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2018-06-06
Cosa cambia col governo del cambiamento
ANSA
«La prima preoccupazione di questo governo saranno i diritti sociali che nel corso degli ultimi anni sono stati smantellati!». Ecco, stupitevi. Parte lento, come un vecchio diesel, ma ogni tanto dà gas alla sua oratoria, ed emette qualche fiammata. Ha l'impianto oratorio degli avvocati meridionali istruiti e pensosi, talvolta gli stessi tempi lenti, ma ogni tanto scarta e accelera, con il gusto della pausa e della battuta a lento rilascio. C'è in lui lessico della giurisprudenza innervato di oratoria 2.0: «democrazia», «cittadinanza», e poi tanti grillismi, tanti leghismi. Nel suo taschino è tornata la pochette bianca.
Giuseppe Conte racconta e si racconta, e poi - a sorpresa - spende quasi un tempo uguale a quello della sua prolusione per rispondere a tutti gli interventi e alle critiche ricevute. A volte lo fa citando esplicitamente l'interlocutore, e a volte non citandolo, ma ribattendo sempre colpo su colpo (a Renzi e non solo), parola per parola, uno per uno. Un po' per dichiarato omaggio al parlamentarismo (di memoria andreottiana), e forse anche per pignoleria. Chi lo ha sottovalutato dovrà ricredersi. Conte sta sui banchi del governo preso in mezzo fra Salvini e Di Maio che sembrano i due carabinieri di Pinocchio, ma mostra di non essere un burattino. Protetto dagli avverbi che tanto gli piacciono, si prenderà i suoi spazi: anche se cita «il programma» ogni due per tre, come un sacramento o come un anatema. Ha la stessa scaltrezza di certi gesuiti che tra un versetto e l'altro si ritagliano lo spazio per un'intera teologia.
Conte parla con un timbro vocalico già campionato da Fiorello, ma che farà la fortuna dei futuri imitatori: per metà ci sono il foggiano e le belle lettere, per l'altra metà ci senti il liceo classico e un po' di zeppola, come un Vendola senza acuti, come uno Zalone senza sberleffo. E poi, ovviamente, c'è il lessico dell'arringa studiata, impastato con il tono della conferenza professorale: «Mi avete accusato di non aver usato il lessema Patria...». (Pausa). «Lo uso adesso: ho preferito dire Paese!». (Cerca l'applauso e lo trova).
Sembra un uomo sicuro di sé, che si muove lento per non fare passi falsi, e che adesso inizia a prenderci gusto. Parla la lingua del «governo del cambiamento», ma la traduce in un atto parlamentare, la modella come un format da prima serata Rai. Passata attraverso questo filtro il Bignami gialloblù non è più il gridato arrabbiato della campagna elettorale, lo stilema da piazza, ma piuttosto un codice ricercato e talvolta paciosamente retorico: «È ora di dire che i cittadini italiani - spiega - hanno diritto ad un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato! Hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora siano disoccupati! Hanno diritto ad una pensione dignitosa! Hanno diritto a pagare in maniera semplice - ripete in apertura - tasse eque!».
In questa oratoria c'è un po' formalismo d un po' di lista della spesa. E anche qualche vezzo letterario: «Se populismo è l'attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, e qui traggo ispirazione dalle riflessioni di Dostoevskij nelle pagine di Puskin, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di Potere, ebbene, queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni!». (Applausi). Alla sua collezione di riferimenti eccellenti Conte aggiunge, subito dopo, evocazioni per cultori come il filosofo pop James Hillman, il teorico della globalizzazione Ulrich Beck e il guru Philip Kotler.
I critici più severi dicono che cita la Russia subito dopo l'America («Ci faremo promotori di una revisione delle sanzioni»), che non nomina la Fornero, che non sempre entra nel dettaglio. Vero, ma chi lo ha mai fatto? Conte si racconta in tono minimale, non come un tecnico ma come un cittadino della società civile che arriva nelle istituzioni dopo aver scelto una parte politica: «Non mi soffermerò in dettaglio a illustrare tutti i singoli obiettivi che sono indicati nel contratto». Ricorda in modo solenne Soumayla Sacko, il ventinovenne del Mali ucciso a colpi di fucile a San Calogero («Non siamo insensibili») e l'Aula scatta in piedi. Ogni tanto cerca l'applauso: «Voglio dare voce alle tante donne che sul posto di lavoro sono inaccettabilmente discriminate e meno pagate e che si sentono sole quando decidono di mettere al mondo un bambino!».
Non dichiara guerra all'euro, ma al contrario tende un ramoscello all'Europa: «Il debito pubblico italiano è oggi pienamente sostenibile. Va comunque perseguita la sua riduzione». Ogni tanto, quando arrotonda parole con una punta di raucedine, stirando le vocali finali sembra persino l'Antonio Conte di Maurizio Crozza: «Questo governo agirà con ri-so-lu-tez-zaaaa!». Quando deve uscire dai binari del suo mantra - ovviamente «il contratto» - se la cava così: «Avete posto il tema del presidenzialismo. Non è nel programma di governo, ma il parlamento è sovrano». Alé. Ogni tanto salvineggia: «Noi combattiamo gli scafisti è la criminalità. Perché sappiamo che sull'immigrazione siamo stati lasciati soli!». Ogni tanto elude i nodi spigolosi: «Ci chiedete delle Infrastrutture, quali realizzeremo quali no. Giusto. Ma lasciateci studiare i dossier». Ogni tanto (ad esempio quando si arriva al nodo del rapporto con il rigore di Bruxelles) si salva con qualche supercazzola avvocatizia: «Siamo moderatamente ottimisti sul risultato di queste riflessioni e fiduciosi della nostra forza negoziale, perché siamo di fronte a una situazione in cui interessi dell'Italia in questa fase della costruzione europea vengono a coincidere - non prende nemmeno un respiro - con gli interessi generali dell'Europa e con l'obiettivo di prevenire un suo eventuale declino». Alla fine declina tutti i punti del programma, con una particolare attenzione alle pensioni e alla Flat tax. Prende le misure: «Dateci il tempo di lavorare...». Chiude con una intima pausa, il gran finale dopo tutte le repliche: «Qualcuno dirà che vogliamo cambiare... (pausa) È tutto vero. È un cambiamento radicale», dice Conte, «del quale siamo orgogliosi».
