Guerra Russia-Ucraina: dalla Crimea all'invasione - Cronologia del conflitto

Il 24 febbraio 2022 la Russia invade l'Ucraina su larga scala, scatenando la più grande guerra convenzionale in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma le radici del conflitto affondano nel 2014 con l'annessione della Crimea e la guerra nel Donbass, e ancora più indietro nella dissoluzione dell'Unione Sovietica e nelle tensioni tra identità russa e ucraina. Questa è la cronologia completa della guerra: dagli antefatti storici all'invasione del 2022, dalle battaglie di Kiev, Mariupol e Bakhmut alle conseguenze geopolitiche globali, dalle sanzioni occidentali alla resistenza ucraina. Un conflitto che ha ridisegnato l'ordine mondiale, causato centinaia di migliaia di morti e ridotto intere città in macerie.
Le radici storiche: Ucraina e Russia, una relazione complessa
Per comprendere la guerra Russia-Ucraina, è necessario tornare indietro di oltre mille anni. Le narrazioni identitarie di Mosca e Kiev affondano entrambe nella Rus' di Kiev (IX-XIII secolo), potente entità slavo-orientale con capitale Kiev, considerata dalla storiografia russa la culla della propria statualità e da quella ucraina il fondamento della propria sovranità storica. È qui che nasce la prima grande frattura interpretativa: eredità condivisa o appropriazione?
Dal XVII secolo gran parte dei territori ucraini viene progressivamente incorporata nell’Impero Russo. L’Ucraina viene definita «Piccola Russia», la lingua ucraina limitata nell’uso pubblico, la cultura nazionale compressa. Parallelamente, l’ovest del Paese – in particolare la Galizia – rimane sotto l’Impero austro-ungarico, sviluppando un’identità più marcatamente europea e distinta da quella russa. Questa divisione est-ovest, consolidatasi per secoli, sopravvive fino all’epoca contemporanea e influenza ancora oggi orientamenti politici e culturali.
Il 1917 segna una nuova cesura. Con la rivoluzione russa e il collasso zarista, l’Ucraina proclama una breve indipendenza (1918-1920), ma viene riconquistata dai bolscevichi. Nel 1922 diventa una delle repubbliche fondatrici dell’Unione Sovietica. L’integrazione forzata ha conseguenze drammatiche: tra il 1932 e il 1933 la collettivizzazione staliniana provoca l’Holodomor, una carestia che causa tra i 3 e i 5 milioni di morti. Kiev la riconosce come genocidio deliberato; Mosca respinge questa definizione, parlando di tragedia comune a più regioni sovietiche. Anche qui, la memoria è contesa.
La Seconda Guerra Mondiale trasforma l’Ucraina in uno dei principali campi di battaglia tra Germania nazista e Armata Rossa. Si stimano tra i 5 e i 7 milioni di morti ucraini. Una parte dei nazionalisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) collabora con i tedeschi nella speranza di ottenere l’indipendenza; la maggioranza combatte invece nell’Armata Rossa contro il nazismo. Dopo il 1945 l’Ucraina occidentale viene definitivamente integrata nell’URSS con una repressione brutale del nazionalismo.
Nel 1954 Nikita Krusciov trasferisce amministrativamente la Crimea – russa dal 1783 – dalla Repubblica Sovietica Russa a quella Ucraina. All’interno dell’Unione Sovietica il gesto appare simbolico; dopo il 1991 diventerà una questione geopolitica centrale.
Il disastro nucleare di Chernobyl nel 1986 segna un trauma nazionale profondo, alimentando sfiducia verso Mosca e rafforzando il sentimento identitario ucraino. Con il crollo dell’Unione Sovietica, il 1° dicembre 1991 l’Ucraina vota l’indipendenza con il 92% dei consensi. La Russia di Boris Eltsin riconosce i confini, inclusa la Crimea.
L’eredità è stratificata: tre secoli di dominazione russa, il trauma dell’Holodomor, memorie divergenti della guerra mondiale, una lingua e un’identità a lungo represse e poi riemerse. Quando nel 2014 e nel 2022 il conflitto esplode apertamente, queste fratture storiche non sono un semplice sfondo: costituiscono l’architettura profonda della crisi.

1991-2013: Ucraina indipendente tra Russia e Occidente
Con il referendum del 1° dicembre 1991, l’Ucraina sancisce la propria indipendenza dall’Unione Sovietica con oltre il 90% dei consensi. Nasce così lo Stato territorialmente più esteso d’Europa dopo la Russia: 603.000 chilometri quadrati, circa 52 milioni di abitanti e, dato geopoliticamente decisivo, il terzo arsenale nucleare al mondo, ereditato dal collasso sovietico. Missili intercontinentali e testate strategiche collocano Kiev al centro dell’equilibrio post-Guerra fredda.
Nel 1994, con il Memorandum di Budapest, l’Ucraina accetta di trasferire alla Russia le armi nucleari in cambio di garanzie sulla propria integrità territoriale da parte di Mosca, Washington e Londra. La scelta viene salutata come contributo alla non proliferazione; a posteriori, apparirà come una rinuncia strategica priva di reali meccanismi coercitivi di tutela.
Gli anni Novanta sono segnati da una transizione caotica. Il PIL crolla, l’inflazione erode salari e risparmi, le privatizzazioni opache favoriscono l’emersione di potenti oligarchi capaci di intrecciare interessi economici e controllo politico-mediatico. La corruzione diventa strutturale. Parallelamente, si consolida una frattura territoriale: l’est e il sud, industriali e russofoni, mantengono legami economici e culturali con Mosca; l’ovest, più agricolo e ucrainofono, guarda con crescente favore all’integrazione europea.
La leadership riflette questa oscillazione. Leonid Kravchuk guida la fase fondativa con un’impostazione indipendentista, ma è Leonid Kuchma a incarnare la strategia del bilanciamento tra Russia e Occidente. Il fragile equilibrio si rompe nel 2004: le presidenziali che vedono favorito il candidato filorusso Viktor Yanukovych sono segnate da gravi irregolarità. Le proteste di massa in Piazza Maidan a Kiev – la cosiddetta Rivoluzione Arancione – impongono la ripetizione del voto, che porta alla vittoria del filo-occidentale Viktor Yushchenko.
A Mosca, Vladimir Putin interpreta l’episodio come un’ingerenza occidentale nello spazio post-sovietico e come la progressiva erosione della sfera d’influenza russa. Durante la presidenza Yushchenko (2005-2010), tuttavia, divisioni interne e persistente corruzione frenano le riforme. Nel 2008, al vertice Nato di Bucarest, l’Alleanza promette che Ucraina e Georgia «diventeranno membri», senza fissare tempi né avviare un percorso concreto: una formula ambigua che irrita il Cremlino ma non offre a Kiev reali garanzie.
Nel 2010 Yanukovych torna al potere con elezioni considerate regolari, riportando l’Ucraina su posizioni più vicine a Mosca. Il punto di rottura arriva nel 2013, quando il presidente rifiuta di firmare l’Accordo di associazione con l’Unione Europea, dopo forti pressioni economiche russe. La decisione accende nuove proteste a Maidan. L’oscillazione tra i due poli – russo e occidentale – entra nella sua fase più esplosiva.

Novembre 2013 – Febbraio 2014: Euromaidan, la rivoluzione
Il 21 novembre 2013 il presidente ucraino Viktor Yanukovych annuncia la sospensione della firma dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea, motivandola con la necessità di «rafforzare i rapporti economici con la Russia». È il punto di rottura. Nella stessa serata, alcune centinaia di studenti si radunano in Piazza Indipendenza – Maidan Nezalezhnosti – a Kiev per protestare contro quella che percepiscono come una brusca inversione di rotta europea.
Nei giorni successivi le manifestazioni crescono. Il 30 novembre le forze speciali antisommossa Berkut intervengono con violenza per sgomberare la piazza: oltre 80 feriti, in gran parte giovani. Le immagini dell’operazione si diffondono rapidamente e trasformano una protesta studentesca in un movimento nazionale. A inizio dicembre centinaia di migliaia di persone scendono in strada.
Tra dicembre 2013 e gennaio 2014 Maidan si trasforma in una città-tendopoli permanente: barricate, cucine da campo, palchi per i discorsi politici, strutture di autodifesa. Le richieste si ampliano: firma dell’accordo con l’Ue, dimissioni del presidente, elezioni anticipate, lotta alla corruzione sistemica. La composizione del movimento è eterogenea: giovani urbani, classe media, attivisti civici, forze nazionaliste, cittadini russofoni. Non è solo l’ovest del Paese a mobilitarsi; la protesta assume una dimensione trasversale, pur con intensità diverse nelle regioni.
Il 16 gennaio 2014 il Parlamento approva un pacchetto di norme restrittive – definite dai critici «leggi draconiane» – che limitano il diritto di manifestazione e introducono nuove sanzioni penali contro i dimostranti. La tensione sale ulteriormente. Tra il 18 e il 20 febbraio si consumano i giorni più sanguinosi: scontri violenti nel centro di Kiev, uso di armi da fuoco, accuse di cecchini appostati sugli edifici circostanti. Il bilancio supera i 100 morti tra manifestanti e forze dell’ordine, oltre a più di mille feriti. Le vittime civili vengono commemorate come «Nebesna Sotnya», la «Centinaia Celesti», simbolo e martiri della rivolta.
Il 21 febbraio, con la mediazione di Germania, Francia e Polonia, Yanukovych e i leader dell’opposizione firmano un accordo che prevede elezioni anticipate e un governo di unità nazionale. Ma l’intesa arriva troppo tardi per ricomporre la crisi. Il giorno successivo, 22 febbraio, Yanukovych lascia Kiev e si rifugia in Russia, a Rostov sul Don. Il Parlamento vota la sua destituzione e avvia un governo di transizione.
Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale e ucraina, Euromaidan rappresenta una rivoluzione democratica contro un potere percepito come corrotto e autoritario. Per Mosca e per ampi segmenti dell’est e del sud del Paese, invece, si tratta di un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente. Questa frattura interpretativa non è solo semantica: diventerà la premessa politica e narrativa della fase successiva del conflitto.

