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2022-02-22
Putin non si ferma e sfida l’Occidente: «Riconosco il Donbass indipendente»
Vladimir Putin durante la diretta tv sulla situazione nel Donbass (Ansa)
La tensione si fa sempre più alta in Ucraina. Ieri sera il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato il decreto per riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il capo del Cremlino ha innanzitutto informato della sua decisione il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Entrambi i leader si sono detti «delusi». «Un simile passo sarebbe una grave sconfessione dell’accordo di Minsk per una soluzione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e una violazione unilaterale di questi accordi da parte russa», ha detto il cancelliere tedesco. Una reazione negativa è arrivata anche dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell.
Nonostante le critiche, il capo del Cremlino ha deciso di tirare dritto. «L’Ucraina è stata creata da Lenin. È una cosa documentata nei nostri archivi. Lenin aveva un interesse particolare anche nel Donbass», ha detto Putin, parlando in serata alla nazione. «Siamo pronti a mostrare cosa significhi la vera liberazione dal comunismo», ha aggiunto.
La situazione adesso è destinata a complicarsi notevolmente. Gli sforzi diplomatici finora condotti ruotavano infatti in gran parte proprio attorno agli accordi di Minsk. Inoltre, questo riconoscimento fornisce potenzialmente a Putin il pretesto per intervenire nel Donbass sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di agire militarmente quando ritiene di dover tutelare i russi residenti nello spazio ex sovietico.
Il capo del Cremlino ha insomma deciso per un drastico cambio di passo rispetto alla settimana scorsa, quando la Duma aveva approvato una mozione per chiedergli di riconoscere ufficialmente le due repubbliche. Una richiesta che Putin aveva all’epoca prontamente messo nel cassetto, sostenendo di voler continuare ad attenersi proprio agli accordi di Minsk. Con la mossa di ieri, la possibilità di un’offensiva russa si è fatta ancora più elevata.
Del resto, che la tensione fosse alta era già con evidenza emerso nelle ore precedenti al fatidico annuncio di Putin. Ieri, la Russia aveva reso noto di aver impedito la violazione delle proprie frontiere da parte di forze ucraine, che avrebbero tentato di penetrare nel suo territorio: in particolare, cinque presunti «sabotatori» ucraini sarebbero rimasti uccisi nello svolgersi degli eventi. Un’accusa, quella russa, che era stata tuttavia smentita da Kiev. «Nessuno dei nostri soldati ha attraversato il confine con la Federazione russa, e nessuno è stato ucciso oggi», aveva dichiarato il funzionario del ministero della Difesa ucraino, Anton Gerashchenko.
Sempre ieri, il governo di Kiev aveva accusato i separatisti filorussi di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco, mentre sono proseguiti i flussi migratori verso la Russia da Lugansk e Donetsk: uno spostamento che, secondo i media russi, avrebbe coinvolto fino a 60.000 persone. In tutto questo, gli Stati Uniti avevano riferito di avere «informazioni credibili», secondo cui Mosca avrebbe stilato una lista di cittadini ucraini da uccidere o internare, in caso di invasione: un’accusa che il Cremlino ha bollato come «menzogna assoluta». Dal canto suo, il Regno Unito era tornato a suonare l’allarme. «Le informazioni che stiamo vedendo suggeriscono che la Russia intende lanciare un’invasione e che il piano del presidente Putin è già iniziato», aveva detto ieri Downing Street.
Vanno nel frattempo avanti le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi l’altro ieri: in particolare, il ministero della Difesa bielorusso ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe dal proprio territorio sarà subordinato a un passo indietro delle forze della Nato stazionate nei pressi di Russia e Bielorussia: il che, come notato da Reuters, apre alla possibilità che i soldati russi restino in loco a tempo indeterminato. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi giorni, Mosca e Minsk hanno consolidato ulteriormente le loro già strette relazioni. Al di là delle esercitazioni congiunte, Putin e Alexander Lukashenko hanno concordato la scorsa settimana di procedere a una maggiore integrazione politica ed economica. Una convergenza sempre più stretta che preoccupa l’Europa.