Luca Telese
Astensione l’alleata dei gialloblù e il governo porta a casa 171 sì
Il governo guidato da Giuseppe Conte ha ottenuto la fiducia al Senato, con 171 voti favorevoli, 117 contrari e 25 astenuti. «Siamo disponibili a valutare in corso d'opera l'apporto di gruppi parlamentari che vorranno condividere il nostro cammino e aderire al contratto di governo». Chi continua a dipingere il professor Giuseppe Conte come un premier telecomandato dovrebbe convincersi del contrario semplicemente leggendo questo passaggio del discorso di ieri a Palazzo Madama. Conte non ha chiesto ad altri partiti il sostegno alla maggioranza Lega-M5s; non ha fatto appelli, non ha mostrato debolezza. Anzi: da buon professore, ha messo sotto esame chi al momento non ha ancora deciso se stare in maggioranza o all'opposizione, capovolgendo il tavolo di «trattativa» con Fratelli d'Italia.
Il partito di Giorgia Meloni, con i suoi 18 senatori, si è astenuto sul voto di fiducia. La Meloni resta in panchina, pronta a puntellare la maggioranza, non solidissima ma neanche troppo traballante al Senato: ai 167 voti certi (58 della Lega e 109 del M5s, la maggioranza assoluta è a 161) si sono infatti già aggiunti altri 4 «sì», quelli di Maurizio Buccarella e Carlo Martelli, eletti nelle fila del M5s ma espulsi, e quelli di Ricardo Antonio Merlo e Adriano Cario, esponenti del gruppo Maie, eletti all'estero. Ieri si sono astenute anche le senatrici a vita Liliana Segre e Elena Cattaneo e 5 senatori delle Autonomie (Gianclaudio Bressa e Pier Ferdinando Casini hanno votato no). Un altro senatore a vita, Mario Monti, ha ipotizzato l'arrivo della troika: «Forse ci spera», ha replicato Matteo Salvini.
Se la Meloni vuole entrare in maggioranza, quindi, dovrà sottoscrivere il contratto e superare l'esame di laurea con il professor Conte, che nella replica ha dimostrato di essere munito di eccellente abilità dialettica e efficace sagacia politica. Conte ha teso la mano alle Autonomie; ha citato il senatore di Forza Italia, Gaetano Quagliariello, che aveva annunciato il «no» alla fiducia aggiungendo che «nei confronti di questo governo non si debba avere un atteggiamento pregiudiziale»; ha riservato un passaggio a Ignazio La Russa, di Fdi, che lo aveva criticato perché non aveva mai pronunciato, nel discorso mattutino, la parola «patria»; in sostanza, ha seminato e irrigato, da consumato leader politico, quella «terra di mezzo» tra maggioranza e opposizione composta da circa 25 senatori, serbatoio di emergenza prezioso per garantire una navigazione tranquilla a Palazzo Madama. «Fratelli d'Italia si astiene», ha confermato il capogruppo Luca Ciriani, al momento della dichiarazione di voto, «non voterà la fiducia e non farà parte della maggioranza ma non farà il tifo perché il governo fallisca. L'atteggiamento che Fdi ha adottato in queste settimane difficili», ha aggiunto Ciriani, è imperniato al senso di responsabilità. Siamo stati disponibili a far nascere un governo politico senza chiedere nulla in cambio». «Le Autonomie si asterranno», ha detto la senatrice Julia Unterberger «come gesto di buona volontà per avviare il confronto nel merito».
All'opposizione, come annunciato, si collocano Leu, il Pd e Forza Italia. I Dem per precisa scelta politica di Matteo Renzi, convinto in cuor suo di poter lucrare consensi, in futuro, nel caso in cui alle promesse elettorali di M5s e Lega non dovessero seguire i fatti. Forza Italia, invece, è allo sbando: l'esponente politico più «visibile» del partito di Silvio Berlusconi è ormai la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, che deve la sua elezione a Salvini e Luigi Di Maio. Quando Licia Ronzulli, braccio destro di Berlusconi, ha preso la parola per annunciare il «no» alla fiducia, rivolgendosi però con parole affettuose a Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, «l'amico Matteo, l'amico Giancarlo», la sensazione trasmessa è stata di estrema debolezza, di inarrestabile dissoluzione del berlusconismo. Molti, se non moltissimi, tra i parlamentari di Forza Italia eletti al Nord, sono pronti a passare con la Lega; l'europarlamentare Alessandra Mussolini, da parte sua, per giorni e giorni ha lanciato appelli al suo stesso partito perché cambiasse posizione votando «sì» alla fiducia, raccogliendo molti consensi, espressi naturalmente in privato.
Carlo Tarallo
Di Maio e Salvini i veri portavoce. Per tutti gli altri l’ordine del silenzio
La comunicazione si sa è molto importante, anzi fondamentale per qualsiasi partito politico o governo e anche stavolta la compagine governativa messa in piedi da Giuseppe Conte non farà eccezione. I leader leghista e grillino Matteo Salvini e Luigi Di Maio sanno bene che una buona gestione della comunicazione politica può fare la differenza: può consentire di aumentare il consenso dell'opinione pubblica quando le cose vanno bene e può limitare i danni quando le cose vanno male. Già, perché dalle parti di Lega e 5stelle, al di là dei proclami e delle parole d'ordine di propaganda, sanno benissimo che la strada per il successo sarà piena di difficoltà: i soldi sono pochi, le promesse molte per cui un'attenta gestione della comunicazione potrà aiutare e coadiuvare la vita del governo.