27 febbraio 2014: «Omini verdi» in Crimea
Alle 4:20 del mattino del 27 febbraio 2014 uomini armati in uniforme militare, privi di insegne identificative, occupano il parlamento regionale della Crimea a Simferopol e punti strategici, tra cui l’aeroporto. I media li ribattezzano subito «omini verdi». Le uniformi e l’equipaggiamento sono compatibili con quelli delle forze russe, ma senza distintivi nazionali. Nelle ore e nei giorni successivi, il presidente Vladimir Putin nega ufficialmente il coinvolgimento diretto di Mosca; nel 2015 ammetterà che si trattava di truppe russe.
Il 1° marzo, il parlamento della Crimea – riunito sotto controllo armato – vota a favore di un referendum sull’indipendenza e sull’adesione alla Russia. Il 3 marzo Putin chiede e ottiene dal Consiglio della Federazione l’autorizzazione all’uso della forza sul territorio ucraino per «proteggere i cittadini russi». Nel frattempo, la penisola è di fatto sotto controllo militare: oltre 20.000 soldati russi, tra forze già stanziate presso la base della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli e rinforzi, presidiano infrastrutture, basi ucraine e snodi strategici.
Kiev sceglie di non reagire militarmente. L’esercito ucraino, indebolito da anni di sottofinanziamento e riorganizzazioni incompiute post-sovietiche, non è in condizioni di sostenere uno scontro diretto con la Russia. La priorità diventa evitare un conflitto su larga scala.
Il 16 marzo si tiene il referendum in Crimea. Le opzioni previste sono due: unione alla Russia oppure maggiore autonomia; non è contemplato il mantenimento dello status quo all’interno dell’Ucraina. Le autorità locali annunciano un risultato del 96,7% a favore dell’adesione alla Russia con un’affluenza dell’83%. Organizzazioni internazionali, tra cui l’Osce, e il governo ucraino denunciano l’illegittimità della consultazione: si svolge in presenza di forze militari straniere, senza osservatori indipendenti riconosciuti e con modalità ritenute non conformi agli standard internazionali.
Il 18 marzo, al Cremlino, Putin firma il trattato di annessione della Crimea alla Federazione Russa, accompagnando l’atto con un discorso di forte impronta nazionalista: la Crimea viene descritta come storicamente russa, la decisione del 1954 di trasferirla all’Ucraina come un errore, e il referendum come espressione del diritto all’autodeterminazione. Il 21 marzo l’annessione diventa formalmente legge russa.
La comunità internazionale reagisce con la condanna politica ma senza intervento militare. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva una risoluzione che ribadisce l’integrità territoriale dell’Ucraina (100 voti favorevoli, 11 contrari, 58 astensioni) e non riconosce il referendum. Stati Uniti, Unione Europea e Canada impongono le prime sanzioni contro Mosca.
Per la Russia, l’operazione è legittimata dall’autodeterminazione dei popoli e viene talvolta paragonata al precedente del Kosovo. Per Kiev e per la maggior parte dei governi occidentali, si tratta di un’annessione illegale e di una violazione della sovranità ucraina. È il primo atto di una guerra che da quel momento entra in una nuova fase.

Aprile 2014 – Febbraio 2022: Guerra nel Donbass
Mentre la Crimea viene formalmente annessa alla Russia, nell’aprile 2014 l’instabilità si sposta nell’est dell’Ucraina. Nel Donbass – le regioni di Doneck e Lugansk, area industriale a maggioranza russofona – gruppi separatisti occupano edifici governativi a Doneck, Lugansk e Slavjansk. Vengono proclamate la «Repubblica Popolare di Donetsk» (DNR) e la «Repubblica Popolare di Lugansk» (LNR).
La composizione delle forze separatiste include militanti locali, volontari provenienti dalla Russia e, secondo Kiev e diverse inchieste indipendenti basate su immagini satellitari e analisi OSINT, anche equipaggiamento e personale militare russo. Mosca respinge ufficialmente l’accusa di un coinvolgimento diretto, parlando di sostegno politico e umanitario.
Ad aprile il governo ucraino lancia l’«Operazione Antiterrorismo» (ATO) per riprendere il controllo dei territori occupati. Tra aprile e agosto 2014 i combattimenti sono intensi: Slavjansk e Kramatorsk vengono riconquistate da Kiev; Donetsk e Lugansk diventano epicentri di scontri urbani e bombardamenti. Il conflitto assume rapidamente una dimensione convenzionale, con uso di artiglieria pesante e mezzi corazzati.
Il 17 luglio 2014 il volo Malaysia Airlines MH17, partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur, viene abbattuto sopra il Donbass: muoiono 298 persone, di cui 193 cittadini olandesi. L’inchiesta internazionale guidata dal Joint Investigation Team (JIT) conclude che l’aereo è stato colpito da un missile Buk di fabbricazione russa lanciato da un’area controllata dai separatisti e che il sistema missilistico è poi rientrato in Russia. Mosca nega ogni responsabilità e propone versioni alternative che attribuiscono la colpa all’Ucraina; tali ricostruzioni vengono respinte dagli investigatori.
Nell’estate 2014 le forze ucraine avanzano e i separatisti sembrano in difficoltà. Ad agosto, tuttavia, si registra un deciso cambiamento sul campo: unità militari russe, definite da Mosca «volontari in vacanza», intervengono con artiglieria, carri armati e supporto logistico. La battaglia di Ilovaisk, nell’agosto 2014, segna una svolta. Le forze ucraine vengono accerchiate; secondo fonti ufficiali di Kiev, oltre 366 soldati ucraini muoiono durante il tentativo di ritirata.
Il 5 settembre 2014 viene firmato il Protocollo di Minsk (Minsk I), mediato nel formato Normandia (Ucraina, Russia, Francia, Germania), che prevede un cessate il fuoco e misure politiche per una soluzione negoziata. L’accordo regge solo poche settimane. A gennaio 2015 i combattimenti riprendono con intensità, culminando nella distruzione dell’aeroporto di Doneck dopo mesi di assedio.
Il 12 febbraio 2015 viene siglato il pacchetto di misure noto come Minsk II: cessate il fuoco, ritiro delle armi pesanti, riforma costituzionale ucraina con maggiore autonomia per il Donbass e ripristino del controllo della frontiera con la Russia. L’intesa riduce l’intensità degli scontri ma non pone fine al conflitto. Dal 2015 al febbraio 2022 la linea del fronte si stabilizza, trasformando la guerra in un conflitto «congelato», caratterizzato da scambi di artiglieria, vittime periodiche e violazioni ricorrenti del cessate il fuoco.
Secondo le Nazioni Unite, tra il 2014 e l’inizio del 2022 il bilancio supera i 14.000 morti tra civili e militari di entrambe le parti, con circa 1,5 milioni di sfollati interni. Il Donbass esce devastato: infrastrutture distrutte, economia paralizzata, popolazione in calo. Per anni, mentre l’attenzione internazionale si affievolisce, il conflitto rimane una guerra a bassa intensità nel cuore dell’Europa, premessa diretta dell’escalation del 2022.

