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2022-05-06
Kiev contrattacca a Kharkiv e Izium. Braccio di ferro sulle evacuazioni
Ansa
Nella notte tra mercoledì e giovedì vi sono state numerose esplosioni, in particolare a Kiev, Odessa, Leopoli, Cherkasy, Dnipro, Kherson, Zaporizhzhia. Il settantunesimo giorno di guerra è trascorso con la reazione dell’esercito ucraino che ha iniziato una serie di operazioni di controffensiva nelle aree di Kharkiv e Izium. Secondo quanto pubblicato da Ukrainska Pravda, Valery Zaluzhny, il comandante delle forze armate di Kiev, ha spiegato che «i russi stanno concentrando la loro offensiva in direzione di Lugansk, e si segnalano aspri combattimenti a Popasna, Kreminna e Torsky». Lo Stato maggiore ucraino, sempre nella giornata di ieri, ha diffuso la notizia riportata dal Guardian che diversi insediamenti intorno a Mykolaiv e Kherson, nel Sud del Paese, sono ritornati sotto il controllo di Kiev: «Grazie ai successi della difesa ucraina, le forze russe hanno perso il controllo di parecchi insediamenti sul confine delle regioni di Mykolaiv e Kherson».
Come si spiega questa dinamica? Secondo il generale di Corpo d’armata, Maurizio Boni, «la Russia sta subendo l’iniziativa delle forze di Kiev perché è ancora nella fase di riorganizzazione delle proprie forze a seguito delle forti perdite subite durante la prima fase dell’invasione, perdite di uomini, mezzi e materiali tra i migliori di cui disponeva il Cremlino. Per sostenere le azioni offensive della seconda fase del conflitto e per conseguire i propri obiettivi operativi e strategici, Mosca ha dovuto inserire nuove unità e ricostituire quelle totalmente o parzialmente neutralizzate ma, allo stesso tempo, ha dovuto anche mantenere l’iniziativa sul campo di battaglia per non concedere troppo tempo agli ucraini di ricevere nuovi equipaggiamenti e di rafforzare ulteriormente le proprie difese. Per questo, i russi non hanno imposto una pausa operativa al proprio dispositivo offensivo, quanto mai opportuna per riportare la capacità di combattimento a livelli tali da poter assicurare il successo complessivo delle azioni offensive. Ricordiamoci che in queste situazioni entrano in gioco anche il morale e la motivazione delle truppe che nel nostro caso stanno subendo colpi decisivi». Ha poi aggiunto che «permangono forti carenze nel coordinamento tattico nel contesto di uno sforzo offensivo condotto contemporaneamente su più direttrici d’attacco e l’esercito russo non riesce ancora a realizzare quella “massa critica” composta da unità di manovra, supporto logistico e copertura aerea necessaria per compiere progressi significativi nei settori dell’offensiva». E che succede nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, che è praticamente distrutta al 90%? Gli ucraini che sono barricati all’interno, ieri mattina alla Cnn hanno affermato: «Ci sono sanguinose battaglie in corso con le forze russe all’interno del complesso dopo che queste hanno violato il perimetro». Putin ha acconsentito ai corridoi umanitari per i civili rimasti, a patto che i combattenti si arrendano. L’inviato speciale delle Nazioni unite per l’Ucraina, Martin Griffiths, ha affermato che «un altro convoglio di evacuazione spera di arrivare allo stabilimento Azovstal di Mariupol entro venerdì mattina in modo da poter accogliere quei civili rimasti in quell’inferno desolato per così tante settimane e mesi e di riportarli in salvo».
Come ogni giorno di guerra c’è un giallo da risolvere, anzi due. Il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca ha accusato il New York Times «di condotta irresponsabile», dopo che il giornale ha pubblicato la notizia secondo la quale «gli Usa hanno fornito informazioni di intelligence che hanno aiutato gli ucraini a colpire e uccidere numerosi generali russi morti in azione nel conflitto ucraino». La portavoce Adrienne Watson durante il briefing con la stampa ha dichiarato che «gli Stati Uniti forniscono informazioni sul campo per aiutare gli ucraini a difendere il loro Paese. Noi non forniamo informazioni di intelligence con l’obiettivo di uccidere generali russi». Mistero risolto? Neanche per idea, perché il dubbio insinuato dal Nyt resterà e verrà certamente utilizzato dalla propaganda russa, magari già il prossimo 9 maggio 2022. Il secondo mistero è proprio relativo alle celebrazioni della giornata della vittoria. Secondo il Commissaria per i diritti umani del Parlamento ucraino, Lyudmila Denisova,« la Russia ha intenzione di far sfilare i nostri cittadini alla paratadel 9 maggio a Mariupol come prigionieri». Possibile che si superi anche questo limite? Il generale Maurizio Boni non ha dubbi: «Sarebbe illogico e controproducente per la propaganda russa. I russi non sono vincitori e anche se volessimo tornare ai costumi dell’antichità dove i condottieri vittoriosi rientravano nella propria capitale alla testa delle proprie truppe e dei prigionieri che seguivano da rendere schiavi, è chiaro che non ci troviamo nelle stesse condizioni. In ogni caso è uno scenario che non vorrei davvero prendere in considerazione. Sarebbe un atto gravissimo, estraneo allo spirito della parata e certamente non suggerito dai militari del Cremlino». Infine, ieri ha parlato il presidente bielorusso Lukashenko che ha affermato che «la Russia non può per definizione perdere questa guerra, nonostante il fronte internazionale pro Ucraina sia soverchiante e dalla parte di Mosca sia rimasta solo la Bielorussia». Il dittatore ha aggiunto che «Putin molto probabilmente non vuole un confronto globale con la Nato» alla quale però ha dato un consiglio: «Fate di tutto perché questo non accada. Altrimenti, anche se Putin non lo vuole, i militari reagiranno». Chissà che ne pensa lo Zar.