Non per niente, a quanto si apprende, sono già stati impartiti ordini ben precisi a tutte le «maestranze», gli staff che andranno a lavorare con i ministri: per ora e per qualche tempo ancora niente interviste ufficiali, autorizzati a parlare saranno solo Luigi Di Maio e Matteo Salvini, saranno loro i veri portavoce del governo. Saranno loro a dare in tempo reale la linea politica e a dover far percepire all'opinione pubblica il cambiamento, loro che sono i più popolari e al vertice del gradimento tra la gente. Anche le uscite stampa del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, verranno centellinate per non bruciarlo.
Tutti i ministri, almeno in una prima fase, fintanto che non si saranno ambientati ed avranno elaborato dei propri programmi dovranno, obtorto collo, stare a guardare. Molti sono inesperti ed alle prime armi per cui è meglio essere accorti e soppesare bene le parole. Gli ordini venuti dall'alto sono ben precisi: evitare gaffe ad ogni costo perché «i giornalisti con noi saranno più severi che con gli altri governi. Ricordatevi che avremo tutti i giornali contro» questo è il mantra che si ripete tra i comunicatori gialloblù.
Per questo a tutti i ministri pro quota la maggioranza di governo si sta premurando di assegnare giovani e solerti addetti stampa e sono già cominciate le riunioni: «Non bisogna perdere tempo perché è soprattutto in questa fase di passaggio dal vecchio al nuovo governo che possono arrivare i maggiori pericoli da parte della stampa. D'altra parte i giornaloni non ci hanno mai sopportato e sappiamo benissimo che non ci faranno sconti. Per cui bisogna tenersi pronti. Staremo attentissimi sia alla carta stampata che alle presenze televisive, tutto verrà filtrato dai vertici della comunicazione pentastellata e leghista. Nulla sarà lasciato al caso», si fa osservare.
L'obiettivo è quello di far passare forte il messaggio del «governo del cambiamento» anche se i soldi per fare tutto non ci sono e un vero cambiamento potrà avvenire solo nel corso degli anni. Il punto però è che l'opinione pubblica attende risultati a breve.
Ma c'è un altro importante obiettivo che si cercherà di ottenere attraverso un'attenta gestione della comunicazione governativa, spiegano fonti pentastellate; nel medio periodo servirà a fare da apripista prima e a coadiuvare poi, la possibilità di un restyling nei vertici del Movimento con l'istituzione di un una sorta di nuovo direttorio, più allargato rispetto a quello a 5 nato nel 2014, che affianchi Di Maio - superministro e vice premier - nella direzione del Movimento. Così come nella Lega, si punta sull'attenta gestione della comunicazione del governo per fare da battistrada alla definitiva conquista del centrodestra da parte delle truppe di via Bellerio.
Insomma, sarà necessario sezionare il contratto di governo e farlo divenire narrazione, farlo diventare un vero e proprio percorso facendo in modo che all'opinione pubblica arrivi sempre il messaggio giusto, senza incertezze e sbavature anche se «al momento non sappiamo se faremo un progetto per i primi 100 giorni come hanno fatto tutti i governi in passato. La cosa non ci attrae molto perché vorremmo essere giudicati al termine dell'esperienza governativa e non nel giro di pochi mesi» trapela da ambienti gialloblù.
Sicuramente, almeno fino a settembre ci sarà la luna di miele con gli italiani poi da ottobre, con la legge di Bilancio, si comincerà a fare sul serio. Bisognerà passare dalla comunicazione urlata e antisistema a quella più sobria delle responsabilità senza per questo svilire il forte messaggio di cambiamento. Questa è la sfida da vincere a tutti i costi. Insomma, ci sarà molto lavoro da fare per Iva Garibaldi, portavoce di Matteo Salvini, e Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte. Un grande lavoro li attende.
Marco Antonellis
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Passa la fiducia a Palazzo Madama, In ballo 25 voti che potrebbero diventare un prezioso serbatoio di emergenza. Crisi Forza Italia. Il premier Giuseppe Conte ribadisce tutti i punti del contratto. Il patto ha una faccia: il presidente del Consiglio declina in Aula tutti i punti, dal reddito di cittadinanza, flat tax, apertura a Mosca, stop al business migranti. Restano dubbi sulle coperture, ma i pentaleghisti vanno avanti.M5s e Lega danno molta importanza alla comunicazione, che deve passare dalla urlata e antisistema a quella più sobria delle responsabilità senza svilire il forte messaggio di cambiamento.Lo speciale contiene tre articoli«La prima preoccupazione di questo governo saranno i diritti sociali che nel corso degli ultimi anni sono stati smantellati!». Ecco, stupitevi. Parte lento, come un vecchio diesel, ma ogni tanto dà gas alla sua oratoria, ed emette qualche fiammata. Ha l'impianto oratorio degli avvocati meridionali istruiti e pensosi, talvolta gli stessi tempi lenti, ma ogni tanto scarta e accelera, con il gusto della pausa e della battuta a lento rilascio. C'è in lui lessico della giurisprudenza innervato di oratoria 2.0: «democrazia», «cittadinanza», e poi tanti grillismi, tanti leghismi. Nel suo taschino è tornata la pochette bianca.Giuseppe Conte racconta e si racconta, e poi - a sorpresa - spende quasi un tempo uguale a quello della sua prolusione per rispondere a tutti gli interventi e alle critiche ricevute. A volte lo fa citando esplicitamente l'interlocutore, e a volte non citandolo, ma ribattendo sempre colpo su colpo (a Renzi e non solo), parola per parola, uno per uno. Un po' per dichiarato omaggio al parlamentarismo (di memoria andreottiana), e forse anche per pignoleria. Chi lo ha sottovalutato dovrà ricredersi. Conte sta sui banchi del governo preso in mezzo fra Salvini e Di Maio che sembrano i due carabinieri di Pinocchio, ma mostra di non essere un burattino. Protetto dagli avverbi che tanto gli piacciono, si prenderà i suoi spazi: anche se cita «il programma» ogni due per tre, come un sacramento o come un anatema. Ha la stessa scaltrezza