2014-2021: Riforme ucraine e avvicinamento Nato
Dopo Euromaidan e l’inizio della guerra nel Donbass, l’Ucraina avvia una trasformazione profonda del proprio assetto politico e strategico. Nel maggio 2014 viene eletto presidente Petro Poroshenko, imprenditore noto per il suo impero dolciario e per una linea dichiaratamente pro-occidentale.
La priorità è la sicurezza. Nel 2014 le forze armate ucraine dispongono di poche migliaia di effettivi realmente operativi; negli anni successivi vengono riorganizzate, rafforzate e progressivamente addestrate con il supporto di Stati Uniti, Regno Unito e Paesi Nato. Alla vigilia del 2022, il personale mobilitabile supera le 200.000 unità. Parallelamente si avviano riforme nel settore della difesa, nella catena di comando e nell’interoperabilità con gli standard atlantici.
Sul piano interno, Kiev introduce misure anti-corruzione e istituisce nuovi organismi di controllo. I risultati sono parziali: il sistema oligarchico non viene smantellato e l’influenza dei grandi gruppi economici rimane significativa. Viene inoltre lanciato un ampio programma di «decomunistizzazione»: rimozione di simboli sovietici, apertura degli archivi del KGB, rinomina di città e strade (Dniepropetrovsk diventa Dnipro). La legislazione linguistica rafforza l’uso obbligatorio dell’ucraino in numerosi ambiti pubblici, scelta sostenuta come strumento di consolidamento nazionale ma contestata da parte della popolazione russofona.
Nel 2015 l’Ucraina firma e avvia l’Accordo di associazione con l’Unione Europea, completando il percorso interrotto nel 2013. L’integrazione economica e normativa con Bruxelles diventa un asse strategico.
Nel 2019 le elezioni presidenziali segnano una svolta politica: Volodymyr Zelensky, attore e outsider, ottiene il 73% dei voti promettendo lotta alla corruzione e pace nel Donbass. Nei primi mesi di mandato tenta di riattivare il dialogo con Mosca e con i rappresentanti delle aree separatiste, anche nel formato Normandia. Il vertice di Parigi del 2019 e l’applicazione della cosiddetta «Formula Steinmeier» non producono una soluzione stabile: il conflitto resta congelato.
Sul piano strategico, tra il 2014 e il 2021 Kiev ribadisce ripetutamente la volontà di aderire alla Nato. L’Alleanza mantiene la politica delle «porte aperte» ma non definisce una tempistica concreta per l’ingresso; Germania e Francia esprimono cautela, temendo un’escalation con Mosca. Nel 2021 l’amministrazione di Joe Biden conferma il sostegno politico e militare all’Ucraina, senza però concedere un Membership Action Plan. Nel 2019 la Costituzione ucraina viene emendata per inserire l’integrazione euro-atlantica tra gli obiettivi strategici dello Stato.
Dal punto di vista russo, questo percorso è percepito come un accerchiamento. L’allargamento della Nato verso est – inclusi Polonia e Paesi baltici nel 2004, Romania e Bulgaria nello stesso anno, Albania e Croazia nel 2009 – viene denunciato come minaccia alla sicurezza nazionale. Già nel discorso di Monaco del 2007, Vladimir Putin aveva definito l’espansione dell’Alleanza una sfida esistenziale. L’eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato viene indicato da Mosca come una linea rossa assoluta.

Ottobre 2021 – Febbraio 2022: Il buildup verso l’invasione
Tra l’autunno 2021 e l’inverno 2022 la crisi entra in una fase di escalation accelerata. A ottobre e novembre le intelligence di Stati Uniti e Regno Unito rilevano un massiccio ammassamento di truppe russe ai confini dell’Ucraina. Le forze si concentrano su tre direttrici: a nord, anche in Bielorussia; a est, lungo il Donbass; a sud, in Crimea. Le immagini satellitari diffuse pubblicamente mostrano decine di migliaia di soldati, mezzi corazzati, artiglieria e strutture logistiche, inclusi ospedali da campo, elementi compatibili con una preparazione offensiva su larga scala.
Nel dicembre 2021 Mosca formalizza le proprie richieste in un documento indirizzato alla Nato e agli Stati Uniti: stop all’ulteriore espansione dell’Alleanza verso est; nessun dispiegamento di armi o truppe Nato nei Paesi ex sovietici; ritorno alle posizioni militari precedenti al 1997, prima delle grandi ondate di allargamento. La Nato respinge le richieste, ribadendo il principio secondo cui ogni Stato sovrano è libero di scegliere le proprie alleanze.
Il 17 dicembre il Cremlino annuncia esercitazioni congiunte con la Bielorussia, rafforzando la pressione sul fianco settentrionale ucraino. A gennaio 2022 si intensifica la diplomazia: il presidente statunitense Joe Biden e Vladimir Putin si confrontano telefonicamente più volte; Washington avverte di «conseguenze devastanti» in caso di invasione. Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz tentano una mediazione, con visite a Mosca e Kiev per mantenere aperti i canali negoziali.
Mosca continua a negare qualsiasi piano di invasione, accusando l’Occidente di alimentare un clima di isteria. Il 24 gennaio la Nato annuncia l’aumento dello stato di allerta e l’invio di rinforzi nei Paesi dell’Europa orientale, inclusi Baltici, Polonia e Romania. Gli Stati Uniti ordinano l’evacuazione delle famiglie del personale diplomatico da Kiev. Il 15 febbraio il ministero della Difesa russo comunica un parziale ritiro delle truppe dopo le esercitazioni; nuove immagini satellitari indicano invece un ulteriore rafforzamento delle forze dispiegate.
La svolta arriva il 21 febbraio 2022. In un discorso televisivo di circa 45 minuti, Putin riconosce l’indipendenza delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk e firma trattati di «amicizia e assistenza». Nella stessa giornata ordina l’invio di truppe con funzioni definite di «peacekeeping» nel Donbass. Nel discorso, il presidente russo descrive l’Ucraina come una costruzione artificiale dell’epoca sovietica, accusa l’Occidente di voler contenere e indebolire la Russia e definisce l’espansione della Nato una minaccia esistenziale.
Il 23 febbraio vengono organizzate evacuazioni di massa dalle aree separatiste verso la Russia, con migliaia di persone trasportate in autobus. Le autorità separatiste denunciano bombardamenti ucraini; Kiev respinge le accuse. Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio, Biden dichiara che l’invasione è imminente «nelle prossime ore». L’ultima settimana di pace si chiude in un clima di attesa tesa: le forze sono schierate, la diplomazia è esaurita, il conflitto su larga scala appare ormai prossimo.

24 febbraio 2022, ore 5:00: L’invasione
Alle 3:40 del 24 febbraio 2022 (ora di Kiev), il presidente russo Vladimir Putin annuncia in un discorso televisivo l’avvio di una «operazione militare speciale». Gli obiettivi dichiarati sono la «demilitarizzazione» e la «denazificazione» dell’Ucraina e la protezione della popolazione del Donbass da un presunto «genocidio», accusa respinta da Kiev e non corroborata da organismi internazionali indipendenti.
Intorno alle 5:00 inizia un’invasione su scala nazionale. L’attacco si sviluppa simultaneamente su più direttrici.
A nord, dalla Bielorussia, colonne corazzate russe avanzano verso Kiev, distante circa 160 chilometri dal confine. L’obiettivo operativo, secondo valutazioni occidentali, è una rapida decapitazione del governo e la presa della capitale nel giro di pochi giorni. L’aeroporto strategico di Hostomel, a circa 10 chilometri da Kiev, viene assaltato da unità aviotrasportate VDV con elicotteri da trasporto e d’attacco, nel tentativo di creare un ponte aereo per rinforzi.
A est, le forze russe e le milizie delle autoproclamate repubbliche separatiste avanzano dal Donbass verso Kharkiv – la seconda città dell’Ucraina – e lungo la linea del fronte verso Mariupol e altre località strategiche.
A sud, dalla Crimea annessa nel 2014, le truppe russe si muovono verso Kherson e in direzione della costa del Mar Nero, con l’obiettivo di consolidare un corridoio terrestre tra la Russia e la penisola e, secondo analisi occidentali, potenzialmente minacciare Odessa.
Parallelamente, missili balistici e da crociera colpiscono oltre 160 obiettivi militari: aeroporti, depositi di munizioni, basi e sistemi di difesa aerea. Esplosioni vengono segnalate a Kiev, Kharkiv, Dnipro e Lviv, segnando l’estensione geografica dell’operazione.
Alle 6:00 il presidente ucraino Volodymyr Zelensky diffonde un videomessaggio: «La Russia ha attaccato. Difenderemo il nostro Stato». Viene proclamata la legge marziale e ordinata la mobilitazione generale degli uomini tra i 18 e i 60 anni.
Intorno alle 8:00 le forze russe prendono il controllo dell’area della centrale di Centrale nucleare di Chernobyl, situata nella zona di esclusione a circa 100 chilometri da Kiev, lungo una delle direttrici più rapide verso la capitale. L’occupazione solleva timori per la sicurezza nucleare, anche se non si registrano incidenti immediati gravi.
Nel primo giorno si contano decine di vittime tra civili e militari. L’aeroporto di Hostomel viene conteso con combattimenti intensi. Le colonne russe avanzano, ma incontrano una resistenza ucraina più robusta del previsto. L’ipotesi di una caduta rapida di Kiev entro 72 ore non si concretizza.
Le capitali occidentali reagiscono con sanzioni immediate contro Mosca, inclusa l’esclusione parziale di banche russe dal sistema SWIFT e il congelamento di asset, oltre all’avvio di forniture militari a Kiev. Quella che il Cremlino aveva presentato come un’operazione limitata si rivela fin dalle prime ore una guerra su larga scala nel cuore dell’Europa.

