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2023-04-18
Parte la guerra al grano ucraino. Il fronte ribelle si allarga, panico Ue
(IStock)
A far scoppiare una nuova battaglia del grano in Europa non è più l’impossibilità dell’Ucraina di esportarlo, ma la decisione dei Paesi dell’Est di non importarlo. La Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia hanno infatti fermato temporaneamente le importazioni di grano ucraino e anche la Bulgaria prenderà in considerazione l’ipotesi di uno stop. L’obiettivo per tutti è difendere il proprio mercato interno e placare gli agricoltori colpiti dal calo dei prezzi, scattato quando l’Ue ha abolito i dazi e le quote sulle importazioni di grano ucraino lo scorso anno. Le autorità di Bruxelles hanno rimosso queste restrizioni dopo che le esportazioni di grano dell’Ucraina sono state reindirizzate a Ovest via terra verso l’Europa, in seguito all’invasione russa, che ha modificato le tradizionali rotte di esportazione marittima. Da allora, grandi volumi di prodotti ucraini destinati ad arrivare sui mercati esteri sono stati invece venduti nel Vecchio continente, facendo precipitare i prezzi all’interno dei 27 Paesi dell’Ue e scatenando le proteste di migliaia di agricoltori e piccoli imprenditori.
La prima a muoversi è stata Varsavia, che resta comunque uno dei maggiori sostenitori di Kiev, vietando l’ingresso dei prodotti agricoli ucraini nel Paese. Sabato il ministro dello Sviluppo e della Tecnologia, Waldemar Buda, ha pubblicato un decreto delineando il divieto, che sarà in vigore fino al 30 giugno, e sospenderà anche le importazioni di una serie di altri prodotti agricoli tra cui verdure, zucchero, carne bovina, suina e pollame. «Non lasceremo mai i nostri agricoltori senza aiuto», ha dichiarato il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, dopo la riunione del partito. In Polonia, di fronte alla crescente rabbia degli agricoltori, si è perfino dimesso il ministro dell’Agricoltura, Henryk Kowalczyk.
È subito seguito l’annuncio del governo ungherese e di quello slovacco, che già giovedì scorso aveva anche vietato la lavorazione del grano ucraino stoccato e della farina da esso prodotta per la presenza di pesticidi. Infine, il ministro dell’Agricoltura bulgaro ad interim, Yavor Gechev, ha lasciato intendere di voler seguire la stessa strada per «proteggere gli interessi della Bulgaria, soprattutto quando una simile restrizione è già stata introdotta da altri due Stati».
Un fronte compatto contro Bruxelles che ha giurisdizione su tutta la politica commerciale dell’Unione. «Azioni unilaterali non sono accettabili», ha affermato Miriam Garcia Ferrer, portavoce della Commissione europea per il Commercio e l’Agricoltura. La stessa Commissione sta preparando un nuovo pacchetto di aiuti per i Paesi confinanti con l’Ucraina, che potrebbe arrivare a 75 milioni di euro dalla riserva di crisi Pac, per alleviare la pressione sui prezzi dei cereali nei Paesi confinanti con l’Ucraina. Questa volta potrebbe riguardare più Stati membri, oltre a Polonia, Bulgaria e Romania. Intanto, ieri è intervenuto anche l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell: «La Russia sta bloccando ancora una volta 50 navi con grano urgentemente necessario nel Mar Nero. L’Ue sostiene gli sforzi dell’Onu e continuerà a facilitare le esportazioni attraverso le corsie di solidarietà dell’Ue, che hanno portato 25 miliardi di tonnellate di grano nel mondo», ha scritto in un tweet.
