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2018-06-06
Cosa cambia col governo del cambiamento
ANSA
«La prima preoccupazione di questo governo saranno i diritti sociali che nel corso degli ultimi anni sono stati smantellati!». Ecco, stupitevi. Parte lento, come un vecchio diesel, ma ogni tanto dà gas alla sua oratoria, ed emette qualche fiammata. Ha l'impianto oratorio degli avvocati meridionali istruiti e pensosi, talvolta gli stessi tempi lenti, ma ogni tanto scarta e accelera, con il gusto della pausa e della battuta a lento rilascio. C'è in lui lessico della giurisprudenza innervato di oratoria 2.0: «democrazia», «cittadinanza», e poi tanti grillismi, tanti leghismi. Nel suo taschino è tornata la pochette bianca.
Giuseppe Conte racconta e si racconta, e poi - a sorpresa - spende quasi un tempo uguale a quello della sua prolusione per rispondere a tutti gli interventi e alle critiche ricevute. A volte lo fa citando esplicitamente l'interlocutore, e a volte non citandolo, ma ribattendo sempre colpo su colpo (a Renzi e non solo), parola per parola, uno per uno. Un po' per dichiarato omaggio al parlamentarismo (di memoria andreottiana), e forse anche per pignoleria. Chi lo ha sottovalutato dovrà ricredersi. Conte sta sui banchi del governo preso in mezzo fra Salvini e Di Maio che sembrano i due carabinieri di Pinocchio, ma mostra di non essere un burattino. Protetto dagli avverbi che tanto gli piacciono, si prenderà i suoi spazi: anche se cita «il programma» ogni due per tre, come un sacramento o come un anatema. Ha la stessa scaltrezza di certi gesuiti che tra un versetto e l'altro si ritagliano lo spazio per un'intera teologia.
Conte parla con un timbro vocalico già campionato da Fiorello, ma che farà la fortuna dei futuri imitatori: per metà ci sono il foggiano e le belle lettere, per l'altra metà ci senti il liceo classico e un po' di zeppola, come un Vendola senza acuti, come uno Zalone senza sberleffo. E poi, ovviamente, c'è il lessico dell'arringa studiata, impastato con il tono della conferenza professorale: «Mi avete accusato di non aver usato il lessema Patria...». (Pausa). «Lo uso adesso: ho preferito dire Paese!». (Cerca l'applauso e lo trova).
Sembra un uomo sicuro di sé, che si muove lento per non fare passi falsi, e che adesso inizia a prenderci gusto. Parla la lingua del «governo del cambiamento», ma la traduce in un atto parlamentare, la modella come un format da prima serata Rai. Passata attraverso questo filtro il Bignami gialloblù non è più il gridato arrabbiato della campagna elettorale, lo stilema da piazza, ma piuttosto un codice ricercato e talvolta paciosamente retorico: «È ora di dire che i cittadini italiani - spiega - hanno diritto ad un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato! Hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora siano disoccupati! Hanno diritto ad una pensione dignitosa! Hanno diritto a pagare in maniera semplice - ripete in apertura - tasse eque!».
In questa oratoria c'è un po' formalismo d un po' di lista della spesa. E anche qualche vezzo letterario: «Se populismo è l'attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, e qui traggo ispirazione dalle riflessioni di Dostoevskij nelle pagine di Puskin, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di Potere, ebbene, queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni!». (Applausi). Alla sua collezione di riferimenti eccellenti Conte aggiunge, subito dopo, evocazioni per cultori come il filosofo pop James Hillman, il teorico della globalizzazione Ulrich Beck e il guru Philip Kotler.
I critici più severi dicono che cita la Russia subito dopo l'America («Ci faremo promotori di una revisione delle sanzioni»), che non nomina la Fornero, che non sempre entra nel dettaglio. Vero, ma chi lo ha mai fatto? Conte si racconta in tono minimale, non come un tecnico ma come un cittadino della società civile che arriva nelle istituzioni dopo aver scelto una parte politica: «Non mi soffermerò in dettaglio a illustrare tutti i singoli obiettivi che sono indicati nel contratto». Ricorda in modo solenne Soumayla Sacko, il ventinovenne del Mali ucciso a colpi di fucile a San Calogero («Non siamo insensibili») e l'Aula scatta in piedi. Ogni tanto cerca l'applauso: «Voglio dare voce alle tante donne che sul posto di lavoro sono inaccettabilmente discriminate e meno pagate e che si sentono sole quando decidono di mettere al mondo un bambino!».
