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2022-02-22
Putin non si ferma e sfida l’Occidente: «Riconosco il Donbass indipendente»
Vladimir Putin durante la diretta tv sulla situazione nel Donbass (Ansa)
La tensione si fa sempre più alta in Ucraina. Ieri sera il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato il decreto per riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il capo del Cremlino ha innanzitutto informato della sua decisione il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Entrambi i leader si sono detti «delusi». «Un simile passo sarebbe una grave sconfessione dell’accordo di Minsk per una soluzione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e una violazione unilaterale di questi accordi da parte russa», ha detto il cancelliere tedesco. Una reazione negativa è arrivata anche dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell.
Nonostante le critiche, il capo del Cremlino ha deciso di tirare dritto. «L’Ucraina è stata creata da Lenin. È una cosa documentata nei nostri archivi. Lenin aveva un interesse particolare anche nel Donbass», ha detto Putin, parlando in serata alla nazione. «Siamo pronti a mostrare cosa significhi la vera liberazione dal comunismo», ha aggiunto.
La situazione adesso è destinata a complicarsi notevolmente. Gli sforzi diplomatici finora condotti ruotavano infatti in gran parte proprio attorno agli accordi di Minsk. Inoltre, questo riconoscimento fornisce potenzialmente a Putin il pretesto per intervenire nel Donbass sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di agire militarmente quando ritiene di dover tutelare i russi residenti nello spazio ex sovietico.
Il capo del Cremlino ha insomma deciso per un drastico cambio di passo rispetto alla settimana scorsa, quando la Duma aveva approvato una mozione per chiedergli di riconoscere ufficialmente le due repubbliche. Una richiesta che Putin aveva all’epoca prontamente messo nel cassetto, sostenendo di voler continuare ad attenersi proprio agli accordi di Minsk. Con la mossa di ieri, la possibilità di un’offensiva russa si è fatta ancora più elevata.
Del resto, che la tensione fosse alta era già con evidenza emerso nelle ore precedenti al fatidico annuncio di Putin. Ieri, la Russia aveva reso noto di aver impedito la violazione delle proprie frontiere da parte di forze ucraine, che avrebbero tentato di penetrare nel suo territorio: in particolare, cinque presunti «sabotatori» ucraini sarebbero rimasti uccisi nello svolgersi degli eventi. Un’accusa, quella russa, che era stata tuttavia smentita da Kiev. «Nessuno dei nostri soldati ha attraversato il confine con la Federazione russa, e nessuno è stato ucciso oggi», aveva dichiarato il funzionario del ministero della Difesa ucraino, Anton Gerashchenko.
Sempre ieri, il governo di Kiev aveva accusato i separatisti filorussi di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco, mentre sono proseguiti i flussi migratori verso la Russia da Lugansk e Donetsk: uno spostamento che, secondo i media russi, avrebbe coinvolto fino a 60.000 persone. In tutto questo, gli Stati Uniti avevano riferito di avere «informazioni credibili», secondo cui Mosca avrebbe stilato una lista di cittadini ucraini da uccidere o internare, in caso di invasione: un’accusa che il Cremlino ha bollato come «menzogna assoluta». Dal canto suo, il Regno Unito era tornato a suonare l’allarme. «Le informazioni che stiamo vedendo suggeriscono che la Russia intende lanciare un’invasione e che il piano del presidente Putin è già iniziato», aveva detto ieri Downing Street.
Vanno nel frattempo avanti le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi l’altro ieri: in particolare, il ministero della Difesa bielorusso ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe dal proprio territorio sarà subordinato a un passo indietro delle forze della Nato stazionate nei pressi di Russia e Bielorussia: il che, come notato da Reuters, apre alla possibilità che i soldati russi restino in loco a tempo indeterminato. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi giorni, Mosca e Minsk hanno consolidato ulteriormente le loro già strette relazioni. Al di là delle esercitazioni congiunte, Putin e Alexander Lukashenko hanno concordato la scorsa settimana di procedere a una maggiore integrazione politica ed economica. Una convergenza sempre più stretta che preoccupa l’Europa.
