In Italia la giurisdizione non è soltanto espressione di un potere dello Stato. È diventata, nel tempo, un’identità morale. Un luogo simbolico nel quale una parte del Paese cerca riscatto, ordine, redenzione. Non si tratta di un fenomeno recente, né di una polemica contingente: è una struttura culturale profonda, che riemerge ciclicamente ogni volta che la politica appare fragile e le mediazioni perdono legittimità.
La letteratura aiuta spesso a capire ciò che la cronaca non riesce a spiegare. Delitto e castigo non è solo il racconto di un delitto, ma la rappresentazione di una tentazione ricorrente: quella di incarnare la giustizia, di trasformarla da strumento imperfetto in principio assoluto. Il protagonista, Raskolnikov, non uccide per necessità, ma per verificare se ha il diritto morale di giudicare il mondo. Quella stessa tentazione attraversa oggi il dibattito pubblico italiano.
In una società che diffida della politica e fatica a riconoscersi nelle istituzioni rappresentative, la giustizia ha assunto un ruolo di supplenza morale. Non solo applicazione della legge, ma distinzione netta tra giusto e sbagliato, tra cittadini «degni» e «indegni», tra chi può parlare e chi deve tacere. Il processo, in questo quadro, non serve più soltanto ad accertare fatti e responsabilità. Serve a produrre senso morale, a ristabilire un ordine simbolico che altrove appare compromesso. La legge non è più limite, ma valore. E ciò che diventa valore assoluto smette di tollerare la complessità.
Questo slittamento ha radici culturali profonde. La tradizione cristiana italiana ha storicamente legato giustizia e punizione, colpa e redenzione. Secolarizzato, questo schema riemerge come teologia civile: la giustizia assume un’aura sacrale, il giudizio diventa rito, la condanna assume una funzione purificatrice. In questo contesto, la legalità non è più una procedura condivisa, ma un marcatore identitario. Non si discute su come applicarla, ma su chi ne è il vero interprete morale.
È in questa cornice che va letta anche la recente istituzione di un Comitato per il No. Al di là dell’oggetto specifico del rifiuto, ciò che colpisce è la forma simbolica che assume. Il No non viene presentato come una delle opzioni legittime del confronto democratico, ma come posizione moralmente necessaria. Non un dissenso, ma una dichiarazione di superiorità morale. Non una scelta politica, ma una linea di demarcazione etica. Quando accade questo, il pluralismo smette di essere una ricchezza e diventa un sospetto. Il conflitto non è più tra idee diverse, ma tra giusti e sbagliati.
Raskolnikov fallisce perché si colloca sopra la legge. Il giustizialismo fallisce per la ragione opposta: perché si identifica completamente con essa. Ma l’esito è simile. In entrambi i casi, la giustizia perde il suo limite. E una giustizia senza limite smette di essere tale: diventa potere morale assoluto, incapace di riconoscere la propria fallibilità.
Fëdor Dostoevskij non era un relativista. Non negava il bene e il male. Ma sapeva che nessun uomo, nessuna istituzione può incarnare il Bene senza residui. La giustizia democratica vive di dubbi, contraddizioni, mediazioni. Non redime, non purifica, non salva. Regola conflitti imperfetti tra esseri imperfetti.
Il problema è credere che quel No ci renda moralmente superiori. Quando la giustizia diventa identità, il rischio non è l’ingiustizia. È qualcosa di più sottile: la convinzione di non potersi più sbagliare.



