2021-02-14
Lussino: la guerra dell'isola dei Marò
Attacco aereo sull'isola di Lussino, dove erano dislocati i marò X-Mas trucidati nel 1945 (courtesy Tinus le Roux)
Nei giorni in cui i Marò della Decima Flottiglia Mas presero servizio sull'isola di Lussino nel Quarnaro meridionale, la guerra era quasi finita e l'esito del conflitto ormai deciso.
Era infatti già il febbraio del 1945 quando il contingente di fanteria di marina fu dislocato in parte nell'abitato di Neresine, e in parte nella località costiera di Zabodaski dove vi era una postazione difensiva con artiglieria contraerea Flak-Ar.Co (artiglieria contraerea).
I circa quaranta Marò facevano parte della 40a Compagnia Autonoma "Adriatica", costituita il 1° dicembre 1944 a Ravenna e comandata dal Tenente di Vascello Enrico Giannelli. Si trattava, come altre, di una compagnia non rientrante nelle due principali divisioni della Decima Mas ma di piccoli nuclei destinati principalmente al presidio e alla difesa territoriale. La loro breve storia operativa li vide spostarsi dal litorale ravennate inizialmente a Trieste presso lo Scalo Legnami e quindi a Fiume nel gennaio del 1945, circondati dalla diffidenza degli alleati germanici. Quando arrivarono sull'isola di Lussino, collegata da un breve ponte al paese di Ossero sull'isola di Cherso, trovarono i marinai tedeschi della Kriegsmarine e un contingente di Alpenjaeger (gli alpini della Wehrmacht) a presidiare le due fortificazioni della Grande Guerra del Forte Asino e Monte Asinello dove era una postazione di artiglieria e una stazione radar. Parte dei Marò si stabilì a Neresine occupando l'ex caserma dei Carabinieri in via Maddalena. I compiti a loro assegnati erano sostanzialmente di sorveglianza alle strutture del porto. Assieme ai tedeschi, gli uomini della Decima trovarono un altro piccolo presidio italiano, formato da soldati della Compagnia Autonoma "Tramontana" della Milizia Difesa Territoriale della Gnr (l'esercito della Repubblica di Salò) di stanza a Cherso con un piccolo nucleo di aggregati a Lussinpiccolo. Quando gli uomini dell'Adriatica entrarono in servizio, le isole del Quarnaro ancora in mano alle forze dell'Asse erano ormai circondate dal dilagare delle unità partigiane di Josif Broz "Tito" e dalla costante minaccia di uno sbarco alleato per mano della Royal Navy. L'isola inoltre era stata fatta bersaglio di numerosi bombardamenti aerei sin dall'anno precedente. Ma le sofferenze di Lussino e di Cherso erano iniziate molto prima che lo sparuto gruppo di fanti di Marina toccasse il suolo dell'Isola.
Il lungo incubo di Lussino: dal 1941 al 1943
L'equilibrio nelle isole dell'Alto Adriatico annesse all'Italia si spezzò già nell'aprile del 1941 quando il capo degli ustascia croati Ante Paveliç, con l'appoggio di Hitler, diede vita allo Stato indipendente di Croazia lasciando gli italiani soltanto nella zona del litorale Adriatico (Quarnaro, Dalmazia) e in parte del territorio sloveno. Mussolini, che in precedenza aveva fatto arrestare Paveliç per la sua attività anti-italiana, dovette accettare obtorto collo le condizioni imposte da Berlino che di fatto davano vita ad un'entità che minacciava direttamente le zone storicamente sotto il protettorato italiano, dove viveva una consistente popolazione di lingua ed etnìa italiana. Il capo del fascismo reagì inizialmente nazionalizzando le imprese dei Croati rimasti nei territori controllati da Roma e dando una spinta all'italianizzazione della zona, con una scelta di opzioni simile a quella messa in atto in Alto Adige per gli abitanti di lingua tedesca. Dall'altra parte Paveliç ebbe via libera per attuare la pulizia etnica soprattutto dei Serbi, che assieme ad ebrei e oppositori politici furono sterminati nei campi di concentramento croati. Contro il regime ustascia andarono formandosi gruppi di resistenza di etnia e ideologia contrapposte. Da un lato i Cetnici, vale a dire i Serbi fedeli alla monarchia dell'esiliato re Pietro II e dall'altro le formazioni comuniste guidate dal maresciallo Josif Broz "Tito". La lotta tra le tre forze si tradusse in frequenti fatti di sangue anche nei territori sotto il controllo italiano, fatto che spinse Mussolini a inviare in Jugoslavia la Seconda Armata guidata prima dal generale Ambrosio e poi da Roatta, con la quale scelsero di collaborare i Cetnici tradizionalmente anticomunisti. Le sconfitte italiane nei Balcani ed in Grecia ridussero tuttavia le capacità di controllo del territorio da parte del Regio Esercito a tutto vantaggio dei partigiani di Tito che, con il determinante aiuto logistico britannico, presero possesso di una parte importante dell'entroterra croato. Tra il 25 luglio 1943 e dopo l'armistizio, le forze italiane nell'Alto Adriatico furono soggette allo sbandamento generale che le accomunò al resto del Regio Esercito ed Ante Paveliç ne approfittò per annunciare la volontà di annessione allo Stato di Croazia dei territori del litorale fino all'Istria. Nel periodo immediatamente successivo all' 8 settembre a Lussino si era rifugiato un gruppo di circa trecento Cetnici con le famiglie, nella speranza i trovare rifugio tra gli italiani che ancora popolavano l'isola. Tito intervenne tempestivamente per assestare un colpo alle forze partigiane avversarie, sia per la loro filo-italianità che per l'occhio di riguardo che Churchill ebbe inizialmente nei loro confronti in quanto forza di contrasto all'avanzata dei partigiani comunisti. La speranza di poter tenere il caposaldo dell'isola si tramutò in un bagno di sangue poco dopo, quando un contingente di partigiani titini compì il primo sbarco a Lussino il 24 settembre 1943. Soltanto alcuni riuscirono a salvarsi imbarcandosi su in piroscafo diretto verso la costa marchigiana, mentre circa 190 tra uomini, donne e bambini furono trucidati con metodi atroci (squartati vivi sulle spiagge oppure affogati vivi dopo essere stati legati in gruppo con filo di ferro e pesi). Il terrore durò un mese, prima della ripresa dell'isola seguita alla controffensiva tedesca che diede vita all'Operazione Litorale Adriatico (OZAK).
