2021-08-20
Trent'anni fa il fallito golpe contro Gorbaciov e la fine dell'U.R.S.S.
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Mosca, 20 agosto 1991: sostenitori di Eltsin difendono la "Casa Bianca" nei giorni del tentato golpe (Getty Images)
Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb.
La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).
La crisi russa e le reazioni dei politici italiani
In Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.
18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondo
All'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.
Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista.
Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.
Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.
Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
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Tra il 18 e il 21 agosto 1991 le forze dell'ortodossia comunista tentarono il colpo di stato arrestando Michail Gorbaciov. Ma il vento della libertà fu più forte e portò all'implosione dell'Urss e del partito comunista. La cronaca e le reazioni in Italia.Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb. La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).La crisi russa e le reazioni dei politici italianiIn Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondoAll'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista. Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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