In mezzo a questa battaglia, i riflettori sono puntati anche sulle mosse della Turchia. Il ministro delle Infrastrutture ucraino, Oleksandr Kubrakov, si recherà oggi nel Paese, proprio per discutere dell’accordo sull’esportazione di grano attraverso il Mar Nero. Kubrakov incontrerà il ministro Hulusi Akar nella città di Kayseri, nell’Anatolia centrale. Proprio Akar è stato uno degli attori principali che hanno permesso la chiusura dell’accordo, che dallo scorso luglio permette il passaggio di grano ucraino bloccato nei porti del Mar Nero. Accordo che sarà inevitabilmente al centro dell’incontro di oggi, anche per il malcontento di Mosca, che rischia di far saltare tutto. La visita di Kubrakov in Turchia segue peraltro di 12 giorni il viaggio del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, nella Capitale turca Ankara.
Ieri a Varsavia le delegazioni dell’Ucraina e della Polonia hanno intanto avviato i negoziati sull’importazione di prodotti agricoli ucraini, in particolare per quanto riguarda i cereali destinati al transito verso Paesi terzi. L’obiettivo del governo di Kiev è di garantire la riapertura del transito di cibo e grano attraverso la Polonia. Ci saranno ulteriori colloqui in Romania domani e in Slovacchia giovedì.
Nel frattempo, con una tempistica e un’enfasi che a qualche osservatore è parsa non casuale, ieri è stato comunicato l’arrivo in Yemen della sesta nave del programma umanitario di Volodymyr Zelensky, «Grain from Ukraine», per sostenere «le oltre 20 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto in Yemen», si legge in una nota. Dove si ricorda che la spedizione è stata supportata dal Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, con l’assistenza finanziaria di Stati Uniti, Francia e Spagna.
Sui cereali speculazione da 2 miliardi
Dopo la Polonia, Ungheria e Slovacchia, anche la Bulgaria ha preso in considerazione l’ipotesi di uno stop all’import di grano proveniente dall’Ucraina. L’obiettivo è quello di tutelare il mercato interno, minacciato dall’ingresso di prodotti agricoli ucraini a basso costo. Bruxelles però non l’ha presa bene e ha sottolineato che «la politica commerciale è di competenza esclusiva dell’Ue e, pertanto, non sono accettabili azioni unilaterali».
Come riportato dal Guardian, sono in molti ad aver speculato sui cereali ucraini. La stima parla di profitti intorno ai 2 miliardi di dollari per solo dieci dei più grandi hedge fund del mondo. La speculazione è avvenuta grazie al commercio di due materie prime alimentari: cereali e semi di soia. L’Ucraina è uno dei maggiori fornitori mondiali di grano, mais, olio di girasole e altri importanti prodotti di base, nonché di fertilizzanti chimici. Nei giorni successivi all’invasione, i prezzi del cibo sono balzati a livelli record. In quel momento gli investitori finanziari hanno accumulato grandi quantità di cereali e materie prime, cercando di capitalizzare l’incertezza e l’aumento dei prezzi del cibo. Risultato? La creazione di una bolla che ha fatto rialzare i prezzi del cibo, con ovvie ricadute sulle persone più povere. Una vera e propria speculazione sulla fame nel mondo.
Lo studio è stato condotto da Unearthed, l’unità di giornalismo investigativo di Greenpeace, e dall’organizzazione giornalistica senza scopo di lucro Lighthouse Reports. Alcuni osservatori ritengono che l’impennata dei prezzi sia stata guidata più dalla speculazione finanziaria che da una reale penuria di cibo causata dalla guerra.
La Russia e l’Ucraina sono i principali esportatori di grano, ma in tutto il mondo la maggior parte del grano viene consumato nel Paese in cui viene coltivato. Il calo delle esportazioni globali, causato dall’invasione, ammontava a circa 7 milioni di tonnellate, meno dell’1% del raccolto globale, secondo Michael Fakhri, relatore speciale delle Nazioni unite sul diritto al cibo. Eppure il prezzo è aumentato di almeno il 50%.
«Ciò che spiega quel prezzo è l’effetto della speculazione: i mercati finanziari, gli hedge fund, eccetera...», ha detto a Unearthed. «La loro paura, il loro panico, i loro algoritmi fanno impennare il prezzo. L’aumento quindi non rifletteva la domanda e l’offerta del mondo reale, ma rifletteva i bisogni, i desideri e la funzione del mercato finanziario».