Gli ultimi mesi prima della tragedia di Lussino
Le isole del Quarnaro furono riconquistate nell'operazione Wolkenbruch (Nubifragio) coordinata dal generale delle SS Paul Hausser con l'ausilio delle divisioni corazzate. I tedeschi fucilarono tutti i titini ancora presenti a Lussino, che ritornò in mano germanica senza più alcuna presenza militare degli italiani. Era il novembre del 1943, e il presidio armato dell'isola fu mantenuto per contrastare l'ipotesi di un imminente sbarco alleato dal momento che la marina britannica e quella degli Stati Uniti erano di nuovo libere dopo l'impegno nello sbarco in Sicilia. La presa tedesca di Lussino, seguita da una breve incursione di commandos britannici per studiare un possibile sbarco, fu annunciata da un bombardamento di idrovolanti Arado 196 decollati da Pola che distrusse i collegamenti radio dei titini sul monte Asino. Lo sbarco della Kriegsmarine determinò lo status quo di Lussino per tutto il 1944, mentre i britannici cominciavano a organizzare la massiccia campagna di aiuti ai partigiani titini che Churchill dovette assecondare e accettare anche per le pressioni dell'alleato Stalin e per non acuire i contrasti con la strategia americana che diede la priorità allo sbarco in Normandia. Coordinato dalla Balkan Air Force (la forza aeronavale britannica con aeroporti nell'Italia meridionale e base navale a Lissa) il piano strategico contribuì in modo determinante al rifornimento di armi ai comunisti titini, parallelamente alle azioni di bombardamento delle linee di comunicazione in territorio nemico nelle quali furono incluse le isole del Quarnaro. Il dominio dell'aria alleato era pressoché incontrastato, dato che la Luftwaffe era praticamente sparita dai cieli dell'Adriatico avendo soltanto un centinaio di apparecchi non tutti in piena efficienza, mentre le navi della Regia Marina si erano quasi tutte consegnate agli Alleati dopo l'armistizio. I tedeschi tuttavia riuscirono a utilizzare alcune navi italiane superstiti e terminarono quelle nei cantieri di Trieste recuperando alcuni Mas. Alcune fonti segnalarono la presenza a Cherso e Lussino di minisommergibili costruiti anch'essi nei cantieri triestini, ai quali si affiancarono motoscafi-bomba e pescherecci requisiti e armati usati come esca per il nemico. Da parte alleata, dall'aeroporto pugliese di Biferno cominciarono a decollare le formazioni di bombardieri Bristol Beaufighter del No.16 e 19 Squadron SAAF (South African Air Force) che martellarono Lussino a partire dall'autunno del 1944 con incursioni violente e ravvicinate, mirate soprattutto alla neutralizzazione delle installazioni difensive e delle batterie costiere dell'isola, oltre che all'affondamento del naviglio nemico individuato nelle cale e nelle spiagge. Contemporaneamente i britannici della SBS (Special Boats Service) organizzarono numerose incursioni nell'Alto Adriatico pensate come azioni diversive per tenere impegnate le forze di difesa costiera e il naviglio tedesco, simulando sbarchi o ingaggiando rapidi scontri a fuoco. Siamo nel dicembre 1944, poco prima dell'arrivo dei Marò dell'Adriatica e la fase della pressione su Lussino era ormai in uno stato avanzato, con gli alleati che avevano occupato la vicina isola di Isto ed i titini che avanzavano senza sosta nell'entroterra. Lussino diventava così un avamposto, dove la Kriegsmarine concentrò le forze navali rimaste, fatto che generò l'intensificazione dei bombardamenti, che tra la fine del 1944 e i primi mesi del 1945 raggiunsero un totale di 90 incursioni.
