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2022-02-22
Putin non si ferma e sfida l’Occidente: «Riconosco il Donbass indipendente»
Vladimir Putin durante la diretta tv sulla situazione nel Donbass (Ansa)
La tensione si fa sempre più alta in Ucraina. Ieri sera il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato il decreto per riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il capo del Cremlino ha innanzitutto informato della sua decisione il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Entrambi i leader si sono detti «delusi». «Un simile passo sarebbe una grave sconfessione dell’accordo di Minsk per una soluzione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e una violazione unilaterale di questi accordi da parte russa», ha detto il cancelliere tedesco. Una reazione negativa è arrivata anche dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell.
Nonostante le critiche, il capo del Cremlino ha deciso di tirare dritto. «L’Ucraina è stata creata da Lenin. È una cosa documentata nei nostri archivi. Lenin aveva un interesse particolare anche nel Donbass», ha detto Putin, parlando in serata alla nazione. «Siamo pronti a mostrare cosa significhi la vera liberazione dal comunismo», ha aggiunto.
La situazione adesso è destinata a complicarsi notevolmente. Gli sforzi diplomatici finora condotti ruotavano infatti in gran parte proprio attorno agli accordi di Minsk. Inoltre, questo riconoscimento fornisce potenzialmente a Putin il pretesto per intervenire nel Donbass sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di agire militarmente quando ritiene di dover tutelare i russi residenti nello spazio ex sovietico.
Il capo del Cremlino ha insomma deciso per un drastico cambio di passo rispetto alla settimana scorsa, quando la Duma aveva approvato una mozione per chiedergli di riconoscere ufficialmente le due repubbliche. Una richiesta che Putin aveva all’epoca prontamente messo nel cassetto, sostenendo di voler continuare ad attenersi proprio agli accordi di Minsk. Con la mossa di ieri, la possibilità di un’offensiva russa si è fatta ancora più elevata.
Del resto, che la tensione fosse alta era già con evidenza emerso nelle ore precedenti al fatidico annuncio di Putin. Ieri, la Russia aveva reso noto di aver impedito la violazione delle proprie frontiere da parte di forze ucraine, che avrebbero tentato di penetrare nel suo territorio: in particolare, cinque presunti «sabotatori» ucraini sarebbero rimasti uccisi nello svolgersi degli eventi. Un’accusa, quella russa, che era stata tuttavia smentita da Kiev. «Nessuno dei nostri soldati ha attraversato il confine con la Federazione russa, e nessuno è stato ucciso oggi», aveva dichiarato il funzionario del ministero della Difesa ucraino, Anton Gerashchenko.
Sempre ieri, il governo di Kiev aveva accusato i separatisti filorussi di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco, mentre sono proseguiti i flussi migratori verso la Russia da Lugansk e Donetsk: uno spostamento che, secondo i media russi, avrebbe coinvolto fino a 60.000 persone. In tutto questo, gli Stati Uniti avevano riferito di avere «informazioni credibili», secondo cui Mosca avrebbe stilato una lista di cittadini ucraini da uccidere o internare, in caso di invasione: un’accusa che il Cremlino ha bollato come «menzogna assoluta». Dal canto suo, il Regno Unito era tornato a suonare l’allarme. «Le informazioni che stiamo vedendo suggeriscono che la Russia intende lanciare un’invasione e che il piano del presidente Putin è già iniziato», aveva detto ieri Downing Street.
Vanno nel frattempo avanti le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi l’altro ieri: in particolare, il ministero della Difesa bielorusso ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe dal proprio territorio sarà subordinato a un passo indietro delle forze della Nato stazionate nei pressi di Russia e Bielorussia: il che, come notato da Reuters, apre alla possibilità che i soldati russi restino in loco a tempo indeterminato. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi giorni, Mosca e Minsk hanno consolidato ulteriormente le loro già strette relazioni. Al di là delle esercitazioni congiunte, Putin e Alexander Lukashenko hanno concordato la scorsa settimana di procedere a una maggiore integrazione politica ed economica. Una convergenza sempre più stretta che preoccupa l’Europa.
