2021-08-20
Trent'anni fa il fallito golpe contro Gorbaciov e la fine dell'U.R.S.S.
True
Mosca, 20 agosto 1991: sostenitori di Eltsin difendono la "Casa Bianca" nei giorni del tentato golpe (Getty Images)
Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb.
La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).
La crisi russa e le reazioni dei politici italiani
In Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.
18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondo
All'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.
Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista.
Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.
Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.
Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
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Tra il 18 e il 21 agosto 1991 le forze dell'ortodossia comunista tentarono il colpo di stato arrestando Michail Gorbaciov. Ma il vento della libertà fu più forte e portò all'implosione dell'Urss e del partito comunista. La cronaca e le reazioni in Italia.Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb. La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).La crisi russa e le reazioni dei politici italianiIn Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondoAll'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista. Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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