Nei giorni in cui i Marò della Decima misero piede sull'isola, Lussino era allo stremo. Gran parte della popolazione civile era sfollata e anche le forze di difesa terrestre germaniche erano ridotte all'osso. La Compagnia Adriatica si trovò a difendere Lussino con un piccolo gruppo di tedeschi e con sette militi del "Tramontana" distaccati dal comando di Cherso, che contava in totale un centinaio di uomini. Sbarcati in una quarantina, i fanti di marina si avvicendavano tra il servizio alla caserma di Neresine e i turni alla postazione costiera di Zabodarski. Mentre sulle loro teste pioveva il fuoco degli incursori della Raf, il 17 aprile 1945 i partigiani comunisti di Tito sbarcavano da LCG (mezzi da sbarco leggeri) della Royal Navy occupando Pago, Arbe e Veglia. Da qui fu organizzato il colpo mortale alle ultime due isole rimaste in mano alle forze dell'Asse, Cherso e Lussino. Già la notte del 18 aprile alcuni commandos britannici sbarcarono in prossimità di Ossero per impedire ai tedeschi di far saltare il ponte mobile che collegava le due isole. Era il preludio dello sbarco iniziato alle ore 4:30 del 20 aprile 1945, preceduto da un intenso bombardamento da parte dei B-26 Marauder del No.39 Squadron Raf che investì anche la postazione di Zabodarski, tanto che gli uomini di servizio ai pezzi si salvarono a stento gettandosi in mare. La testa di sbarco si stabilì nelle rade nord-orientali e vide l'invasione da parte di un forte contingente di 4.586 partigiani titini coperti dalle navi da guerra della Royal Navy che incrociavano a breve distanza dalla costa. Entrati in Cherso, gli Jugoslavi non trovarono quasi resistenza e in poco tempo si avvicinarono all'abitato di Ossero mentre in parte le guarnigioni tedesche riuscirono ad abbandonare l'isola e a fuggire. A Cherso furono catturati e passati per le armi i militi del Tramontana che avevano cercato di opporre breve resistenza all'urto delle forze sbarcate la notte del 20 aprile. Quindi i titini, vestiti con le divise britanniche, diressero verso Lussino dove si trovavano i Marò e i militi della Gnr aggregati. I 22 uomini dell'Adriatica di Neresine si asserragliarono nella caserma di via Maddalena e tentarono l'ultima, disperata resistenza mentre i titini attaccavano gli ultimi tedeschi che difendevano le batterie del Forte Asino, uccidendone molti e facendo prigionieri i pochi sopravvissuti. Al presidio di Zabodalski, quello con i pezzi contraerei, la battaglia con i titini durò fino alle 14, quando i Marò di turno comandati dal guardiamarina Cesare Foti si arresero consegnando le armi assieme ad altri 6 militi del Tramontana. Furono portati a piedi verso Ossero, dove i partigiani li custodirono all'interno della ex casermetta della Gnr. Due giorni più tardi furono imbarcati alla volta del campo di concentramento di Tivat. Durante il viaggio alcuni dei prigionieri furono fatti sparire mentre i superstiti, dopo mesi di lavori forzati a ripristinare le linee di comunicazione, furono soltanto tre. La sorte peggiore toccò ai Marò di Neresine. Circondati dalle forze partigiane, ingaggiarono un breve ma intenso conflitto a fuoco che terminò con l'esaurimento delle munizioni. Mentre i titini perdevano uno dei loro uomini, si consumò la tragedia del comandante del gruppo, Sottocapo di Batteria Costiera Mario Sartori da Genova. Per non cadere nelle mani dei titini si suicidò con l'ultimo colpo rimasto in canna. Il suo corpo sarà seppellito nel cimitero di Ossero e riportato a Genova soltanto nel 1974. I Marò, presi prigionieri, furono tradotti da Neresine a Ossero dove dopo una notte di prigionia nella casa parrocchiale furono portati presso il muro perimetrale del cimitero. All'1:30 del pomeriggio del 22 aprile 1945 furono tutti passati per le armi e ricoperti da un sottile strato di terra. Furono alcuni abitanti di Ossero ad interrarli in una fossa più profonda e protetta dalla calce in una fossa comune che li inghiottì assieme a sei militi Gnr. Fino alla loro riesumazione nel 2019 dalla fossa a lato del cimitero e la successiva traslazione al Sacrario dei Caduti d'Oltremare di Bari in attesa che il progresso scientifico a 75 anni di distanza dall'eccidio possa dare un nome ai loro resti.