25-28 febbraio: «Avete bisogno di passaggio?» - La resistenza di Kiev
Nei primi giorni dell’invasione russa, la capitale ucraina è stata teatro di una resistenza che ha sorpreso analisti e media internazionali. Il 25 febbraio le forze russe avanzano su Kiev da nord, partendo da Chernihiv, e da nord-ovest, attraverso Irpin, Bucha e Hostomel. Una colonna corazzata lunga 64 chilometri, osservata dai satelliti Maxar, si dirige verso il centro città. I combattimenti più intensi si registrano all’aeroporto di Hostomel, conteso tra paracadutisti russi VDV e difensori ucraini: i russi subiscono pesanti perdite, compromettendo la rapidità dell’operazione.
A Kharkiv, città strategica nel nord-est, i bombardamenti russi sono massicci e incessanti, ma la resistenza locale tiene. Al sud, la situazione è più critica: Kherson diventa la prima grande città ucraina a cadere sotto il controllo russo, segnalando la vulnerabilità iniziale delle linee meridionali.
Il 26 febbraio la colonna corazzata russa si ferma a circa 30 chilometri da Kiev, bloccata da problemi logistici gravissimi: mancano carburante, cibo e munizioni. La resistenza ucraina, supportata dalle forniture occidentali di Javelin e NLAW, infligge imboscate costanti, mentre il morale delle truppe russe, in gran parte giovani coscritti, crolla di fronte alla feroce opposizione e all’incertezza sul perché della guerra. In questo scenario, il presidente Volodymyr Zelensky rifiuta l’offerta di evacuazione dagli Stati Uniti, pronunciando la frase simbolica «Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio». Nei giorni successivi, i video quotidiani lo mostrano a Kiev, vicino alla popolazione e al governo, in netto contrasto con Vladimir Putin nei bunker degli Urali.
Il 27 febbraio si tengono i primi negoziati al confine bielorusso: la Russia richiede neutralità per l’Ucraina, riconoscimento della Crimea, autonomia per il Donbass e la cosiddetta «denazificazione» del governo di Kiev. L’Ucraina respinge tutte le condizioni, segnando il fallimento dei tentativi diplomatici iniziali.
Il 28 febbraio Irpin diventa teatro di duri combattimenti urbani. Civili tentano di evacuare sotto il fuoco dei mortai; tra loro, una famiglia rimane vittima di un’esplosione, immortalata in una foto che finirà sulla copertina del New York Times. Sul fronte militare, la controffensiva ucraina utilizza i droni Bayraktar TB2 forniti dalla Turchia per colpire e distruggere colonne russe, con video che diventano virali sui social. Il piano di Putin di conquistare Kiev in 72 ore fallisce, e la capitale resiste, trasformandosi in simbolo della determinazione ucraina e del crollo della strategia blitzkrieg russa.

Marzo-Aprile 2022: Bucha, il massacro e il ritiro da Kiev
Marzo 2022 segna una fase di stallo attorno a Kiev, dove l’assedio russo continua senza progressi significativi. Nei sobborghi della capitale, Irpin, Bucha e Hostomel diventano scenari di combattimenti urbani brutali: civili rimangono intrappolati tra edifici bombardati, mentre i corridoi umanitari, pensati per l’evacuazione dei non combattenti, vengono ripetutamente colpiti dai raid russi, aggravando la crisi umanitaria.
Il 3 marzo, un bombardamento colpisce il teatro di Mariupol, dove una scritta gigantesca visibile dall’alto recita «BAMBINI». Nonostante l’avvertimento, l’edificio viene distrutto: si stima che oltre 300 persone perdano la vita. Il 9 marzo, un ospedale e una maternità di Mariupol subiscono attacchi aerei: una donna incinta, immortalata su una barella mentre viene evacuata, morirà poco dopo. Nel sud, Mariupol diventa un punto strategico per la Russia, collegando il Donbass alla Crimea. La resistenza ucraina, guidata dal Reggimento Azov – con origini controverse ma ora integrato nell’esercito – e dai marines, si dimostra feroce, rendendo ogni avanzata russa lenta e costosa.
Il 16 marzo un altro teatro drammatico di Mariupol viene bombardato: all’interno si trovano più di 600 rifugiati, centinaia dei quali muoiono sotto le esplosioni. Il 24 marzo le forze russe controllano circa l’80% della città, ma i difensori ucraini si asserragliano nell’acciaieria di Azovstal, utilizzando tunnel sotterranei per resistere all’assedio.
Alla fine di marzo, il fronte settentrionale resta fermo. La Russia annuncia ufficialmente una «riduzione delle operazioni militari a Kiev e Chernihiv», definendola gesto di buona volontà verso i negoziati: nella realtà, si tratta di una ammissione di sconfitta militare. Il 25 marzo inizia il ritiro delle truppe russe, che culmina tra il 31 marzo e il 2 aprile con l’abbandono dei sobborghi di Bucha e Irpin. Il 3 aprile, l’esercito ucraino entra a Bucha liberata e scopre l’orrore: centinaia di cadaveri giacciono nelle strade, molti con le mani legate e colpi alla nuca, fosse comuni, case bruciate con intere famiglie all’interno, evidenze di stupri, torture ed esecuzioni sommarie. Le immagini satellitari Maxar mostrano che i corpi erano già presenti durante l’occupazione russa, smentendo le affermazioni di Mosca secondo cui si tratterebbe di una «false flag» ucraina. Il numero di civili confermati uccisi a Bucha supera le 410 persone. Il massacro provoca shock mondiale, con accuse di crimini di guerra e genocidio, mentre indagini internazionali confermano la responsabilità russa.
Il 7 aprile, la stazione ferroviaria di Kramatorsk, nel Donbass, viene bombardata mentre civili evacuano la zona: oltre 50 persone perdono la vita. Il 13 aprile, l’incrociatore russo Moskva, ammiraglia della Flotta del Mar Nero, viene affondato da missili Neptune ucraini. La Russia conferma solo un «incendio alle munizioni», ma si stimano oltre 500 morti tra l’equipaggio. L’affondamento diventa simbolo dell’umiliazione russa e del fallimento operativo nel Mar Nero.
Marzo e aprile 2022 segnano così una svolta dolorosa e storica: mentre Mariupol resiste con eroismo e Kiev mantiene la propria integrità, emergono le prove concrete di atrocità commesse contro i civili, che scuotono l’opinione pubblica mondiale e consolidano la narrativa della guerra come crimine sistematico da parte della Russia. Le immagini, le testimonianze e i dati satellitari hanno reso impossibile ignorare l’entità dei massacri, e il mondo intero prende atto del prezzo umano di un conflitto che avrebbe segnato per sempre l’Ucraina.

Aprile-Maggio 2022: Offensiva Donbass e caduta Mariupol
Ad aprile 2022, la Russia abbandona formalmente l’obiettivo di Kiev e concentra le sue forze sul Donbass e sul sud del paese, segnando un cambio strategico significativo. Il nuovo comandante sul terreno, il generale Aleksandr Dvornikov, veterano della Siria noto per la sua brutalità, guida un’offensiva mirata a occupare completamente le oblast di Doneck e Lugansk, garantendo al contempo un collegamento terrestre tra Crimea e Russia tramite Mariupol.
Il 18 aprile ha inizio la «Battaglia del Donbass»: le forze russe, con una superiorità di artiglieria stimata di cinque a uno, sottopongono Severodonetsk, Lysychansk e Kramatorsk a bombardamenti costanti e devastanti. La strategia è chiara: rasa al suolo le città, avanzata lenta e metodica. Gli ucraini difendono strenuamente, ma sono costretti a ritirate tattiche per preservare le truppe e mantenere linee di difesa sostenibili.
Parallelamente, Mariupol resta simbolo di resistenza eroica. Il 16 aprile, le forze russe inviano un ultimatum ai difensori dell’acciaieria Azovstal, dove sono asserragliati oltre 2.500 soldati del Reggimento Azov e marines, insieme a circa 1.000 civili rifugiati: arrendetevi o morte. L’ultimatum viene respinto. Nonostante Vladimir Putin dichiari il 21 aprile la città «liberata», Azovstal continua a resistere, mentre i bombardamenti con bunker buster e le accuse di utilizzo di gas si accompagnano a fame e condizioni estreme per chi è intrappolato nei sotterranei.
Il 16 maggio inizia finalmente l’evacuazione dei civili dall’acciaieria, circa cento persone, in condizioni drammatiche. Il giorno successivo, il presidente Volodymyr Zelensky ordina ai difensori di arrendersi, per salvare vite e proteggere i civili rimasti. Tra il 17 e il 20 maggio, circa 2.500 soldati del Reggimento Azov e dei marines si arrendono. La Russia li presenta come trofeo di propaganda in parate militari, portandoli a Donetsk o direttamente in Russia. Molti subiscono torture, alcuni vengono uccisi, in aperta violazione delle Convenzioni di Ginevra. I comandanti Azov, tra cui Palamar, sono catturati: solo a settembre 2022 entrano nello scambio di prigionieri, suscitando controversie diplomatiche.
Mariupol, una città di circa 450.000 abitanti prima della guerra, viene quasi completamente distrutta: oltre il 90% degli edifici è raso al suolo e si stimano più di 25.000 civili uccisi, anche se le cifre rimangono contestate. Dopo mesi di assedio e bombardamenti continui, la città diventa una vera e propria città fantasma: al termine delle ostilità, rimangono appena 100.000 persone, sopravvissute o sfollate, mentre la Russia assume il controllo totale.
Aprile e maggio 2022 segnano così la caduta di una delle città simbolo dell’Ucraina, trasformando Mariupol in emblema della distruzione urbana e della sofferenza dei civili. La resistenza eroica dei difensori e il prezzo umano altissimo restano impressi nella memoria collettiva, documentati da immagini, testimonianze e rapporti internazionali, e confermano la brutalità della strategia russa nel Donbass, centrata su artiglieria massiccia e assedio totale, a costo della vita di migliaia di civili.