Il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, ha parlato di un’annessione della Bielorussia da parte della Russia, mentre il suo omologo lituano Gabrielius Landsbergis ha invocato ieri nuove sanzioni europee a Minsk. La mossa di Putin rischia adesso di far pesantemente deragliare la complicata tela diplomatica che si stava tessendo. Ieri sera, è stato convocato un meeting d’emergenza tra Macron, Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutto questo, mentre sembra ormai fortemente a rischio il vertice che il presidente francese stava cercando di organizzare fino a ieri pomeriggio tra Joe Biden e lo stesso Putin.
Quanto accaduto ieri certifica il fallimento della debole politica di deterrenza, condotta da Biden. Gli europei adesso sono a un bivio. E non è affatto detto che abbiano già deciso quale strada imboccare. Dopo l’Afghanistan, le relazioni transatlantiche rischiano di subire un nuovo trauma.
Ue e Usa affilano l’arma delle sanzioni
«Se c’è annessione, ci saranno sanzioni, e se c’è riconoscimento, metterò le sanzioni sul tavolo e i ministri decideranno», ha dichiarato ieri l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, dopo la decisione presa da Vladimir Putin di riconoscere le due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. E pensare che, fino a poche ore prima, Borrell aveva mostrato forte cautela davanti alle richieste del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba.
«Ci sono molte decisioni che l’Ue può prendere ora per inviare messaggi chiari alla Russia, che la sua escalation non sarà tollerata e che l’Ucraina non sarà lasciata sola», aveva detto Kuleba, per poi aggiungere: «Ciò include non solo messaggi politici, ma anche alcuni atti molto specifici come sostenere lo sviluppo del nostro settore della difesa, sostenere la sicurezza informatica dell’Ucraina imponendo alcune delle sanzioni». «Riteniamo», aveva aggiunto, «che ci siano buone e legittime ragioni per imporre almeno alcune delle sanzioni ora, per dimostrare che l’Unione europea non sta solo parlando di sanzioni, ma sta anche procedendo». Una richiesta, quella di Kuleba, a cui Borrell non aveva acconsentito, lasciando chiaramente intendere che le sanzioni sarebbero state comminate solo in caso di invasione russa. «Il passaggio alle sanzioni è così enorme e consequenziale che sappiamo che dobbiamo sempre dare alla Russia la possibilità di tornare alla diplomazia e al tavolo dei negoziati», aveva del resto già affermato domenica sera il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Il pacchetto di sanzioni messo a punto da Bruxelles non è stato ancora reso noto. Tuttavia, secondo quanto riferito ieri dal Guardian, conterrebbe il «blocco delle esportazioni di componenti elettrici chiave da cui dipende la Russia, potenzialmente un divieto di importazione di petrolio e gas russi e il congelamento dei beni di privati e società affiliate al governo di Mosca». La Russia, secondo la von der Leyen, verrebbe inoltre «tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali». L’Austria ha tra l’altro fatto sapere che potrebbe essere colpito anche il gasdotto Nord Stream 2.
Il tema delle sanzioni aveva del resto già creato una certa fibrillazione tra Kiev e Washington nel fine settimana. Sabato, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva infatti esortato l’Occidente a rendere pubbliche subito le sanzioni antirusse, senza attendere un’eventuale offensiva di Mosca. Una posizione, questa, che era stata respinta dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua ad essere deterrente», aveva dichiarato. Certo è che, alla luce della mossa di Putin di ieri, pare proprio che la strategia di deterrenza adottata da Biden non si stia rivelando particolarmente efficace.
Come che sia, proprio ieri Reuters ha riferito che la Casa Bianca avrebbe messo a punto il primo pacchetto di sanzioni, che includerebbe «il divieto alle istituzioni finanziarie statunitensi di elaborare transazioni per le principali banche russe».