di certi gesuiti che tra un versetto e l'altro si ritagliano lo spazio per un'intera teologia.Conte parla con un timbro vocalico già campionato da Fiorello, ma che farà la fortuna dei futuri imitatori: per metà ci sono il foggiano e le belle lettere, per l'altra metà ci senti il liceo classico e un po' di zeppola, come un Vendola senza acuti, come uno Zalone senza sberleffo. E poi, ovviamente, c'è il lessico dell'arringa studiata, impastato con il tono della conferenza professorale: «Mi avete accusato di non aver usato il lessema Patria...». (Pausa). «Lo uso adesso: ho preferito dire Paese!». (Cerca l'applauso e lo trova).Sembra un uomo sicuro di sé, che si muove lento per non fare passi falsi, e che adesso inizia a prenderci gusto. Parla la lingua del «governo del cambiamento», ma la traduce in un atto parlamentare, la modella come un format da prima serata Rai. Passata attraverso questo filtro il Bignami gialloblù non è più il gridato arrabbiato della campagna elettorale, lo stilema da piazza, ma piuttosto un codice ricercato e talvolta paciosamente retorico: «È ora di dire che i cittadini italiani - spiega - hanno diritto ad un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato! Hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora siano disoccupati! Hanno diritto ad una pensione dignitosa! Hanno diritto a pagare in maniera semplice - ripete in apertura - tasse eque!».In questa oratoria c'è un po' formalismo d un po' di lista della spesa. E anche qualche vezzo letterario: «Se populismo è l'attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, e qui traggo ispirazione dalle riflessioni di Dostoevskij nelle pagine di Puskin, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di Potere, ebbene, queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni!». (Applausi). Alla sua collezione di riferimenti eccellenti Conte aggiunge, subito dopo, evocazioni per cultori come il filosofo pop James Hillman, il teorico della globalizzazione Ulrich Beck e il guru Philip Kotler.I critici più severi dicono che cita la Russia subito dopo l'America («Ci faremo promotori di una revisione delle sanzioni»), che non nomina la Fornero, che non sempre entra nel dettaglio. Vero, ma chi lo ha mai fatto? Conte si racconta in tono minimale, non come un tecnico ma come un cittadino della società civile che arriva nelle istituzioni dopo aver scelto una parte politica: «Non mi soffermerò in dettaglio a illustrare tutti i singoli obiettivi che sono indicati nel contratto». Ricorda in modo solenne Soumayla Sacko, il ventinovenne del Mali ucciso a colpi di fucile a San Calogero («Non siamo insensibili») e l'Aula scatta in piedi. Ogni tanto cerca l'applauso: «Voglio dare voce alle tante donne che sul posto di lavoro sono inaccettabilmente discriminate e meno pagate e che si sentono sole quando decidono di mettere al mondo un bambino!».Non dichiara guerra all'euro, ma al contrario tende un ramoscello all'Europa: «Il debito pubblico italiano è oggi pienamente sostenibile. Va comunque perseguita la sua riduzione». Ogni tanto, quando arrotonda parole con una punta di raucedine, stirando le vocali finali sembra persino l'Antonio Conte di Maurizio Crozza: «Questo governo agirà con ri-so-lu-tez-zaaaa!». Quando deve uscire dai binari del suo mantra - ovviamente «il contratto» - se la cava così: «Avete posto il tema del presidenzialismo. Non è nel programma di governo, ma il parlamento è sovrano». Alé. Ogni tanto salvineggia: «Noi combattiamo gli scafisti è la criminalità. Perché sappiamo che sull'immigrazione siamo stati lasciati soli!». Ogni tanto elude i nodi spigolosi: «Ci chiedete delle Infrastrutture, quali realizzeremo quali no. Giusto. Ma lasciateci studiare i dossier». Ogni tanto (ad esempio quando si arriva al nodo del rapporto con il rigore di Bruxelles) si salva con qualche supercazzola avvocatizia: «Siamo moderatamente ottimisti sul risultato di queste riflessioni e fiduciosi della nostra forza negoziale, perché siamo di fronte a una situazione in cui interessi dell'Italia in questa fase della costruzione europea vengono a coincidere - non prende nemmeno un respiro - con gli interessi generali dell'Europa e con l'obiettivo di prevenire un suo eventuale declino». Alla fine declina tutti i punti del programma, con una particolare attenzione alle pensioni e alla Flat tax. Prende le misure: «Dateci il tempo di lavorare...». Chiude con una intima pausa, il gran finale dopo tutte le repliche: «Qualcuno dirà che vogliamo cambiare... (pausa) È tutto vero. È un cambiamento radicale», dice Conte, «del quale siamo orgogliosi».Luca Telese<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-governo-5-giugno-senato-2575473215.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="astensione-lalleata-dei-gialloblu-e-il-governo-porta-a-casa-171-si" data-post-id="2575473215" data-published-at="1772192975" data-use-pagination="False"> Astensione l’alleata dei gialloblù e il governo porta a casa 171 sì Il governo guidato da Giuseppe Conte ha ottenuto la fiducia al Senato, con 171 voti favorevoli, 117 contrari e 25 astenuti. «Siamo disponibili a valutare in corso d'opera l'apporto di gruppi parlamentari che vorranno condividere il nostro cammino e aderire al contratto di governo». Chi continua a dipingere il professor Giuseppe Conte come un premier telecomandato dovrebbe convincersi del contrario semplicemente leggendo questo passaggio del discorso di ieri a Palazzo Madama. Conte non ha chiesto ad altri partiti il sostegno alla maggioranza Lega-M5s; non ha fatto appelli, non ha mostrato debolezza. Anzi: da buon professore, ha messo sotto esame chi al momento non ha ancora deciso se stare in maggioranza o all'opposizione, capovolgendo il tavolo di «trattativa» con Fratelli d'Italia. Il partito di Giorgia Meloni, con i suoi 18 senatori, si è astenuto sul voto di fiducia. La Meloni resta in panchina, pronta a puntellare la maggioranza, non solidissima ma neanche troppo traballante al Senato: ai 167 voti certi (58 della Lega e 