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2022-02-22
Putin non si ferma e sfida l’Occidente: «Riconosco il Donbass indipendente»
Vladimir Putin durante la diretta tv sulla situazione nel Donbass (Ansa)
La tensione si fa sempre più alta in Ucraina. Ieri sera il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato il decreto per riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il capo del Cremlino ha innanzitutto informato della sua decisione il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Entrambi i leader si sono detti «delusi». «Un simile passo sarebbe una grave sconfessione dell’accordo di Minsk per una soluzione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e una violazione unilaterale di questi accordi da parte russa», ha detto il cancelliere tedesco. Una reazione negativa è arrivata anche dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell.
Nonostante le critiche, il capo del Cremlino ha deciso di tirare dritto. «L’Ucraina è stata creata da Lenin. È una cosa documentata nei nostri archivi. Lenin aveva un interesse particolare anche nel Donbass», ha detto Putin, parlando in serata alla nazione. «Siamo pronti a mostrare cosa significhi la vera liberazione dal comunismo», ha aggiunto.
La situazione adesso è destinata a complicarsi notevolmente. Gli sforzi diplomatici finora condotti ruotavano infatti in gran parte proprio attorno agli accordi di Minsk. Inoltre, questo riconoscimento fornisce potenzialmente a Putin il pretesto per intervenire nel Donbass sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di agire militarmente quando ritiene di dover tutelare i russi residenti nello spazio ex sovietico.
Il capo del Cremlino ha insomma deciso per un drastico cambio di passo rispetto alla settimana scorsa, quando la Duma aveva approvato una mozione per chiedergli di riconoscere ufficialmente le due repubbliche. Una richiesta che Putin aveva all’epoca prontamente messo nel cassetto, sostenendo di voler continuare ad attenersi proprio agli accordi di Minsk. Con la mossa di ieri, la possibilità di un’offensiva russa si è fatta ancora più elevata.
Del resto, che la tensione fosse alta era già con evidenza emerso nelle ore precedenti al fatidico annuncio di Putin. Ieri, la Russia aveva reso noto di aver impedito la violazione delle proprie frontiere da parte di forze ucraine, che avrebbero tentato di penetrare nel suo territorio: in particolare, cinque presunti «sabotatori» ucraini sarebbero rimasti uccisi nello svolgersi degli eventi. Un’accusa, quella russa, che era stata tuttavia smentita da Kiev. «Nessuno dei nostri soldati ha attraversato il confine con la Federazione russa, e nessuno è stato ucciso oggi», aveva dichiarato il funzionario del ministero della Difesa ucraino, Anton Gerashchenko.
Sempre ieri, il governo di Kiev aveva accusato i separatisti filorussi di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco, mentre sono proseguiti i flussi migratori verso la Russia da Lugansk e Donetsk: uno spostamento che, secondo i media russi, avrebbe coinvolto fino a 60.000 persone. In tutto questo, gli Stati Uniti avevano riferito di avere «informazioni credibili», secondo cui Mosca avrebbe stilato una lista di cittadini ucraini da uccidere o internare, in caso di invasione: un’accusa che il Cremlino ha bollato come «menzogna assoluta». Dal canto suo, il Regno Unito era tornato a suonare l’allarme. «Le informazioni che stiamo vedendo suggeriscono che la Russia intende lanciare un’invasione e che il piano del presidente Putin è già iniziato», aveva detto ieri Downing Street.
Vanno nel frattempo avanti le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi l’altro ieri: in particolare, il ministero della Difesa bielorusso ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe dal proprio territorio sarà subordinato a un passo indietro delle forze della Nato stazionate nei pressi di Russia e Bielorussia: il che, come notato da Reuters, apre alla possibilità che i soldati russi restino in loco a tempo indeterminato. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi giorni, Mosca e Minsk hanno consolidato ulteriormente le loro già strette relazioni. Al di là delle esercitazioni congiunte, Putin e Alexander Lukashenko hanno concordato la scorsa settimana di procedere a una maggiore integrazione politica ed economica. Una convergenza sempre più stretta che preoccupa l’Europa.