Non dichiara guerra all'euro, ma al contrario tende un ramoscello all'Europa: «Il debito pubblico italiano è oggi pienamente sostenibile. Va comunque perseguita la sua riduzione». Ogni tanto, quando arrotonda parole con una punta di raucedine, stirando le vocali finali sembra persino l'Antonio Conte di Maurizio Crozza: «Questo governo agirà con ri-so-lu-tez-zaaaa!». Quando deve uscire dai binari del suo mantra - ovviamente «il contratto» - se la cava così: «Avete posto il tema del presidenzialismo. Non è nel programma di governo, ma il parlamento è sovrano». Alé. Ogni tanto salvineggia: «Noi combattiamo gli scafisti è la criminalità. Perché sappiamo che sull'immigrazione siamo stati lasciati soli!». Ogni tanto elude i nodi spigolosi: «Ci chiedete delle Infrastrutture, quali realizzeremo quali no. Giusto. Ma lasciateci studiare i dossier». Ogni tanto (ad esempio quando si arriva al nodo del rapporto con il rigore di Bruxelles) si salva con qualche supercazzola avvocatizia: «Siamo moderatamente ottimisti sul risultato di queste riflessioni e fiduciosi della nostra forza negoziale, perché siamo di fronte a una situazione in cui interessi dell'Italia in questa fase della costruzione europea vengono a coincidere - non prende nemmeno un respiro - con gli interessi generali dell'Europa e con l'obiettivo di prevenire un suo eventuale declino». Alla fine declina tutti i punti del programma, con una particolare attenzione alle pensioni e alla Flat tax. Prende le misure: «Dateci il tempo di lavorare...». Chiude con una intima pausa, il gran finale dopo tutte le repliche: «Qualcuno dirà che vogliamo cambiare... (pausa) È tutto vero. È un cambiamento radicale», dice Conte, «del quale siamo orgogliosi».
Luca Telese
Astensione l’alleata dei gialloblù e il governo porta a casa 171 sì
Il governo guidato da Giuseppe Conte ha ottenuto la fiducia al Senato, con 171 voti favorevoli, 117 contrari e 25 astenuti. «Siamo disponibili a valutare in corso d'opera l'apporto di gruppi parlamentari che vorranno condividere il nostro cammino e aderire al contratto di governo». Chi continua a dipingere il professor Giuseppe Conte come un premier telecomandato dovrebbe convincersi del contrario semplicemente leggendo questo passaggio del discorso di ieri a Palazzo Madama. Conte non ha chiesto ad altri partiti il sostegno alla maggioranza Lega-M5s; non ha fatto appelli, non ha mostrato debolezza. Anzi: da buon professore, ha messo sotto esame chi al momento non ha ancora deciso se stare in maggioranza o all'opposizione, capovolgendo il tavolo di «trattativa» con Fratelli d'Italia.
Il partito di Giorgia Meloni, con i suoi 18 senatori, si è astenuto sul voto di fiducia. La Meloni resta in panchina, pronta a puntellare la maggioranza, non solidissima ma neanche troppo traballante al Senato: ai 167 voti certi (58 della Lega e 109 del M5s, la maggioranza assoluta è a 161) si sono infatti già aggiunti altri 4 «sì», quelli di Maurizio Buccarella e Carlo Martelli, eletti nelle fila del M5s ma espulsi, e quelli di Ricardo Antonio Merlo e Adriano Cario, esponenti del gruppo Maie, eletti all'estero. Ieri si sono astenute anche le senatrici a vita Liliana Segre e Elena Cattaneo e 5 senatori delle Autonomie (Gianclaudio Bressa e Pier Ferdinando Casini hanno votato no). Un altro senatore a vita, Mario Monti, ha ipotizzato l'arrivo della troika: «Forse ci spera», ha replicato Matteo Salvini.