109 del M5s, la maggioranza assoluta è a 161) si sono infatti già aggiunti altri 4 «sì», quelli di Maurizio Buccarella e Carlo Martelli, eletti nelle fila del M5s ma espulsi, e quelli di Ricardo Antonio Merlo e Adriano Cario, esponenti del gruppo Maie, eletti all'estero. Ieri si sono astenute anche le senatrici a vita Liliana Segre e Elena Cattaneo e 5 senatori delle Autonomie (Gianclaudio Bressa e Pier Ferdinando Casini hanno votato no). Un altro senatore a vita, Mario Monti, ha ipotizzato l'arrivo della troika: «Forse ci spera», ha replicato Matteo Salvini. Se la Meloni vuole entrare in maggioranza, quindi, dovrà sottoscrivere il contratto e superare l'esame di laurea con il professor Conte, che nella replica ha dimostrato di essere munito di eccellente abilità dialettica e efficace sagacia politica. Conte ha teso la mano alle Autonomie; ha citato il senatore di Forza Italia, Gaetano Quagliariello, che aveva annunciato il «no» alla fiducia aggiungendo che «nei confronti di questo governo non si debba avere un atteggiamento pregiudiziale»; ha riservato un passaggio a Ignazio La Russa, di Fdi, che lo aveva criticato perché non aveva mai pronunciato, nel discorso mattutino, la parola «patria»; in sostanza, ha seminato e irrigato, da consumato leader politico, quella «terra di mezzo» tra maggioranza e opposizione composta da circa 25 senatori, serbatoio di emergenza prezioso per garantire una navigazione tranquilla a Palazzo Madama. «Fratelli d'Italia si astiene», ha confermato il capogruppo Luca Ciriani, al momento della dichiarazione di voto, «non voterà la fiducia e non farà parte della maggioranza ma non farà il tifo perché il governo fallisca. L'atteggiamento che Fdi ha adottato in queste settimane difficili», ha aggiunto Ciriani, è imperniato al senso di responsabilità. Siamo stati disponibili a far nascere un governo politico senza chiedere nulla in cambio». «Le Autonomie si asterranno», ha detto la senatrice Julia Unterberger «come gesto di buona volontà per avviare il confronto nel merito». All'opposizione, come annunciato, si collocano Leu, il Pd e Forza Italia. I Dem per precisa scelta politica di Matteo Renzi, convinto in cuor suo di poter lucrare consensi, in futuro, nel caso in cui alle promesse elettorali di M5s e Lega non dovessero seguire i fatti. Forza Italia, invece, è allo sbando: l'esponente politico più «visibile» del partito di Silvio Berlusconi è ormai la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, che deve la sua elezione a Salvini e Luigi Di Maio. Quando Licia Ronzulli, braccio destro di Berlusconi, ha preso la parola per annunciare il «no» alla fiducia, rivolgendosi però con parole affettuose a Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, «l'amico Matteo, l'amico Giancarlo», la sensazione trasmessa è stata di estrema debolezza, di inarrestabile dissoluzione del berlusconismo. Molti, se non moltissimi, tra i parlamentari di Forza Italia eletti al Nord, sono pronti a passare con la Lega; l'europarlamentare Alessandra Mussolini, da parte sua, per giorni e giorni ha lanciato appelli al suo stesso partito perché cambiasse posizione votando «sì» alla fiducia, raccogliendo molti consensi, espressi naturalmente in privato. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-governo-5-giugno-senato-2575473215.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="di-maio-e-salvini-i-veri-portavoce-per-tutti-gli-altri-lordine-del-silenzio" data-post-id="2575473215" data-published-at="1772192975" data-use-pagination="False"> Di Maio e Salvini i veri portavoce. Per tutti gli altri l’ordine del silenzio La comunicazione si sa è molto importante, anzi fondamentale per qualsiasi partito politico o governo e anche stavolta la compagine governativa messa in piedi da Giuseppe Conte non farà eccezione. I leader leghista e grillino Matteo Salvini e Luigi Di Maio sanno bene che una buona gestione della comunicazione politica può fare la differenza: può consentire di aumentare il consenso dell'opinione pubblica quando le cose vanno bene e può limitare i danni quando le cose vanno male. Già, perché dalle parti di Lega e 5stelle, al di là dei proclami e delle parole d'ordine di propaganda, sanno benissimo che la strada per il successo sarà piena di difficoltà: i soldi sono pochi, le promesse molte per cui un'attenta gestione della comunicazione potrà aiutare e coadiuvare la vita del governo. Non per niente, a quanto si apprende, sono già stati impartiti ordini ben precisi a tutte le «maestranze», gli staff che andranno a lavorare con i ministri: per ora e per qualche tempo ancora niente interviste ufficiali, autorizzati a parlare saranno solo Luigi Di Maio e Matteo Salvini, saranno loro i veri portavoce del governo. Saranno loro a dare in tempo reale la linea politica e a dover far percepire all'opinione pubblica il cambiamento, loro che sono i più popolari e al vertice del gradimento tra la gente. Anche le uscite stampa del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, verranno centellinate per non bruciarlo. Tutti i ministri, almeno in una prima fase, fintanto che non si saranno ambientati ed avranno elaborato dei propri programmi dovranno, obtorto collo, stare a guardare. Molti sono inesperti ed alle prime armi per cui è meglio essere accorti e soppesare bene le parole. Gli ordini venuti dall'alto sono ben precisi: evitare gaffe ad ogni costo perché «i giornalisti con noi saranno più severi che con gli altri governi. Ricordatevi che avremo tutti i giornali contro» questo è il mantra che si ripete tra i comunicatori gialloblù. Per questo a tutti i ministri pro quota la maggioranza di governo si sta premurando di assegnare giovani e solerti addetti stampa e sono già cominciate le riunioni: «Non bisogna perdere tempo perché è soprattutto in questa fase di passaggio dal vecchio al nuovo governo che possono arrivare i maggiori pericoli da parte della stampa. D'altra parte i giornaloni non ci hanno mai sopportato e sappiamo benissimo che non ci faranno sconti. Per