In particolare, prosegue la stessa fonte, queste misure «puntano a danneggiare l’economia russa tagliando i rapporti bancari “corrispondenti” tra le banche russe prese di mira e le banche statunitensi che consentono pagamenti internazionali».
Tra gli istituti che potrebbero finire nel mirino statunitense figurano Vtb Bank, Sberbank, Veb e Gazprombank.
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Il leader cita Lenin e firma il decreto che sancisce la svolta sulle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. Macron e Scholz, «delusi», convocano una riunione d’emergenza. Fallisce la politica di deterrenza di Biden.Nel pacchetto che Bruxelles e Washington dovranno valutare ci sono anche il blocco del gasdotto caro a Berlino, Nord Stream 2, e limitazioni durissime per le banche russe.Lo speciale contiene due articoli.La tensione si fa sempre più alta in Ucraina. Ieri sera il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato il decreto per riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il capo del Cremlino ha innanzitutto informato della sua decisione il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Entrambi i leader si sono detti «delusi». «Un simile passo sarebbe una grave sconfessione dell’accordo di Minsk per una soluzione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e una violazione unilaterale di questi accordi da parte russa», ha detto il cancelliere tedesco. Una reazione negativa è arrivata anche dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell. Nonostante le critiche, il capo del Cremlino ha deciso di tirare dritto. «L’Ucraina è stata creata da Lenin. È una cosa documentata nei nostri archivi. Lenin aveva un interesse particolare anche nel Donbass», ha detto Putin, parlando in serata alla nazione. «Siamo pronti a mostrare cosa significhi la vera liberazione dal comunismo», ha aggiunto. La situazione adesso è destinata a complicarsi notevolmente. Gli sforzi diplomatici finora condotti ruotavano infatti in gran parte proprio attorno agli accordi di Minsk. Inoltre, questo riconoscimento fornisce potenzialmente a Putin il pretesto per intervenire nel Donbass sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di agire militarmente quando ritiene di dover tutelare i russi residenti nello spazio ex sovietico. Il capo del Cremlino ha insomma deciso per un drastico cambio di passo rispetto alla settimana scorsa, quando la Duma aveva approvato una mozione per chiedergli di riconoscere ufficialmente le due repubbliche. Una richiesta che Putin aveva all’epoca prontamente messo nel cassetto, sostenendo di voler continuare ad attenersi proprio agli accordi di Minsk. Con la mossa di ieri, la possibilità di un’offensiva russa si è fatta ancora più elevata. Del resto, che la tensione fosse alta era già con evidenza emerso nelle ore precedenti al fatidico annuncio di Putin. Ieri, la Russia aveva reso noto di aver impedito la violazione delle proprie frontiere da parte di forze ucraine, che avrebbero tentato di penetrare nel suo territorio: in particolare, cinque presunti «sabotatori» ucraini sarebbero rimasti uccisi nello svolgersi degli eventi. Un’accusa, quella russa, che era stata tuttavia smentita da Kiev. «Nessuno dei nostri soldati ha attraversato il confine con la Federazione russa, e nessuno è stato ucciso oggi», aveva dichiarato il funzionario del ministero della Difesa ucraino, Anton Gerashchenko. Sempre ieri, il governo di Kiev aveva accusato i separatisti filorussi di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco, mentre sono proseguiti i flussi migratori verso la Russia da Lugansk e Donetsk: uno spostamento che, secondo i media russi, avrebbe coinvolto fino a 60.000 persone. In tutto questo, gli Stati Uniti avevano riferito di avere «informazioni credibili», secondo cui Mosca avrebbe stilato una lista di cittadini ucraini da uccidere o internare, in caso di invasione: un’accusa che il Cremlino ha bollato come «menzogna assoluta». Dal canto suo, il Regno Unito era tornato a suonare l’allarme. «Le informazioni che stiamo vedendo suggeriscono che la Russia intende lanciare un’invasione e che il piano del presidente Putin è già iniziato», aveva detto ieri Downing Street. Vanno nel frattempo avanti le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi l’altro ieri: in particolare, il ministero della Difesa bielorusso ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe dal proprio territorio sarà subordinato a un passo indietro delle forze della Nato stazionate nei pressi di Russia e Bielorussia: il che, come notato da Reuters, apre alla possibilità che i soldati russi restino in loco a tempo indeterminato. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi giorni, Mosca e Minsk hanno consolidato ulteriormente le loro già strette relazioni. Al di là delle esercitazioni congiunte, Putin e Alexander Lukashenko hanno concordato la scorsa settimana di procedere a una maggiore integrazione politica ed economica. Una convergenza sempre più stretta che preoccupa l’Europa. Il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, ha parlato di un’annessione della Bielorussia da parte della Russia, mentre il suo omologo lituano Gabrielius Landsbergis ha invocato ieri nuove sanzioni europee a Minsk. La mossa di Putin rischia adesso di far pesantemente deragliare la complicata tela diplomatica che si stava tessendo. Ieri sera, è stato convocato un meeting d’emergenza tra Macron, Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutto questo, mentre sembra ormai fortemente a rischio il vertice che il presidente francese stava cercando di organizzare fino a ieri pomeriggio tra Joe Biden e lo stesso Putin. Quanto accaduto ieri certifica il fallimento della debole politica di deterrenza, condotta da Biden. Gli europei adesso sono a un bivio. E non è affatto detto che abbiano già deciso quale strada imboccare. Dopo l’Afghanistan, le relazioni transatlantiche rischiano di subire un nuovo trauma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-non-si-ferma-e-sfida-loccidente-riconosco-il-donbass-indipendente-2656767018.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-e-usa-affilano-larma-delle-sanzioni" data-post-id="2656767018" data-published-at="1645531864" data-use-pagination="False"> Ue e Usa affilano l’arma delle sanzioni «Se c’è annessione, ci saranno sanzioni, e se c’è riconoscimento, metterò le sanzioni sul tavolo e i ministri decideranno», ha dichiarato ieri l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, dopo la decisione presa da Vladimir Putin di riconoscere le due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. E pensare che, fino a poche ore prima, Borrell aveva mostrato forte cautela davanti alle richieste del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Ci sono molte decisioni che l’Ue può prendere ora per inviare messaggi chiari alla Russia, che la sua escalation non sarà tollerata e che l’Ucraina non sarà lasciata sola», aveva detto Kuleba, per poi aggiungere: «Ciò include non solo messaggi politici, ma anche alcuni atti molto specifici come sostenere lo sviluppo del nostro settore della difesa, sostenere la sicurezza informatica dell’Ucraina imponendo alcune delle sanzioni». «Riteniamo», aveva aggiunto, «che ci siano buone e legittime ragioni per imporre almeno alcune delle sanzioni ora, per dimostrare che l’Unione europea non sta solo parlando di sanzioni, ma sta anche procedendo». Una richiesta, quella di Kuleba, a cui Borrell non aveva acconsentito, lasciando chiaramente intendere che le sanzioni sarebbero state comminate solo in caso di invasione russa. «Il passaggio alle sanzioni è così enorme e consequenziale che sappiamo che dobbiamo sempre dare alla Russia la possibilità di tornare alla diplomazia e al tavolo dei negoziati», aveva del resto già affermato domenica sera il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Il pacchetto di sanzioni messo a punto da Bruxelles non è stato ancora reso noto. Tuttavia, secondo quanto riferito ieri dal Guardian, conterrebbe il «blocco delle esportazioni di componenti elettrici chiave da cui dipende la Russia, potenzialmente un divieto di importazione di petrolio e gas russi e il congelamento dei beni di privati e società affiliate al governo di Mosca». La Russia, secondo la von der Leyen, verrebbe inoltre «tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali». L’Austria ha tra l’altro fatto sapere che potrebbe essere colpito anche il gasdotto Nord Stream 2. Il tema delle sanzioni aveva del resto già creato una certa fibrillazione tra Kiev e Washington nel fine settimana. Sabato, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva infatti esortato l’Occidente a rendere pubbliche subito le sanzioni antirusse, senza attendere un’eventuale offensiva di Mosca. Una posizione, questa, che era stata respinta dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua ad essere deterrente», aveva dichiarato. Certo è che, alla luce della mossa di Putin di ieri, pare proprio che la strategia di deterrenza adottata da Biden non si stia rivelando particolarmente efficace. Come che sia, proprio ieri Reuters ha riferito che la Casa Bianca avrebbe messo a punto il primo pacchetto di sanzioni, che includerebbe «il divieto alle istituzioni finanziarie statunitensi di elaborare transazioni per le principali banche russe». In particolare, prosegue la stessa fonte, queste misure «puntano a danneggiare l’economia russa tagliando i rapporti bancari “corrispondenti” tra le banche russe prese di mira e le banche statunitensi che consentono pagamenti internazionali». Tra gli istituti che potrebbero finire nel mirino statunitense figurano Vtb Bank, Sberbank, Veb e Gazprombank.
