2021-08-20
Trent'anni fa il fallito golpe contro Gorbaciov e la fine dell'U.R.S.S.
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Mosca, 20 agosto 1991: sostenitori di Eltsin difendono la "Casa Bianca" nei giorni del tentato golpe (Getty Images)
Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb.
La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).
La crisi russa e le reazioni dei politici italiani
In Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.
18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondo
All'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.
Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista.
Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.
Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.
Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
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Tra il 18 e il 21 agosto 1991 le forze dell'ortodossia comunista tentarono il colpo di stato arrestando Michail Gorbaciov. Ma il vento della libertà fu più forte e portò all'implosione dell'Urss e del partito comunista. La cronaca e le reazioni in Italia.Caos, barricate, carri armati. Alla metà di agosto del 1991 questa era la situazione di Mosca, le cui immagini divulgate dalle televisioni tennero per giorni il mondo con il fiato sospeso. I cingolati però questa volta battevano le strade della capitale sovietica e non quelle di Praga o Budapest, come nel 1968 e 1956. Il muro di Berlino era caduto meno di due anni prima. La dissoluzione questa volta era nata all'interno ed appariva irreversibile, ma gli ultimi irriducibili difensori del regime comunista tentarono per l'ultima volta di ostacolare la storia, la cui strada era ormai definitivamente segnata dagli effetti delle politiche di "glasnost" (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) realizzate sotto la guida dal segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov a partire dalla metà degli anni ottanta. Già alla periferia dell'Unione Sovietica il vento della libertà si era alzato. Nel 1990 avevano proclamato la propria indipendenza i Paesi Baltici, prontamente riconosciuti dai Paesi occidentali, motivo per cui Gorbaciov accelerò il processo di trasformazione dell'Unione Sovietica attraverso un modello federale che avrebbe dovuto essere discusso proprio nei giorni della crisi. Il processo di progressiva apertura in senso democratico aveva portato nel 1989 alle prime elezioni a cui avevano partecipato per la prima volta i partiti dell'opposizione, tra cui i Democratici del nascente astro Boris Eltsin, che dopo essere stato eletto alla Presidenza del Soviet Supremo e avere dichiarato la sovranità della Russia, fu eletto Presidente poco prima del tentato golpe, nel giugno del 1991. L'agonizzante Unione Sovietica si era dunque erosa dall'interno a causa degli effetti delle politiche di progressiva apertura al mercato e alla proprietà privata (aspetti incompatibili con la dottrina comunista), che generarono la resistenza di parte della nomenklatura la quale aveva ancora il controllo su buona parte dell'esercito e dei servizi segreti del Kgb. La situazione precipitò il 18 agosto 1991, mentre Gorbaciov si trovava nella sua dacia in Crimea per un breve periodo di riposo prima della presentazione della riforma federalista. Qui fu raggiunto dal suo capo di gabinetto Valery Boldin, dal vice capo del Consiglio di Sicurezza dell'Urss Oleg Baklanov, assieme a Oleg Shenin, segretario del comitato centrale del Pcus e al generale Valentin Varennikov, capo di stato maggiore delle forze di terra dell'Armata rossa. A loro si unì Yuri Plekhanov, uno dei più alti ufficiali del Kgb. La "visita" non propriamente di cortesia era motivata dalla richiesta da parte dei difensori dell'ortodossia comunista di proclamazione dello stato di emergenza nel Paese, che Gorbaciov avrebbe dovuto firmare cedendo di fatto i poteri ad un'oligarchia di golpisti. Al rifiuto categorico del padre della perestrojka, i cinque uomini risposero con il confinamento del segretario del Pcus, isolando la dacia da ogni collegamento telefonico con l'esterno. Al sequestro di Gorbaciov e della moglie Raissa, la Tass divulgò un annuncio dettato dai golpisti che, con un metodo già sperimentato nella storia della Russia sovietica, dichiarava il ritiro del segretario del Pcus a causa di "problemi di salute" e il passaggio dei poteri al vice-presidente del Pcus Giannady Yanaev. Fu istituito una sorta di "comitato di salute pubblica" comprendente