cui bisogna tenersi pronti. Staremo attentissimi sia alla carta stampata che alle presenze televisive, tutto verrà filtrato dai vertici della comunicazione pentastellata e leghista. Nulla sarà lasciato al caso», si fa osservare. L'obiettivo è quello di far passare forte il messaggio del «governo del cambiamento» anche se i soldi per fare tutto non ci sono e un vero cambiamento potrà avvenire solo nel corso degli anni. Il punto però è che l'opinione pubblica attende risultati a breve. Ma c'è un altro importante obiettivo che si cercherà di ottenere attraverso un'attenta gestione della comunicazione governativa, spiegano fonti pentastellate; nel medio periodo servirà a fare da apripista prima e a coadiuvare poi, la possibilità di un restyling nei vertici del Movimento con l'istituzione di un una sorta di nuovo direttorio, più allargato rispetto a quello a 5 nato nel 2014, che affianchi Di Maio - superministro e vice premier - nella direzione del Movimento. Così come nella Lega, si punta sull'attenta gestione della comunicazione del governo per fare da battistrada alla definitiva conquista del centrodestra da parte delle truppe di via Bellerio. Insomma, sarà necessario sezionare il contratto di governo e farlo divenire narrazione, farlo diventare un vero e proprio percorso facendo in modo che all'opinione pubblica arrivi sempre il messaggio giusto, senza incertezze e sbavature anche se «al momento non sappiamo se faremo un progetto per i primi 100 giorni come hanno fatto tutti i governi in passato. La cosa non ci attrae molto perché vorremmo essere giudicati al termine dell'esperienza governativa e non nel giro di pochi mesi» trapela da ambienti gialloblù. Sicuramente, almeno fino a settembre ci sarà la luna di miele con gli italiani poi da ottobre, con la legge di Bilancio, si comincerà a fare sul serio. Bisognerà passare dalla comunicazione urlata e antisistema a quella più sobria delle responsabilità senza per questo svilire il forte messaggio di cambiamento. Questa è la sfida da vincere a tutti i costi. Insomma, ci sarà molto lavoro da fare per Iva Garibaldi, portavoce di Matteo Salvini, e Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte. Un grande lavoro li attende. Marco Antonellis
Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro (Ansa)
Sul disavanzo della spesa sanitaria in Puglia e sulla conseguente decisione del presidente Antonio Decaro di aumentare le tasse ai pugliesi, lo scontro è al calor bianco.
Mercoledì le forze di opposizione di centrodestra sono scese in strada per protestare contro l’aumento dell’Irpef che da giugno inciderà, con aliquote progressive per scaglioni, sui redditi di lavoratori e pensionati e poi presenterà un conto ancora più salato in sede di conguaglio del dovuto per il periodo gennaio-maggio.
Nelle stesse ore, Decaro riceveva i nuovi dieci direttori generali delle Asl (tre riconfermati e sette di nuova nomina) che saranno incaricati di tenere in linea i conti e il livello delle prestazioni sanitarie della Regione. Da una parte, Decaro e il centrosinistra sostengono che «è colpa di Roma», perché il fondo sanitario nazionale, che poi viene ripartito tra le Regioni, è insufficiente; inoltre, evidenziano che negli ultimi anni il disavanzo e le conseguenti maggiori tasse hanno riguardato numerose altre Regioni, anche governate dal centrodestra.
Dall’altra parte, l’opposizione non va oltre la denuncia delle fuorvianti rassicurazioni nella campagna elettorale di novembre scorso, quando l’assessore al bilancio, Fabiano Amati, e Decaro stesso avevano parlato di «conti in ordine». Facendo facile ironia sulle parole del presidente uscente Michele Emiliano («Ho fatto tutto quello che potevo. La Puglia è una Ferrari, ora deve continuare a correre»).
Proviamo a spiegare ai cittadini pugliesi (ma non solo, perché la vicenda ha riflessi analoghi in altre Regioni), cos’è accaduto e le probabili responsabilità. Sono proprio le parole di Decaro di mercoledì, rivolgendosi ai nuovi dg, a fornirci un indizio perché «provano troppo», cioè si spingono così oltre da essere un boomerang. Infatti, ieri, la Gazzetta del Mezzogiorno ha riferito di un Decaro risoluto nel chiedere ai suoi manager di «non prendere ordini dai politici […] siete stati scelti da me, occupatevi solo dei bisogni dei pazienti, non di chi chiede favori […] non voglio vedere politici nelle direzioni strategiche delle Asl».
Parole che non possono non far sorgere almeno il dubbio che fino a ieri accadesse esattamente ciò che oggi Decaro descrive. Altrimenti perché parlarne? Forse perché Decaro attribuisce a questo andazzo i pessimi risultati gestionali della sanità pugliese, sfociati nel disavanzo di circa 350 milioni? Alcuni dati forniscono robuste prove in questa direzione. Cominciamo col dire che quel disavanzo è il risultato della somma algebrica di diversi addendi: maggiori spese per 433 milioni, il disavanzo del 2024 di 131 milioni, compensati da 139 milioni di aumento del Fsn e altre voci minori. Tra i 433 milioni spiccano ben 188 milioni (43%) di maggiori costi per stabilizzazioni e nuove assunzioni di personale sanitario. Poi seguono 117 milioni per la spesa farmaceutica e altri sforamenti, tra cui primeggia la mobilità passiva, cioè i costi sostenuti per i pugliesi che si curano nelle altre Regioni. Una voce difficile da contenere che pesa per circa 350 milioni nel bilancio della sanità regionale di circa 9 miliardi. Quei 188 milioni sono a loro volta il risultato di 104 milioni per assunzioni/stabilizzazioni di circa 2.400 persone, 44 milioni per rinnovo dei Ccnl e altre voci residuali. Il costo del personale, per natura, è prevedibile e monitorabile nei report obbligatori per legge (mensili e trimestrali). Ma c’è di più. A fine 2024, il presidente Michele Emiliano e l’assessore alla Sanità annunciarono con dovizia di particolari l’intenzione di assumere o stabilizzare 2.500 persone (alla fine sono arrivati a 2.400) e avevano quindi ben chiaro l’impatto deflagrante sui conti, sin da allora.