Ansa
Il capo della polizia Vittorio Pisani è stato tranchat: l’assistente capo Carmelo Cinturrino, il poliziotto infedele del Rogoredo, è da considerarsi un ex poliziotto. Così infatti il prefetto ha spiegato al Corriere: «Subito dopo il fermo disposto all’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla polizia di Stato». Procedimento disciplinare e procedimento penale corrono su binari differenti con velocità diverse per natura. «Sì, di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo, mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato».
Non si può perdere tempo quando i fatti sono così chiari da potere, e quindi dovere, intervenire su fatti di cronaca così impattanti. E la fermezza è talmente un valore che il capo della polizia, come del resto già precedentemente aveva fatto il ministro Piantedosi, sgombra il campo dalle chiacchiere politiche: nessuno scudo avrebbe potuto salvare il poliziotto infedele. «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».
Ma allora uno si pone alcune domande: com’è possibile che le azioni disciplinari siano tanto diverse se uno indossa una divisa o una toga? I dati ci dicono che di fronte a errori gravissimi da parte della magistratura - errori per i quali lo Stato è costretto a pagare risarcimenti salati perché la vittima è stata in carcere senza aver commesso nulla - il magistrato che sbaglia non paga, anzi viene pure promosso! Ci volevano il referendum sulla riforma della giustizia e i vent’anni dalla assoluzione definitiva di Enzo Tortora (della cui tragedia si consiglia quantomeno la fiction di Bellocchio, Portobello) per ricordarci che le vittime sono tali perché qualcuno ha rovinato loro la vita? Certo, Cinturrino ha ucciso, è in galera ed è ormai un ex poliziotto; ma certi magistrati, anche se non hanno ucciso, hanno rovinato la vita delle loro vittime, sbattendole in galera e annientandone relazioni e posizioni; ecco, costoro non solo non pagano, ma restano in attività e sono persino promossi con avanzamenti di carriera.
E non è tutto, state attenti. Primo fatto: l’assistente capo Cinturrino colpevole di aver ucciso una persona e di aver alterato la scena del crimine nel tentativo di salvarsi si trova giustamente in galera, privato della libertà per effetto di una misura cautelare sacrosanta, oltre che - dicevamo - la destituzione dalla polizia. Secondo fatto: a Torino alcune manifestazioni sono sfociate in disordini gravi, nel corso dell’ultima abbiamo visto cosa hanno combinato alcune «personcine a modo» a un poliziotto preso a martellate. Ricapitolando: il poliziotto infedele che ha sparato e ucciso e che - dicono - avesse un martelletto per fare ancor più male (da qui il soprannome Thor) è in galera e senza più la divisa; chi invece mena e martella i poliziotti fedeli al massimo si becca gli arresti domiciliari con l’obbligo di firma.
