La-la-Land(ini): Oscar come migliore attore mai protagonista, se non per i giornali e i talk show «amici».
Maurizio «Lundini»: una personalità celebrata e amata dai media mainstream, ma decisamente «di nicchia», come il comico Valerio Lundini.
Landini. Referendum ergo sum.
Vince comunque, anche se li perde (senza imparare, perché non è Nelson Mandela).
Come? Speculando sui 15 milioni andati alle urne per abolire il Jobs Act - ma solo 13 milioni a favore del Sì - nel giugno 2025.
Una sonora sconfitta, visto il quorum non raggiunto?
Macché.
Dalle sue parti ci si intestò il risultato perché superiore a quello dei quattro partiti di centrodestra alle politiche 2022 (raccolsero un po’ più di 12 milioni di voti).
«Ariconsolate co’ l’aglietto» ironizzano a Trastevere, quando ci si accontenta di un ripiego.
Landini si è poi appuntato la coccarda della vittoria del No al referendum sulla giustizia «in difesa della nostra Costituzione».
Una posizione à la carte sulla Carta, visto che quando si è trattato di applicare l’art. 39 i sindacati (tutti) hanno sempre fatto le barricate.
Quell’articolo garantisce la libertà di organizzazione sindacale ma stabilisce anche che i sindacati devono essere «registrati» per ottenere personalità giuridica.
Indovinate un po’? La prescrizione è rimasta lettera morta.
La registrazione sarebbe una forma di controllo, quindi nisba.
Sicché ogni sindacato fa un po’ come crede.
Arrivando al «paradosso Landini».
Che lascerà la guida della Cgil al congresso del gennaio prossimo, avendo terminato il secondo mandato.
Ma gli è - ha annotato provocatoriamente Aldo Torchiaro sul Riformista - che Landini parrebbe essere segretario a dispetto dello Statuto della stessa Cgil.
«Una regola vieta di rivestire cariche dirigenziali a chi è in età pensionabile, all’art. 7.1.7 del documento votato dall’Assemblea generale del luglio 2023 si legge: “Al fine di favorire il ricambio dei gruppi dirigenti, nel caso di pensione anticipata è possibile la conclusione dei cicli di mandato in essere (due, per un massimo di otto anni); in ogni caso il mandato esecutivo termina al compimento del 65° anno di età. Nel caso di pensione di vecchiaia il mandato elettivo termina di norma al compimento del 65° anno di età”».
Senza contare che Landini ha raccontato di aver iniziato a lavorare regolarmente (e in regola) fin dal 1976, a 15 anni, come apprendista saldatore in un’azienda metalmeccanica, quando è stato eletto nel 2019 aveva già 43 anni di contributi, nel 2023 47.
Ma visto che il leader della Cgil compirà 65 anni il prossimo agosto, ed è tecnicamente «pensionabile», come farà a rimanere in sella fino al 2027?
Ora: noi non pensiamo che Landini sia un «abusivo», sarà intervenuta una deroga o una proroga, anche perché la decadenza automatica non è prevista.
Ma non sarebbe il caso di rendere tale procedura trasparente, soprattutto per gli iscritti?
Landini. Professione collaterale: gradito ospite de La7, dove gli lasciano tenere dei monologhi.
Del resto, Landini fa tutto lui perché non ha più un portavoce.
Ha messo alla porta Massimo Gibelli, assunto nel 1983 come addetto stampa socialista nella Cgil piemontese guidata da Fausto Bertinotti.
Poi portavoce storico di Sergio Cofferati.
Quindi di Susanna Camusso.
Infine, per un periodo più breve, dello stesso Landini.
Che nel 2023 lo ha licenziato in tronco «per giustificato motivo oggettivo», ovvero la riorganizzazione di tutto il comparto della comunicazione.
Gibelli costava 55.000 euro lordi annui, che non sono bruscolini.
Giusto (per la cronaca: Gibelli fece ricorso, è finita con un «accordo di conciliazione» tra le parti).
Da quel momento a occuparsi del settore è stata Futura srl, società controllata dalla Cgil e che non ha brillato quanto a performance: nel 2023 un fatturato di quasi 3,5 milioni di euro, sceso a circa 3 nel 2024, con perdite di 3,1 milioni di euro diventati, nel 2024, 4,7 milioni.
Open.online, 10 luglio 2025: «In questo momento la società del primo sindacato italiano si è mangiata gran parte delle riserve patrimoniali accumulate in questi anni grazie ai continui apporti di capitale arrivati dalla Cgil».
E dire che ad assistere la Cgil c’è un’agenzia che va forte nel marketing strategico, Assist Group, fondato da Gianni Prandi: la stessa Futura è nata dopo che Assist Group aveva fornito al sindacato Futura Lab, una piattaforma per gestire eventi e campagne mediatiche.