Estate 2022: Stallo, HIMARS e preparazione controffensiva
L’estate 2022 segna mesi di logoramento lungo il fronte orientale e meridionale dell’Ucraina, con un progressivo cambio di equilibrio a favore di Kiev. A giugno, le truppe russe conquistano Severodonetsk il 24 e Lysychansk il 3 luglio, completando così il controllo della Lugansk oblast. Tuttavia, l’avanzata si arresta rapidamente: le perdite sono enormi, con stime di oltre 15.000 morti tra le truppe russe nei primi tre mesi di guerra e più di 40.000 entro l’estate. L’equipaggiamento distrutto e la logistica al limite rallentano ogni offensiva. L’Ucraina resiste ostinatamente, logorando il nemico e attendendo l’arrivo di armi occidentali in grado di riequilibrare il campo.
Il primo giugno gli Stati Uniti annunciano l’invio dei sistemi HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System), veri game changer nel conflitto. Con una gittata fino a 80 km grazie ai razzi GMLRS e precisione assoluta, i primi sistemi arrivano in Ucraina verso fine giugno. Nei mesi successivi, tra luglio e agosto, gli HIMARS vengono impiegati per colpire depositi di munizioni russi, quartier generali e infrastrutture strategiche, come ponti sul fiume Dnieper e linee logistiche a Kherson. Decine di depositi esplodono, causando il collasso della logistica russa: la capacità di rifornimento delle truppe sul fronte orientale e meridionale diventa sempre più critica, e le difese aeree russe non riescono a contrastare i raid a lunga gittata.
Ad agosto, esplosioni misteriose scuotono la Crimea occupata: il 9 agosto la base aerea di Saki subisce gravi danni, con oltre dieci aerei distrutti, mentre depositi a Dzhankoi saltano in aria. L’Ucraina non rivendica ufficialmente gli attacchi, indicando possibili operazioni speciali o sabotaggi, ma il messaggio è chiaro: la Crimea non è più una zona sicura per la Russia.
Il 29 agosto gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) visitano la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, occupata dai russi e più volte bombardata. Entrambe le parti si accusano reciprocamente, sottolineando il rischio reale di un disastro nucleare, e la visita rappresenta un momento cruciale di allerta internazionale.
Verso fine agosto, l’Ucraina annuncia l’imminente controffensiva nel sud, in particolare per riconquistare Kherson. La Russia, consapevole della minaccia, rinforza le proprie posizioni meridionali, eseguendo un inganno strategico per schermare le proprie vulnerabilità.
L’estate 2022 diventa così un periodo di logoramento e di riallineamento dei rapporti di forza: gli HIMARS livellano il campo di battaglia, le capacità logistiche russe collassano sotto attacchi mirati, e l’Ucraina si prepara a una controffensiva che potrà cambiare la dinamica del conflitto. La guerra entra in una nuova fase, meno rapida e spettacolare, ma più strategica, dove precisione e resilienza iniziano a prevalere sulla pura quantità di uomini e mezzi.

Settembre 2022: Controffensiva lampo Kharkiv
Il 6 settembre 2022, mentre la Russia concentra le proprie forze sul fronte meridionale di Kherson, l’Ucraina lancia una controffensiva sorpresa nella Kharkiv oblast, a est. L’obiettivo principale è Izium, nodo logistico cruciale per le operazioni russe nella regione. Nei giorni successivi, l’avanzata ucraina si trasforma in una vera e propria operazione lampo: le truppe russe sono colte completamente di sorpresa, l’intelligence fallisce nel prevedere l’offensiva, e le unità sul campo abbandonano posizioni in modo caotico, lasciando sul terreno carri armati, artiglieria e rifornimenti.
Il 10 settembre l’Ucraina libera Balakliya, Izium e Kupiansk, con la bandiera nazionale issata a Izium il 12 settembre. In meno di una settimana, la controffensiva recupera oltre 6.000 km² di territorio e libera più di quaranta cittadine, catturando depositi e prigionieri russi. Mosca è costretta ad ammettere ufficialmente una «ritirata per consolidare le linee», mentre Vladimir Putin resta in silenzio per giorni, evidenziando l’imbarazzo e il colpo al prestigio militare russo.
Il 21 settembre, in risposta al disastro strategico, Putin annuncia una mobilitazione parziale, chiamando 300.000 riservisti: i primi coscritti dal febbraio dell’invasione vengono inviati al fronte. Tra il 23 e il 27 settembre, nei territori occupati di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, si tengono referenda ampiamente contestati e denunciati come illegali dall’OSCE e dalla comunità internazionale. I risultati, proclamati con oltre il 90% dei voti favorevoli, consentono a Mosca di giustificare l’annessione di fatto di circa il 15% del territorio ucraino, firmata ufficialmente da Putin il 30 settembre. Nel discorso che accompagna l’annessione, il presidente russo minaccia di «difendere questi territori con tutti i mezzi necessari», implicando una potenziale minaccia nucleare. L’ONU e l’Occidente rifiutano di riconoscere la validità dell’annessione e condannano l’atto come illegale.
La controffensiva di Kharkiv rivela, però, elementi fondamentali sullo stato dell’esercito russo: la rapidità della ritirata e l’abbandono di equipaggiamenti indicano moral basso, fragilità organizzativa e leadership inefficace. La facilità con cui le truppe ucraine riconquistano territori strategici dimostra che l’Ucraina può condurre offensive efficaci e ribaltare temporaneamente gli equilibri, fornendo un simbolo di speranza per il paese e un duro colpo all’immagine militare russa.
Settembre 2022 segna quindi una svolta significativa nella guerra: la vittoria ucraina nella Kharkiv oblast non solo recupera territori fondamentali, ma espone in maniera evidente le debolezze di Mosca, alterando percezioni e strategie e preparando il terreno per le successive fasi della controffensiva ucraina.

Autunno 2022 - Inverno 2023: Kherson, infrastrutture, logoramento
L’autunno 2022 segna mesi di logoramento brutale lungo il fronte ucraino. A partire da ottobre, la Russia intensifica i bombardamenti contro infrastrutture civili chiave: centrali elettriche, reti idriche e impianti di riscaldamento diventano obiettivi sistematici. L’obiettivo è chiaro: congelare la popolazione durante l’inverno e spezzarne il morale. Dopo l’esplosione del ponte di Kerch l’8 ottobre, attribuita all’Ucraina, Mosca lancia l’10 ottobre un’ondata di oltre 80 missili da crociera e droni Shahed iraniani su città ucraine, provocando blackout massivi che colpiscono più del 40% della rete elettrica nazionale. La campagna di attacchi continua nei mesi successivi, fino a marzo, con oltre 500 missili e più di 2.000 droni Shahed impiegati.
Le difese aeree ucraine – tra cui Patriot statunitensi, IRIS-T tedeschi e NASAMS – intercettano tra l’80 e il 90% dei colpi, ma molti missili raggiungono comunque i centri abitati. Migliaia di civili a Kiev, Kharkiv e Lviv trascorrono un inverno senza luce né riscaldamento, affrontando temperature che scendono fino a -10/-20°C, tra notti al freddo e razionamenti forzati.
L’11 novembre 2022 segna un momento simbolico: l’Ucraina libera la città di Kherson, l’unica capitale regionale occupata da Mosca. La Russia evacua le proprie truppe dalla riva occidentale del Dnieper in un raro ritiro ordinato. Il 14 novembre, il presidente Volodymyr Zelensky visita la città liberata e viene accolto come eroe dalla popolazione. Tuttavia, il ritiro russo lascia una scia di devastazione: mine e trappole esplosive disseminate, infrastrutture distrutte, edifici ridotti a macerie. La popolazione decimata passa da 320.000 abitanti pre-guerra a circa 80.000 dopo la liberazione.
Nei mesi di novembre e dicembre il fronte si stabilizza, ma i combattimenti rimangono intensi, in particolare a Bakhmut, nella regione di Doneck. Il Wagner Group, corpo di mercenari legato a Yevgenij Prigozhin, utilizza tattiche di massacro note come «carne tritata»: ondate umane che subiscono perdite enormi. Gli ucraini resistono strenuamente, trasformando la città in un simbolo di resilienza.
L’inverno 2022-2023 vede una guerra posizionale che ricorda la Prima Guerra Mondiale: trincee, fortificazioni, artiglieria continua, droni da ricognizione e colpi d’artiglieria a lunga gittata diventano la norma. Il conflitto assume un carattere di logoramento estremo: nessuna delle due parti riesce a prevalere nettamente, mentre i civili sopravvivono in condizioni sempre più difficili, tra freddo, mancanza di servizi essenziali e il pericolo costante dei bombardamenti.
Questi mesi evidenziano la brutalità della guerra di logoramento russa e la resilienza ucraina, mostrando quanto il conflitto sia diventato non solo una lotta per territori, ma anche una sfida di resistenza civile e militare, in cui il morale, le infrastrutture e la capacità di adattamento diventano armi decisive.

