Perché sinistra e sindacati non si sono mai impegnati a difesa di quel mondo sommerso che sta dentro la cosiddetta «gig economy», si domandava ieri il direttore Belpietro. Semplice, perché quel modello nato nel mito della modernità è stato alimentato da loro, nella ubriacatura neoliberista della quale Renzi è stato il campione assoluto. Se qualcuno pensa che la Schlein possa ripulire le tracce di quel passato si sbaglia di grosso, poiché al netto dei comizietti la segretaria del Pd è della stessa pasta culturale, di un fighettismo travestito da «pop».
E lo stesso vale per i sindacati che per il concertone del Primo maggio non ebbe a obiettare di fronte alla sponsorizzazione di una azienda leader nel delivery, Just Eat. Ovviamente gli organizzatori si affrettarono a spiegare quanto di buono avesse fatto quell’azienda per i lavoratori eccetera eccetera, non capendo che il problema sta nel «modello di business» che i sindacati non vedevano e non vedono.
Sinistra e sindacati accolgono in maniera acritica il modello dell’algoritmo e lo reputano una leva favorevole della globalizzazione per uscire dalla povertà; ecco perché non sono mai scesi in piazza per i rider. L’inchiesta della procura di Milano fa notizia perché gratta il primo strato di questo modello che la modernità chiama «gig economy» (economia dei lavoretti) sebbene già noto con l’espressione più propria di «sfruttamento». Perché scrivo che gratta solo il primo strato? Perché la mancata configurazione contrattuale è uno degli aspetti distorti del modello, ma non è affatto l’unico. E se parlo di «sfruttamento» non mi riferisco soltanto ai lavoratori per lo più immigrati (più immigrati, più... «lavoratori moderni») costretti per pochi euro ad affrontare ogni genere di inconveniente, dalla condizione del meteo a quella delle strade; sono certo che la procura non avrà problemi a fare emergere lo sfruttamento. E sono certo che in una società dove la reputazione è quasi tutto le multinazionali non avranno problemi a migliore le condizioni tariffarie magari in accordo con i sindacati che così potranno sbandierare un qualche successo. Ma tutto ciò non è il bubbone. Il tema che questo «capitalismo della Sorveglianza» - per dirla col titolo di un fondamentale libro di Shoshana Zuboff edito dalla Luiss - pone è il cambio totale di paradigma dove o lo Stato capisce il senso della sfida o è finita. Ed è finita perché i cittadini diventano utenti, per di più drogati e quindi non consapevoli. Metto in fila alcune considerazioni, di cui solo in parte ci rendiamo conto. Il meccanismo è apparentemente semplice: io scarico una app, ordino del cibo, me lo portano, non c’è scambio di denaro perché si paga con moneta digitale. Messa così sembra tutto perfetto: c’è chi - specie tra i radical chic che abitano in centro - afferma persino che i poveri hanno un lavoro e quindi è la globalizzazione che vince.
I compagni salutano con favore le inchieste della procura così l’operazione pilatesca è perfetta: le multinazionali hanno sbagliato a sfruttare? Ora è giusto che paghino. Ma, appunto, questo è nulla. Parto da un altro aspetto di cui nessuno parla e che gli utenti fingono di non vedere: i box contenitori. È normale che i Nas vadano nelle cucine e nei locali dei ristoranti, mentre non ci siano notizie di ispezioni rispetto a questi scatoloni?
Chi si cura dell’igiene e della pulizia di questi box? Ne parlai in tv ai tempi in cui avevo una trasmissione e ne ho parlato nel libro «Moderno sarà lei»: sono gli stessi rider a svelare che nessuno chiede loro certificazioni o prove di igienizzazione; sono loro stessi a raccontare che finito il turno, i box possono diventare la scatola dove mettono i loro vestiti («Non abbiamo armadi dove abitiamo...»); sono loro stessi che raccontano che i pusher li pagano anche come corrieri. E poi c’è il discorso dei ristoratori, «sfruttati» non di meno dall’economia dell’algoritmo: loro si accollano il rischio di impresa e i costi della ristorazione, dalle tasse all’affitto al leasing delle cucine; loro fanno la spesa; loro debbono aspettare i tempi lunghi del pagamento delle piattaforme. «Se i ristoratori abbassano la saracinesca ci perdiamo tutti», dicono per giustificarsi. Balle. Loro hanno già disegnato il nuovo modello: le dark kitchen. Cosa sono? Sono cucine professionali (all’inizio erano nate rilevando locali e know how professionale di chi non aveva superato la pandemia ed è rimasto intrappolato dai costi non più sostenibili) dedicate esclusivamente alla preparazione di piatti destinati alla consegna a domicilio. Non ci sono coperti per i clienti perché i clienti al tavolo non sono previsti, non ci sono camerieri ai tavoli e l’unico locale che serve è la cucina. Pasti rapidi destinati a uffici, abitazioni, alberghi.
E per chiudere un’ultima domanda: ma voi davvero pensate che il business di queste piattaforme sia la consegna del cibo? No, l’oro sta nei dati che il traffico genera. Se le piattaforme riconoscono ai rider qualche euro, per la vendita dei nostri dati a noi non danno nemmeno un centesimo.