Ha ragione il capo della polizia quando fa notare che «la polizia ha effettuato alcuni fermi, la Procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui. Per i disordini dello scorso anno, sempre a Torino, le indagini della polizia giudiziaria e le richieste della Procura hanno trovato parziale riscontro, con arresti domiciliari e obbligo di firma. Certo, nel rispetto dei ruoli non posso non rimanere perplesso sull’efficacia cautelare di un obbligo di firma emesso nei confronti di un indagato, già destinatario per altre tre volte di analoga misura. Ma la valutazione delle esigenze cautelari è competenza esclusiva del pm e del gip, e questo avverrà anche per le indagini sui fatti del 31 gennaio che sono tuttora in corso».
Complimenti al prefetto Parisi per l’eleganza istituzionale del linguaggio, ma qui c’è da diventare matti nel cercare il senso di certe scelte compiute dalla magistratura, il quasi doppiopesismo (o chiamatelo voi): com’è possibile non dare il carcere preventivo e dare ancora i domiciliari con obbligo di firma a chi continua a creare disordini nonostante quell’obbligo?
Cinturrino rimane a San Vittore
Il ricorso al Tribunale del Riesame sarà il prossimo passo della difesa di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo detenuto a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il suo avvocato, Piero Porciani, impugnerà l’ordinanza con cui il gip Domenico Santoro, pur non convalidando il fermo, ha disposto la custodia cautelare in carcere ritenendo sussistenti gravi indizi e concrete esigenze cautelari.
Il giudice Santoro fonda la decisione su tre pilastri: gravità indiziaria, rischio di inquinamento probatorio e pericolo di reiterazione del reato. Il giudice richiama il «quadro allarmante» emerso dagli atti circa i metodi operativi attribuiti a Cinturrino negli anni precedenti: condotte aggressive, uso abituale della forza, clima di soggezione nel bosco di Rogoredo, episodi riferiti da più persone sentite a sommarie informazioni, tra cui anche frequentatori abituali dell’area. Non si tratta, secondo il gip, di un errore isolato legato a una singola operazione, ma di un modus operandi che - se confermato - dimostrerebbe una pericolosità attuale. La reiterazione, dunque, non viene collegata a un rischio generico, ma alla possibilità concreta che, rimesso in libertà, l’indagato possa tornare a esercitare la propria funzione con modalità ritenute incompatibili con le regole giuridiche e deontologiche. Accanto a questo, Santoro valorizza il pericolo di inquinamento probatorio: la gestione immediatamente successiva allo sparo, il ritardo nell’allertare i soccorsi, la capacità dimostrata di incidere sulla narrazione degli eventi e la circostanza che più agenti abbiano modificato le loro dichiarazioni solo in un secondo momento. Un quadro che, per il giudice, rende il carcere l’unica misura idonea allo stato degli atti.