Non si può sapere quali fondi abbiano ottenuto i risultati migliori dal commercio di materie prime alimentari. Gli hedge fund custodiscono attentamente i dettagli dei loro investimenti e per arrivare alla stima di 1,9 miliardi di profitti, dall’aumento dei prezzi alimentari nel primo trimestre del 2022, Greenpeace e Lighthouse Reports hanno esaminato i rendimenti realizzati dall’Sg Trend Index di Societé Générale per quel periodo.
I fondi Sg Trend Index che hanno parlato con Unearthed hanno negato che la loro attività avesse fatto salire in modo inappropriato i prezzi del cibo. Harold de Boer, Ceo dell’hedge fund Transtrend, con sede a Rotterdam, ha convenuto che la speculazione «potrebbe aver fatto parte» dei picchi nei prezzi delle materie prime alimentari, ma ha sostenuto che si trattava di «una benedizione sotto mentite spoglie, perché il suo effetto ha stimolato gli agricoltori a seminare di più». Poi ha aggiunto: «Siamo un po’ come i dentisti, diremo ai nostri clienti che dovrebbero lavarsi i denti, ma se non lo fanno, guadagniamo di più». De Boer ha affermato che il suo fondo ha acquistato contratti di grano per tutta la seconda metà del 2021. Così come la Cina, che forse sapeva già qualcosa. Coldiretti, il 3 gennaio 2022, sulla base dell’analisi di Nikkei Asia sui dati del dipartimento americano dell’agricoltura (Usda), scriveva: «La Cina, entro la prima metà dell’annata agraria 2022, avrà accaparrato il 69% delle riserve mondiali di mais, il 60% del riso e il 51% di grano».
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Dopo Polonia, Ungheria e Slovacchia, anche la Bulgaria vuole fermare le importazioni. La Commissione critica le «azioni unilaterali» e lavora ad altri 75 milioni di aiuti. Intanto Kiev cerca una sponda in Turchia.Secondo il «Guardian», solo i dieci più grandi hedge fund hanno realizzato profitti stellari. Facendo impennare i prezzi ed esasperando i guai causati dal conflitto.Lo speciale contiene due articoli.A far scoppiare una nuova battaglia del grano in Europa non è più l’impossibilità dell’Ucraina di esportarlo, ma la decisione dei Paesi dell’Est di non importarlo. La Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia hanno infatti fermato temporaneamente le importazioni di grano ucraino e anche la Bulgaria prenderà in considerazione l’ipotesi di uno stop. L’obiettivo per tutti è difendere il proprio mercato interno e placare gli agricoltori colpiti dal calo dei prezzi, scattato quando l’Ue ha abolito i dazi e le quote sulle importazioni di grano ucraino lo scorso anno. Le autorità di Bruxelles hanno rimosso queste restrizioni dopo che le esportazioni di grano dell’Ucraina sono state reindirizzate a Ovest via terra verso l’Europa, in seguito all’invasione russa, che ha modificato le tradizionali rotte di esportazione marittima. Da allora, grandi volumi di prodotti ucraini destinati ad arrivare sui mercati esteri sono stati invece venduti nel Vecchio continente, facendo precipitare i prezzi all’interno dei 27 Paesi dell’Ue e scatenando le proteste di migliaia di agricoltori e piccoli imprenditori. La prima a muoversi è stata Varsavia, che resta comunque uno dei maggiori sostenitori di Kiev, vietando l’ingresso dei prodotti agricoli ucraini nel Paese. Sabato il ministro dello Sviluppo e della Tecnologia, Waldemar Buda, ha pubblicato un decreto delineando il divieto, che sarà in vigore fino al 30 giugno, e sospenderà anche le importazioni di una serie di altri prodotti agricoli tra cui verdure, zucchero, carne bovina, suina e pollame. «Non lasceremo mai i nostri agricoltori senza aiuto», ha dichiarato il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, dopo la riunione del partito. In Polonia, di fronte alla crescente rabbia degli agricoltori, si è perfino dimesso il ministro dell’Agricoltura, Henryk Kowalczyk.