From Your Site Articles
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
Il 20 aprile 1945 le isole di Cherso e Lussino, nell'Alto Adriatico, furono invase dai partigiani di Tito scesi dalle navi da sbarco britanniche. Sull'isola di Lussino era presente un piccolo contingente della Decima Mas a scopo di presidio. Due giorni più tardi saranno trucidati ad Ossero (Cherso) e interrati in una fossa comune. Nel 2019 i loro resti sono stati riesumati e traslati nel Sacrario Militare dei caduti d'Oltremare di Bari in attesa che la scienza restituisca un nome ai loro resti. Ripercorriamo le drammatiche vicende che interessarono l'isola di Lussino dal 1941 al 1945. Nei giorni in cui i Marò della Decima Flottiglia Mas presero servizio sull'isola di Lussino nel Quarnaro meridionale, la guerra era quasi finita e l'esito del conflitto ormai deciso. Era infatti già il febbraio del 1945 quando il contingente di fanteria di marina fu dislocato in parte nell'abitato di Neresine, e in parte nella località costiera di Zabodaski dove vi era una postazione difensiva con artiglieria contraerea Flak-Ar.Co (artiglieria contraerea).I circa quaranta Marò facevano parte della 40a Compagnia Autonoma "Adriatica", costituita il 1° dicembre 1944 a Ravenna e comandata dal Tenente di Vascello Enrico Giannelli. Si trattava, come altre, di una compagnia non rientrante nelle due principali divisioni della Decima Mas ma di piccoli nuclei destinati principalmente al presidio e alla difesa territoriale. La loro breve storia operativa li vide spostarsi dal litorale ravennate inizialmente a Trieste presso lo Scalo Legnami e quindi a Fiume nel gennaio del 1945, circondati dalla diffidenza degli alleati germanici. Quando arrivarono sull'isola di Lussino, collegata da un breve ponte al paese di Ossero sull'isola di Cherso, trovarono i marinai tedeschi della Kriegsmarine e un contingente di Alpenjaeger (gli alpini della Wehrmacht) a presidiare le due fortificazioni della Grande Guerra del Forte Asino e Monte Asinello dove era una postazione di artiglieria e una stazione radar. Parte dei Marò si stabilì a Neresine occupando l'ex caserma dei Carabinieri in via Maddalena. I compiti a loro assegnati erano sostanzialmente di sorveglianza alle strutture del porto. Assieme ai tedeschi, gli uomini della Decima trovarono un altro piccolo presidio italiano, formato da soldati della Compagnia Autonoma "Tramontana" della Milizia Difesa Territoriale della Gnr (l'esercito della Repubblica di Salò) di stanza a Cherso con un piccolo nucleo di aggregati a Lussinpiccolo. Quando gli uomini dell'Adriatica entrarono in servizio, le isole del Quarnaro ancora in mano alle forze dell'Asse erano ormai circondate dal dilagare delle unità partigiane di Josif Broz "Tito" e dalla costante minaccia di uno sbarco alleato per mano della Royal Navy. L'isola inoltre era stata fatta bersaglio di numerosi bombardamenti aerei sin dall'anno precedente. Ma le sofferenze di Lussino e di Cherso erano iniziate molto prima che lo sparuto gruppo di fanti di Marina toccasse il suolo dell'Isola.Il lungo incubo di Lussino: dal 1941 al 1943L'equilibrio nelle isole dell'Alto Adriatico annesse all'Italia si spezzò già nell'aprile del 1941 quando il capo degli ustascia croati Ante Paveliç, con l'appoggio di Hitler, diede vita allo Stato indipendente di Croazia lasciando gli italiani soltanto nella zona del litorale Adriatico (Quarnaro, Dalmazia) e in parte del territorio sloveno. Mussolini, che in precedenza aveva fatto arrestare Paveliç per la sua attività anti-italiana, dovette accettare obtorto collo le condizioni imposte da Berlino che di fatto davano vita ad un'entità che minacciava direttamente le zone storicamente sotto il protettorato italiano, dove viveva una consistente popolazione di lingua ed etnìa italiana. Il capo del fascismo reagì inizialmente nazionalizzando le imprese dei Croati rimasti nei territori controllati da Roma e dando una spinta all'italianizzazione della zona, con una scelta di opzioni simile a quella messa in atto in Alto Adige per gli abitanti di lingua tedesca. Dall'altra parte Paveliç ebbe via libera per attuare la pulizia etnica soprattutto dei Serbi, che assieme ad ebrei e oppositori politici furono sterminati nei campi di concentramento croati. Contro il regime ustascia andarono formandosi gruppi di resistenza di etnia e ideologia contrapposte. Da un lato i Cetnici, vale a dire i Serbi fedeli alla monarchia dell'esiliato re Pietro II e dall'altro le formazioni comuniste guidate dal maresciallo Josif Broz "Tito". La lotta tra le tre forze si tradusse in frequenti fatti di sangue anche nei territori sotto il controllo italiano, fatto che spinse Mussolini a inviare in Jugoslavia la Seconda Armata guidata prima dal generale Ambrosio e poi da Roatta, con la quale scelsero di collaborare i Cetnici tradizionalmente anticomunisti. Le sconfitte italiane nei Balcani ed in Grecia ridussero tuttavia le capacità di controllo del territorio da parte del Regio Esercito a tutto vantaggio dei partigiani di Tito che, con il determinante aiuto logistico britannico, presero possesso di una parte importante dell'entroterra croato. Tra il 25 luglio 1943 e dopo l'armistizio, le forze italiane nell'Alto Adriatico furono soggette allo sbandamento generale