Se la Meloni vuole entrare in maggioranza, quindi, dovrà sottoscrivere il contratto e superare l'esame di laurea con il professor Conte, che nella replica ha dimostrato di essere munito di eccellente abilità dialettica e efficace sagacia politica. Conte ha teso la mano alle Autonomie; ha citato il senatore di Forza Italia, Gaetano Quagliariello, che aveva annunciato il «no» alla fiducia aggiungendo che «nei confronti di questo governo non si debba avere un atteggiamento pregiudiziale»; ha riservato un passaggio a Ignazio La Russa, di Fdi, che lo aveva criticato perché non aveva mai pronunciato, nel discorso mattutino, la parola «patria»; in sostanza, ha seminato e irrigato, da consumato leader politico, quella «terra di mezzo» tra maggioranza e opposizione composta da circa 25 senatori, serbatoio di emergenza prezioso per garantire una navigazione tranquilla a Palazzo Madama. «Fratelli d'Italia si astiene», ha confermato il capogruppo Luca Ciriani, al momento della dichiarazione di voto, «non voterà la fiducia e non farà parte della maggioranza ma non farà il tifo perché il governo fallisca. L'atteggiamento che Fdi ha adottato in queste settimane difficili», ha aggiunto Ciriani, è imperniato al senso di responsabilità. Siamo stati disponibili a far nascere un governo politico senza chiedere nulla in cambio». «Le Autonomie si asterranno», ha detto la senatrice Julia Unterberger «come gesto di buona volontà per avviare il confronto nel merito».
All'opposizione, come annunciato, si collocano Leu, il Pd e Forza Italia. I Dem per precisa scelta politica di Matteo Renzi, convinto in cuor suo di poter lucrare consensi, in futuro, nel caso in cui alle promesse elettorali di M5s e Lega non dovessero seguire i fatti. Forza Italia, invece, è allo sbando: l'esponente politico più «visibile» del partito di Silvio Berlusconi è ormai la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, che deve la sua elezione a Salvini e Luigi Di Maio. Quando Licia Ronzulli, braccio destro di Berlusconi, ha preso la parola per annunciare il «no» alla fiducia, rivolgendosi però con parole affettuose a Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, «l'amico Matteo, l'amico Giancarlo», la sensazione trasmessa è stata di estrema debolezza, di inarrestabile dissoluzione del berlusconismo. Molti, se non moltissimi, tra i parlamentari di Forza Italia eletti al Nord, sono pronti a passare con la Lega; l'europarlamentare Alessandra Mussolini, da parte sua, per giorni e giorni ha lanciato appelli al suo stesso partito perché cambiasse posizione votando «sì» alla fiducia, raccogliendo molti consensi, espressi naturalmente in privato.
Carlo Tarallo
Di Maio e Salvini i veri portavoce. Per tutti gli altri l’ordine del silenzio
La comunicazione si sa è molto importante, anzi fondamentale per qualsiasi partito politico o governo e anche stavolta la compagine governativa messa in piedi da Giuseppe Conte non farà eccezione. I leader leghista e grillino Matteo Salvini e Luigi Di Maio sanno bene che una buona gestione della comunicazione politica può fare la differenza: può consentire di aumentare il consenso dell'opinione pubblica quando le cose vanno bene e può limitare i danni quando le cose vanno male. Già, perché dalle parti di Lega e 5stelle, al di là dei proclami e delle parole d'ordine di propaganda, sanno benissimo che la strada per il successo sarà piena di difficoltà: i soldi sono pochi, le promesse molte per cui un'attenta gestione della comunicazione potrà aiutare e coadiuvare la vita del governo.