diversi difensori dell'ortodossia comunista tra cui uomini chiave come Vladimir Kryuchkov , capo del Kgb e il ministro dell'interno Boris Pugo. La reazione internazionale fu di generale costernazione e timore di una ripresa della guerra fredda, anche perchè al momento non era chiaro in che mani fosse finita la valigetta con i codici segreti delle armi nucleari fino ad allora in possesso di Gorbaciov. Gli Stati Uniti del presidente George Bush senior reagirono con una ferma condanna e la sospensione immediata degli aiuti economici all'Urss inaugurati durante gli anni della distensione (ma non, come tenne a precisare il presidente americano, con il taglio dei ponti con Mosca).La crisi russa e le reazioni dei politici italianiIn Italia la notizia, come altrove, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Fu il volto tirato dell'allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis a mostrare in conferenza stampa tutta la preoccupazione e l'angoscia per la situazione sovietica e per la sorte dell'amico Gorbaciov. Il ministro socialista, nelle sue dichiarazioni, andò oltre. Preconizzò, attraverso la lettura delle dinamiche che avevano portato alla situazione sovietica, la futura crisi della Jugoslavia, che si sarebbe potuta verificare nel breve periodo per imitazione del golpe russo da parte della Serbia. Nel tempo sospeso della prigionia del leader sovietico dell'apertura democratica, il mondo della politica italiana ebbe il tempo di rendere noto alla popolazione lo stato d'animo dei suoi protagonisti. Tra i primi a rilasciare dichiarazioni fu il segretario del Pds Achille Occhetto, particolarmente coinvolto per i legami storici del suo ex partito con Mosca. Atterrito dai fatti, il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra evocò addirittura un paragone con lo spettro del Cile di Pinochet nella figura del golpista Yanaev e a preferire la posizione del repubblicano Bush ai freddi commenti del capo del Governo italiano Giulio Andreotti, la cui posizione anteponeva ad ogni presa di posizione il vessillo della "ragion di stato", lasciando spazio all'evoluzione degli eventi. Il segretario del Psi ed ex premier Bettino Craxi puntò invece il dito verso la grave crisi economica dell'Unione Sovietica negli anni delle riforme, ritenendola la principale causa dell'erosione del consenso verso il leader della democratizzazione, che innescò in tal modo la reazione della nomenklatura. Simile alla posizione del leader socialista era quella del repubblicano Giorgio La Malfa, che lesse il golpe come l'esito di una doppia pressione su Gorbaciov: quella degli avversari del Partito Democratico di Boris Eltsin (pronti a una più decisa spinta verso il liberismo e il mercato) e la rabbia dell'apparato sovietico ormai sull'orlo dell'abisso politico. All'epoca dei fatti parlò anche un capo di partito allora in rapida ascesa, Umberto Bossi. La visione del fondatore e leader dell'allora Lega Lombarda lesse il golpe russo come un monito, affinché fosse chiaro agli Italiani quanto secondo la visione leghista fossero dannosi gli effetti di un centralismo assoluto e prolungato: Roma era avvisata. Alla guida del Movimento Sociale Italiano nell'agosto 1991 vi era un'altro dei personaggi chiave della politica italiana degli anni a venire: Gianfranco Fini. Il già delfino di Almirante avvisò invece gli italiani affinché tenessero alta la guardia contro il comunismo, in casa e all'estero. Chi invece intuì la debolezza del colpo di stato e dei suoi autori fu il segretario del Pli Renato Altissimo, per il quale li autori del golpe apparivano come anacronistici una volta che le riforme di glasnost e perestrojka avevano preso piede, escludendo quasi certamente l'ipotesi di qualsiasi forma di appoggio popolare all'azione di forza che intendeva riportare le lancette dell'orologio indietro di un ventennio. Si capirà in seguito che i fatti gli avevano dato ragione.18-21 agosto 1991. I tre giorni che cambiarono il mondoAll'estero, soltanto alcuni tra i Paesi arabi appoggiarono il golpe. Tra questi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Olp (che colse l'occasione per attaccare i cittadini ebraici russi nel timore di un espatrio verso Israele) e la Libia del colonnello Gheddafi, il quale non esitò a definire il colpo di stato al Cremlino "una magnifica azione". Mentre tutto il mondo ammutolì interrogandosi sulla sorte dei sequestrati, I timori per lo stato di salute di Gorbaciov e sua moglie furono attenuati dalla fuga di