che le accomunò al resto del Regio Esercito ed Ante Paveliç ne approfittò per annunciare la volontà di annessione allo Stato di Croazia dei territori del litorale fino all'Istria. Nel periodo immediatamente successivo all' 8 settembre a Lussino si era rifugiato un gruppo di circa trecento Cetnici con le famiglie, nella speranza i trovare rifugio tra gli italiani che ancora popolavano l'isola. Tito intervenne tempestivamente per assestare un colpo alle forze partigiane avversarie, sia per la loro filo-italianità che per l'occhio di riguardo che Churchill ebbe inizialmente nei loro confronti in quanto forza di contrasto all'avanzata dei partigiani comunisti. La speranza di poter tenere il caposaldo dell'isola si tramutò in un bagno di sangue poco dopo, quando un contingente di partigiani titini compì il primo sbarco a Lussino il 24 settembre 1943. Soltanto alcuni riuscirono a salvarsi imbarcandosi su in piroscafo diretto verso la costa marchigiana, mentre circa 190 tra uomini, donne e bambini furono trucidati con metodi atroci (squartati vivi sulle spiagge oppure affogati vivi dopo essere stati legati in gruppo con filo di ferro e pesi). Il terrore durò un mese, prima della ripresa dell'isola seguita alla controffensiva tedesca che diede vita all'Operazione Litorale Adriatico (OZAK).Gli ultimi mesi prima della tragedia di LussinoLe isole del Quarnaro furono riconquistate nell'operazione Wolkenbruch (Nubifragio) coordinata dal generale delle SS Paul Hausser con l'ausilio delle divisioni corazzate. I tedeschi fucilarono tutti i titini ancora presenti a Lussino, che ritornò in mano germanica senza più alcuna presenza militare degli italiani. Era il novembre del 1943, e il presidio armato dell'isola fu mantenuto per contrastare l'ipotesi di un imminente sbarco alleato dal momento che la marina britannica e quella degli Stati Uniti erano di nuovo libere dopo l'impegno nello sbarco in Sicilia. La presa tedesca di Lussino, seguita da una breve incursione di commandos britannici per studiare un possibile sbarco, fu annunciata da un bombardamento di idrovolanti Arado 196 decollati da Pola che distrusse i collegamenti radio dei titini sul monte Asino. Lo sbarco della Kriegsmarine determinò lo status quo di Lussino per tutto il 1944, mentre i britannici cominciavano a organizzare la massiccia campagna di aiuti ai partigiani titini che Churchill dovette assecondare e accettare anche per le pressioni dell'alleato Stalin e per non acuire i contrasti con la strategia americana che diede la priorità allo sbarco in Normandia. Coordinato dalla Balkan Air Force (la forza aeronavale britannica con aeroporti nell'Italia meridionale e base navale a Lissa) il piano strategico contribuì in modo determinante al rifornimento di armi ai comunisti titini, parallelamente alle azioni di bombardamento delle linee di comunicazione in territorio nemico nelle quali furono incluse le isole del Quarnaro. Il dominio dell'aria alleato era pressoché incontrastato, dato che la Luftwaffe era praticamente sparita dai cieli dell'Adriatico avendo soltanto un centinaio di apparecchi non tutti in piena efficienza, mentre le navi della Regia Marina si erano quasi tutte consegnate agli Alleati dopo l'armistizio. I tedeschi tuttavia riuscirono a utilizzare alcune navi italiane superstiti e terminarono quelle nei cantieri di Trieste recuperando alcuni Mas. Alcune fonti segnalarono la presenza a Cherso e Lussino di minisommergibili costruiti anch'essi nei cantieri triestini, ai quali si affiancarono motoscafi-bomba e pescherecci requisiti e armati usati come esca per il nemico. Da parte alleata, dall'aeroporto pugliese di Biferno cominciarono a decollare le formazioni di bombardieri Bristol Beaufighter del No.16 e 19 Squadron SAAF (South African Air Force) che martellarono Lussino a partire dall'autunno del 1944 con incursioni violente e ravvicinate, mirate soprattutto alla neutralizzazione delle installazioni difensive e delle batterie costiere dell'isola, oltre che all'affondamento del naviglio nemico individuato nelle cale e nelle spiagge. Contemporaneamente i britannici della SBS (Special Boats Service) organizzarono numerose incursioni nell'Alto Adriatico pensate come azioni diversive per tenere impegnate le forze di difesa costiera e il naviglio tedesco, simulando sbarchi o ingaggiando rapidi scontri a fuoco. Siamo nel dicembre 1944, poco prima dell'arrivo dei Marò dell'Adriatica e la fase della pressione su Lussino era ormai in uno stato avanzato, con gli alleati che avevano occupato la vicina isola di Isto ed i titini che avanzavano senza sosta nell'entroterra. Lussino diventava così un avamposto, dove la Kriegsmarine concentrò le forze navali rimaste, fatto che generò l'intensificazione dei bombardamenti, che tra la fine del 1944 e i primi mesi del 1945 raggiunsero un totale di 90 incursioni. Nei giorni in cui i Marò della Decima misero piede sull'isola, Lussino era allo stremo. Gran parte della popolazione civile era sfollata e anche le forze di difesa terrestre germaniche erano ridotte all'osso. La Compagnia Adriatica si trovò a difendere Lussino con un piccolo gruppo di tedeschi e con sette militi del "Tramontana" distaccati dal comando di Cherso, che contava in totale un centinaio di uomini. Sbarcati in una quarantina, i