Blogger «filo russo» preso in Spagna
Mercoledì scorso, il blogger filo russo, Anatoliy Shariy, sospettato di tradimento dal Servizio di sicurezza ucraino (Sbu), è stato arrestato a Tarragona, in Spagna, e poi rilasciato su ordine del giudice del Tribunale nazionale, José Luis Calama, che ne ha decretato la scarcerazione provvisoria con misure cautelari.
Secondo le autorità di Kiev il suo fermo era stato possibile «grazie alla stretta collaborazione del servizio di sicurezza dell’Ucraina con l’ufficio del procuratore generale, partner internazionali e come risultato di un’operazione speciale a più livelli delle forze dell’ordine ucraine ufficiali». L’Sbu ritiene che Shariy «abbia commesso crimini ai sensi di due articoli del codice penale ucraino: l’articolo 111 (tradimento) e l’articolo 161 (violazione dell’uguaglianza dei cittadini a seconda della loro razza, nazionalità, convinzioni religiose, disabilità e altri motivi)».
Inoltre, l’ Sbu lo accusava di aver «svolto attività illegali a danno della sicurezza nazionale ucraina nella sfera dell’informazione. C’è motivo di credere che Shariy abbia agito per conto di entità straniere» ma non solo, nella nota stampa si legge che «le prove raccolte dall’indagine sono state confermate da una serie di studi di esperti, che hanno stabilito che le interviste e i discorsi di Shariy contengono fatti delle sue attività sovversive contro l’Ucraina».
Ma chi è Anatoliy Shariy, che da tempo era ricercato dagli 007 di Kiev? Nato nel 1978 a Kiev, è un blogger e giornalista d’inchiesta ucraino che i media del suo Paese descrivono come «filo russo» e «anti ucraino», etichette che lui ha sempre negato. Si è occupato di inchieste sulla corruzione in Ucraina e su temi a sfondo sociale, come la diseguaglianza e la povertà.
Molto attivo sul Web, Anatoliy Shariy nel 2013 ha aperto un canale Youtube che oggi conta quasi 3 milioni di iscritti. Nel 2019 Shariy era al 34° posto nell’elenco delle 100 persone e fenomeni più influenti in Ucraina compilato dalla holding dei media Vesti e ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro.
Nel suo passato però non sono mancati episodi molto controversi, come nel 2010 quando scrisse che «mostrava comprensione per lo sterminio di omosessuali e dei Rom nelle camere a gas durante il Terzo Reich», poi nel 2021 Shariy si è scusato per il suo passato di 11 anni fa e ha affermato che le sue opinioni erano cambiate da allora».
Innumerevoli le causa penali contro di lui e le minacce di morte che secondo quanto lo stesso racconta lo hanno costretto a chiedere asilo politico all’Unione Europea, che ha accolto la sua richiesta, tanto che il blogger si è stabilito a vivere prima in Lituania, poi in in Olanda e infine in Spagna assieme alla sua seconda moglie, la giornalista Olga Bondarenko.
Ex sostenitore del presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante la sua campagna presidenziale contro l’ex presidente Petro Poroshenko, ad un certo punto è entrato in rotta di collisione con il presidente ucraino dopo che Shariy ha pubblicato una serie di articoli nei quali si narravano vicende di corruzione dell’esecutivo guidato dall’ex attore.