È subito seguito l’annuncio del governo ungherese e di quello slovacco, che già giovedì scorso aveva anche vietato la lavorazione del grano ucraino stoccato e della farina da esso prodotta per la presenza di pesticidi. Infine, il ministro dell’Agricoltura bulgaro ad interim, Yavor Gechev, ha lasciato intendere di voler seguire la stessa strada per «proteggere gli interessi della Bulgaria, soprattutto quando una simile restrizione è già stata introdotta da altri due Stati». Un fronte compatto contro Bruxelles che ha giurisdizione su tutta la politica commerciale dell’Unione. «Azioni unilaterali non sono accettabili», ha affermato Miriam Garcia Ferrer, portavoce della Commissione europea per il Commercio e l’Agricoltura. La stessa Commissione sta preparando un nuovo pacchetto di aiuti per i Paesi confinanti con l’Ucraina, che potrebbe arrivare a 75 milioni di euro dalla riserva di crisi Pac, per alleviare la pressione sui prezzi dei cereali nei Paesi confinanti con l’Ucraina. Questa volta potrebbe riguardare più Stati membri, oltre a Polonia, Bulgaria e Romania. Intanto, ieri è intervenuto anche l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell: «La Russia sta bloccando ancora una volta 50 navi con grano urgentemente necessario nel Mar Nero. L’Ue sostiene gli sforzi dell’Onu e continuerà a facilitare le esportazioni attraverso le corsie di solidarietà dell’Ue, che hanno portato 25 miliardi di tonnellate di grano nel mondo», ha scritto in un tweet.In mezzo a questa battaglia, i riflettori sono puntati anche sulle mosse della Turchia. Il ministro delle Infrastrutture ucraino, Oleksandr Kubrakov, si recherà oggi nel Paese, proprio per discutere dell’accordo sull’esportazione di grano attraverso il Mar Nero. Kubrakov incontrerà il ministro Hulusi Akar nella città di Kayseri, nell’Anatolia centrale. Proprio Akar è stato uno degli attori principali che hanno permesso la chiusura dell’accordo, che dallo scorso luglio permette il passaggio di grano ucraino bloccato nei porti del Mar Nero. Accordo che sarà inevitabilmente al centro dell’incontro di oggi, anche per il malcontento di Mosca, che rischia di far saltare tutto. La visita di Kubrakov in Turchia segue peraltro di 12 giorni il viaggio del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, nella Capitale turca Ankara. Ieri a Varsavia le delegazioni dell’Ucraina e della Polonia hanno intanto avviato i negoziati sull’importazione di prodotti agricoli ucraini, in particolare per quanto riguarda i cereali destinati al transito verso Paesi terzi. L’obiettivo del governo di Kiev è di garantire la riapertura del transito di cibo e grano attraverso la Polonia. Ci saranno ulteriori colloqui in Romania domani e in Slovacchia giovedì. Nel frattempo, con una tempistica e un’enfasi che a qualche osservatore è parsa non casuale, ieri è stato comunicato l’arrivo in Yemen della sesta nave del programma umanitario di Volodymyr Zelensky, «Grain from Ukraine», per sostenere «le oltre 20 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto in Yemen», si legge in una nota. Dove si ricorda che la spedizione è stata supportata dal Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, con l’assistenza finanziaria di Stati Uniti, Francia e Spagna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grano-ucraina-guerra-ue-2659871091.