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2022-05-06
Kiev contrattacca a Kharkiv e Izium. Braccio di ferro sulle evacuazioni
Ansa
Nella notte tra mercoledì e giovedì vi sono state numerose esplosioni, in particolare a Kiev, Odessa, Leopoli, Cherkasy, Dnipro, Kherson, Zaporizhzhia. Il settantunesimo giorno di guerra è trascorso con la reazione dell’esercito ucraino che ha iniziato una serie di operazioni di controffensiva nelle aree di Kharkiv e Izium. Secondo quanto pubblicato da Ukrainska Pravda, Valery Zaluzhny, il comandante delle forze armate di Kiev, ha spiegato che «i russi stanno concentrando la loro offensiva in direzione di Lugansk, e si segnalano aspri combattimenti a Popasna, Kreminna e Torsky». Lo Stato maggiore ucraino, sempre nella giornata di ieri, ha diffuso la notizia riportata dal Guardian che diversi insediamenti intorno a Mykolaiv e Kherson, nel Sud del Paese, sono ritornati sotto il controllo di Kiev: «Grazie ai successi della difesa ucraina, le forze russe hanno perso il controllo di parecchi insediamenti sul confine delle regioni di Mykolaiv e Kherson».
Come si spiega questa dinamica? Secondo il generale di Corpo d’armata, Maurizio Boni, «la Russia sta subendo l’iniziativa delle forze di Kiev perché è ancora nella fase di riorganizzazione delle proprie forze a seguito delle forti perdite subite durante la prima fase dell’invasione, perdite di uomini, mezzi e materiali tra i migliori di cui disponeva il Cremlino. Per sostenere le azioni offensive della seconda fase del conflitto e per conseguire i propri obiettivi operativi e strategici, Mosca ha dovuto inserire nuove unità e ricostituire quelle totalmente o parzialmente neutralizzate ma, allo stesso tempo, ha dovuto anche mantenere l’iniziativa sul campo di battaglia per non concedere troppo tempo agli ucraini di ricevere nuovi equipaggiamenti e di rafforzare ulteriormente le proprie difese. Per questo, i russi non hanno imposto una pausa operativa al proprio dispositivo offensivo, quanto mai opportuna per riportare la capacità di combattimento a livelli tali da poter assicurare il successo complessivo delle azioni offensive. Ricordiamoci che in queste situazioni entrano in gioco anche il morale e la motivazione delle truppe che nel nostro caso stanno subendo colpi decisivi». Ha poi aggiunto che «permangono forti carenze nel coordinamento tattico nel contesto di uno sforzo offensivo condotto contemporaneamente su più direttrici d’attacco e l’esercito russo non riesce ancora a realizzare quella “massa critica” composta da unità di manovra, supporto logistico e copertura aerea necessaria per compiere progressi significativi nei settori dell’offensiva». E che succede nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, che è praticamente distrutta al 90%? Gli ucraini che sono barricati all’interno, ieri mattina alla Cnn hanno affermato: «Ci sono sanguinose battaglie in corso con le forze russe all’interno del complesso dopo che queste hanno violato il perimetro». Putin ha acconsentito ai corridoi umanitari per i civili rimasti, a patto che i combattenti si arrendano. L’inviato speciale delle Nazioni unite per l’Ucraina, Martin Griffiths, ha affermato che «un altro convoglio di evacuazione spera di arrivare allo stabilimento Azovstal di Mariupol entro venerdì mattina in modo da poter accogliere quei civili rimasti in quell’inferno desolato per così tante settimane e mesi e di riportarli in salvo».