Non per niente, a quanto si apprende, sono già stati impartiti ordini ben precisi a tutte le «maestranze», gli staff che andranno a lavorare con i ministri: per ora e per qualche tempo ancora niente interviste ufficiali, autorizzati a parlare saranno solo Luigi Di Maio e Matteo Salvini, saranno loro i veri portavoce del governo. Saranno loro a dare in tempo reale la linea politica e a dover far percepire all'opinione pubblica il cambiamento, loro che sono i più popolari e al vertice del gradimento tra la gente. Anche le uscite stampa del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, verranno centellinate per non bruciarlo.
Tutti i ministri, almeno in una prima fase, fintanto che non si saranno ambientati ed avranno elaborato dei propri programmi dovranno, obtorto collo, stare a guardare. Molti sono inesperti ed alle prime armi per cui è meglio essere accorti e soppesare bene le parole. Gli ordini venuti dall'alto sono ben precisi: evitare gaffe ad ogni costo perché «i giornalisti con noi saranno più severi che con gli altri governi. Ricordatevi che avremo tutti i giornali contro» questo è il mantra che si ripete tra i comunicatori gialloblù.
Per questo a tutti i ministri pro quota la maggioranza di governo si sta premurando di assegnare giovani e solerti addetti stampa e sono già cominciate le riunioni: «Non bisogna perdere tempo perché è soprattutto in questa fase di passaggio dal vecchio al nuovo governo che possono arrivare i maggiori pericoli da parte della stampa. D'altra parte i giornaloni non ci hanno mai sopportato e sappiamo benissimo che non ci faranno sconti. Per cui bisogna tenersi pronti. Staremo attentissimi sia alla carta stampata che alle presenze televisive, tutto verrà filtrato dai vertici della comunicazione pentastellata e leghista. Nulla sarà lasciato al caso», si fa osservare.
L'obiettivo è quello di far passare forte il messaggio del «governo del cambiamento» anche se i soldi per fare tutto non ci sono e un vero cambiamento potrà avvenire solo nel corso degli anni. Il punto però è che l'opinione pubblica attende risultati a breve.
Ma c'è un altro importante obiettivo che si cercherà di ottenere attraverso un'attenta gestione della comunicazione governativa, spiegano fonti pentastellate; nel medio periodo servirà a fare da apripista prima e a coadiuvare poi, la possibilità di un restyling nei vertici del Movimento con l'istituzione di un una sorta di nuovo direttorio, più allargato rispetto a quello a 5 nato nel 2014, che affianchi Di Maio - superministro e vice premier - nella direzione del Movimento. Così come nella Lega, si punta sull'attenta gestione della comunicazione del governo per fare da battistrada alla definitiva conquista del centrodestra da parte delle truppe di via Bellerio.
Insomma, sarà necessario sezionare il contratto di governo e farlo divenire narrazione, farlo diventare un vero e proprio percorso facendo in modo che all'opinione pubblica arrivi sempre il messaggio giusto, senza incertezze e sbavature anche se «al momento non sappiamo se faremo un progetto per i primi 100 giorni come hanno fatto tutti i governi in passato. La cosa non ci attrae molto perché vorremmo essere giudicati al termine dell'esperienza governativa e non nel giro di pochi mesi» trapela da ambienti gialloblù.
Sicuramente, almeno fino a settembre ci sarà la luna di miele con gli italiani poi da ottobre, con la legge di Bilancio, si comincerà a fare sul serio. Bisognerà passare dalla comunicazione urlata e antisistema a quella più sobria delle responsabilità senza per questo svilire il forte messaggio di cambiamento. Questa è la sfida da vincere a tutti i costi. Insomma, ci sarà molto lavoro da fare per Iva Garibaldi, portavoce di Matteo Salvini, e Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte. Un grande lavoro li attende.