Nel corso dell’interrogatorio di convalida, Cinturrino ha ammesso che tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi sono passati «una ventina di minuti», spiegando di essere stato «confuso» e «non in me». Ha raccontato di aver chiamato prima via radio e poi il 118 dal cellulare, e di aver posizionato la pistola a circa 15 centimetri dal corpo «per pararmi». Ha sostenuto che i colleghi - in particolare Davide Picciotto - fossero dietro di lui e che «secondo me hanno visto che avevo la pistola», aggiungendo che almeno Picciotto «lo sapeva». Cinturrino ha respinto «ogni infamità», definendo «menzogne» le accuse e sostenendo che il suo tenore di vita è dimostrabile. Ha detto che molti colleghi lo hanno chiamato per esprimere indignazione, di aver sempre lavorato in coppia e fatto arresti con tutti, aggiungendo che «tutti volevano venire in macchina con me». Ha infine negato l’uso di droghe, affermando di bere solo «una birra o un cocktail» quando esce con la fidanzata. Di segno opposto le dichiarazioni rese nei secondi interrogatori del 19 febbraio da Picciotto, Gaetano Raimondi e Luigi Ramundo (accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso). Picciotto ha raccontato di aver avuto paura che l’assistente capo potesse «sparargli alle spalle» mentre eseguiva l’ordine di andare al commissariato. Raimondi ha confermato quel clima, affermando che nel bosco «se ne parlava» di «Luca Corvetto» (soprannome di Cinturrino) e che il collega «non era tutto pulito e lineare», pur senza che nessuno avesse mai formalizzato segnalazioni negli anni precedenti. Il capo della polizia Vittorio Pisani ha chiarito che Cinturrino sarà destituito e non può più essere considerato un appartenente alla Polizia, mentre su Rogoredo resta da verificare «la posizione degli altri poliziotti coinvolti», per i quali potrebbero emergere «ulteriori contestazioni». Ha annunciato che l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria, escludendo tensioni tra polizia e magistratura: «Ognuno svolge il proprio ruolo». Sul piano istituzionale, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rivendicato che «le prime ricostruzioni sono state superate dal lavoro puntuale di polizia e Procura», ringraziando la Questura di Milano per il rigore dimostrato.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 26 febbraio con Carlo Cambi
Ansa
È dentro questo quadro - consegne pagate in media tra i 3 e i 5 euro e costi interamente scaricati sui rider - che la Procura di Milano è intervenuta. Dopo Glovo/Foodinho, la Procura diretta da Marcello Viola ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza anche per Deliveroo Italy S.r.l., ipotizzando il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravato. Nel decreto firmato dal pm Paolo Storari risultano indagati l’amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi e la società, anche ai sensi del d.lgs 231/2001. I rider coinvolti sarebbero circa 3.000 a Milano e 20.000 in tutta Italia.
L’inchiesta si estende anche ai rapporti a valle: i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno acquisito documenti presso McDonald’s, Burger King, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc, non indagate ma legate a Deliveroo da rapporti contrattuali, per verificare se i modelli organizzativi siano idonei a prevenire forme di sfruttamento.
Per la Procura la leva è economica: compensi «in alcuni casi inferiori fino a circa il 90%» rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva, con un richiamo diretto all’articolo 36 della Costituzione sull’«esistenza libera e dignitosa». Dai verbali emerge che, a fronte di un impegno spesso a tempo pieno, molti rider dichiarano redditi mensili tra i 600 e gli 800 euro, livelli che la Procura colloca stabilmente sotto le soglie di povertà Istat.
Il cuore del provvedimento, come già nel «modello Glovo», non è però il singolo responsabile, ma una «politica di impresa» e un contesto organizzativo che consentono allo sfruttamento di riprodursi anche cambiando i vertici. Per questo la risposta non è solo penale: è il controllo giudiziario ex art. 3 della legge 199/2016, affidato al Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri di Milano, con la nomina dell’amministratore giudiziario, l’avvocato Jean Paule Castagno, incaricata di verificare le condizioni lavorative e imporre nuovi assetti organizzativi.
Le dichiarazioni raccolte dalla Procura sono definite «sostanzialmente omogenee» e descrivono un’attività che non appare come lavoro autonomo, ma come esecuzione di consegne governate dalla piattaforma. Nei verbali compaiono storie precise: S.U., M.A., K.H., tutti lavoratori immigrati titolari di partita Iva e formalmente autonomi, ma inseriti in un sistema in cui il compenso è deciso dall’app. Uno riferisce di percepire «mediamente circa 4 euro per ciascuna consegna», un altro indica «tra 3 e 5 euro», sempre in base ai chilometri stabiliti dalla piattaforma.
A queste testimonianze la Procura affianca i dati fiscali. Su 55 rider esaminati, 52 risultano a partita Iva. Analizzando le fatture del 2025 di 37 lavoratori, emerge che 27 (73%) sono sotto la soglia di povertà considerando il reddito complessivo; la percentuale sale a 30 su 37 (81,1%) se si guarda al solo fatturato Deliveroo. Il confronto con il contratto nazionale logistica è ancora più netto: risultano sottosoglia 32 rider su 37 (86,5%) sul reddito totale e 35 su 37 (94,6%) sul solo fatturato Deliveroo.