Come ogni giorno di guerra c’è un giallo da risolvere, anzi due. Il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca ha accusato il New York Times «di condotta irresponsabile», dopo che il giornale ha pubblicato la notizia secondo la quale «gli Usa hanno fornito informazioni di intelligence che hanno aiutato gli ucraini a colpire e uccidere numerosi generali russi morti in azione nel conflitto ucraino». La portavoce Adrienne Watson durante il briefing con la stampa ha dichiarato che «gli Stati Uniti forniscono informazioni sul campo per aiutare gli ucraini a difendere il loro Paese. Noi non forniamo informazioni di intelligence con l’obiettivo di uccidere generali russi». Mistero risolto? Neanche per idea, perché il dubbio insinuato dal Nyt resterà e verrà certamente utilizzato dalla propaganda russa, magari già il prossimo 9 maggio 2022. Il secondo mistero è proprio relativo alle celebrazioni della giornata della vittoria. Secondo il Commissaria per i diritti umani del Parlamento ucraino, Lyudmila Denisova,« la Russia ha intenzione di far sfilare i nostri cittadini alla paratadel 9 maggio a Mariupol come prigionieri». Possibile che si superi anche questo limite? Il generale Maurizio Boni non ha dubbi: «Sarebbe illogico e controproducente per la propaganda russa. I russi non sono vincitori e anche se volessimo tornare ai costumi dell’antichità dove i condottieri vittoriosi rientravano nella propria capitale alla testa delle proprie truppe e dei prigionieri che seguivano da rendere schiavi, è chiaro che non ci troviamo nelle stesse condizioni. In ogni caso è uno scenario che non vorrei davvero prendere in considerazione. Sarebbe un atto gravissimo, estraneo allo spirito della parata e certamente non suggerito dai militari del Cremlino». Infine, ieri ha parlato il presidente bielorusso Lukashenko che ha affermato che «la Russia non può per definizione perdere questa guerra, nonostante il fronte internazionale pro Ucraina sia soverchiante e dalla parte di Mosca sia rimasta solo la Bielorussia». Il dittatore ha aggiunto che «Putin molto probabilmente non vuole un confronto globale con la Nato» alla quale però ha dato un consiglio: «Fate di tutto perché questo non accada. Altrimenti, anche se Putin non lo vuole, i militari reagiranno». Chissà che ne pensa lo Zar.
Blogger «filo russo» preso in Spagna
Mercoledì scorso, il blogger filo russo, Anatoliy Shariy, sospettato di tradimento dal Servizio di sicurezza ucraino (Sbu), è stato arrestato a Tarragona, in Spagna, e poi rilasciato su ordine del giudice del Tribunale nazionale, José Luis Calama, che ne ha decretato la scarcerazione provvisoria con misure cautelari.
Secondo le autorità di Kiev il suo fermo era stato possibile «grazie alla stretta collaborazione del servizio di sicurezza dell’Ucraina con l’ufficio del procuratore generale, partner internazionali e come risultato di un’operazione speciale a più livelli delle forze dell’ordine ucraine ufficiali». L’Sbu ritiene che Shariy «abbia commesso crimini ai sensi di due articoli del codice penale ucraino: l’articolo 111 (tradimento) e l’articolo 161 (violazione dell’uguaglianza dei cittadini a seconda della loro razza, nazionalità, convinzioni religiose, disabilità e altri motivi)».
Inoltre, l’ Sbu lo accusava di aver «svolto attività illegali a danno della sicurezza nazionale ucraina nella sfera dell’informazione. C’è motivo di credere che Shariy abbia agito per conto di entità straniere» ma non solo, nella nota stampa si legge che «le prove raccolte dall’indagine sono state confermate da una serie di studi di esperti, che hanno stabilito che le interviste e i discorsi di Shariy contengono fatti delle sue attività sovversive contro l’Ucraina».
Ma chi è Anatoliy Shariy, che da tempo era ricercato dagli 007 di Kiev? Nato nel 1978 a Kiev, è un blogger e giornalista d’inchiesta ucraino che i media del suo Paese descrivono come «filo russo» e «anti ucraino», etichette che lui ha sempre negato. Si è occupato di inchieste sulla corruzione in Ucraina e su temi a sfondo sociale, come la diseguaglianza e la povertà.
Molto attivo sul Web, Anatoliy Shariy nel 2013 ha aperto un canale Youtube che oggi conta quasi 3 milioni di iscritti. Nel 2019 Shariy era al 34° posto nell’elenco delle 100 persone e fenomeni più influenti in Ucraina compilato dalla holding dei media Vesti e ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro.
Nel suo passato però non sono mancati episodi molto controversi, come nel 2010 quando scrisse che «mostrava comprensione per lo sterminio di omosessuali e dei Rom nelle camere a gas durante il Terzo Reich», poi nel 2021 Shariy si è scusato per il suo passato di 11 anni fa e ha affermato che le sue opinioni erano cambiate da allora».
Innumerevoli le causa penali contro di lui e le minacce di morte che secondo quanto lo stesso racconta lo hanno costretto a chiedere asilo politico all’Unione Europea, che ha accolto la sua richiesta, tanto che il blogger si è stabilito a vivere prima in Lituania, poi in in Olanda e infine in Spagna assieme alla sua seconda moglie, la giornalista Olga Bondarenko.
Ex sostenitore del presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante la sua campagna presidenziale contro l’ex presidente Petro Poroshenko, ad un certo punto è entrato in rotta di collisione con il presidente ucraino dopo che Shariy ha pubblicato una serie di articoli nei quali si narravano vicende di corruzione dell’esecutivo guidato dall’ex attore.