Il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, ha parlato di un’annessione della Bielorussia da parte della Russia, mentre il suo omologo lituano Gabrielius Landsbergis ha invocato ieri nuove sanzioni europee a Minsk. La mossa di Putin rischia adesso di far pesantemente deragliare la complicata tela diplomatica che si stava tessendo. Ieri sera, è stato convocato un meeting d’emergenza tra Macron, Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutto questo, mentre sembra ormai fortemente a rischio il vertice che il presidente francese stava cercando di organizzare fino a ieri pomeriggio tra Joe Biden e lo stesso Putin.
Quanto accaduto ieri certifica il fallimento della debole politica di deterrenza, condotta da Biden. Gli europei adesso sono a un bivio. E non è affatto detto che abbiano già deciso quale strada imboccare. Dopo l’Afghanistan, le relazioni transatlantiche rischiano di subire un nuovo trauma.
Ue e Usa affilano l’arma delle sanzioni
«Se c’è annessione, ci saranno sanzioni, e se c’è riconoscimento, metterò le sanzioni sul tavolo e i ministri decideranno», ha dichiarato ieri l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, dopo la decisione presa da Vladimir Putin di riconoscere le due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. E pensare che, fino a poche ore prima, Borrell aveva mostrato forte cautela davanti alle richieste del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba.
«Ci sono molte decisioni che l’Ue può prendere ora per inviare messaggi chiari alla Russia, che la sua escalation non sarà tollerata e che l’Ucraina non sarà lasciata sola», aveva detto Kuleba, per poi aggiungere: «Ciò include non solo messaggi politici, ma anche alcuni atti molto specifici come sostenere lo sviluppo del nostro settore della difesa, sostenere la sicurezza informatica dell’Ucraina imponendo alcune delle sanzioni». «Riteniamo», aveva aggiunto, «che ci siano buone e legittime ragioni per imporre almeno alcune delle sanzioni ora, per dimostrare che l’Unione europea non sta solo parlando di sanzioni, ma sta anche procedendo». Una richiesta, quella di Kuleba, a cui Borrell non aveva acconsentito, lasciando chiaramente intendere che le sanzioni sarebbero state comminate solo in caso di invasione russa. «Il passaggio alle sanzioni è così enorme e consequenziale che sappiamo che dobbiamo sempre dare alla Russia la possibilità di tornare alla diplomazia e al tavolo dei negoziati», aveva del resto già affermato domenica sera il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Il pacchetto di sanzioni messo a punto da Bruxelles non è stato ancora reso noto. Tuttavia, secondo quanto riferito ieri dal Guardian, conterrebbe il «blocco delle esportazioni di componenti elettrici chiave da cui dipende la Russia, potenzialmente un divieto di importazione di petrolio e gas russi e il congelamento dei beni di privati e società affiliate al governo di Mosca». La Russia, secondo la von der Leyen, verrebbe inoltre «tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali». L’Austria ha tra l’altro fatto sapere che potrebbe essere colpito anche il gasdotto Nord Stream 2.
Il tema delle sanzioni aveva del resto già creato una certa fibrillazione tra Kiev e Washington nel fine settimana. Sabato, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva infatti esortato l’Occidente a rendere pubbliche subito le sanzioni antirusse, senza attendere un’eventuale offensiva di Mosca. Una posizione, questa, che era stata respinta dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua ad essere deterrente», aveva dichiarato. Certo è che, alla luce della mossa di Putin di ieri, pare proprio che la strategia di deterrenza adottata da Biden non si stia rivelando particolarmente efficace.
Come che sia, proprio ieri Reuters ha riferito che la Casa Bianca avrebbe messo a punto il primo pacchetto di sanzioni, che includerebbe «il divieto alle istituzioni finanziarie statunitensi di elaborare transazioni per le principali banche russe».
In particolare, prosegue la stessa fonte, queste misure «puntano a danneggiare l’economia russa tagliando i rapporti bancari “corrispondenti” tra le banche russe prese di mira e le banche statunitensi che consentono pagamenti internazionali».
Tra gli istituti che potrebbero finire nel mirino statunitense figurano Vtb Bank, Sberbank, Veb e Gazprombank.