Marco Antonellis
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Passa la fiducia a Palazzo Madama, In ballo 25 voti che potrebbero diventare un prezioso serbatoio di emergenza. Crisi Forza Italia. Il premier Giuseppe Conte ribadisce tutti i punti del contratto. Il patto ha una faccia: il presidente del Consiglio declina in Aula tutti i punti, dal reddito di cittadinanza, flat tax, apertura a Mosca, stop al business migranti. Restano dubbi sulle coperture, ma i pentaleghisti vanno avanti.M5s e Lega danno molta importanza alla comunicazione, che deve passare dalla urlata e antisistema a quella più sobria delle responsabilità senza svilire il forte messaggio di cambiamento.Lo speciale contiene tre articoli«La prima preoccupazione di questo governo saranno i diritti sociali che nel corso degli ultimi anni sono stati smantellati!». Ecco, stupitevi. Parte lento, come un vecchio diesel, ma ogni tanto dà gas alla sua oratoria, ed emette qualche fiammata. Ha l'impianto oratorio degli avvocati meridionali istruiti e pensosi, talvolta gli stessi tempi lenti, ma ogni tanto scarta e accelera, con il gusto della pausa e della battuta a lento rilascio. C'è in lui lessico della giurisprudenza innervato di oratoria 2.0: «democrazia», «cittadinanza», e poi tanti grillismi, tanti leghismi. Nel suo taschino è tornata la pochette bianca.Giuseppe Conte racconta e si racconta, e poi - a sorpresa - spende quasi un tempo uguale a quello della sua prolusione per rispondere a tutti gli interventi e alle critiche ricevute. A volte lo fa citando esplicitamente l'interlocutore, e a volte non citandolo, ma ribattendo sempre colpo su colpo (a Renzi e non solo), parola per parola, uno per uno. Un po' per dichiarato omaggio al parlamentarismo (di memoria andreottiana), e forse anche per pignoleria. Chi lo ha sottovalutato dovrà ricredersi. Conte sta sui banchi del governo preso in mezzo fra Salvini e Di Maio che sembrano i due carabinieri di Pinocchio, ma mostra di non essere un burattino. Protetto dagli avverbi che tanto gli piacciono, si prenderà i suoi spazi: anche se cita «il programma» ogni due per tre, come un sacramento o come un anatema. Ha la stessa scaltrezza di certi gesuiti che tra un versetto e l'altro si ritagliano lo spazio per un'intera teologia.Conte parla con un timbro vocalico già campionato da Fiorello, ma che farà la fortuna dei futuri imitatori: per metà ci sono il foggiano e le belle lettere, per l'altra metà ci senti il liceo classico e un po' di zeppola, come un Vendola senza acuti, come uno Zalone senza sberleffo. E poi, ovviamente, c'è il lessico dell'arringa studiata, impastato con il tono della conferenza professorale: «Mi avete accusato di non aver usato il lessema Patria...». (Pausa). «Lo uso adesso: ho preferito dire Paese!». (Cerca l'applauso e lo trova).Sembra un uomo sicuro di sé, che si muove lento per non fare passi falsi, e che adesso inizia a prenderci gusto. Parla la lingua del «governo del cambiamento», ma la traduce in un atto parlamentare, la modella come un format da prima serata Rai. Passata attraverso questo filtro il Bignami gialloblù non è più il gridato arrabbiato della campagna elettorale, lo stilema da piazza, ma piuttosto un codice ricercato e talvolta paciosamente retorico: «È ora di dire che i cittadini italiani - spiega - hanno diritto ad un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato! Hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora siano disoccupati! Hanno diritto ad una pensione dignitosa! Hanno diritto a pagare in maniera semplice - ripete in apertura - tasse eque!».In questa oratoria c'è un po' formalismo d un po' di lista della spesa. E anche qualche vezzo letterario: «Se populismo è l'attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, e qui traggo ispirazione dalle riflessioni di Dostoevskij nelle pagine di Puskin, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di Potere, ebbene, queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni!». (Applausi). Alla sua collezione di riferimenti eccellenti Conte aggiunge, subito dopo, evocazioni per cultori come il filosofo pop James Hillman, il