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L’esercito ucraino annuncia una serie di operazioni di controffensiva. Diverse città sottratte agli invasori. Vladimir Putin pronto a garantire corridoi per i civili ancora ad Azovstal, ma chiede che i militari si arrendano.Anatoliy Shariy, ex sostenitore di Volodymyr Zelensky poi diventato suo oppositore, è stato arrestato per «tradimento» e poi rilasciato. Da tempo era nel mirino degli 007.Lo speciale contiene due articoli.Nella notte tra mercoledì e giovedì vi sono state numerose esplosioni, in particolare a Kiev, Odessa, Leopoli, Cherkasy, Dnipro, Kherson, Zaporizhzhia. Il settantunesimo giorno di guerra è trascorso con la reazione dell’esercito ucraino che ha iniziato una serie di operazioni di controffensiva nelle aree di Kharkiv e Izium. Secondo quanto pubblicato da Ukrainska Pravda, Valery Zaluzhny, il comandante delle forze armate di Kiev, ha spiegato che «i russi stanno concentrando la loro offensiva in direzione di Lugansk, e si segnalano aspri combattimenti a Popasna, Kreminna e Torsky». Lo Stato maggiore ucraino, sempre nella giornata di ieri, ha diffuso la notizia riportata dal Guardian che diversi insediamenti intorno a Mykolaiv e Kherson, nel Sud del Paese, sono ritornati sotto il controllo di Kiev: «Grazie ai successi della difesa ucraina, le forze russe hanno perso il controllo di parecchi insediamenti sul confine delle regioni di Mykolaiv e Kherson». Come si spiega questa dinamica? Secondo il generale di Corpo d’armata, Maurizio Boni, «la Russia sta subendo l’iniziativa delle forze di Kiev perché è ancora nella fase di riorganizzazione delle proprie forze a seguito delle forti perdite subite durante la prima fase dell’invasione, perdite di uomini, mezzi e materiali tra i migliori di cui disponeva il Cremlino. Per sostenere le azioni offensive della seconda fase del conflitto e per conseguire i propri obiettivi operativi e strategici, Mosca ha dovuto inserire nuove unità e ricostituire quelle totalmente o parzialmente neutralizzate ma, allo stesso tempo, ha dovuto anche mantenere l’iniziativa sul campo di battaglia per non concedere troppo tempo agli ucraini di ricevere nuovi equipaggiamenti e di rafforzare ulteriormente le proprie difese. Per questo, i russi non hanno imposto una pausa operativa al proprio dispositivo offensivo, quanto mai opportuna per riportare la capacità di combattimento a livelli tali da poter assicurare il successo complessivo delle azioni offensive. Ricordiamoci che in queste situazioni entrano in gioco anche il morale e la motivazione delle truppe che nel nostro caso stanno subendo colpi decisivi». Ha poi aggiunto che «permangono forti carenze nel coordinamento tattico nel contesto di uno sforzo offensivo condotto contemporaneamente su più direttrici d’attacco e l’esercito russo non riesce ancora a realizzare quella “massa critica” composta da unità di manovra, supporto logistico e copertura aerea necessaria per compiere progressi significativi nei settori dell’offensiva». E che succede nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, che è praticamente distrutta al 90%? Gli ucraini che sono barricati all’interno, ieri mattina alla Cnn hanno affermato: «Ci sono sanguinose battaglie in corso con le forze russe all’interno del complesso dopo che queste hanno violato il perimetro». Putin ha acconsentito ai corridoi umanitari per i civili rimasti, a patto che i combattenti si arrendano. L’inviato speciale delle Nazioni unite per l’Ucraina, Martin Griffiths, ha affermato che «un altro convoglio di evacuazione spera di arrivare allo stabilimento Azovstal di Mariupol entro venerdì mattina in modo da poter accogliere quei civili rimasti in quell’inferno desolato per così tante settimane e mesi e di riportarli in salvo». Come ogni giorno di guerra c’è un giallo da risolvere, anzi due. Il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca ha accusato il New York Times «di condotta irresponsabile», dopo che il giornale ha pubblicato la notizia secondo la quale «gli Usa hanno fornito informazioni di intelligence che hanno aiutato gli ucraini a colpire e uccidere numerosi generali russi morti in azione nel conflitto ucraino». La portavoce Adrienne Watson durante il briefing con la stampa ha dichiarato che «gli Stati Uniti forniscono informazioni sul campo per aiutare gli ucraini a difendere il loro Paese. Noi non forniamo informazioni di intelligence con l’obiettivo di uccidere generali