fanti di marina si avvicendavano tra il servizio alla caserma di Neresine e i turni alla postazione costiera di Zabodarski. Mentre sulle loro teste pioveva il fuoco degli incursori della Raf, il 17 aprile 1945 i partigiani comunisti di Tito sbarcavano da LCG (mezzi da sbarco leggeri) della Royal Navy occupando Pago, Arbe e Veglia. Da qui fu organizzato il colpo mortale alle ultime due isole rimaste in mano alle forze dell'Asse, Cherso e Lussino. Già la notte del 18 aprile alcuni commandos britannici sbarcarono in prossimità di Ossero per impedire ai tedeschi di far saltare il ponte mobile che collegava le due isole. Era il preludio dello sbarco iniziato alle ore 4:30 del 20 aprile 1945, preceduto da un intenso bombardamento da parte dei B-26 Marauder del No.39 Squadron Raf che investì anche la postazione di Zabodarski, tanto che gli uomini di servizio ai pezzi si salvarono a stento gettandosi in mare. La testa di sbarco si stabilì nelle rade nord-orientali e vide l'invasione da parte di un forte contingente di 4.586 partigiani titini coperti dalle navi da guerra della Royal Navy che incrociavano a breve distanza dalla costa. Entrati in Cherso, gli Jugoslavi non trovarono quasi resistenza e in poco tempo si avvicinarono all'abitato di Ossero mentre in parte le guarnigioni tedesche riuscirono ad abbandonare l'isola e a fuggire. A Cherso furono catturati e passati per le armi i militi del Tramontana che avevano cercato di opporre breve resistenza all'urto delle forze sbarcate la notte del 20 aprile. Quindi i titini, vestiti con le divise britanniche, diressero verso Lussino dove si trovavano i Marò e i militi della Gnr aggregati. I 22 uomini dell'Adriatica di Neresine si asserragliarono nella caserma di via Maddalena e tentarono l'ultima, disperata resistenza mentre i titini attaccavano gli ultimi tedeschi che difendevano le batterie del Forte Asino, uccidendone molti e facendo prigionieri i pochi sopravvissuti. Al presidio di Zabodalski, quello con i pezzi contraerei, la battaglia con i titini durò fino alle 14, quando i Marò di turno comandati dal guardiamarina Cesare Foti si arresero consegnando le armi assieme ad altri 6 militi del Tramontana. Furono portati a piedi verso Ossero, dove i partigiani li custodirono all'interno della ex casermetta della Gnr. Due giorni più tardi furono imbarcati alla volta del campo di concentramento di Tivat. Durante il viaggio alcuni dei prigionieri furono fatti sparire mentre i superstiti, dopo mesi di lavori forzati a ripristinare le linee di comunicazione, furono soltanto tre. La sorte peggiore toccò ai Marò di Neresine. Circondati dalle forze partigiane, ingaggiarono un breve ma intenso conflitto a fuoco che terminò con l'esaurimento delle munizioni. Mentre i titini perdevano uno dei loro uomini, si consumò la tragedia del comandante del gruppo, Sottocapo di Batteria Costiera Mario Sartori da Genova. Per non cadere nelle mani dei titini si suicidò con l'ultimo colpo rimasto in canna. Il suo corpo sarà seppellito nel cimitero di Ossero e riportato a Genova soltanto nel 1974. I Marò, presi prigionieri, furono tradotti da Neresine a Ossero dove dopo una notte di prigionia nella casa parrocchiale furono portati presso il muro perimetrale del cimitero. All'1:30 del pomeriggio del 22 aprile 1945 furono tutti passati per le armi e ricoperti da un sottile strato di terra. Furono alcuni abitanti di Ossero ad interrarli in una fossa più profonda e protetta dalla calce in una fossa comune che li inghiottì assieme a sei militi Gnr. Fino alla loro riesumazione nel 2019 dalla fossa a lato del cimitero e la successiva traslazione al Sacrario dei Caduti d'Oltremare di Bari in attesa che il progresso scientifico a 75 anni di distanza dall'eccidio possa dare un nome ai loro resti.
Imagoeconomica
Siccome in Italia ciò che è transitorio diventa definitivo, superata la fase di emergenza, il meccanismo è rimasto. Questo prevede che per l’accredito dei primi 50.000 euro si debbano aspettare 12 mesi, per poi scandire il resto in un’altra rata annuale o addirittura in due se l’importo complessivo supera i 100.000 euro con il completamento del pagamento anche fino a 7 anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro. La Corte Costituzionale già si è espressa sul tema con una sentenza (130/2023) e, pur non dichiarando l’incostituzionalità per non creare un vuoto normativo, aveva lanciato un monito al Legislatore ad intervenire con urgenza, ricordando che la liquidazione come salario differito è tutelata dall’art. 36 della Costituzione e quindi non è legittimo mantenere il meccanismo del pagamento a rate in modo permanente. Il Legislatore è intervenuto nella scorsa finanziaria ma solo per ridurre di 3 mesi (da 12 a 9) i tempi per l’accredito della prima rata da 50.000 euro senza toccare il sistema delle lunghe rateizzazioni. La modifica ha però comportato l’annullamento della detassazione prima prevista fino a 50.000 euro, con un costo stimato di circa 750 euro a carico di ciascun beneficiario.
Tre ordinanze di rimessione dei Tar Marche, Lazio e Friuli Venezia Giulia hanno sollevato la questione contro l’Inps, originata da ricorsi di dipendenti statali presentati tra marzo 2022 e settembre 2024. Così il tema è tornato all’attenzione delle Corte Costituzionale.