Il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, ha parlato di un’annessione della Bielorussia da parte della Russia, mentre il suo omologo lituano Gabrielius Landsbergis ha invocato ieri nuove sanzioni europee a Minsk. La mossa di Putin rischia adesso di far pesantemente deragliare la complicata tela diplomatica che si stava tessendo. Ieri sera, è stato convocato un meeting d’emergenza tra Macron, Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutto questo, mentre sembra ormai fortemente a rischio il vertice che il presidente francese stava cercando di organizzare fino a ieri pomeriggio tra Joe Biden e lo stesso Putin.
Quanto accaduto ieri certifica il fallimento della debole politica di deterrenza, condotta da Biden. Gli europei adesso sono a un bivio. E non è affatto detto che abbiano già deciso quale strada imboccare. Dopo l’Afghanistan, le relazioni transatlantiche rischiano di subire un nuovo trauma.
Ue e Usa affilano l’arma delle sanzioni
«Se c’è annessione, ci saranno sanzioni, e se c’è riconoscimento, metterò le sanzioni sul tavolo e i ministri decideranno», ha dichiarato ieri l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, dopo la decisione presa da Vladimir Putin di riconoscere le due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. E pensare che, fino a poche ore prima, Borrell aveva mostrato forte cautela davanti alle richieste del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba.
«Ci sono molte decisioni che l’Ue può prendere ora per inviare messaggi chiari alla Russia, che la sua escalation non sarà tollerata e che l’Ucraina non sarà lasciata sola», aveva detto Kuleba, per poi aggiungere: «Ciò include non solo messaggi politici, ma anche alcuni atti molto specifici come sostenere lo sviluppo del nostro settore della difesa, sostenere la sicurezza informatica dell’Ucraina imponendo alcune delle sanzioni». «Riteniamo», aveva aggiunto, «che ci siano buone e legittime ragioni per imporre almeno alcune delle sanzioni ora, per dimostrare che l’Unione europea non sta solo parlando di sanzioni, ma sta anche procedendo». Una richiesta, quella di Kuleba, a cui Borrell non aveva acconsentito, lasciando chiaramente intendere che le sanzioni sarebbero state comminate solo in caso di invasione russa. «Il passaggio alle sanzioni è così enorme e consequenziale che sappiamo che dobbiamo sempre dare alla Russia la possibilità di tornare alla diplomazia e al tavolo dei negoziati», aveva del resto già affermato domenica sera il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Il pacchetto di sanzioni messo a punto da Bruxelles non è stato ancora reso noto. Tuttavia, secondo quanto riferito ieri dal Guardian, conterrebbe il «blocco delle esportazioni di componenti elettrici chiave da cui dipende la Russia, potenzialmente un divieto di importazione di petrolio e gas russi e il congelamento dei beni di privati e società affiliate al governo di Mosca». La Russia, secondo la von der Leyen, verrebbe inoltre «tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali». L’Austria ha tra l’altro fatto sapere che potrebbe essere colpito anche il gasdotto Nord Stream 2.
Il tema delle sanzioni aveva del resto già creato una certa fibrillazione tra Kiev e Washington nel fine settimana. Sabato, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva infatti esortato l’Occidente a rendere pubbliche subito le sanzioni antirusse, senza attendere un’eventuale offensiva di Mosca. Una posizione, questa, che era stata respinta dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua ad essere deterrente», aveva dichiarato. Certo è che, alla luce della mossa di Putin di ieri, pare proprio che la strategia di deterrenza adottata da Biden non si stia rivelando particolarmente efficace.
Come che sia, proprio ieri Reuters ha riferito che la Casa Bianca avrebbe messo a punto il primo pacchetto di sanzioni, che includerebbe «il divieto alle istituzioni finanziarie statunitensi di elaborare transazioni per le principali banche russe».
In particolare, prosegue la stessa fonte, queste misure «puntano a danneggiare l’economia russa tagliando i rapporti bancari “corrispondenti” tra le banche russe prese di mira e le banche statunitensi che consentono pagamenti internazionali».
Tra gli istituti che potrebbero finire nel mirino statunitense figurano Vtb Bank, Sberbank, Veb e Gazprombank.