russi». Mistero risolto? Neanche per idea, perché il dubbio insinuato dal Nyt resterà e verrà certamente utilizzato dalla propaganda russa, magari già il prossimo 9 maggio 2022. Il secondo mistero è proprio relativo alle celebrazioni della giornata della vittoria. Secondo il Commissaria per i diritti umani del Parlamento ucraino, Lyudmila Denisova,« la Russia ha intenzione di far sfilare i nostri cittadini alla paratadel 9 maggio a Mariupol come prigionieri». Possibile che si superi anche questo limite? Il generale Maurizio Boni non ha dubbi: «Sarebbe illogico e controproducente per la propaganda russa. I russi non sono vincitori e anche se volessimo tornare ai costumi dell’antichità dove i condottieri vittoriosi rientravano nella propria capitale alla testa delle proprie truppe e dei prigionieri che seguivano da rendere schiavi, è chiaro che non ci troviamo nelle stesse condizioni. In ogni caso è uno scenario che non vorrei davvero prendere in considerazione. Sarebbe un atto gravissimo, estraneo allo spirito della parata e certamente non suggerito dai militari del Cremlino». Infine, ieri ha parlato il presidente bielorusso Lukashenko che ha affermato che «la Russia non può per definizione perdere questa guerra, nonostante il fronte internazionale pro Ucraina sia soverchiante e dalla parte di Mosca sia rimasta solo la Bielorussia». Il dittatore ha aggiunto che «Putin molto probabilmente non vuole un confronto globale con la Nato» alla quale però ha dato un consiglio: «Fate di tutto perché questo non accada. Altrimenti, anche se Putin non lo vuole, i militari reagiranno». 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Secondo le autorità di Kiev il suo fermo era stato possibile «grazie alla stretta collaborazione del servizio di sicurezza dell’Ucraina con l’ufficio del procuratore generale, partner internazionali e come risultato di un’operazione speciale a più livelli delle forze dell’ordine ucraine ufficiali». L’Sbu ritiene che Shariy «abbia commesso crimini ai sensi di due articoli del codice penale ucraino: l’articolo 111 (tradimento) e l’articolo 161 (violazione dell’uguaglianza dei cittadini a seconda della loro razza, nazionalità, convinzioni religiose, disabilità e altri motivi)». Inoltre, l’ Sbu lo accusava di aver «svolto attività illegali a danno della sicurezza nazionale ucraina nella sfera dell’informazione. C’è motivo di credere che Shariy abbia agito per conto di entità straniere» ma non solo, nella nota stampa si legge che «le prove raccolte dall’indagine sono state confermate da una serie di studi di esperti, che hanno stabilito che le interviste e i discorsi di Shariy contengono fatti delle sue attività sovversive contro l’Ucraina». Ma chi è Anatoliy Shariy, che da tempo era ricercato dagli 007 di Kiev? Nato nel 1978 a Kiev, è un blogger e giornalista d’inchiesta ucraino che i media del suo Paese descrivono come «filo russo» e «anti ucraino», etichette che lui ha sempre negato. Si è occupato di inchieste sulla corruzione in Ucraina e su temi a sfondo sociale, come la diseguaglianza e la povertà. Molto attivo sul Web, Anatoliy Shariy nel 2013 ha aperto un canale Youtube che oggi conta quasi 3 milioni di iscritti. Nel 2019 Shariy era al 34° posto nell’elenco delle 100 persone e fenomeni più influenti in Ucraina compilato dalla holding dei media Vesti e ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro. Nel suo passato però non sono mancati episodi molto controversi, come nel 2010 quando scrisse che «mostrava comprensione per lo sterminio di omosessuali e dei Rom nelle camere a gas durante il Terzo Reich», poi nel 2021 Shariy si è scusato per il suo passato di 11 anni fa e ha affermato che le sue opinioni erano cambiate da allora». Innumerevoli le causa penali contro di lui e le minacce di morte che secondo quanto lo stesso racconta lo hanno costretto a chiedere asilo politico all’Unione Europea, che ha accolto la sua richiesta, tanto che il blogger si è stabilito a vivere prima in Lituania, poi in in Olanda e infine in Spagna assieme alla sua seconda moglie, la giornalista Olga Bondarenko. Ex sostenitore del presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante la sua campagna presidenziale contro l’ex presidente Petro Poroshenko, ad un certo punto è entrato in rotta di collisione con il presidente ucraino dopo che Shariy ha pubblicato una serie di articoli nei quali si narravano vicende di corruzione dell’esecutivo guidato dall’ex attore.