teorico della globalizzazione Ulrich Beck e il guru Philip Kotler.I critici più severi dicono che cita la Russia subito dopo l'America («Ci faremo promotori di una revisione delle sanzioni»), che non nomina la Fornero, che non sempre entra nel dettaglio. Vero, ma chi lo ha mai fatto? Conte si racconta in tono minimale, non come un tecnico ma come un cittadino della società civile che arriva nelle istituzioni dopo aver scelto una parte politica: «Non mi soffermerò in dettaglio a illustrare tutti i singoli obiettivi che sono indicati nel contratto». Ricorda in modo solenne Soumayla Sacko, il ventinovenne del Mali ucciso a colpi di fucile a San Calogero («Non siamo insensibili») e l'Aula scatta in piedi. Ogni tanto cerca l'applauso: «Voglio dare voce alle tante donne che sul posto di lavoro sono inaccettabilmente discriminate e meno pagate e che si sentono sole quando decidono di mettere al mondo un bambino!».Non dichiara guerra all'euro, ma al contrario tende un ramoscello all'Europa: «Il debito pubblico italiano è oggi pienamente sostenibile. Va comunque perseguita la sua riduzione». Ogni tanto, quando arrotonda parole con una punta di raucedine, stirando le vocali finali sembra persino l'Antonio Conte di Maurizio Crozza: «Questo governo agirà con ri-so-lu-tez-zaaaa!». Quando deve uscire dai binari del suo mantra - ovviamente «il contratto» - se la cava così: «Avete posto il tema del presidenzialismo. Non è nel programma di governo, ma il parlamento è sovrano». Alé. Ogni tanto salvineggia: «Noi combattiamo gli scafisti è la criminalità. Perché sappiamo che sull'immigrazione siamo stati lasciati soli!». Ogni tanto elude i nodi spigolosi: «Ci chiedete delle Infrastrutture, quali realizzeremo quali no. Giusto. Ma lasciateci studiare i dossier». Ogni tanto (ad esempio quando si arriva al nodo del rapporto con il rigore di Bruxelles) si salva con qualche supercazzola avvocatizia: «Siamo moderatamente ottimisti sul risultato di queste riflessioni e fiduciosi della nostra forza negoziale, perché siamo di fronte a una situazione in cui interessi dell'Italia in questa fase della costruzione europea vengono a coincidere - non prende nemmeno un respiro - con gli interessi generali dell'Europa e con l'obiettivo di prevenire un suo eventuale declino». Alla fine declina tutti i punti del programma, con una particolare attenzione alle pensioni e alla Flat tax. Prende le misure: «Dateci il tempo di lavorare...». Chiude con una intima pausa, il gran finale dopo tutte le repliche: «Qualcuno dirà che vogliamo cambiare... (pausa) È tutto vero. È un cambiamento radicale», dice Conte, «del quale siamo orgogliosi».Luca Telese<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-governo-5-giugno-senato-2575473215.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="astensione-lalleata-dei-gialloblu-e-il-governo-porta-a-casa-171-si" data-post-id="2575473215" data-published-at="1772192975" data-use-pagination="False"> Astensione l’alleata dei gialloblù e il governo porta a casa 171 sì Il governo guidato da Giuseppe Conte ha ottenuto la fiducia al Senato, con 171 voti favorevoli, 117 contrari e 25 astenuti. «Siamo disponibili a valutare in corso d'opera l'apporto di gruppi parlamentari che vorranno condividere il nostro cammino e aderire al contratto di governo». Chi continua a dipingere il professor Giuseppe Conte come un premier telecomandato dovrebbe convincersi del contrario semplicemente leggendo questo passaggio del discorso di ieri a Palazzo Madama. Conte non ha chiesto ad altri partiti il sostegno alla maggioranza Lega-M5s; non ha fatto appelli, non ha mostrato debolezza. Anzi: da buon professore, ha messo sotto esame chi al momento non ha ancora deciso se stare in maggioranza o all'opposizione, capovolgendo il tavolo di «trattativa» con Fratelli d'Italia. Il partito di Giorgia Meloni, con i suoi 18 senatori, si è astenuto sul voto di fiducia. La Meloni resta in panchina, pronta a puntellare la maggioranza, non solidissima ma neanche troppo traballante al Senato: ai 167 voti certi (58 della Lega e 109 del M5s, la maggioranza assoluta è a 161) si sono infatti già aggiunti