Nessuna sorpresa, qui parliamo di una variabile sotto il controllo della politica e dei manager che però possono solo segnalare gli sforamenti, non bloccarne le cause. Quindi - a meno di un clamoroso fallimento del sistema di controllo di gestione - è ipotizzabile che la forte volontà politica della giunta Emiliano abbia prevalso sul rigore contabile, perseguendo l’obiettivo, di per sé apprezzabile, di spendere per migliorare le carenze del sistema. Ma sarebbe bastato dire, sin da allora, che quelle persone erano necessarie per garantire i livelli essenziali di assistenza (Lea) e il diritto alla salute tutelato dalla Costituzione e che, data la rilevanza della cifra, era prevedibile che sarebbero state messe le mani nelle tasche dei pugliesi, assumendosi la relativa responsabilità politica.
Tuttavia, è notoriamente improbabile vincere le elezioni promettendo nuove tasse in un anno elettorale. Anche perché la legge (311/2004) tollera di fatto la creazione di un disavanzo, ma poi entro il 30 aprile dell’anno successivo esso deve essere ripianato e, in assenza di rimedi, scatta il commissario ad acta che entro il 31 maggio deve fare sostanzialmente le stesse cose, munito di poteri straordinari e senza passare da impopolari discussioni in Consiglio regionale. Una sorta di copertura finanziaria ex-post. Esattamente quanto accaduto in Puglia, con rilevante differenza rispetto ad altre Regioni, dove almeno c’è stato il dibattito e l’assunzione di responsabilità politica. Oggi, il «cruscotto» per il futuro minuzioso controllo delle spese, di cui si è vantato Decaro, non è una facoltà ma un obbligo a carico del commissario, che opera sotto vincoli e responsabilità molto stringenti.
Tra i costi del personale, spicca la sproporzione assunzioni/stabilizzazioni (circa 600 su 2.400) relative alla provincia di Foggia, da cui proveniva l’assessore alla Sanità della giunta Emiliano, con un’incidenza sulla popolazione residente doppia rispetto alle altre province pugliesi (circa 11 persone ogni 10.000 abitanti contro le 4/6 delle altre province). In Capitanata, per una curiosa coincidenza, alle successive elezioni regionali il centrosinistra ha aumentato i propri consensi di 13,7 punti percentuali rispetto al 2020, il più alto incremento tra tutte le province.
Di fronte a tali costi (aggiuntivi ma prevedibili), non regge l’argomento di Decaro sull’insufficienza dei fondi statali, perché le variabili all’origine dello sforamento erano in parte controllabili (il personale ma in parte anche il costo dei farmaci innovativi) e note al controllo di gestione, quasi in tempo reale. Così come era noto, per tabulas, che il conto sarebbe stato saldato dai contribuenti. Il sistema, rozzo e draconiano finché si vuole, è là da anni. Troppo comodo spendere senza limiti e poi lamentarsi dell’insufficienza della «paghetta», oppure tagliare in modo lineare lasciando i cittadini per strada. Contano i ritorni di quelle spese. Cioè non la spesa in assoluto, ma i risultati a valle misurati in termini di efficienza ed efficacia, ed è su questo che Decaro dovrà misurarsi e rendere conto, trattando i cittadini pugliesi da adulti, come ha promesso, al netto di alcuni passaggi «Cicero pro domo sua», nell’ultimo videomessaggio.
Il caso Emilia-Romagna: «Solo il 22% della spesa è davvero leggibile»

Il vecchio ingresso della Clinica Medica dell'Ospedale Sant'Orsola di Bologna (iStock)
Se in Puglia il problema è esploso sotto forma di aumento delle tasse per coprire il disavanzo sanitario, in Emilia-Romagna il nodo riguarda soprattutto la trasparenza dei conti e il funzionamento del sistema. A sostenerlo è uno studio pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, che analizza la governance sanitaria regionale concentrandosi sui bilanci delle strutture pubbliche e sul ruolo del privato accreditato.
Il paper parte da un dato: secondo gli autori, solo il 22% della spesa ospedaliera dell’Emilia-Romagna sarebbe realmente osservabile attraverso i bilanci degli enti autonomi. Un valore inferiore anche alla media nazionale, fissata al 24%. Il motivo, spiegano, è legato alla struttura stessa del sistema sanitario regionale. Gran parte degli ospedali pubblici, infatti, non pubblica un proprio conto economico separato perché la gestione resta incorporata nelle Ausl. Questo rende difficile capire nel dettaglio costi, ricavi e risultati delle singole strutture.
Lo studio si concentra in particolare sui cinque ospedali universitari pubblici della regione: Parma, Modena, Sant’Orsola di Bologna, Ferrara e Rizzoli. Analizzando i loro bilanci, gli autori individuano circa 318 milioni di euro di risorse non direttamente riconducibili a prestazioni sanitarie, attività di ricerca o altre funzioni finanziate separatamente. Nel paper vengono definiti “ripiani impliciti” e rappresentano circa il 12-13% dei ricavi complessivi delle strutture considerate. Gli autori precisano che non si tratta di somme mancanti, ma di contributi regionali che non trovano una corrispondenza immediata con le prestazioni erogate. Secondo l’Istituto Bruno Leoni, una maggiore trasparenza dei conti consentirebbe di distinguere meglio gli ospedali in equilibrio da quelli che necessitano di sostegni aggiuntivi da parte della Regione. Lo studio affronta anche il rapporto tra pubblico e privato accreditato.
In Emilia-Romagna le strutture private rappresentano una quota minoritaria del sistema sanitario regionale, ma in alcuni settori hanno un peso rilevante. È il caso dell’ortopedia programmata, dove, secondo i dati riportati nel paper, il privato accreditato arriva a coprire circa la metà dei ricoveri complessivi e intercetta una parte significativa della mobilità sanitaria da fuori regione. Secondo gli autori, il problema non è la presenza del privato in sé, ma il modo in cui viene regolato. Nel documento vengono richiamati alcuni atti regionali recenti che introducono tetti di spesa, limiti alla crescita della mobilità extra-regionale e vincoli programmatori per le strutture accreditate. Misure che, secondo il paper, finiscono per limitare una capacità produttiva già presente nel sistema, soprattutto in un contesto segnato da liste d’attesa elevate. Nel lavoro si citano anche i dati regionali sulle attese: al 3 marzo 2026, il 61,8% dei pazienti inseriti in lista con priorità «entro 30 giorni» risultava oltre i tempi massimi previsti. Per le prestazioni da eseguire entro 60 giorni, la quota saliva al 66,5%.