Webpressvalue.com: «Prandi è riuscito a ridisegnare il mondo della comunicazione, puntando sull’integrazione con Big Data e nuove tecnologie, partendo da San Polo d’Enza, sull’Appennino tosco-emiliano».
Che poi sarebbe il paesello dove Landini è venuto al mondo, ma chi siamo noi per inzigare sulla coincidenza?
«Prandi lavora gratis!» ha specificato Landini, senza cioè nemmeno il salario minimo che quei fascistoni al governo non vogliono (il fatto che poi in certi contratti siglati dalla stessa Cgil sia stata prevista una paga oraria inferiore ai 5 euro è un dettaglio).
Certo, visto che Futura nasce con una dote conferita dalla Cgil di quasi un milione di euro, possiamo dire che forse non tutto ha girato per il verso giusto?
E che aver definito l’ex portavoce «un lusso» che non ci si poteva più permettere, appare dunque curioso?
Vero è che i rapporti tra i due non sono mai stati buoni, ha ricordato Il Sole 24O re: «Fu proprio Gibelli nel 2015, quando era portavoce di Camusso, a scrivere un duro tweet sull’allora segretario della Fiom che pensava a una “coalizione sociale”: “Se Maurizio vuole scendere in politica tutti i nostri auguri, ma il sindacato, @fiomnet è altra cosa”».
Si dirà: non è prassi usuale vedere un sindacato licenziare come una qualsiasi azienda «padronale» ma perché stupirsi?
Dalle parti della Cgil, le stravaganze non sono una novità, demonizza ciò che poi utilizza, vedi alla voce «voucher», i controversi buoni-lavoro.
Dal Sole 2 4Ore dell’11 gennaio 2017: «Tito Boeri contro la Cgil: li ha usati per 750.000 euro», con il già presidente dell’Inps che rimproverava alla Cgil «l’ipocrisia» di chi predica bene - promuovendo un referendum «contro» - per poi razzolare male. A stretto giro arrivò la replica «stizzita» del sindacato: la somma è servita in effetti a pagare 600 pensionati per prestazioni di lavoro occasionali, ma «non c’è alcuna esplosione del fenomeno, che continua ad essere limitato», vabbè.
Senza dimenticare quanto riportato da Marco Bianchi su Italia Oggi del 9 dicembre 2025: «Scandalo Cgil: 6 milioni di stipendi e contributi evaporati. In Sicilia il sindacato affronta un cratere contabile, tra stipendi non pagati e contributi previdenziali scomparsi. Mentre denuncia lo sfruttamento, dimentica i suoi obblighi verso i lavoratori».
Landini. L’uomo che nel 2019 da neoeletto segretario spiegò a Repubblica la sua idea di «un solo sindacato per il lavoro». Sette anni dopo, possiamo dire che le tre organizzazioni non sono state mai lontane come oggi?
Landini. L’uomo che ha «cobasizzato» la Cgil (così Dario Di Vico sul Foglio del 12 dicembre scorso).
«Più lotta politica che sindacalismo, più piazza che contrattazione, più coalizione sociale che unità sindacale».
Landini. L’uomo che ha schierato il suo sindacato a fianco dei ProPal, della Flotilla e di tutti i flotilleros.
Solo che la Cgil è andata in piazza il 19 settembre (un venerdì, e come ti sbagli?), e l’adesione è stata così così.
Perché la vera astensione dal lavoro c’è stata il 22 settembre, quando la mobilitazione nazionale è stata indetta dall’Usb, Unione sindacale di base.
Dario Di Vico: «Landini in queste settimane è riuscito in una sorta di miracolo mediatico: ha fatto dimenticare al grande pubblico di aver organizzato i referendum flop sul lavoro. E ha continuato a rilasciare interviste da guru come se niente fosse accaduto. Stavolta però la batosta gli arriva da un fronte inatteso».
Landini. L’uomo che ha promosso il boicottaggio dei prodotti della Teva, multinazionale israeliana del farmaco.
Prima, la dura presa di posizione, con la Cgil a fianco dei «lavoratori della sanità che ripudiano la guerra e rivendicano il diritto a non essere complici» della Teva: «È un nostro dovere etico, come sanitari e come sindacato, aderire al boicottaggio».
Poi, la cupa preoccupazione, con la Cgil a fianco delle maestranze degli stabilimenti italiani, avendo l’azienda comunicato «un calo di commesse produttive per i siti italiani: solo la fabbrica di Villanterio ha avuto un crollo degli ordinativi del 40%».
Post hoc, propter hoc: lasciare le merci sugli scaffali ha come conseguenza il taglio dei posti di lavoro.
Mattia Feltri: «Qualcuno ci rimetterà lo stipendio. Questa storia è talmente, drammaticamente perfetta, che mi risparmierò la piccola viltà di una conclusione ironica o sarcastica».
Landini come Tafazzi.
E persino il Franti che è in me non crede ci sia bisogno di aggiungere altro.