «siano morti o in pensione». «I preti progressisti che hanno dominato la Chiesa statunitense negli anni successivi al Concilio Vaticano II», ha scritto per la precisione l’Associated Press, «ora hanno tra i 70 e gli 80 anni. Molti sono in pensione. Alcuni sono morti. I preti più giovani, mostrano i sondaggi, sono molto più conservatori».Analogamente, una recentissima rilevazione dell’Osservatorio francese del cattolicesimo - centro di ricerca indipendente creato per monitorare in modo più accurato l’evoluzione della Chiesa d’Oltralpe - ha rilevato come, se da un lato il 45% dei sacerdoti di età superiore ai 75 anni desidera che la morale sessuale e familiare si «evolva», dall’altro tra i sacerdoti tra i 35 e i 49 anni questa percentuale crolla al 10%, mentre tra quelli più giovani ancora, sotto cioè i 35 anni, si arena ad un misero 7%. Allo stesso modo, come dimostrano figure come quella di Charlie Kirk (benché non fosse cattolico, anche se al cattolicesimo si sta avvicinando), anche i giovani che oggi si accostano al cristianesimo spesso non sono certo progressisti. Il che porta a chiedersi come mai, in un’epoca di eclissi del sacro, per dirla con Sabino Acquaviva, a dare segni di vitalità sia una fede solida e tutt’altro che aperta all’agenda mondana.La domanda è importante ma non nuova in sociologia dove, al contrario, se ne discute da decenni. Una delle prime testimonianza di ciò fu Why conservative churches are growing, libro del 1972 di Dean M. Kelley, sociologo il quale, con quel volume, con riferimento sempre al contesto americano notava un fenomeno politicamente, anzi ecclesialmente scorretto, ma sostenuto dai numeri: i tassi di crescita di denominazioni «conservatrici» - in particolare rispetto alle esigenze morali e all’affermazione di una identità forte - a scapito di analoghi, se non più forti tassi di decrescita delle denominazioni «progressiste», cioè inclini a quelle che in gergo giornalistico si chiamano oggi le «aperture». Non appena uscito, il libro di Kelley sollevò un polverone.Il punto è che oltre mezzo secolo dopo - come indicano altri dati che non c’è qui lo spazio di ricordare - quell’intuizione si è rivelata corretta. Occorre dunque chiedersi come mai la fede conservatrice, anche nell’era secolare, direbbe il filosofo Charles Taylor, conservi appeal. La risposta migliore è forse quella che, in un suo articolo, ha dato lo scrittore cattolico Vittorio Messori, allorquando ha scritto che «in un mondo liquido, dove tutto diventa incerto, precario, provvisorio, è proprio delle stabilità e della fermezza della Chiesa cattolica che non soltanto i credenti, ma l’umanità intera, ha bisogno». «Occorre più che mai la salda chiarezza del catechismo più che gli infiniti e sempre mutevoli, secondo me, pareri di cui è pieno il mondo», ha osservato sempre l’autore di Ipotesi su Gesù; le cui parole si spera possano ascoltate anche quella parte di Chiesa italiana che, talvolta, dà l’impressione di rincorrere l’agenda mondana, dimenticandosi che ha già dentro di sé tutto ciò che serve per esser guida e rifugio in una società disorientata.
Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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