L’Inps, in una memoria difensiva, ha spiegato che la rateizzazione è solo per il bene dei lavoratori poiché tutela i diritti garantiti dagli articoli 36 e 38 della Costituzione. Come? E qui la parte risibile. Eviterebbe ai dipendenti pubblici di compiere scelte irrazionali di spesa, se improvvisamente in possesso di cifre elevate. A proposito l’Inps cita studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria. Quindi l’istituto, come un buon padre di famiglia, teme che i lavoratori ricevendo tanti soldi potrebbero montarsi la testa e, come scapestrati, darsi a spese dissennate. Inoltre la rateizzazione si giustificherebbe perché il Tfs va concepito come base previdenziale per l’aspettativa di vita successiva al pensionamento.
Ma c’è dell’altro oltre agli scrupoli «paternalistici». L’Istituto difende differimenti e rateizzazioni perché ritiene non sostenibile l’onere pari a 15,6 miliardi nei prossimi due-tre anni soltanto per pagare i Tfs rinviati o rateizzati in passato. Togliere questa modalità di pagamento sarebbe quindi enormemente costoso per lo Stato. Per l’Inps restituire le somme tutte insieme non sarebbe necessariamente la soluzione migliore ed è necessario che la Corte individui un percorso alternativo.
Il vero punto è questo: l’Inps avrebbe problemi a fare quell’esborso, il che già di per sé è allarmante sullo stato dei conti pubblici, e allora si scarica l’onere sul lavoratore. Va ricordato che il Tfs (come il Tfr nel settore privato) non è un regalo del datore di lavoro, ma è un pezzo dello stipendio che ogni mese non viene pagato ed è accantonato dall’azienda. Sono quindi soldi dei dipendenti, che le imprese devono essere sempre pronte a liquidare, così come lo Stato.
I sindacati sono insorti, come facile aspettarsi. «È una impostazione offensiva» afferma Rita Longobardi, segretaria generale della Uil-Fpl, sottolineando che si mette in discussione «il diritto di un lavoratore a disporre liberamente del proprio salario». E ricorda che «c’è chi aspetta somme proprie per curarsi, sostenere la famiglia, aiutare i figli, estinguere un mutuo».
Sul tema è intervenuta anche l’Avvocatura dello Stato, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Fedeli: «Vero che le sentenze della Corte Costituzionale hanno rilevato un vulnus di costituzionalità, ma la Corte si è sempre astenuta di intervenire sulle norme considerate illegittime. Sono norme pensate anche rispetto alle gravi possibili ripercussioni sul bilancio complessivo dello Stato, bisogna ottemperare le esigenze finanziarie e di cassa da cui dipende la sostenibilità dell'intero sistema previdenziale».
Continua a leggereRiduci
iStock
Ricapitoliamo: il governo italiano ha pronto un decreto-legge che dovrebbe intervenire sul costo dell’energia, con l’intenzione di abbassarlo. Oltre ad alcuni sgravi per i bassi redditi, che complessivamente potrebbero valere tra i 2 e i 3 miliardi di euro, l’articolato prevede un intervento sul sistema che oggi obbliga i produttori termoelettrici a pagare per la CO2 emessa dalla combustione del gas per produrre energia elettrica, ovvero il sistema Ets. Tale intervento consiste nel rimborso ai produttori termoelettrici dei costi sostenuti per l’Ets, tramite l’applicazione di una nuova componente in bolletta su tutti i consumatori. In tal modo, il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso potrebbe scendere di qualcosa come 25-30 euro/MWh, mentre l’onere medio sulla platea complessiva gravata dalla nuova componente sarebbe molto inferiore. Ai produttori termoelettrici verrebbero rimborsate anche alcune voci di costo accessorie che gravano sul trasporto del gas.
L’effetto netto, dunque, dovrebbe essere quello di un generale abbassamento delle bollette per famiglie e imprese, almeno di quella parte dei consumatori che ha prezzi indicizzati al prezzo spot. Secondo il presidente di Confindustria Emanuele Orsini il decreto energia «è indispensabile perché essere competitivi in un’Europa dove purtroppo non esiste un mercato unico europeo dell’energia è un problema enorme». Ovviamente i consumatori sono molto favorevoli a qualunque forma di abbassamento dei costi dell’energia. Per una azienda che consuma 2 GWh all’anno di energia il risparmio può arrivare a 50-60.000 euro all’anno, sulla parte energia in un contratto indicizzato al prezzo spot.
Ma il dispositivo pensato dal governo non è di facile applicazione e vede un fronte contrario piuttosto compatto. Posto che ancora si sta discutendo di ipotesi perché il decreto ufficialmente non esiste ancora, sono soprattutto le imprese attive nelle fonti rinnovabili ad opporsi all’articolo 5 della bozza di decreto, quello contenente la norma sul rimborso dei costi Ets ai termoelettrici.