Il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, ha parlato di un’annessione della Bielorussia da parte della Russia, mentre il suo omologo lituano Gabrielius Landsbergis ha invocato ieri nuove sanzioni europee a Minsk. La mossa di Putin rischia adesso di far pesantemente deragliare la complicata tela diplomatica che si stava tessendo. Ieri sera, è stato convocato un meeting d’emergenza tra Macron, Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutto questo, mentre sembra ormai fortemente a rischio il vertice che il presidente francese stava cercando di organizzare fino a ieri pomeriggio tra Joe Biden e lo stesso Putin.
Quanto accaduto ieri certifica il fallimento della debole politica di deterrenza, condotta da Biden. Gli europei adesso sono a un bivio. E non è affatto detto che abbiano già deciso quale strada imboccare. Dopo l’Afghanistan, le relazioni transatlantiche rischiano di subire un nuovo trauma.
Ue e Usa affilano l’arma delle sanzioni
«Se c’è annessione, ci saranno sanzioni, e se c’è riconoscimento, metterò le sanzioni sul tavolo e i ministri decideranno», ha dichiarato ieri l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, dopo la decisione presa da Vladimir Putin di riconoscere le due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. E pensare che, fino a poche ore prima, Borrell aveva mostrato forte cautela davanti alle richieste del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba.
«Ci sono molte decisioni che l’Ue può prendere ora per inviare messaggi chiari alla Russia, che la sua escalation non sarà tollerata e che l’Ucraina non sarà lasciata sola», aveva detto Kuleba, per poi aggiungere: «Ciò include non solo messaggi politici, ma anche alcuni atti molto specifici come sostenere lo sviluppo del nostro settore della difesa, sostenere la sicurezza informatica dell’Ucraina imponendo alcune delle sanzioni». «Riteniamo», aveva aggiunto, «che ci siano buone e legittime ragioni per imporre almeno alcune delle sanzioni ora, per dimostrare che l’Unione europea non sta solo parlando di sanzioni, ma sta anche procedendo». Una richiesta, quella di Kuleba, a cui Borrell non aveva acconsentito, lasciando chiaramente intendere che le sanzioni sarebbero state comminate solo in caso di invasione russa. «Il passaggio alle sanzioni è così enorme e consequenziale che sappiamo che dobbiamo sempre dare alla Russia la possibilità di tornare alla diplomazia e al tavolo dei negoziati», aveva del resto già affermato domenica sera il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Il pacchetto di sanzioni messo a punto da Bruxelles non è stato ancora reso noto. Tuttavia, secondo quanto riferito ieri dal Guardian, conterrebbe il «blocco delle esportazioni di componenti elettrici chiave da cui dipende la Russia, potenzialmente un divieto di importazione di petrolio e gas russi e il congelamento dei beni di privati e società affiliate al governo di Mosca». La Russia, secondo la von der Leyen, verrebbe inoltre «tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali». L’Austria ha tra l’altro fatto sapere che potrebbe essere colpito anche il gasdotto Nord Stream 2.
Il tema delle sanzioni aveva del resto già creato una certa fibrillazione tra Kiev e Washington nel fine settimana. Sabato, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva infatti esortato l’Occidente a rendere pubbliche subito le sanzioni antirusse, senza attendere un’eventuale offensiva di Mosca. Una posizione, questa, che era stata respinta dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua ad essere deterrente», aveva dichiarato. Certo è che, alla luce della mossa di Putin di ieri, pare proprio che la strategia di deterrenza adottata da Biden non si stia rivelando particolarmente efficace.
Come che sia, proprio ieri Reuters ha riferito che la Casa Bianca avrebbe messo a punto il primo pacchetto di sanzioni, che includerebbe «il divieto alle istituzioni finanziarie statunitensi di elaborare transazioni per le principali banche russe».
In particolare, prosegue la stessa fonte, queste misure «puntano a danneggiare l’economia russa tagliando i rapporti bancari “corrispondenti” tra le banche russe prese di mira e le banche statunitensi che consentono pagamenti internazionali».
Tra gli istituti che potrebbero finire nel mirino statunitense figurano Vtb Bank, Sberbank, Veb e Gazprombank.