altri 4 «sì», quelli di Maurizio Buccarella e Carlo Martelli, eletti nelle fila del M5s ma espulsi, e quelli di Ricardo Antonio Merlo e Adriano Cario, esponenti del gruppo Maie, eletti all'estero. Ieri si sono astenute anche le senatrici a vita Liliana Segre e Elena Cattaneo e 5 senatori delle Autonomie (Gianclaudio Bressa e Pier Ferdinando Casini hanno votato no). Un altro senatore a vita, Mario Monti, ha ipotizzato l'arrivo della troika: «Forse ci spera», ha replicato Matteo Salvini. Se la Meloni vuole entrare in maggioranza, quindi, dovrà sottoscrivere il contratto e superare l'esame di laurea con il professor Conte, che nella replica ha dimostrato di essere munito di eccellente abilità dialettica e efficace sagacia politica. Conte ha teso la mano alle Autonomie; ha citato il senatore di Forza Italia, Gaetano Quagliariello, che aveva annunciato il «no» alla fiducia aggiungendo che «nei confronti di questo governo non si debba avere un atteggiamento pregiudiziale»; ha riservato un passaggio a Ignazio La Russa, di Fdi, che lo aveva criticato perché non aveva mai pronunciato, nel discorso mattutino, la parola «patria»; in sostanza, ha seminato e irrigato, da consumato leader politico, quella «terra di mezzo» tra maggioranza e opposizione composta da circa 25 senatori, serbatoio di emergenza prezioso per garantire una navigazione tranquilla a Palazzo Madama. «Fratelli d'Italia si astiene», ha confermato il capogruppo Luca Ciriani, al momento della dichiarazione di voto, «non voterà la fiducia e non farà parte della maggioranza ma non farà il tifo perché il governo fallisca. L'atteggiamento che Fdi ha adottato in queste settimane difficili», ha aggiunto Ciriani, è imperniato al senso di responsabilità. Siamo stati disponibili a far nascere un governo politico senza chiedere nulla in cambio». «Le Autonomie si asterranno», ha detto la senatrice Julia Unterberger «come gesto di buona volontà per avviare il confronto nel merito». All'opposizione, come annunciato, si collocano Leu, il Pd e Forza Italia. I Dem per precisa scelta politica di Matteo Renzi, convinto in cuor suo di poter lucrare consensi, in futuro, nel caso in cui alle promesse elettorali di M5s e Lega non dovessero seguire i fatti. Forza Italia, invece, è allo sbando: l'esponente politico più «visibile» del partito di Silvio Berlusconi è ormai la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, che deve la sua elezione a Salvini e Luigi Di Maio. Quando Licia Ronzulli, braccio destro di Berlusconi, ha preso la parola per annunciare il «no» alla fiducia, rivolgendosi però con parole affettuose a Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, «l'amico Matteo, l'amico Giancarlo», la sensazione trasmessa è stata di estrema debolezza, di inarrestabile dissoluzione del berlusconismo. Molti, se non moltissimi, tra i parlamentari di Forza Italia eletti al Nord, sono pronti a passare con la Lega; l'europarlamentare Alessandra Mussolini, da parte sua, per giorni e giorni ha lanciato appelli al suo stesso partito perché cambiasse posizione votando «sì» alla fiducia, raccogliendo molti consensi, espressi naturalmente in privato. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-governo-5-giugno-senato-2575473215.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="di-maio-e-salvini-i-veri-portavoce-per-tutti-gli-altri-lordine-del-silenzio" data-post-id="2575473215" data-published-at="1772192975" data-use-pagination="False"> Di Maio e Salvini i veri portavoce. Per tutti gli altri l’ordine del silenzio La comunicazione si sa è molto importante, anzi fondamentale per qualsiasi partito politico o governo e anche stavolta la compagine governativa messa in piedi da Giuseppe Conte non farà eccezione. I leader leghista e grillino Matteo Salvini e Luigi Di Maio sanno bene che una buona gestione della comunicazione politica può fare la differenza: può consentire di aumentare il consenso dell'opinione pubblica quando le cose vanno bene e può limitare i danni quando le cose vanno male. Già, perché dalle parti di Lega e 5stelle, al di là dei proclami e delle parole d'ordine di propaganda, sanno benissimo che