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2023-04-18
Parte la guerra al grano ucraino. Il fronte ribelle si allarga, panico Ue
(IStock)
A far scoppiare una nuova battaglia del grano in Europa non è più l’impossibilità dell’Ucraina di esportarlo, ma la decisione dei Paesi dell’Est di non importarlo. La Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia hanno infatti fermato temporaneamente le importazioni di grano ucraino e anche la Bulgaria prenderà in considerazione l’ipotesi di uno stop. L’obiettivo per tutti è difendere il proprio mercato interno e placare gli agricoltori colpiti dal calo dei prezzi, scattato quando l’Ue ha abolito i dazi e le quote sulle importazioni di grano ucraino lo scorso anno. Le autorità di Bruxelles hanno rimosso queste restrizioni dopo che le esportazioni di grano dell’Ucraina sono state reindirizzate a Ovest via terra verso l’Europa, in seguito all’invasione russa, che ha modificato le tradizionali rotte di esportazione marittima. Da allora, grandi volumi di prodotti ucraini destinati ad arrivare sui mercati esteri sono stati invece venduti nel Vecchio continente, facendo precipitare i prezzi all’interno dei 27 Paesi dell’Ue e scatenando le proteste di migliaia di agricoltori e piccoli imprenditori.
La prima a muoversi è stata Varsavia, che resta comunque uno dei maggiori sostenitori di Kiev, vietando l’ingresso dei prodotti agricoli ucraini nel Paese. Sabato il ministro dello Sviluppo e della Tecnologia, Waldemar Buda, ha pubblicato un decreto delineando il divieto, che sarà in vigore fino al 30 giugno, e sospenderà anche le importazioni di una serie di altri prodotti agricoli tra cui verdure, zucchero, carne bovina, suina e pollame. «Non lasceremo mai i nostri agricoltori senza aiuto», ha dichiarato il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, dopo la riunione del partito. In Polonia, di fronte alla crescente rabbia degli agricoltori, si è perfino dimesso il ministro dell’Agricoltura, Henryk Kowalczyk.
È subito seguito l’annuncio del governo ungherese e di quello slovacco, che già giovedì scorso aveva anche vietato la lavorazione del grano ucraino stoccato e della farina da esso prodotta per la presenza di pesticidi. Infine, il ministro dell’Agricoltura bulgaro ad interim, Yavor Gechev, ha lasciato intendere di voler seguire la stessa strada per «proteggere gli interessi della Bulgaria, soprattutto quando una simile restrizione è già stata introdotta da altri due Stati».
Un fronte compatto contro Bruxelles che ha giurisdizione su tutta la politica commerciale dell’Unione. «Azioni unilaterali non sono accettabili», ha affermato Miriam Garcia Ferrer, portavoce della Commissione europea per il Commercio e l’Agricoltura. La stessa Commissione sta preparando un nuovo pacchetto di aiuti per i Paesi confinanti con l’Ucraina, che potrebbe arrivare a 75 milioni di euro dalla riserva di crisi Pac, per alleviare la pressione sui prezzi dei cereali nei Paesi confinanti con l’Ucraina. Questa volta potrebbe riguardare più Stati membri, oltre a Polonia, Bulgaria e Romania. Intanto, ieri è intervenuto anche l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell: «La Russia sta bloccando ancora una volta 50 navi con grano urgentemente necessario nel Mar Nero. L’Ue sostiene gli sforzi dell’Onu e continuerà a facilitare le esportazioni attraverso le corsie di solidarietà dell’Ue, che hanno portato 25 miliardi di tonnellate di grano nel mondo», ha scritto in un tweet.