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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Partiamo dal primo. Il World travel & Tourism council stima che il conflitto stia già costando al Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno in spesa internazionale; la regione vale circa il 5% degli arrivi turistici globali e il 14% del traffico internazionale di transito, mentre i soli hub di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrain movimentano normalmente circa 526.000 passeggeri al giorno. Secondo Oxford economics/tourism economics, nel 2026 il Medio Oriente potrebbe perdere da 23 a 38 milioni di visitatori rispetto alle attese, con un buco di 34-56 miliardi di dollari e un calo degli arrivi compreso fra 11% e 27% su base annua.
Per quanto riguarda i viaggi in aereo, nei primi due giorni del conflitto sono stati cancellati oltre 5.000 voli, e al 9 marzo le cancellazioni avevano raggiunto circa 40.000 tratte. Entro il 2 marzo erano già saltati oltre 6.000 voli in sette Paesi mediorientali, con la sola Dubai international responsabile di più di 3.000 cancellazioni. Dxb, l’aeroporto internazionale più trafficato del mondo, gestisce normalmente oltre 1.000 voli al giorno. Il 28 febbraio le compagnie avevano già cancellato circa la metà dei voli verso il Qatar e il 28% dei voli verso il Kuwait.
Secondo AirDna, il 28 febbraio le cancellazioni delle case vacanza negli Emirati sono schizzate a 8.450, contro una media di circa 3.100 nelle altre notti di febbraio; il tasso di cancellazione è salito al 43,8%, contro una media del 14,5% nel resto del mese, e la gran parte riguardava soggiorni previsti per marzo. Il Financial Times riferisce inoltre che nella sola Dubai sono state cancellate oltre 80.000 prenotazioni di affitti brevi nella settimana fino al 6 marzo.
In dettaglio, l’immobiliare emiratino, che fino a gennaio sembrava intoccabile, è il secondo fronte della crisi perché il 65% delle transazioni di Dubai nel 2025 era off-plan, quindi dipendente dalla fiducia di acquirenti esteri e dalla capacità dei costruttori di rifinanziarsi. Dopo i raid iraniani, Emaar e Aldar hanno perso il 5% in Borsa in una seduta, il mercato obbligazionario per nuove emissioni si è di fatto congelato e almeno un aumento di capitale immobiliare negli Emirati è stato rinviato. Il problema è che il settore entra in crisi con una grande ondata di offerta in arrivo: secondo JPMorgan, Dubai dovrà assorbire 300.000-400.000 nuove unità entro il 2028.
Il paradosso è che i prezzi erano ancora in corsa. Per Fitch, tra il 2022 e il primo trimestre 2025, i prezzi immobiliari di Dubai sono saliti del 60%; nel quarto trimestre 2025, secondo Cbre, i prezzi residenziali si sono mostrati in aumento di quasi il 13% annuo a Dubai e di circa il 32% ad Abu Dhabi.
Il Qatar entra nel conflitto da una posizione meno euforica ma comunque forte sul lato turistico. Nel 2025 ha registrato 5,1 milioni di visitatori internazionali (+3,7%), con il 61% arrivato per via aerea, una capacità di circa 42.500 catene alberghiere, occupazione media al 71,3% e 10,84 milioni di notti vendute (+8,6%). Ma proprio questa dipendenza dall’aereo lo rende vulnerabile: il 28 febbraio circa metà dei voli verso il Qatar è stata cancellata.
Anche il real estate qatariota stava già rallentando nei prezzi prima della guerra. Secondo Knight Frank, nel 2025 le vendite residenziali sono salite del 43,5% a 26,6 miliardi di riyal qatarini, con 6.831 transazioni (+50%), ma i prezzi delle ville nel quarto trimestre sono scesi dell’1% annuo e gli affitti medi delle ville del 2,4% gli affitti di uffici appena costruiti o riqualificati sono diminuiti dell’1,4%.
L’Arabia Saudita è il caso più complesso. Sul turismo internazionale i numeri erano robusti: nel 2025 il regno ha accolto circa 30 milioni di turisti con una spesa superiore a 172 miliardi di riyal. Ma sul real estate Riyadh stava già mostrando segni di fatica molto prima della guerra. A settembre 2025 il governo ha imposto un congelamento quinquennale degli aumenti degli affitti nella capitale, dopo rincari del 13,9% per le ville e del 6,9% per gli appartamenti nel secondo trimestre.
Inoltre, c’è stato un aumento dei prezzi degli appartamenti dell’82% e delle ville del 50% dal 2019. Il report Knight Frank 2026 è ancora più netto: a Riyadh il numero di transazioni residenziali è sceso da 67.520 nel 2024 a 30.408 nel 2025 (-55%), con valore giù del 48% a 42 miliardi di riyal, pur in presenza di prezzi ancora in crescita e di 346.700 unità previste fra il 2026 e il 2028.
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