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Il leader cita Lenin e firma il decreto che sancisce la svolta sulle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. Macron e Scholz, «delusi», convocano una riunione d’emergenza. Fallisce la politica di deterrenza di Biden.Nel pacchetto che Bruxelles e Washington dovranno valutare ci sono anche il blocco del gasdotto caro a Berlino, Nord Stream 2, e limitazioni durissime per le banche russe.Lo speciale contiene due articoli.La tensione si fa sempre più alta in Ucraina. Ieri sera il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato il decreto per riconoscere l’indipendenza delle due autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il capo del Cremlino ha innanzitutto informato della sua decisione il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Entrambi i leader si sono detti «delusi». «Un simile passo sarebbe una grave sconfessione dell’accordo di Minsk per una soluzione pacifica del conflitto nell’Ucraina orientale e una violazione unilaterale di questi accordi da parte russa», ha detto il cancelliere tedesco. Una reazione negativa è arrivata anche dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell. Nonostante le critiche, il capo del Cremlino ha deciso di tirare dritto. «L’Ucraina è stata creata da Lenin. È una cosa documentata nei nostri archivi. Lenin aveva un interesse particolare anche nel Donbass», ha detto Putin, parlando in serata alla nazione. «Siamo pronti a mostrare cosa significhi la vera liberazione dal comunismo», ha aggiunto. La situazione adesso è destinata a complicarsi notevolmente. Gli sforzi diplomatici finora condotti ruotavano infatti in gran parte proprio attorno agli accordi di Minsk. Inoltre, questo riconoscimento fornisce potenzialmente a Putin il pretesto per intervenire nel Donbass sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di agire militarmente quando ritiene di dover tutelare i russi residenti nello spazio ex sovietico. Il capo del Cremlino ha insomma deciso per un drastico cambio di passo rispetto alla settimana scorsa, quando la Duma aveva approvato una mozione per chiedergli di riconoscere ufficialmente le due repubbliche. Una richiesta che Putin aveva all’epoca prontamente messo nel cassetto, sostenendo di voler continuare ad attenersi proprio agli accordi di Minsk. Con la mossa di ieri, la possibilità di un’offensiva russa si è fatta ancora più elevata. Del resto, che la tensione fosse alta era già con evidenza emerso nelle ore precedenti al fatidico annuncio di Putin. Ieri, la Russia aveva reso noto di aver impedito la violazione delle proprie frontiere da parte di forze ucraine, che avrebbero tentato di penetrare nel suo territorio: in particolare, cinque presunti «sabotatori» ucraini sarebbero rimasti uccisi nello svolgersi degli eventi. Un’accusa, quella russa, che era stata tuttavia smentita da Kiev. «Nessuno dei nostri soldati ha attraversato il confine con la Federazione russa, e nessuno è stato ucciso oggi», aveva dichiarato il funzionario del ministero della Difesa ucraino, Anton Gerashchenko. Sempre ieri, il governo di Kiev aveva accusato i separatisti filorussi di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco, mentre sono proseguiti i flussi migratori verso la Russia da Lugansk e Donetsk: uno spostamento che, secondo i media russi, avrebbe coinvolto fino a 60.000 persone. In tutto questo, gli Stati Uniti avevano riferito di avere «informazioni credibili», secondo cui Mosca avrebbe stilato una lista di cittadini ucraini da uccidere o internare, in caso di invasione: un’accusa che il Cremlino ha bollato come «menzogna assoluta». Dal canto suo, il Regno Unito era tornato a suonare l’allarme. «Le informazioni che stiamo vedendo suggeriscono che la Russia intende lanciare un’invasione e che il piano del presidente Putin è già iniziato», aveva detto ieri Downing Street. Vanno nel frattempo avanti le esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Minsk che avrebbero in realtà dovuto concludersi l’altro ieri: in particolare, il ministero della Difesa bielorusso ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe dal proprio territorio sarà subordinato a un passo indietro delle forze della Nato stazionate nei pressi di Russia e Bielorussia: il che, come notato da Reuters, apre alla possibilità che i soldati russi restino in loco a tempo indeterminato. Ricordiamo che, soprattutto negli ultimi giorni, Mosca e Minsk hanno consolidato ulteriormente le loro già strette relazioni. Al di là delle esercitazioni congiunte, Putin e Alexander Lukashenko hanno concordato la scorsa settimana di procedere a una maggiore integrazione politica ed economica. Una convergenza sempre più stretta che preoccupa l’Europa. Il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, ha