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Il leader cita Lenin e firma il decreto che sancisce la svolta sulle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. Macron e Scholz, «delusi», convocano una riunione d’emergenza. Fallisce la politica di deterrenza di Biden.Nel pacchetto che Bruxelles e Washington dovranno valutare ci sono anche il blocco del gasdotto caro a Berlino, Nord Stream 2, e limitazioni durissime per le banche russe.Lo speciale contiene due articoli.La tensione si fa sempre più alta in Ucraina. Ieri sera il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato il decreto per riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il capo del Cremlino ha innanzitutto informato della sua decisione il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Entrambi i leader si sono detti «delusi». «Un simile passo sarebbe una grave sconfessione dell’accordo di Minsk per una soluzione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e una violazione unilaterale di questi accordi da parte russa», ha detto il cancelliere tedesco. Una reazione negativa è arrivata anche dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell. Nonostante le critiche, il capo del Cremlino ha deciso di tirare dritto. «L’Ucraina è stata creata da Lenin. È una cosa documentata nei nostri archivi. Lenin aveva un interesse particolare anche nel Donbass», ha detto Putin, parlando in serata alla nazione. «Siamo pronti a mostrare cosa significhi la vera liberazione dal comunismo», ha aggiunto. La situazione adesso è destinata a complicarsi notevolmente. Gli sforzi diplomatici finora condotti ruotavano infatti in gran parte proprio attorno agli accordi di Minsk. Inoltre, questo riconoscimento fornisce potenzialmente a Putin il pretesto per intervenire nel Donbass sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di agire militarmente quando ritiene di dover tutelare i russi residenti nello spazio ex sovietico. Il capo del Cremlino ha insomma deciso per un drastico cambio di passo rispetto alla settimana scorsa, quando la Duma aveva approvato una mozione per chiedergli di riconoscere ufficialmente le due repubbliche. Una richiesta che Putin aveva all’epoca prontamente messo nel cassetto, sostenendo di voler continuare ad attenersi proprio agli accordi di Minsk. Con la mossa di ieri, la possibilità di un’offensiva russa si è fatta ancora più elevata. Del resto, che la tensione fosse alta era già con evidenza emerso nelle ore precedenti al fatidico annuncio di Putin. Ieri, la Russia aveva reso noto di aver impedito la violazione delle proprie frontiere da parte di forze ucraine, che avrebbero tentato di penetrare nel suo territorio: in particolare, cinque presunti «sabotatori» ucraini sarebbero rimasti uccisi nello svolgersi degli eventi. Un’accusa, quella russa, che era stata tuttavia smentita da Kiev. «Nessuno dei nostri soldati ha attraversato il confine con la Federazione russa, e nessuno è stato ucciso oggi», aveva dichiarato il funzionario del ministero della Difesa ucraino, Anton Gerashchenko. Sempre ieri, il governo di Kiev aveva accusato i separatisti filorussi di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco, mentre sono proseguiti i flussi migratori verso la Russia da Lugansk e Donetsk: uno spostamento che, secondo i media russi, avrebbe coinvolto fino a 60.000 persone. In tutto questo, gli Stati Uniti avevano riferito di avere «informazioni credibili», secondo cui Mosca avrebbe stilato una lista di cittadini ucraini da uccidere o internare, in caso di invasione: un’accusa che il Cremlino ha bollato come «menzogna assoluta». Dal canto suo, il Regno Unito era tornato a suonare l’allarme. «Le informazioni che stiamo vedendo suggeriscono che la Russia intende lanciare un’invasione e che il piano del presidente Putin è già iniziato», aveva detto ieri Downing Street. Vanno nel frattempo avanti le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi l’altro ieri: in particolare, il ministero della Difesa bielorusso ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe dal proprio territorio sarà subordinato a un passo indietro delle forze della Nato stazionate nei pressi di Russia e Bielorussia: il che, come notato da Reuters, apre alla possibilità che i soldati russi restino in loco a tempo indeterminato. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi giorni, Mosca e Minsk hanno consolidato ulteriormente le loro già strette relazioni. Al di là delle esercitazioni congiunte, Putin e Alexander Lukashenko hanno concordato la scorsa settimana di procedere a una maggiore integrazione politica ed economica. Una convergenza sempre più stretta che preoccupa l’Europa. Il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, ha parlato di un’annessione della Bielorussia da parte della Russia, mentre il suo omologo lituano Gabrielius Landsbergis ha invocato ieri nuove sanzioni europee a Minsk. La mossa di Putin rischia adesso di far pesantemente deragliare la complicata tela diplomatica che si stava tessendo. Ieri sera, è stato convocato un meeting d’emergenza tra Macron, Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutto questo, mentre sembra ormai fortemente a rischio il vertice che il presidente francese stava cercando di organizzare fino a ieri pomeriggio tra Joe Biden e lo stesso Putin. Quanto accaduto ieri certifica il fallimento della debole politica di deterrenza, condotta da Biden. Gli europei adesso sono a un bivio. E non è affatto detto che abbiano già deciso quale strada imboccare. Dopo l’Afghanistan, le relazioni transatlantiche rischiano di subire un nuovo trauma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-non-si-ferma-e-sfida-loccidente-riconosco-il-donbass-indipendente-2656767018.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-e-usa-affilano-larma-delle-sanzioni" data-post-id="2656767018" data-published-at="1645531864" data-use-pagination="False"> Ue e Usa affilano l’arma delle sanzioni «Se c’è annessione, ci saranno sanzioni, e se c’è riconoscimento, metterò le sanzioni sul tavolo e i ministri decideranno», ha dichiarato ieri l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, dopo la decisione presa da Vladimir Putin di riconoscere le due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. E pensare che, fino a poche ore prima, Borrell aveva mostrato forte cautela davanti alle richieste del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Ci sono molte decisioni che l’Ue può prendere ora per inviare messaggi chiari alla Russia, che la sua escalation non sarà tollerata e che l’Ucraina non sarà lasciata sola», aveva detto Kuleba, per poi aggiungere: «Ciò include non solo messaggi politici, ma anche alcuni atti molto specifici come sostenere lo sviluppo del nostro settore della difesa, sostenere la sicurezza informatica dell’Ucraina imponendo alcune delle sanzioni». «Riteniamo», aveva aggiunto, «che ci siano buone e legittime ragioni per imporre almeno alcune delle sanzioni ora, per dimostrare che l’Unione europea non sta solo parlando di sanzioni, ma sta anche procedendo». Una richiesta, quella di Kuleba, a cui Borrell non aveva acconsentito, lasciando chiaramente intendere che le sanzioni sarebbero state comminate solo in caso di invasione russa. «Il passaggio alle sanzioni è così enorme e consequenziale che sappiamo che dobbiamo sempre dare alla Russia la possibilità di tornare alla diplomazia e al tavolo dei negoziati», aveva del resto già affermato domenica sera il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Il pacchetto di sanzioni messo a punto da Bruxelles non è stato ancora reso noto. Tuttavia, secondo quanto riferito ieri dal Guardian, conterrebbe il «blocco delle esportazioni di componenti elettrici chiave da cui dipende la Russia, potenzialmente un divieto di importazione di petrolio e gas russi e il congelamento dei beni di privati e società affiliate al governo di Mosca». La Russia, secondo la von der Leyen, verrebbe inoltre «tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali». L’Austria ha tra l’altro fatto sapere che potrebbe essere colpito anche il gasdotto Nord Stream 2. Il tema delle sanzioni aveva del resto già creato una certa fibrillazione tra Kiev e Washington nel fine settimana. Sabato, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva infatti esortato l’Occidente a rendere pubbliche subito le sanzioni antirusse, senza attendere un’eventuale offensiva di Mosca. Una posizione, questa, che era stata respinta dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua ad essere deterrente», aveva dichiarato. Certo è che, alla luce della mossa di Putin di ieri, pare proprio che la strategia di deterrenza adottata da Biden non si stia rivelando particolarmente efficace. Come che sia, proprio ieri Reuters ha riferito che la Casa Bianca avrebbe messo a punto il primo pacchetto di sanzioni, che includerebbe «il divieto alle istituzioni finanziarie statunitensi di elaborare transazioni per le principali banche russe». In particolare, prosegue la stessa fonte, queste misure «puntano a danneggiare l’economia russa tagliando i rapporti bancari “corrispondenti” tra le banche russe prese di mira e le banche statunitensi che consentono pagamenti internazionali». Tra gli istituti che potrebbero finire nel mirino statunitense figurano Vtb Bank, Sberbank, Veb e Gazprombank.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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