2021-08-20
Trent'anni fa il fallito golpe contro Gorbaciov e la fine dell'U.R.S.S.
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Mosca, 20 agosto 1991: sostenitori di Eltsin difendono la "Casa Bianca" nei giorni del tentato golpe (Getty Images)
Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb.
La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).
La crisi russa e le reazioni dei politici italiani
In Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.
18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondo
All'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.
Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista.
Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.
Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.
Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
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Tra il 18 e il 21 agosto 1991 le forze dell'ortodossia comunista tentarono il colpo di stato arrestando Michail Gorbaciov. Ma il vento della libertà fu più forte e portò all'implosione dell'Urss e del partito comunista. La cronaca e le reazioni in Italia.Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb. La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).La crisi russa e le reazioni dei politici italianiIn Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondoAll'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista. Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
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Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
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Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha proseguito oggi il ciclo di visite sul territorio nazionale con una tappa in Lombardia, dove ha incontrato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il prefetto Claudio Sgaraglia.
L’attività si inserisce nell’ambito dell’implementazione delle priorità strategiche della Difesa, in particolare quella relativa al «bilanciamento delle componenti», finalizzata a rafforzare la coerenza tecnologica tra le Forze armate. Un obiettivo ritenuto essenziale per garantire la capacità di operare in scenari multidominio, sia in ambito alleato sia su base nazionale.
Nel corso della giornata, il generale si è recato dapprima al Comando interregionale Pastrengo dell’Arma dei Carabinieri, dove ha espresso apprezzamento per il servizio svolto a tutela dei cittadini e per il contributo fornito nelle operazioni all’estero. In particolare, è stato evidenziato il ruolo dell’Arma non solo come polizia militare, ma anche nelle attività di stability policing nelle fasi post-conflitto, ambito in cui l’esperienza italiana è riconosciuta anche in sede Nato. Successivamente, Portolano ha visitato il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, reparto che fornisce supporto diretto al quartier generale multinazionale Nato NRDC-ITA, con sede in Italia e attualmente impegnato anche nella prontezza dell’Allied Reaction Force. Rivolgendosi al personale, ha sottolineato la professionalità, lo spirito di sacrificio e la dedizione dimostrati sia sul territorio nazionale sia nelle missioni all’estero, evidenziando il ruolo cruciale del reparto nel garantire collegamenti, continuità di comando e supporto alle strutture operative.
La giornata si è conclusa con gli incontri istituzionali a Milano, occasione per ribadire il legame tra la Difesa e le autorità locali, anche in relazione al contributo fornito alla sicurezza dei cittadini in coordinamento con le Forze di polizia. Domani è infine prevista la visita al 6° Stormo dell’Aeronautica militare, reparto di volo impegnato nella difesa aerea e nel controllo dello spazio nazionale già in tempo di pace.
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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