L’Ets deriva da una normativa europea e dunque la sua sospensione de facto contenuta del decreto (peraltro limitata solo ad una parte degli obbligati) potrebbe essere rigettata dalla Commissione. Bruxelles ha fatto sapere ieri, tramite una portavoce, che valuterà «la compatibilità» del decreto energia con la legislazione Ue una volta che questo sarà approvato. «Si tratta ancora di un progetto di legge e non ho commenti da fare. Non abbiamo visto i contenuti e non ne conosciamo i dettagli», ha concluso la portavoce. Stando a queste parole non ci sarebbe dunque stata una interlocuzione preventiva con gli uffici della Commissione sul tema. Il che apre a scenari di una futura discussione con Bruxelles. Una discussione che potrebbe anche avere esito positivo, considerato che a livello di Consiglio il tema di un allentamento dell’Ets è all’ordine del giorno. Il problema in questo caso sarebbe rappresentato da tempi e modi. A livello europeo si parla infatti di una riduzione del prezzo dei permessi di emissione Ets attraverso un meccanismo di corridoio per confinare i prezzi della CO2 tra i 20 e i 40 euro a tonnellata, la metà del valore attuale. A questo meccanismo si affiancherebbe un allungamento del periodo di concessione delle quote gratuite.
Diversa è la questione dell’impatto sugli investimenti in fonti rinnovabili. È questo il punto che vede la maggiore opposizione da parte degli operatori del settore.
L’Associazione nazionale energia del vento, Aenev, ha stigmatizzato «l’ennesimo intervento retroattivo che rischia di indebolire il sistema Paese e ridurre l’attrattività per gli investitori nazionali e stranieri, con conseguenze negative per il sistema produttivo italiano e con il rischio di ridurre sensibilmente la possibilità di raggiungere gli obiettivi settoriali in materia di indipendenza energetica, competitività e decarbonizzazione».
Agostino Re Rebaudengo, presidente Asja Energy ed ex presidente di Energia Futura, ha dichiarato al quotidiano La Stampa: «Preoccupa constatare come alcune misure vadano a incentivare l’utilizzo del gas, comprimendone artificialmente il prezzo, peraltro scaricando i costi delle agevolazioni al gas nella bolletta elettrica, invece di intervenire per aumentare in modo strutturale la diffusione dell’elettricità da fonti rinnovabili, l’energia più competitiva e indipendente dall’instabilità geopolitica». La questione è delicata e riguarda la certezza del quadro normativo in un settore che ha un orizzonte temporale lungo. E del resto, l’Ets, che i produttori da fonte rinnovabile non pagano per definizione, rappresenta per essi un margine puro.
Nel frattempo, la Regione Lombardia ha raggiunto un accordo con Edison e A2A per il rinnovo delle concessioni idroelettriche, che prevede la cessione del 15% di energia a prezzi calmierati alle aziende energivore. Il decreto in approvazione però potrebbe precludere l’applicazione dell’accordo, rileva criticamente la Regione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.
Rifiuti tessili sequestrati nell'operazione congiunta (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli)
Si sono svolte, rispettivamente, dal 6 al 26 ottobre 2025 e dal 17 al 30 novembre 2025 le due fasi operative della «Jco Demeter XI» operazione doganale congiunta finalizzata alla repressione dei traffici transfrontalieri illegali di rifiuti ai sensi della Convenzione di Basilea e del commercio illegale di sostanze che riducono lo strato di ozono (ODS) e F-GAS controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal.
L’Operazione, coordinata dall’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD), in collaborazione con l’Amministrazione doganale cinese e con l’Ufficio di collegamento di intelligence regionale dell’OMD per l'Asia/Pacifico (RILO AP), giunta alla sua undicesima edizione, ha visto la partecipazione di un numero record di 120 Paesi.
Le attività di controllo doganale operate sul territorio nazionale, con il coordinamento della Direzione Antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e del Comando Generale della Guardia di Finanza, hanno consentito di constatare presso gli Uffici doganali violazioni per circa 1.037.137 kg di rifiuti, di cui la quota prevalente — pari a 905.237 kg — costituita da rifiuti tessili.
L’edizione appena conclusa dell’Operazione congiunta ha fatto emergere la crescita esponenziale nel commercio illegale di merce dichiarata di seconda mano, invece di essere classificata come rifiuto tessile, evidenziando una situazione di forte criticità legata principalmente alla cosiddetta fast fashion e alle sfide dell’economia circolare.
Traffici illeciti che, per loro natura, incidono prevalentemente sui Paesi in via di sviluppo, in particolare sulle nazioni del Sud-Est asiatico — tra cui la Thailandia — nonché su altre aree di destinazione come il Pakistan e la Tunisia. I controlli hanno interessato anche i rifiuti derivanti da veicoli e loro componenti, oltre a cascami di acciaio, mettendo in risalto, anche in ambito JCO, un incremento significativo in termini di sequestri rispetto alle precedenti edizioni dell’Operazione.
Le violazioni sono state rilevate dagli Uffici dell’Agenzia e dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza di Livorno, Genova, Venezia, Prato e Milano. Complessivamente, a livello globale, la collaborazione tra le amministrazioni dei 120 Paesi coinvolti ha consentito il sequestro di: 15.509 tonnellate di rifiuti sequestrati e 220.716 pezzi di rifiuti non pesati; 168 tonnellate di ODS e HFC; 13 tonnellate e oltre 5.700 apparecchiature contenenti sostanze controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal; 8 tonnellate e più di 30.000 pezzi di altre sostanze chimiche pericolose, tra cui pesticidi e mercurio.
Risultati eccellenti che costituiscono una testimonianza diretta dell’efficace collaborazione tra l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza, una sinergia ulteriormente consolidata alla luce della stipula del protocollo d’intesa siglato tra le due Istituzioni nel maggio 2025.
Continua a leggereRiduci