notizie organizzata dalle guardie del corpo del segretario del Pcus, che riuscirono a far filtrare all'esterno una videocassetta che mostrava gli ostaggi apparentemente in buone condizioni. Lo stesso Gorbaciov riuscì a captare le notizie grazie ad una piccola radio sintonizzata sulle frequenze della Bbc.Nel frattempo i lanci che giungevano dalle agenzie di stampa internazionali resero noto che la città di Mosca stava precipitando nel caos, anche perché i golpisti avevano dato disposizioni di movimento ai militari agli ordini della giunta non solo nella capitale, ma anche nel territorio di quelle repubbliche ribelli che avevano proclamato l'autogoverno. A Vilnius in Lituania e a Tallinn in Estonia i paracadutisti sovietici occuparono le antenne della televisione nazionale come evidente monito di ciò che sarebbe seguito una volta che i comunisti avessero ripreso il potere. Nella capitale dell'Urss, durante i giorni del sequestro del leader della glasnost, salì all'onore delle cronache il presidente russo Boris Eltsin, che da subito condannò il tentativo di golpe appoggiando la causa del suo ex avversario politico Gorbaciov. Quando i carri armati dilagarono per le strade di Mosca, attorno a Eltsin si erano riuniti i cittadini che volevano difendere ad ogni costo la transazione democratica. Dal palazzo sede del Parlamento il neo presidente parlò alla folla, che nel frattempo aveva eretto barricate a difesa del simbolo del rinnovamento. Lo stesso Eltsin uscì dal suo studio per cercare di convincere i militari a non appoggiare un golpe autoritario e retrogrado e fu immortalato dai fotografi nell'atto di salire sulla torretta di un blindato per parlare con i soldati nel tentativo di convincerli ad evitare una guerra fratricida. Poco prima il presidente democratico aveva fatto appello alla Chiesa ortodossa nella persona del patriarca Alexey II per una condanna del colpo di stato, a cui il leader religioso rispose con un pronto anatema verso tutti i partecipanti all'azione mirante a riportare al potere in questo caso un'altra ortodossia che la chiesa russa tristemente ben conosceva, quella comunista. Alle prime defezioni nelle file dell'esercito (tra cui figuravano anche ufficiali) la situazione per i golpisti entrò in stallo. Soltanto in un caso vi fu uno scontro a fuoco con i dimostranti che generò tre vittime tra i civili che difendevano il palazzo presidenziale nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1991.Le crescenti ribellioni nell'esercito, l'inazione della polizia moscovita e il passo falso del mancato arresto di Eltsin nei giorni precedenti segnarono la fine del colpo di stato, imploso per i cambiamenti che gli anni ottanta avevano ormai generato nella mentalità del popolo russo, che aveva assaporato piccoli spiragli di libertà e che non era più disposto a accettare diktat dai vertici del regime comunista, né tanto meno un'inversione di marcia sulla strada verso la libertà politica ed economica.Eltsin comunicò tramite l'agenzia nazionale di stampa di avere recuperato tutti i poteri nelle proprie mani, mentre i cospiratori venivano fermati durante un precipitoso tentativo di fuga, e Gorbaciov e la moglie facevano ritorno a Mosca nella giornata del 22 agosto. La morte dell'Urss fu preceduta dalla morte di alcuni dei cospiratori che (secondo le fonti ufficiali) si tolsero la vita. Tra loro l'ex ministro dell'interno Pugo, che si suicidò dopo aver sparato alla moglie, che sopravvisse alle pallottole. Stessa sorte toccò ad altri tre componenti della fallita giunta. Per l'immagine del Kgb e dell'Armata Rossa lo smacco del fallimento di un colpo di mano largamente impopolare fu fatale, tanto che Eltsin decretò la fine della presenza del Pcus nelle file dell'esercito. Era la prima grande breccia nel muro ideologico e politico che dal dopoguerra aveva diviso il mondo in due. Alla decisione di purgare il Pcus dai reazionari seguirono le dimissioni del segretario generale oggetto del fallito golpe, Michail Gorbaciov, la cui stella sulle scene della politica mondiale si spense definitivamente nei mesi successivi alla sua liberazione, pur essendo rimasto nel partito comunista sovietico fino al definitivo scioglimento di quest'ultimo alla fine del 1991. Un' era lunga più di settant'anni si era polverizzata rapidamente dopo una lenta ed inesorabile consunzione. Ed il mondo da quel momento non fu più lo stesso.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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