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sui-cereali-speculazione-da-2-miliardi" data-post-id="2659871091" data-published-at="1681816078" data-use-pagination="False"> Sui cereali speculazione da 2 miliardi Dopo la Polonia, Ungheria e Slovacchia, anche la Bulgaria ha preso in considerazione l’ipotesi di uno stop all’import di grano proveniente dall’Ucraina. L’obiettivo è quello di tutelare il mercato interno, minacciato dall’ingresso di prodotti agricoli ucraini a basso costo. Bruxelles però non l’ha presa bene e ha sottolineato che «la politica commerciale è di competenza esclusiva dell’Ue e, pertanto, non sono accettabili azioni unilaterali». Come riportato dal Guardian, sono in molti ad aver speculato sui cereali ucraini. La stima parla di profitti intorno ai 2 miliardi di dollari per solo dieci dei più grandi hedge fund del mondo. La speculazione è avvenuta grazie al commercio di due materie prime alimentari: cereali e semi di soia. L’Ucraina è uno dei maggiori fornitori mondiali di grano, mais, olio di girasole e altri importanti prodotti di base, nonché di fertilizzanti chimici. Nei giorni successivi all’invasione, i prezzi del cibo sono balzati a livelli record. In quel momento gli investitori finanziari hanno accumulato grandi quantità di cereali e materie prime, cercando di capitalizzare l’incertezza e l’aumento dei prezzi del cibo. Risultato? La creazione di una bolla che ha fatto rialzare i prezzi del cibo, con ovvie ricadute sulle persone più povere. Una vera e propria speculazione sulla fame nel mondo. Lo studio è stato condotto da Unearthed, l’unità di giornalismo investigativo di Greenpeace, e dall’organizzazione giornalistica senza scopo di lucro Lighthouse Reports. Alcuni osservatori ritengono che l’impennata dei prezzi sia stata guidata più dalla speculazione finanziaria che da una reale penuria di cibo causata dalla guerra. La Russia e l’Ucraina sono i principali esportatori di grano, ma in tutto il mondo la maggior parte del grano viene consumato nel Paese in cui viene coltivato. Il calo delle esportazioni globali, causato dall’invasione, ammontava a circa 7 milioni di tonnellate, meno dell’1% del raccolto globale, secondo Michael Fakhri, relatore speciale delle Nazioni unite sul diritto al cibo. Eppure il prezzo è aumentato di almeno il 50%. «Ciò che spiega quel prezzo è l’effetto della speculazione: i mercati finanziari, gli hedge fund, eccetera...», ha detto a Unearthed. «La loro paura, il loro panico, i loro algoritmi fanno impennare il prezzo. L’aumento quindi non rifletteva la domanda e l’offerta del mondo reale, ma rifletteva i bisogni, i desideri e la funzione del mercato finanziario». Non si può sapere quali fondi abbiano ottenuto i risultati migliori dal commercio di materie prime alimentari. Gli hedge fund custodiscono attentamente i dettagli dei loro investimenti e per arrivare alla stima di 1,9 miliardi di profitti, dall’aumento dei prezzi alimentari nel primo trimestre del 2022, Greenpeace e Lighthouse Reports hanno esaminato i rendimenti realizzati dall’Sg Trend Index di Societé Générale per quel periodo. I fondi Sg Trend Index che hanno parlato con Unearthed hanno negato che la loro attività avesse fatto salire in modo inappropriato i prezzi del cibo. Harold de Boer, Ceo dell’hedge fund Transtrend, con sede a Rotterdam, ha convenuto che la speculazione «potrebbe aver fatto parte» dei picchi nei prezzi delle materie prime alimentari, ma ha sostenuto che si trattava di «una benedizione sotto mentite spoglie, perché il suo effetto ha stimolato gli agricoltori a seminare di più». Poi ha aggiunto: «Siamo un po’ come i dentisti, diremo ai nostri clienti che dovrebbero lavarsi i denti, ma se non lo fanno, guadagniamo di più». De Boer ha affermato che il suo fondo ha acquistato contratti di grano per tutta la seconda metà del 2021. Così come la Cina, che forse sapeva già qualcosa. Coldiretti, il 3 gennaio 2022, sulla base dell’analisi di Nikkei Asia sui dati del dipartimento americano dell’agricoltura (Usda), scriveva: «La Cina, entro la prima metà dell’annata agraria 2022, avrà accaparrato il 69% delle riserve mondiali di mais, il 60% del riso e il 51% di grano».
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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