parlato di un’annessione della Bielorussia da parte della Russia, mentre il suo omologo lituano Gabrielius Landsbergis ha invocato ieri nuove sanzioni europee a Minsk. La mossa di Putin rischia adesso di far pesantemente deragliare la complicata tela diplomatica che si stava tessendo. Ieri sera, è stato convocato un meeting d’emergenza tra Macron, Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tutto questo, mentre sembra ormai fortemente a rischio il vertice che il presidente francese stava cercando di organizzare fino a ieri pomeriggio tra Joe Biden e lo stesso Putin. Quanto accaduto ieri certifica il fallimento della debole politica di deterrenza, condotta da Biden. Gli europei adesso sono a un bivio. E non è affatto detto che abbiano già deciso quale strada imboccare. Dopo l’Afghanistan, le relazioni transatlantiche rischiano di subire un nuovo trauma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-non-si-ferma-e-sfida-loccidente-riconosco-il-donbass-indipendente-2656767018.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-e-usa-affilano-larma-delle-sanzioni" data-post-id="2656767018" data-published-at="1645531864" data-use-pagination="False"> Ue e Usa affilano l’arma delle sanzioni «Se c’è annessione, ci saranno sanzioni, e se c’è riconoscimento, metterò le sanzioni sul tavolo e i ministri decideranno», ha dichiarato ieri l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, dopo la decisione presa da Vladimir Putin di riconoscere le due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk. E pensare che, fino a poche ore prima, Borrell aveva mostrato forte cautela davanti alle richieste del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Ci sono molte decisioni che l’Ue può prendere ora per inviare messaggi chiari alla Russia, che la sua escalation non sarà tollerata e che l’Ucraina non sarà lasciata sola», aveva detto Kuleba, per poi aggiungere: «Ciò include non solo messaggi politici, ma anche alcuni atti molto specifici come sostenere lo sviluppo del nostro settore della difesa, sostenere la sicurezza informatica dell’Ucraina imponendo alcune delle sanzioni». «Riteniamo», aveva aggiunto, «che ci siano buone e legittime ragioni per imporre almeno alcune delle sanzioni ora, per dimostrare che l’Unione europea non sta solo parlando di sanzioni, ma sta anche procedendo». Una richiesta, quella di Kuleba, a cui Borrell non aveva acconsentito, lasciando chiaramente intendere che le sanzioni sarebbero state comminate solo in caso di invasione russa. «Il passaggio alle sanzioni è così enorme e consequenziale che sappiamo che dobbiamo sempre dare alla Russia la possibilità di tornare alla diplomazia e al tavolo dei negoziati», aveva del resto già affermato domenica sera il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Il pacchetto di sanzioni messo a punto da Bruxelles non è stato ancora reso noto. Tuttavia, secondo quanto riferito ieri dal Guardian, conterrebbe il «blocco delle esportazioni di componenti elettrici chiave da cui dipende la Russia, potenzialmente un divieto di importazione di petrolio e gas russi e il congelamento dei beni di privati e società affiliate al governo di Mosca». La Russia, secondo la von der Leyen, verrebbe inoltre «tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali». L’Austria ha tra l’altro fatto sapere che potrebbe essere colpito anche il gasdotto Nord Stream 2. Il tema delle sanzioni aveva del resto già creato una certa fibrillazione tra Kiev e Washington nel fine settimana. Sabato, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva infatti esortato l’Occidente a rendere pubbliche subito le sanzioni antirusse, senza attendere un’eventuale offensiva di Mosca. Una posizione, questa, che era stata respinta dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. «Lo scopo delle sanzioni è sempre stato e continua ad essere deterrente», aveva dichiarato. Certo è che, alla luce della mossa di Putin di ieri, pare proprio che la strategia di deterrenza adottata da Biden non si stia rivelando particolarmente efficace. Come che sia, proprio ieri Reuters ha riferito che la Casa Bianca avrebbe messo a punto il primo pacchetto di sanzioni, che includerebbe «il divieto alle istituzioni finanziarie statunitensi di elaborare transazioni per le principali banche russe». In particolare, prosegue la stessa fonte, queste misure «puntano a danneggiare l’economia russa tagliando i rapporti bancari “corrispondenti” tra le banche russe prese di mira e le banche statunitensi che consentono pagamenti internazionali». Tra gli istituti che potrebbero finire nel mirino statunitense figurano Vtb Bank, Sberbank, Veb e Gazprombank.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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