La conclusione degli autori è che i due problemi – la scarsa leggibilità dei bilanci pubblici e il ruolo limitato del privato accreditato – abbiano una radice comune: un sistema nel quale la Regione concentra contemporaneamente le funzioni di finanziamento, controllo ed erogazione delle prestazioni sanitarie. Da qui la proposta avanzata nel paper: rendere pubblici i conti economici dei singoli ospedali, separare in modo più netto le funzioni di committenza da quelle di produzione sanitaria e utilizzare maggiormente il privato accreditato nei settori dove i risultati, in termini di volumi ed esiti, risultano competitivi rispetto al pubblico.
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Dall’inizio dell’invasione russa, l’Unione europea in effetti è stata molto generosa verso Kiev. Dal febbraio 2022 a oggi l’Ue ha erogato 200,6 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina. In particolare, secondo i dati del Consiglio europeo, 104,6 miliardi sono andati in sostegno finanziario, economico e umanitario, 75,2 miliardi in sostegno militare, 17 miliardi in sostegno ai rifugiati all’interno dell’Ue, 3,8 miliardi in proventi derivanti da beni russi bloccati.
A questa cifra si aggiunge il prestito da 90 miliardi approvato dal Parlamento europeo nel febbraio 2026 per il biennio 2026-2027, di cui 60 miliardi destinati alla difesa e 30 al funzionamento dello Stato e alle riforme. Il totale supera i 290 miliardi, cioè 100 miliardi in più dell’intero bilancio annuale dell’Unione europea, che si aggira sui 190 miliardi.
Il rimborso del prestito da 90 miliardi è però condizionato all’ottenimento da parte dell’Ucraina delle riparazioni di guerra dalla Russia, un evento la cui realizzazione resta molto poco probabile, per usare un eufemismo. Nel 2025 l’Ue ha prorogato per altri tre anni la sospensione delle misure di salvaguardia (dazi e quote) sulle esportazioni ucraine di ferro e acciaio.
L’Ucraina è un Paese in guerra che ha subito un’invasione e la solidarietà internazionale è un gesto di umanità. Infatti, il tema riguarda poco l’Ucraina in sé. Il problema è invece l’incoerenza del quadro europeo, che applica criteri radicalmente diversi a seconda della posta in gioco politica. Mentre Bruxelles mobilitava queste risorse, i governi nazionali ricevevano indicazioni opposte. L’Italia opera con margini di bilancio già ridottissimi e sta negoziando una difficile flessibilità per affrontare la crisi energetica. La Francia è sotto procedura per disavanzo eccessivo. La Commissione europea ha continuato ad applicare le regole del Patto di Stabilità, sia pure nella versione riformata del 2024, chiedendo rigore fiscale agli Stati membri per le spese interne mentre trovava centinaia di miliardi per Kiev attraverso debito. Se la crescita europea rallenta (e ci vuole già una certa dose di coraggio per chiamarla crescita), i governi nazionali avranno sempre meno spazio per ammorbidire l’impatto della crisi economica sui propri cittadini.
A parte i sostegni concreti erogati sinora, è il capitolo dei costi dell’adesione dell’Ucraina all’Ue a essere pesante. Se l’Ucraina dovesse entrare nell’Unione europea, secondo stime del Financial Times riprese dall’Ispi nel 2023, il costo d’ingresso per gli altri Paesi ammonterebbe a circa 186 miliardi di euro, con 97 miliardi assorbiti dalla sola Politica agricola comune (Pac), una cifra superiore ai 72 miliardi allocati alla Francia, e con gli altri Stati membri costretti a cedere circa il 20% delle loro quote Pac, una rinuncia che per l’Italia vale 9 miliardi. Con circa 40 milioni di ettari di superficie agricola, l’Ucraina diventerebbe lo Stato con la più vasta estensione coltivata d’Europa, superando la Francia, e il principale destinatario dei fondi della Pac.
Stime più recenti del think tank europeo Bruegel, citate dall’Ispi, indicano un impatto complessivo sulla Pac di 85 miliardi di euro, considerando i confini pre-guerra e il quadro finanziario europeo relativo al 2021-2027. Sul piano delle politiche di coesione, l’Ucraina diventerebbe il principale destinatario dei fondi europei destinati alla riduzione delle disparità economiche e sociali, per una spesa europea di 32 miliardi di euro. Il costo complessivo sarebbe quindi di almeno 115-120 miliardi di euro.
Sulla competizione europea con l’agricoltura ucraina ci sono già state reazioni in passato. Le proteste degli agricoltori europei sono iniziate nel dicembre 2023 in Germania, nel gennaio 2024 in Francia e Italia. Il 1° febbraio 2024 mille trattori hanno bloccato le strade di Bruxelles, con agricoltori arrivati da tutta Europa a protestare contro la concorrenza dei prodotti ucraini importati a prezzi bassi, agevolata dalle sospensioni dei dazi decise dall’Ue. Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno dichiarato che le importazioni ucraine hanno sconvolto i loro mercati agricoli. A dicembre 2025 è arrivata una terza ondata di proteste, con una manifestazione a Bruxelles che ha portato oltre 20.000 persone e un migliaio di trattori nel centro della città.
Il quadro è dunque complesso. L’Ucraina in Ue sarebbe percettore di fondi europei per oltre un centinaio di miliardi, a carico dei contributori netti ma anche degli attuali percettori, che riceverebbero meno risorse. La cosa più preoccupante è però che mentre si pensa a come spartirsi la torta, pochi sembrano accorgersi che se l’Ue non cambia rotta immediatamente, la predetta torta è destinata ad essere sempre più piccola.
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