Colpisce anche la composizione della forza lavoro: la larga maggioranza dei rider esaminati è composta da cittadini stranieri, spesso con famiglia a carico. In molti casi si tratta di lavoratori apparentemente in regola, titolari di partita Iva; ma già in altre inchieste erano state segnalate pratiche diffuse di cessione o utilizzo promiscuo degli account, che rendono più opaca la reale posizione giuridica di chi effettua le consegne. Non è lavoro nero in senso classico, ma un sistema che, anche quando appare regolare, espone i lavoratori alla povertà. Lo dicono i rider stessi: «Sono costretto ad accettare la paga di Deliveroo… a fine mese non mi avanza nulla»; «La paga non è sufficiente», racconta un altro, padre di tre figli. Intanto Elly Schlein, leader dem, chiede una legge specifica per i rider e il salario minimo, sostenendo che sotto i 9 euro l’ora è sfruttamento e che la politica non può lasciare soli i giudici nell’applicare l’articolo 36 della Costituzione. Resta però il fatto che quando il Partito democratico era al governo una riforma organica sul salario minimo o sui rider non è mai arrivata.
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Nicola Gratteri (Ansa)
L’aspetto più inquietante è l’atteggiamento di un magistrato, Nicola Gratteri, ufficialmente capo della Procura di Napoli e ufficiosamente frontman del No.
Non passa giorno che non attacchi il governo e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Senza nemmeno accorgersene: «Di certo non sono io a fomentare il veleno. Chi mi conosce sa che, con pacatezza, cerco di non offendere chi non la pensa come me», si azzarda a dire Gratteri. Ieri, a margine dell’inaugurazione dell’anno formativo della Scuola superiore della magistratura, a cui ha partecipato, noncurante degli appelli alla calma che il capo dello Stato ha fatto qualche giorno fa in seno al Csm, Gratteri è andato ancora all’assalto di Nordio, sciorinando, come fosse lui il ministro, la ricetta per risolvere la carenza di personale negli uffici giudiziari. «Anziché riaprire i tribunali come ha fatto adesso il ministro, riaprendo Bassano del Grappa, bisognerebbe chiudere i piccoli tribunali perché non funzionano bene. Ogni volta che si apre un ufficio giudiziario c’è sempre un procuratore della repubblica con tutta la struttura amministrativa che ne consegue. Bisognerebbe, invece, cercare di accorparlo e fare sinergia perché sempre più saranno in difficoltà».
Sul referendum mette di mezzo i giovani magistrati: «Già li vedo preoccupati, intimoriti, che si fanno domande. Ho visto già lo scorso anno gente che inizia a pensare di non fare più il pm e chiedere di fare il giudice perché preoccupato del futuro della figura del pm. Nessuno crede che si vadano a modificare sette articoli della Costituzione per 48 magistrati l’anno». Tutto ciò a pochi giorni dalla sua sparata sul Corriere della Calabria quando disse che «voteranno per il No le persone perbene» e per il Sì «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Immediata la replica del Guardasigilli: «Per la prima volta da mezzo secolo, stiamo colmando gli organici della magistratura attraverso ben sei concorsi. Dalla fine di quest’anno avremmo in servizio 10.853 magistrati. I numeri lo smentiscono ancora una volta. Siamo rammaricati per questa ennesima sterile polemica che non asseconda quel clima di pacatezza e razionalità invocato dal presidente della Repubblica».
Interviene anche il leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Questa riforma serve a cambiare l’Italia, non a indebolire la magistratura. Possiamo criticare qualche magistrato politicizzato, ma non stiamo facendo la guerra ai magistrati». La battaglia si è imbarbarita, mancano 25 giorni alle urne, ed è già scomparso il merito.
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