la strada per il successo sarà piena di difficoltà: i soldi sono pochi, le promesse molte per cui un'attenta gestione della comunicazione potrà aiutare e coadiuvare la vita del governo. Non per niente, a quanto si apprende, sono già stati impartiti ordini ben precisi a tutte le «maestranze», gli staff che andranno a lavorare con i ministri: per ora e per qualche tempo ancora niente interviste ufficiali, autorizzati a parlare saranno solo Luigi Di Maio e Matteo Salvini, saranno loro i veri portavoce del governo. Saranno loro a dare in tempo reale la linea politica e a dover far percepire all'opinione pubblica il cambiamento, loro che sono i più popolari e al vertice del gradimento tra la gente. Anche le uscite stampa del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, verranno centellinate per non bruciarlo. Tutti i ministri, almeno in una prima fase, fintanto che non si saranno ambientati ed avranno elaborato dei propri programmi dovranno, obtorto collo, stare a guardare. Molti sono inesperti ed alle prime armi per cui è meglio essere accorti e soppesare bene le parole. Gli ordini venuti dall'alto sono ben precisi: evitare gaffe ad ogni costo perché «i giornalisti con noi saranno più severi che con gli altri governi. Ricordatevi che avremo tutti i giornali contro» questo è il mantra che si ripete tra i comunicatori gialloblù. Per questo a tutti i ministri pro quota la maggioranza di governo si sta premurando di assegnare giovani e solerti addetti stampa e sono già cominciate le riunioni: «Non bisogna perdere tempo perché è soprattutto in questa fase di passaggio dal vecchio al nuovo governo che possono arrivare i maggiori pericoli da parte della stampa. D'altra parte i giornaloni non ci hanno mai sopportato e sappiamo benissimo che non ci faranno sconti. Per cui bisogna tenersi pronti. Staremo attentissimi sia alla carta stampata che alle presenze televisive, tutto verrà filtrato dai vertici della comunicazione pentastellata e leghista. Nulla sarà lasciato al caso», si fa osservare. L'obiettivo è quello di far passare forte il messaggio del «governo del cambiamento» anche se i soldi per fare tutto non ci sono e un vero cambiamento potrà avvenire solo nel corso degli anni. Il punto però è che l'opinione pubblica attende risultati a breve. Ma c'è un altro importante obiettivo che si cercherà di ottenere attraverso un'attenta gestione della comunicazione governativa, spiegano fonti pentastellate; nel medio periodo servirà a fare da apripista prima e a coadiuvare poi, la possibilità di un restyling nei vertici del Movimento con l'istituzione di un una sorta di nuovo direttorio, più allargato rispetto a quello a 5 nato nel 2014, che affianchi Di Maio - superministro e vice premier - nella direzione del Movimento. Così come nella Lega, si punta sull'attenta gestione della comunicazione del governo per fare da battistrada alla definitiva conquista del centrodestra da parte delle truppe di via Bellerio. Insomma, sarà necessario sezionare il contratto di governo e farlo divenire narrazione, farlo diventare un vero e proprio percorso facendo in modo che all'opinione pubblica arrivi sempre il messaggio giusto, senza incertezze e sbavature anche se «al momento non sappiamo se faremo un progetto per i primi 100 giorni come hanno fatto tutti i governi in passato. La cosa non ci attrae molto perché vorremmo essere giudicati al termine dell'esperienza governativa e non nel giro di pochi mesi» trapela da ambienti gialloblù. Sicuramente, almeno fino a settembre ci sarà la luna di miele con gli italiani poi da ottobre, con la legge di Bilancio, si comincerà a fare sul serio. Bisognerà passare dalla comunicazione urlata e antisistema a quella più sobria delle responsabilità senza per questo svilire il forte messaggio di cambiamento. Questa è la sfida da vincere a tutti i costi. Insomma, ci sarà molto lavoro da fare per Iva Garibaldi, portavoce di Matteo Salvini, e Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte. Un grande lavoro li attende. Marco Antonellis
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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