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L’esercito ucraino annuncia una serie di operazioni di controffensiva. Diverse città sottratte agli invasori. Vladimir Putin pronto a garantire corridoi per i civili ancora ad Azovstal, ma chiede che i militari si arrendano.Anatoliy Shariy, ex sostenitore di Volodymyr Zelensky poi diventato suo oppositore, è stato arrestato per «tradimento» e poi rilasciato. Da tempo era nel mirino degli 007.Lo speciale contiene due articoli.Nella notte tra mercoledì e giovedì vi sono state numerose esplosioni, in particolare a Kiev, Odessa, Leopoli, Cherkasy, Dnipro, Kherson, Zaporizhzhia. Il settantunesimo giorno di guerra è trascorso con la reazione dell’esercito ucraino che ha iniziato una serie di operazioni di controffensiva nelle aree di Kharkiv e Izium. Secondo quanto pubblicato da Ukrainska Pravda, Valery Zaluzhny, il comandante delle forze armate di Kiev, ha spiegato che «i russi stanno concentrando la loro offensiva in direzione di Lugansk, e si segnalano aspri combattimenti a Popasna, Kreminna e Torsky». Lo Stato maggiore ucraino, sempre nella giornata di ieri, ha diffuso la notizia riportata dal Guardian che diversi insediamenti intorno a Mykolaiv e Kherson, nel Sud del Paese, sono ritornati sotto il controllo di Kiev: «Grazie ai successi della difesa ucraina, le forze russe hanno perso il controllo di parecchi insediamenti sul confine delle regioni di Mykolaiv e Kherson». Come si spiega questa dinamica? Secondo il generale di Corpo d’armata, Maurizio Boni, «la Russia sta subendo l’iniziativa delle forze di Kiev perché è ancora nella fase di riorganizzazione delle proprie forze a seguito delle forti perdite subite durante la prima fase dell’invasione, perdite di uomini, mezzi e materiali tra i migliori di cui disponeva il Cremlino. Per sostenere le azioni offensive della seconda fase del conflitto e per conseguire i propri obiettivi operativi e strategici, Mosca ha dovuto inserire nuove unità e ricostituire quelle totalmente o parzialmente neutralizzate ma, allo stesso tempo, ha dovuto anche mantenere l’iniziativa sul campo di battaglia per non concedere troppo tempo agli ucraini di ricevere nuovi equipaggiamenti e di rafforzare ulteriormente le proprie difese. Per questo, i russi non hanno imposto una pausa operativa al proprio dispositivo offensivo, quanto mai opportuna per riportare la capacità di combattimento a livelli tali da poter assicurare il successo complessivo delle azioni offensive. Ricordiamoci che in queste situazioni entrano in gioco anche il morale e la motivazione delle truppe che nel nostro caso stanno subendo colpi decisivi». Ha poi aggiunto che «permangono forti carenze nel coordinamento tattico nel contesto di uno sforzo offensivo condotto contemporaneamente su più direttrici d’attacco e l’esercito russo non riesce ancora a realizzare quella “massa critica” composta da unità di manovra, supporto logistico e copertura aerea necessaria per compiere progressi significativi nei settori dell’offensiva». E che succede nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, che è praticamente distrutta al 90%? Gli ucraini che sono barricati all’interno, ieri mattina alla Cnn hanno affermato: «Ci sono sanguinose battaglie in corso con le forze russe all’interno del complesso dopo che queste hanno violato il perimetro». Putin ha acconsentito ai corridoi umanitari per i civili rimasti, a patto che i combattenti si arrendano. L’inviato speciale delle Nazioni unite per l’Ucraina, Martin Griffiths, ha affermato che «un altro convoglio di evacuazione spera di arrivare allo stabilimento Azovstal di Mariupol entro venerdì mattina in modo da poter accogliere quei civili rimasti in quell’inferno desolato per così tante settimane e mesi e di riportarli in salvo». Come ogni giorno di guerra c’è un giallo da risolvere, anzi due. Il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca ha accusato il New York Times «di condotta irresponsabile», dopo che il giornale ha pubblicato la notizia secondo la quale «gli Usa hanno fornito informazioni di intelligence che hanno aiutato gli ucraini a colpire e uccidere numerosi generali russi morti in azione nel conflitto ucraino». La portavoce Adrienne Watson durante il briefing con la stampa ha dichiarato che «gli Stati Uniti forniscono informazioni sul campo per aiutare gli ucraini a difendere il loro Paese. Noi non forniamo informazioni di intelligence con l’obiettivo di uccidere generali russi». Mistero risolto? Neanche per idea, perché il dubbio insinuato dal Nyt resterà e verrà certamente utilizzato dalla propaganda russa, magari già il prossimo 9 maggio 2022. Il secondo mistero è proprio relativo alle celebrazioni della giornata della vittoria. Secondo il Commissaria per i diritti umani del Parlamento