Febbraio-Maggio 2023: Bakhmut, la carne tritata
Da novembre 2022 a maggio 2023, la città di Bakhmut, nell’oblast di Doneck, diventa teatro della battaglia più lunga e sanguinosa del conflitto. Con circa 70.000 abitanti prima della guerra, la città è marginale dal punto di vista strategico, ma assume un valore simbolico cruciale per Mosca e per l’Ucraina. Il Wagner Group di Yevgeny Prigozhin, composto da oltre 50.000 mercenari – molti dei quali detenuti arruolati con la promessa di libertà – guida gli assalti principali contro la città.
Le tattiche adottate da Wagner sono brutali: ondate umane che avanzano quasi senza supporto d’artiglieria, subendo perdite enormi, con rapporti stimati tra 5:1 e 10:1 rispetto agli ucraini. L’obiettivo di Prigozhin non è solo conquistare Bakhmut, ma guadagnare gloria personale e screditare l’esercito regolare russo, aggravando la rivalità con il ministro della Difesa Sergei Shoigu e il capo di stato maggiore Gerasimov.
L’Ucraina, sotto il comando del generale Valerii Syrskyi, decide di difendere Bakhmut a tutti i costi, contro il parere di molti ufficiali che avrebbero preferito una ritirata strategica. La logica ucraina punta al logoramento delle forze russe: consumare Wagner e ridurne la capacità operativa. Nei mesi di febbraio-maggio 2023, i combattimenti diventano urbani, casa per casa e strada per strada, trasformando Bakhmut in un paesaggio lunare: edifici rasi al suolo, crateri da bombardamento, campi disseminati di cadaveri.
Le perdite sono immense. La Russia subisce tra 20.000 e 30.000 morti, con il Wagner Group che rappresenta l’80% delle perdite, mentre l’Ucraina registra tra 5.000 e 10.000 morti, numeri probabilmente sottostimati. Il 20 maggio 2023 Prigozhin dichiara la conquista del centro città da parte dei mercenari, ma la vittoria è una Pirro: Bakhmut è devastata, inutilizzabile, e il costo umano e materiale è altissimo. L’Ucraina mantiene il controllo delle periferie occidentali, continuando a minacciare le linee di rifornimento russe.
Nei mesi successivi, a giugno, Prigozhin accusa pubblicamente Shoigu di sabotare Wagner, privando il gruppo di munizioni, e critica apertamente Putin, un gesto inaudito che segna il preludio della sua rivolta interna.
La battaglia di Bakhmut diventa così simbolo della futilità della guerra: una «Verdun ucraina» dove il sacrificio è proporzionale al valore simbolico della città, non alla sua importanza strategica. Decine di migliaia di vite perse e una città ridotta a macerie illustrano il prezzo enorme pagato per motivi puramente simbolici, sottolineando la brutalità e l’assurdità del conflitto russo-ucraino.

Giugno 2023 - Primavera 2024: Controffensiva estiva e stallo
Nel giugno 2023, dopo mesi di attesa, l’Ucraina lancia la tanto annunciata controffensiva estiva. L’obiettivo strategico è chiaro: tagliare il corridoio terrestre che collega la Russia alla Crimea attraverso Melitopol e Tokmak, interrompendo la linea logistica russa nel sud del paese. All’operazione partecipano nove brigate addestrate secondo standard Nato, equipaggiate con carri Leopard 2 tedeschi, Bradley statunitensi e Challenger britannici. Le aspettative occidentali sono elevate: si immagina una spinta capace di replicare i successi della controffensiva di Kharkiv del settembre 2022.
La realtà sul campo si rivela ben diversa. L’avanzata è lentissima e le difficoltà emergono subito. Le difese russe sono profondamente preparate: linee fortificate a più strati, milioni di mine disseminate lungo i campi, dragon’s teeth in cemento e trincee rendono ogni metro di terreno ostile. La superiorità aerea russa si rivela decisiva: gli aerei Su-25 e Su-34 bombardano le colonne corazzate, gli elicotteri Ka-52 distruggono blindati e veicoli logistici, mentre droni kamikaze Lancet colpiscono direttamente i Leopard 2. L’Ucraina non dispone di copertura aerea propria: gli F-16 promessi dall’Occidente non arrivano e le brigate avanzano esposte a ogni attacco.
Sul fronte dell’artiglieria, il vantaggio numerico russo resta marcato: circa cinque volte più munizioni disponibili rispetto agli ucraini, che devono razionare proiettili da 155 mm e altri armamenti chiave. Tra luglio e agosto, i guadagni territoriali sono minimi, nell’ordine di 10-15 km complessivi, con perdite significative di Leopard e Bradley e morale delle truppe in calo. A settembre, la controffensiva rallenta progressivamente fino a fermarsi: il bilancio complessivo è di soli 500-1.000 km² riconquistati, un risultato modesto rispetto ai 6.000 km² recuperati nella controffensiva di Kharkiv del 2022. La delusione in Occidente è palpabile, e la pressione su Kiev per negoziare aumenta.
Da settembre 2023 a marzo 2024, il conflitto assume nuovamente caratteristiche di guerra posizionale. Avdiivka, nella regione di Doneck, diventa la nuova Bakhmut: la Russia assalta per mesi la città, che cade solo a febbraio 2024, costringendo l’Ucraina ad arretrare tatticamente. Le forze ucraine affrontano gravi problemi: carenza di munizioni, aggravata da un blocco parziale degli aiuti statunitensi tra ottobre 2023 e aprile 2024 per motivi politici (circa 60 miliardi di dollari congelati), soldati esausti, difficoltà di reclutamento e logoramento psicologico.
Sul lato russo, nonostante le perdite continue, la mobilitazione parziale e la produzione industriale garantiscono continuità: munizioni e rifornimenti vengono prodotti a ritmi tre volte superiori a quelli occidentali forniti all’Ucraina, sostenendo l’economia di guerra e mantenendo la pressione sui fronti.
Questo periodo evidenzia il divario tra speranze e realtà operative: la controffensiva estiva, pur attrezzata e addestrata, si scontra con linee fortificate, superiorità aerea avversaria e limiti logistici, mostrando quanto la guerra nel sud e nel Donbass sia diventata un conflitto di logoramento prolungato, dove la capacità di resistenza e le risorse disponibili diventano fattori decisivi più della pura volontà di avanzare.

Febbraio 2024: Due anni di guerra - Il bilancio
Il 24 febbraio 2024 segna il secondo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, un conflitto che ha trasformato radicalmente il paese e il panorama geopolitico europeo. Il bilancio umano e materiale è pesantissimo e le stime restano incerte, data l’opacità dei dati da entrambe le parti. Secondo l’intelligence britannica, la Russia ha registrato tra i 120.000 e i 180.000 soldati morti, con oltre 300.000 feriti. L’Ucraina, secondo fonti occidentali e dichiarazioni dello stesso presidente Volodymyr Zelensky (che al dicembre 2023 indicava 31.000 morti, probabilmente sottostimati), ha perso tra i 70.000 e i 100.000 soldati, con più di 200.000 feriti.
Il costo civile è altrettanto tragico. L’Onu documenta oltre 10.000 civili uccisi, ma la realtà potrebbe superare i 30.000-50.000, con Mariupol sola che registra circa 25.000 morti. La distruzione delle città è diffusa e sistematica: Mariupol, Bakhmut, Volnovakha e Severodonetsk sono state rase al suolo. Complessivamente, oltre 150.000 edifici residenziali sono stati distrutti, insieme a più di 300 ospedali e 600 scuole. Le infrastrutture critiche sono gravemente compromesse: circa il 50% della rete elettrica è danneggiata, numerosi ponti e ferrovie risultano inutilizzabili, aggravando il collasso economico e logistico.
Sul fronte dei mezzi militari, le perdite russe ammontano a oltre 3.000 carri armati, 5.000 veicoli corazzati e 350 aerei ed elicotteri, secondo il database Oryx. L’Ucraina ha perso più di 800 carri, 2.000 veicoli corazzati e oltre 90 velivoli. Dal punto di vista strategico, la Russia controlla circa il 18% del territorio ucraino, pari a 110.000 km², comprendendo Crimea, circa l’80% del Donbass e parti di Zaporizhzhia e Kherson. La linea del fronte, lunga più di 1.000 km, resta stabilizzata: uno stallo consolidato che riflette la logica di logoramento della guerra.
Il sostegno internazionale ha mantenuto a galla l’Ucraina: gli Stati Uniti hanno fornito oltre 75 miliardi di dollari tra aiuti militari, economici e umanitari tra il 2022 e il 2024, l’Unione Europea oltre 90 miliardi. Le forze ucraine sono state equipaggiate con carri Leopard, Abrams e Challenger, artiglieria M777 e Caesar, sistemi di difesa aerea Patriot e IRIS-T, missili HIMARS e droni, e oltre 50.000 soldati sono stati addestrati secondo standard Nato da Usa, Regno Unito e altri partner. Nonostante ciò, la controffensiva continua a incontrare difficoltà logistiche e operative, soprattutto nella disponibilità di munizioni e nella rotazione dei soldati.
Il bilancio economico è drammatico: il Pil dell’Ucraina è calato del 30% nel 2022, con parziale recupero nel 2023, ma la dipendenza dagli aiuti esteri resta critica. La resilienza della popolazione è stata straordinaria, ma l’esaurimento delle risorse umane e la pressione sulle infrastrutture pongono limiti sempre più evidenti. L’Occidente mostra segni di stanchezza: tensioni politiche e pressioni elettorali limitano la continuità del sostegno. La Russia prosegue nella strategia del logoramento, contando sul tempo e sulle capacità industriali superiori a quelle ucraine per mantenere la pressione.
A due anni dall’inizio dell’invasione, il conflitto appare destinato a protrarsi. Lo stallo militare è consolidato, le posizioni diplomatiche restano inconciliabili e le prospettive di una soluzione negoziata appaiono lontane. Il bilancio complessivo racconta una guerra lunga, sanguinosa e devastante, che ha trasformato profondamente l’Ucraina e ridefinito il concetto stesso di guerra moderna in Europa.

