2021-08-20
Trent'anni fa il fallito golpe contro Gorbaciov e la fine dell'U.R.S.S.
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Mosca, 20 agosto 1991: sostenitori di Eltsin difendono la "Casa Bianca" nei giorni del tentato golpe (Getty Images)
Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb.
La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).
La crisi russa e le reazioni dei politici italiani
In Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.
18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondo
All'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.
Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista.
Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.
Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.
Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
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Tra il 18 e il 21 agosto 1991 le forze dell'ortodossia comunista tentarono il colpo di stato arrestando Michail Gorbaciov. Ma il vento della libertà fu più forte e portò all'implosione dell'Urss e del partito comunista. La cronaca e le reazioni in Italia.Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb. La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).La crisi russa e le reazioni dei politici italianiIn Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondoAll'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista. Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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