ucraino, Lyudmila Denisova,« la Russia ha intenzione di far sfilare i nostri cittadini alla paratadel 9 maggio a Mariupol come prigionieri». Possibile che si superi anche questo limite? Il generale Maurizio Boni non ha dubbi: «Sarebbe illogico e controproducente per la propaganda russa. I russi non sono vincitori e anche se volessimo tornare ai costumi dell’antichità dove i condottieri vittoriosi rientravano nella propria capitale alla testa delle proprie truppe e dei prigionieri che seguivano da rendere schiavi, è chiaro che non ci troviamo nelle stesse condizioni. In ogni caso è uno scenario che non vorrei davvero prendere in considerazione. Sarebbe un atto gravissimo, estraneo allo spirito della parata e certamente non suggerito dai militari del Cremlino». Infine, ieri ha parlato il presidente bielorusso Lukashenko che ha affermato che «la Russia non può per definizione perdere questa guerra, nonostante il fronte internazionale pro Ucraina sia soverchiante e dalla parte di Mosca sia rimasta solo la Bielorussia». Il dittatore ha aggiunto che «Putin molto probabilmente non vuole un confronto globale con la Nato» alla quale però ha dato un consiglio: «Fate di tutto perché questo non accada. Altrimenti, anche se Putin non lo vuole, i militari reagiranno». Chissà che ne pensa lo Zar. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-kiev-contrattacca-kharkiv-izium-2657274601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="blogger-filo-russo-preso-in-spagna" data-post-id="2657274601" data-published-at="1651831691" data-use-pagination="False"> Blogger «filo russo» preso in Spagna Mercoledì scorso, il blogger filo russo, Anatoliy Shariy, sospettato di tradimento dal Servizio di sicurezza ucraino (Sbu), è stato arrestato a Tarragona, in Spagna, e poi rilasciato su ordine del giudice del Tribunale nazionale, José Luis Calama, che ne ha decretato la scarcerazione provvisoria con misure cautelari. Secondo le autorità di Kiev il suo fermo era stato possibile «grazie alla stretta collaborazione del servizio di sicurezza dell’Ucraina con l’ufficio del procuratore generale, partner internazionali e come risultato di un’operazione speciale a più livelli delle forze dell’ordine ucraine ufficiali». L’Sbu ritiene che Shariy «abbia commesso crimini ai sensi di due articoli del codice penale ucraino: l’articolo 111 (tradimento) e l’articolo 161 (violazione dell’uguaglianza dei cittadini a seconda della loro razza, nazionalità, convinzioni religiose, disabilità e altri motivi)». Inoltre, l’ Sbu lo accusava di aver «svolto attività illegali a danno della sicurezza nazionale ucraina nella sfera dell’informazione. C’è motivo di credere che Shariy abbia agito per conto di entità straniere» ma non solo, nella nota stampa si legge che «le prove raccolte dall’indagine sono state confermate da una serie di studi di esperti, che hanno stabilito che le interviste e i discorsi di Shariy contengono fatti delle sue attività sovversive contro l’Ucraina». Ma chi è Anatoliy Shariy, che da tempo era ricercato dagli 007 di Kiev? Nato nel 1978 a Kiev, è un blogger e giornalista d’inchiesta ucraino che i media del suo Paese descrivono come «filo russo» e «anti ucraino», etichette che lui ha sempre negato. Si è occupato di inchieste sulla corruzione in Ucraina e su temi a sfondo sociale, come la diseguaglianza e la povertà. Molto attivo sul Web, Anatoliy Shariy nel 2013 ha aperto un canale Youtube che oggi conta quasi 3 milioni di iscritti. Nel 2019 Shariy era al 34° posto nell’elenco delle 100 persone e fenomeni più influenti in Ucraina compilato dalla holding dei media Vesti e ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro. Nel suo passato però non sono mancati episodi molto controversi, come nel 2010 quando scrisse che «mostrava comprensione per lo sterminio di omosessuali e dei Rom nelle camere a gas durante il Terzo Reich», poi nel 2021 Shariy si è scusato per il suo passato di 11 anni fa e ha affermato che le sue opinioni erano cambiate da allora». Innumerevoli le causa penali contro di lui e le minacce di morte che secondo quanto lo stesso racconta lo hanno costretto a chiedere asilo politico all’Unione Europea, che ha accolto la sua richiesta, tanto che il blogger si è stabilito a vivere prima in Lituania, poi in in Olanda e infine in Spagna assieme alla sua seconda moglie, la giornalista Olga Bondarenko. Ex sostenitore del presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante la sua campagna presidenziale contro l’ex presidente Petro Poroshenko, ad un certo punto è entrato in rotta di collisione con il presidente ucraino dopo che Shariy ha pubblicato una serie di articoli nei quali si narravano vicende di corruzione dell’esecutivo guidato dall’ex attore.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.