Aspetti chiave del conflitto
Crimini di guerra e crimini contro l'umanità
Il conflitto in Ucraina è stato caratterizzato da una serie di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, molte delle quali documentate come crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto significativi: il 17 marzo 2023 sono stati formalmente incriminati Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova, commissaria per i diritti dei bambini in Russia, per la deportazione forzata di oltre 20.000 bambini ucraini dalle zone occupate verso la Russia. Molti di questi minori sono stati sottoposti a programmi di «rieducazione» e adozioni in famiglie russe, configurando un crimine contro l’umanità.
Altri crimini sistematici documentati riguardano le esecuzioni di civili. A Bucha sono stati confermati oltre 410 omicidi, mentre a Izium le fosse comuni contengono almeno 400 corpi, molti con segni di esecuzione sommarie. Centinaia di casi di tortura sono stati documentati tra prigionieri ucraini e civili nei territori occupati, con l’istituzione di vere e proprie «camere della tortura» a Kherson e Izium. Gli stupri sono stati impiegati come arma di guerra, con centinaia di testimonianze raccolte tra donne, bambini e uomini.
I bombardamenti indiscriminati hanno colpito ospedali, come la maternità di Mariupol, scuole e stazioni ferroviarie, tra cui Kramatorsk, e teatri, come quello di Mariupol in cui era visibile dall’alto la scritta gigante «BAMBINI». Entrambe le parti hanno impiegato munizioni a grappolo e mine antiuomo, causando ulteriori vittime civili. Le deportazioni hanno interessato anche adulti, sottoposti a procedure di «filtrazione» in campi e successivamente trasferiti in Russia o in regioni remote della Siberia.
La distruzione del patrimonio culturale è stata massiccia: musei, chiese e monumenti storici sono stati danneggiati o distrutti. Un episodio emblematico di ecocidio è la demolizione della diga di Kakhovka nel giugno 2023, che ha provocato alluvioni e un disastro ecologico diffuso lungo il corso del fiume.
Le indagini internazionali confermano un pattern sistematico di crimini russi. L’Onu ha istituito commissioni che documentano violazioni su larga scala, mentre l’Ucraina ha raccolto oltre 100.000 testimonianze di civili e militari da utilizzare in futuri procedimenti giudiziari. La Russia continua a negare ogni responsabilità, definendo le accuse false e attribuendo le azioni a presunte operazioni ucraine di «false flag», senza ammettere alcun crimine.
Il quadro complessivo evidenzia che le violazioni non sono episodi isolati ma parte di una strategia sistematica, mirata a intimidire, deportare e annientare popolazioni civili, distruggere infrastrutture e patrimonio culturale e consolidare il controllo territoriale attraverso la violenza generalizzata.
Conseguenze economiche globali
La guerra in Ucraina ha avuto impatti economici globali di vasta portata, toccando energia, agricoltura, mercati finanziari e strategie difensive. La Russia, seconda produttrice mondiale di gas naturale e petrolio, è stata colpita da sanzioni senza precedenti, che insieme al conflitto hanno generato shock immediati sui prezzi e sulla disponibilità delle materie prime.
Nel settore energetico, la chiusura del gasdotto Nord Stream 1 a settembre 2022, seguita dal sabotaggio, ha fatto schizzare i prezzi del gas in Europa fino a dieci volte rispetto ai livelli pre-guerra. Il razionamento e la scarsità hanno portato a un’ondata inflazionistica, costringendo i paesi europei a cercare forniture alternative da Stati Uniti (LNG), Qatar e Norvegia. La Germania ha inoltre deciso di non attivare Nord Stream 2, mai operativo, mentre l’Europa ha dovuto accelerare transizione e diversificazione energetica.
Il petrolio ha subito dinamiche analoghe. La Russia, terzo produttore mondiale, ha visto i suoi introiti ridotti dal price cap stabilito dal G7 a 60 dollari al barile. Mosca ha reagito vendendo a sconto a India e Cina, riducendo parzialmente l’impatto economico. I prezzi globali del greggio hanno raggiunto un picco di 120 dollari a marzo 2022, stabilizzandosi successivamente intorno agli 80-90 dollari.

Sul fronte alimentare, l’Ucraina, uno dei principali «granaio del mondo» (12% del grano globale e circa il 50% dell’olio di girasole), ha subito il blocco dei porti del Mar Nero, lasciando oltre 20 milioni di tonnellate nei silos nel 2022. A luglio 2022, un accordo mediato da Turchia e ONU ha consentito l’esportazione tramite corridoi sicuri, ma la Russia è uscita dall’intesa nel luglio 2023, interrompendo nuovamente i flussi. La conseguenza è stata un aumento dei prezzi del pane tra il 30 e il 50% nei paesi più poveri e il rischio concreto di carestia in Africa e Medio Oriente. L’Ucraina ha cercato alternative via Danubio, ma la capacità resta limitata.
L’inflazione globale ha subito un’accelerazione senza precedenti: negli Stati Uniti ha raggiunto il 9% nel 2022, in Europa il 10%, mentre molti paesi emergenti hanno visto tassi tra 15 e 20%. Le banche centrali hanno reagito con rialzi dei tassi, provocando recessioni in Germania e Regno Unito nel 2023.
Le sanzioni contro la Russia sono tra le più severe nella storia: oltre 11.000 misure, congelamento di 300 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale, esclusione delle banche russe da SWIFT, embargo tecnologico e sequestri di beni degli oligarchi. Mosca ha risposto con un pivot verso la Cina, incrementando il commercio del 40%, potenziando la produzione interna di munizioni e adottando politiche di import-substitution. Nonostante il rublo sia crollato inizialmente, controlli sui capitali e resilienza dell’economia di guerra hanno permesso una ripresa: il PIL russo ha registrato -2,1% nel 2022, seguito da un sorprendente +2,2% nel 2023.
Il conflitto ha accelerato il riarmo europeo. La Germania ha destinato oltre 100 miliardi di euro alla difesa, la Polonia ha portato la spesa militare al 4% del Pil, il livello più alto della Nato. Finlandia e Svezia sono entrate nell’Alleanza Atlantica, segnando una ridefinizione strategica dell’Europa orientale.
In sintesi, la guerra ucraina ha generato effetti economici globali complessi: shock energetico e alimentare, inflazione e recessione, riorientamento commerciale globale e risveglio militare europeo, mostrando quanto interconnessi siano i mercati e quanto fragili le catene globali in un conflitto di lunga durata.
Il ruolo della tecnologia e propaganda
La guerra in Ucraina ha mostrato una dimensione tecnologica e informativa senza precedenti, trasformando il conflitto in un laboratorio del XXI secolo. Telegram è diventato il canale principale di diffusione: entrambe le parti condividono video di battaglia, propaganda e frammenti di intelligence. Parallelamente, la comunità OSINT (Open Source Intelligence), composta anche da civili, analizza immagini satellitari, geolocalizza filmati e documenta crimini di guerra, con iniziative come quelle di Bellingcat. Questa trasparenza diffusa ha reso il conflitto uno dei più monitorati al mondo, con informazioni accessibili praticamente in tempo reale.
La propaganda russa si concentra sui media statali come Rossiya 1 e Pervyj Kanal, che definiscono l’invasione «operazione speciale», negano la guerra, parlano di «denazificazione» e dipingono l’Occidente come aggressore, mentre l’Ucraina sarebbe un regime illegittimo. La censura è totale: media indipendenti chiusi, giornalisti critici arrestati. RT e Sputnik sono stati banditi in Occidente. Dall’altra parte, la propaganda ucraina sfrutta quotidianamente i social network: il presidente Zelensky e il suo staff pubblicano aggiornamenti, video motivazionali e resoconti parzialmente trasparenti delle battaglie. La narrativa glorifica gli eroi e la resistenza, sebbene siano emerse esagerazioni occasionali, come il mito del «Ghost of Kiev». Entrambe le parti impiegano bot, troll farm e tecnologie deepfake, sebbene con efficacia limitata.