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Il leader cita Lenin e firma il decreto che sancisce la svolta sulle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. Macron e Scholz, «delusi», convocano una riunione d’emergenza. Fallisce la politica di deterrenza di Biden.Nel pacchetto che Bruxelles e Washington dovranno valutare ci sono anche il blocco del gasdotto caro a Berlino, Nord Stream 2, e limitazioni durissime per le banche russe.Lo speciale contiene due articoli.La tensione si fa sempre più alta in Ucraina. Ieri sera il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato il decreto per riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il capo del Cremlino ha innanzitutto informato della sua decisione il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Entrambi i leader si sono detti «delusi». «Un simile passo sarebbe una grave sconfessione dell’accordo di Minsk per una soluzione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e una violazione unilaterale di questi accordi da parte russa», ha detto il cancelliere tedesco. Una reazione negativa è arrivata anche dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell. Nonostante le critiche, il capo del Cremlino ha deciso di tirare dritto. «L’Ucraina è stata creata da Lenin. È una cosa documentata nei nostri archivi. Lenin aveva un interesse particolare anche nel Donbass», ha detto Putin, parlando in serata alla nazione. «Siamo pronti a mostrare cosa significhi la vera liberazione dal comunismo», ha aggiunto. La situazione adesso è destinata a complicarsi notevolmente. Gli sforzi diplomatici finora condotti ruotavano infatti in gran parte proprio attorno agli accordi di Minsk. Inoltre, questo riconoscimento fornisce potenzialmente a Putin il pretesto per intervenire nel Donbass sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di agire militarmente quando ritiene di dover tutelare i russi residenti nello spazio ex sovietico. Il capo del Cremlino ha insomma deciso per un drastico cambio di passo rispetto alla settimana scorsa, quando la Duma aveva approvato una mozione per chiedergli di riconoscere ufficialmente le due repubbliche. Una richiesta che Putin aveva all’epoca prontamente messo nel cassetto, sostenendo di voler continuare ad attenersi proprio agli accordi di Minsk. Con la mossa di ieri, la possibilità di un’offensiva russa si è fatta ancora più elevata. Del resto, che la tensione fosse alta era già con evidenza emerso nelle ore precedenti al fatidico annuncio di Putin. Ieri, la Russia aveva reso noto di aver impedito la violazione delle proprie frontiere da parte di forze ucraine, che avrebbero tentato di penetrare nel suo territorio: in particolare, cinque presunti «sabotatori» ucraini sarebbero rimasti uccisi nello svolgersi degli eventi. Un’accusa, quella russa, che era stata tuttavia smentita da Kiev. «Nessuno dei nostri soldati ha attraversato il confine con la Federazione russa, e nessuno è stato ucciso oggi», aveva dichiarato il funzionario del ministero della Difesa ucraino, Anton Gerashchenko. Sempre ieri, il governo di Kiev aveva accusato i separatisti filorussi di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco, mentre sono proseguiti i flussi migratori verso la Russia da Lugansk e Donetsk: uno spostamento che, secondo i media russi, avrebbe coinvolto fino a 60.000 persone. In tutto questo, gli Stati Uniti avevano riferito di avere «informazioni credibili», secondo cui Mosca avrebbe stilato una lista di cittadini ucraini da uccidere o internare, in caso di invasione: un’accusa che il Cremlino ha bollato come «menzogna assoluta». Dal canto suo, il Regno Unito era tornato a suonare l’allarme. «Le informazioni che stiamo vedendo suggeriscono che la Russia intende lanciare un’invasione e che il piano del presidente Putin è già iniziato», aveva detto ieri Downing Street. Vanno nel frattempo avanti le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi l’altro ieri: in particolare, il ministero della Difesa bielorusso ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe dal proprio territorio sarà subordinato a un passo indietro delle forze della Nato stazionate nei pressi di Russia e Bielorussia: il che, come notato da Reuters, apre alla possibilità che i soldati russi restino in loco a tempo indeterminato. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi giorni, Mosca e Minsk hanno consolidato ulteriormente le loro già strette relazioni. Al di là delle esercitazioni congiunte, Putin e Alexander Lukashenko hanno concordato la scorsa settimana di procedere a una maggiore integrazione politica ed economica. Una convergenza sempre più stretta che preoccupa l’Europa. Il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, ha parlato di un’annessione della Bielorussia da parte della Russia, mentre il suo omologo lituano Gabrielius Landsbergis ha invocato ieri nuove sanzioni europee a Minsk. La mossa di Putin rischia adesso di far pesantemente deragliare la complicata tela diplomatica che si stava tessendo. Ieri sera, è stato convocato un meeting d’emergenza tra Macron, Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutto questo, mentre sembra ormai fortemente a rischio il vertice che il presidente francese stava cercando di organizzare fino a ieri pomeriggio tra Joe Biden e lo stesso Putin. Quanto accaduto ieri certifica il fallimento della debole politica di deterrenza, condotta da Biden. Gli europei adesso sono a un bivio. E non è affatto detto che abbiano già deciso quale strada imboccare. Dopo l’Afghanistan, le relazioni transatlantiche rischiano di subire un nuovo trauma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-non-si-ferma-e-sfida-loccidente-riconosco-il-donbass-indipendente-2656767018.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-e-usa-affilano-larma-delle-sanzioni" data-post-id="2656767018" data-published-at="1645531864" data-use-pagination="False"> Ue e Usa affilano l’arma delle sanzioni «Se c’è annessione, ci saranno sanzioni, e se c’è riconoscimento, metterò le sanzioni sul tavolo e i ministri decideranno», ha dichiarato ieri l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, dopo la decisione presa da Vladimir Putin di riconoscere le due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. E pensare che, fino a poche ore prima, Borrell aveva mostrato forte cautela davanti alle richieste del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Ci sono molte decisioni che l’Ue può prendere ora per inviare messaggi chiari alla Russia, che la sua escalation non sarà tollerata e che l’Ucraina non sarà lasciata sola», aveva detto Kuleba, per poi aggiungere: «Ciò include non solo messaggi politici, ma anche alcuni atti molto specifici come sostenere lo sviluppo del nostro settore della difesa, sostenere la sicurezza informatica dell’Ucraina imponendo alcune delle sanzioni». «Riteniamo», aveva aggiunto, «che ci siano buone e legittime ragioni per imporre almeno alcune delle sanzioni ora, per dimostrare che l’Unione europea non sta solo parlando di sanzioni, ma sta anche procedendo». Una richiesta, quella di Kuleba, a cui Borrell non aveva acconsentito, lasciando chiaramente intendere che le sanzioni sarebbero state comminate solo in caso di invasione russa. «Il passaggio alle sanzioni è così enorme e consequenziale che sappiamo che dobbiamo sempre dare alla Russia la possibilità di tornare alla diplomazia e al tavolo dei negoziati», aveva del resto già affermato domenica sera il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Il pacchetto di sanzioni messo a punto da Bruxelles non è stato ancora reso noto. Tuttavia, secondo quanto riferito ieri dal Guardian, conterrebbe il «blocco delle esportazioni di componenti elettrici chiave da cui dipende la Russia, potenzialmente un divieto di importazione di petrolio e gas russi e il congelamento dei beni di privati e società affiliate al governo di Mosca». La Russia, secondo la von der Leyen, verrebbe inoltre «tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali». L’Austria ha tra l’altro fatto sapere che potrebbe essere colpito anche il gasdotto Nord Stream 2. Il tema delle sanzioni aveva del resto già creato una certa fibrillazione tra Kiev e Washington nel fine settimana. Sabato, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva infatti esortato l’Occidente a rendere pubbliche subito le sanzioni antirusse, senza attendere un’eventuale offensiva di Mosca. Una posizione, questa, che era stata respinta dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua ad essere deterrente», aveva dichiarato. Certo è che, alla luce della mossa di Putin di ieri, pare proprio che la strategia di deterrenza adottata da Biden non si stia rivelando particolarmente efficace. Come che sia, proprio ieri Reuters ha riferito che la Casa Bianca avrebbe messo a punto il primo pacchetto di sanzioni, che includerebbe «il divieto alle istituzioni finanziarie statunitensi di elaborare transazioni per le principali banche russe». In particolare, prosegue la stessa fonte, queste misure «puntano a danneggiare l’economia russa tagliando i rapporti bancari “corrispondenti” tra le banche russe prese di mira e le banche statunitensi che consentono pagamenti internazionali». Tra gli istituti che potrebbero finire nel mirino statunitense figurano Vtb Bank, Sberbank, Veb e Gazprombank.
Getty Images
Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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