Sul piano cyber, la Russia ha lanciato DDoS contro siti governativi ucraini e wiper malware in grado di distruggere dati critici, oltre a tentativi di penetrazione nelle infrastrutture essenziali. L’efficacia è stata limitata grazie alla preparazione ucraina e al supporto tecnologico di Microsoft e Google. L’Ucraina, dal canto suo, ha effettuato attacchi a siti russi, leak di database e sabotaggi mirati, come la rete ferroviaria in Bielorussia, con il sostegno di gruppi hacker internazionali, tra cui Anonymous.
I droni hanno rivoluzionato la tattica sul campo. Modelli commerciali come DJI vengono utilizzati per ricognizione, correzione dell’artiglieria e attacchi kamikaze. I droni FPV (First Person View), dal costo di 200-500 dollari, possono distruggere veicoli corazzati del valore di 5 milioni, un esempio lampante di tecnologia asimmetrica. La produzione di massa raggiunge 100.000 unità all’anno sia per Ucraina che per Russia, mentre i droni kamikaze Shahed iraniani, più costosi (circa 20.000 dollari), saturano le difese nemiche con grandi numeri.
Starlink, la rete satellitare di Elon Musk, ha fornito connessione internet in aree devastate, garantendo comunicazioni essenziali, sebbene il fondatore abbia posto limiti all’uso offensivo. L’intelligenza artificiale viene impiegata per il riconoscimento degli obiettivi, l’analisi delle informazioni e la traduzione automatica, ancora in forma limitata ma in rapida crescita.
In sintesi, il conflitto ucraino ha evidenziato come tecnologia, propaganda e cyberattività siano diventate armi centrali: droni a basso costo, satelliti, social network e AI non solo modificano la tattica militare, ma trasformano l’informazione stessa in uno strumento di guerra asimmetrica, capace di influenzare opinione pubblica, morale delle truppe e percezione internazionale.
Usa e Nato: il sostegno occidentale
Gli Stati Uniti si confermano il maggiore sostenitore dell’Ucraina, fornendo un pacchetto complessivo di aiuti superiori a 120 miliardi di dollari tra il 2022 e il 2025. La quota militare rappresenta circa il 60% del totale, affiancata da supporto economico (30%) e umanitario (10%). Tra le armi fornite figurano sistemi d’artiglieria a lungo raggio HIMARS, missili Patriot, carri Abrams, veicoli Bradley, missili ATACMS con gittata di 300 km (forniti dal 2023), oltre a Javelin, Stinger e munizioni in quantità quasi illimitata. Fondamentale è stato anche il contributo dell’intelligence: immagini satellitari, dati AWACS e informazioni per il targeting hanno permesso di sfruttare appieno la precisione dei HIMARS. L’addestramento dei soldati ucraini avviene principalmente in basi in Germania e Polonia.
La presidenza Biden ha garantito un sostegno costante, ma con limiti precauzionali: inizialmente non sono stati forniti F-16 e gli ATACMS non potevano essere utilizzati contro obiettivi in Russia, per timore di un’escalation nucleare. Il Congresso ha mostrato un consenso bipartisan, ma con crescente opposizione repubblicana, culminata nel blocco degli aiuti tra ottobre 2023 e aprile 2024, per un totale di circa 60 miliardi di dollari. Le elezioni presidenziali del 2024 hanno aggiunto incertezza: Donald Trump ha promesso di ridurre drasticamente il sostegno all’Ucraina in caso di rielezione.

La Nato non combatte direttamente, rifiutando no-fly zone e l’invio di truppe sul territorio ucraino, ma fornisce un sostegno consistente tramite la consegna di armi dai membri, addestramento e condivisione di intelligence. L’allargamento dell’alleanza, con l’ingresso della Finlandia nell’aprile 2023 e della Svezia nel marzo 2024, ha raddoppiato il confine Nato-Russia. Al summit di Vilnius del luglio 2023, all’Ucraina è stata promessa la membership futura, «quando saranno soddisfatte le condizioni», una formulazione vaga che ha lasciato Zelensky frustrato. La deterrenza è garantita da oltre 40.000 truppe Nato dispiegate nell’Europa orientale, triplicate rispetto al 2022, con esercitazioni continue; l’Articolo 5 non si applica all’Ucraina, che non è membro.
Il Regno Unito si posiziona come terzo sostenitore occidentale, dopo Usa e Germania/Polonia, fornendo carri Challenger 2, missili da crociera Storm Shadow (250 km) e programmi di addestramento massicci. La Germania, inizialmente esitante per timori di escalation, ha iniziato a inviare Leopard 2 nel gennaio 2023, accompagnati dai sistemi di difesa Patriot e IRIS-T. Polonia e Paesi baltici, più hawkish, hanno fatto pressioni costanti affinché l’Ucraina ricevesse supporto maggiore, preoccupati che la Russia possa rivolgere nuovamente l’attenzione verso il loro territorio.
In sintesi, la coalizione occidentale rappresenta un sostegno vitale per Kiev, sia militare che economico, ma operando all’interno di vincoli politici, timori di escalation e limiti strutturali. L’equilibrio tra assistenza efficace e prudenza strategica rimane una costante, riflettendo sia la volontà di contenere la Russia sia la complessità delle dinamiche interne ai paesi alleati.
Russia: alleati e isolamento
Sul piano militare, la Russia dispone di pochi alleati diretti. Bielorussia, guidata da Lukashenko, resta fortemente dipendente da Mosca: il suo territorio è stato utilizzato come base per l’invasione, ma le truppe bielorusse non combattono direttamente sul campo ucraino, spesso per morale basso e reticenza. L’Iran fornisce una componente strategica importante: più di 2.000 droni Shahed, possibili missili balistici e addestramento per le truppe russe. La collaborazione si estende anche a una logica anti-occidentale condivisa. La Corea del Nord, confermata nel 2024, invia milioni di munizioni di artiglieria e missili balistici, in cambio di tecnologia russa satellitare e nucleare, violando le sanzioni Onu.

Sul piano politico ed economico, il supporto internazionale diretto è limitato ma significativo per la resilienza russa. La Cina mantiene una neutralità pubblica, astenendosi dalle condanne all’Onu, ma rafforza il commercio con Mosca, con un incremento del 40% negli scambi e l’acquisto di gas e petrolio russi a prezzi scontati. La dichiarazione di Xi e Putin di «amicizia senza limiti» (febbraio 2022, pre-invasione) sottolinea il legame strategico, pur senza fornire armi direttamente, per evitare sanzioni occidentali. L’India adotta un approccio simile: neutralità politica, acquisto di petrolio russo con sconti fino al 30% e nessuna condanna ufficiale. La Turchia bilancia attentamente le sue relazioni: media accordi sul grano, vende droni all’Ucraina, ma mantiene relazioni economiche e turistiche con Mosca, incluso gas.
Nonostante questi legami, la Russia appare isolata sul piano internazionale. All’Onu, l’Assemblea Generale ha condannato l’invasione con 141 voti favorevoli, mentre solo 5 paesi (Russia, Belarus, Siria, Corea del Nord ed Eritrea) hanno votato contro e 35 si sono astenuti, tra cui Cina, India e molti paesi del Global South. Questo schema si è ripetuto negli anni, confermando un isolamento diplomatico sostanziale. Il mandato di arresto emesso dalla CPI contro Vladimir Putin la colloca come paria internazionale, incapace di visitare 123 paesi firmatari dello Statuto di Roma. Anche il G20 ha evidenziato l’isolamento: Russia marginalizzata nei summit di Bali 2022 e India 2023. Le sanzioni contro Mosca la rendono il paese più sanzionato nella storia, con forti restrizioni finanziarie, congelamento di riserve e embargo tecnologico.
Tuttavia, la resilienza economica di Mosca è garantita in larga parte dai rapporti con Cina e India e da un pragmatismo diffuso nel Global South, dove molti paesi si astengono nei voti Onu, vedendo la guerra come un problema europeo e temendo ripercussioni sull’energia. Questi paesi, pur senza supportare apertamente la Russia, acquistano risorse energetiche a prezzi convenienti, sottolineando un’ambiguità strategica: la Russia non è completamente isolata, ma il sostegno internazionale rimane limitato e condizionato.
In sintesi, Mosca sopravvive grazie a pochi alleati militari, al supporto economico-politico selettivo di grandi potenze e alla cautela pragmatica del Global South, ma resta largamente emarginata dalla comunità internazionale.
I numeri della guerra (aggiornati 2025)
Timeline completa: 2014-2025
Scenari futuri: pace, escalation o stallo infinito?
Il futuro del conflitto ucraino rimane incerto e frammentato. Nonostante quattro anni di guerra, nessuna soluzione rapida appare all’orizzonte. Diversi scenari delineano possibili sviluppi, dalla prosecuzione dello stallo alla vittoria negoziata, fino a scenari estremi di escalation nucleare o crollo del regime russo.
A quattro anni dall’invasione, il conflitto in Ucraina resta uno dei più complessi e sanguinosi del XXI secolo. I bilanci umani e materiali sono devastanti: oltre 200.000 soldati russi morti e più di 150.000 ucraini, decine di migliaia di civili, milioni di sfollati e rifugiati, città rase al suolo, infrastrutture vitali distrutte e un’economia piegata dalla guerra e dalle sanzioni. Il sostegno internazionale, senza precedenti in tempi di pace, ha finora impedito la caduta di Kiev, ma mostra segni di stanchezza.
Il conflitto ha ridefinito la guerra moderna: tecnologie informatiche, droni, propaganda digitale e armi a lunga gittata hanno reso l’informazione e la cyberwar parte integrante del teatro bellico. La Russia resta parzialmente isolata, sostenuta da pochi alleati militari e da un supporto economico selettivo di Cina e India, mentre l’Occidente mantiene un’alleanza solida ma cauta, timorosa di escalation dirette.
Gli scenari futuri rimangono aperti. Lo stallo prolungato appare la strada più probabile nel breve termine, con combattimenti a bassa intensità e logoramento continuo. Una vittoria negoziata richiederebbe compromessi dolorosi difficili da accettare per entrambe le parti, mentre scenari di escalation nucleare o di crollo interno della Russia rimangono possibili ma a bassa probabilità. L’eventualità di una vittoria territoriale russa aumenta solo in caso di drastico abbandono dell’Ucraina da parte dell’Occidente.
In ogni caso, la guerra continuerà a segnare profondamente la regione: centinaia di migliaia di morti, ricostruzione stimata oltre 500 miliardi di dollari, generazioni cresciute sotto conflitto e un riarmo permanente dell’Europa orientale. Le decisioni politiche di Washington, Bruxelles e dei leader globali nei prossimi anni saranno determinanti per definire il confine tra stallo e possibile pace.
Il quadro principale emerso finora è che il conflitto ucraino non è solo militare, ma geopolitico, economico e tecnologico: una guerra che coinvolge alleanze globali, mercati energetici, sicurezza alimentare e l’innovazione bellica, lasciando il mondo a osservare come una crisi regionale possa avere ripercussioni planetarie.