In mezzo a questa battaglia, i riflettori sono puntati anche sulle mosse della Turchia. Il ministro delle Infrastrutture ucraino, Oleksandr Kubrakov, si recherà oggi nel Paese, proprio per discutere dell’accordo sull’esportazione di grano attraverso il Mar Nero. Kubrakov incontrerà il ministro Hulusi Akar nella città di Kayseri, nell’Anatolia centrale. Proprio Akar è stato uno degli attori principali che hanno permesso la chiusura dell’accordo, che dallo scorso luglio permette il passaggio di grano ucraino bloccato nei porti del Mar Nero. Accordo che sarà inevitabilmente al centro dell’incontro di oggi, anche per il malcontento di Mosca, che rischia di far saltare tutto. La visita di Kubrakov in Turchia segue peraltro di 12 giorni il viaggio del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, nella Capitale turca Ankara.
Ieri a Varsavia le delegazioni dell’Ucraina e della Polonia hanno intanto avviato i negoziati sull’importazione di prodotti agricoli ucraini, in particolare per quanto riguarda i cereali destinati al transito verso Paesi terzi. L’obiettivo del governo di Kiev è di garantire la riapertura del transito di cibo e grano attraverso la Polonia. Ci saranno ulteriori colloqui in Romania domani e in Slovacchia giovedì.
Nel frattempo, con una tempistica e un’enfasi che a qualche osservatore è parsa non casuale, ieri è stato comunicato l’arrivo in Yemen della sesta nave del programma umanitario di Volodymyr Zelensky, «Grain from Ukraine», per sostenere «le oltre 20 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto in Yemen», si legge in una nota. Dove si ricorda che la spedizione è stata supportata dal Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, con l’assistenza finanziaria di Stati Uniti, Francia e Spagna.
Sui cereali speculazione da 2 miliardi
Dopo la Polonia, Ungheria e Slovacchia, anche la Bulgaria ha preso in considerazione l’ipotesi di uno stop all’import di grano proveniente dall’Ucraina. L’obiettivo è quello di tutelare il mercato interno, minacciato dall’ingresso di prodotti agricoli ucraini a basso costo. Bruxelles però non l’ha presa bene e ha sottolineato che «la politica commerciale è di competenza esclusiva dell’Ue e, pertanto, non sono accettabili azioni unilaterali».
Come riportato dal Guardian, sono in molti ad aver speculato sui cereali ucraini. La stima parla di profitti intorno ai 2 miliardi di dollari per solo dieci dei più grandi hedge fund del mondo. La speculazione è avvenuta grazie al commercio di due materie prime alimentari: cereali e semi di soia. L’Ucraina è uno dei maggiori fornitori mondiali di grano, mais, olio di girasole e altri importanti prodotti di base, nonché di fertilizzanti chimici. Nei giorni successivi all’invasione, i prezzi del cibo sono balzati a livelli record. In quel momento gli investitori finanziari hanno accumulato grandi quantità di cereali e materie prime, cercando di capitalizzare l’incertezza e l’aumento dei prezzi del cibo. Risultato? La creazione di una bolla che ha fatto rialzare i prezzi del cibo, con ovvie ricadute sulle persone più povere. Una vera e propria speculazione sulla fame nel mondo.
Lo studio è stato condotto da Unearthed, l’unità di giornalismo investigativo di Greenpeace, e dall’organizzazione giornalistica senza scopo di lucro Lighthouse Reports. Alcuni osservatori ritengono che l’impennata dei prezzi sia stata guidata più dalla speculazione finanziaria che da una reale penuria di cibo causata dalla guerra.
La Russia e l’Ucraina sono i principali esportatori di grano, ma in tutto il mondo la maggior parte del grano viene consumato nel Paese in cui viene coltivato. Il calo delle esportazioni globali, causato dall’invasione, ammontava a circa 7 milioni di tonnellate, meno dell’1% del raccolto globale, secondo Michael Fakhri, relatore speciale delle Nazioni unite sul diritto al cibo. Eppure il prezzo è aumentato di almeno il 50%.
«Ciò che spiega quel prezzo è l’effetto della speculazione: i mercati finanziari, gli hedge fund, eccetera...», ha detto a Unearthed. «La loro paura, il loro panico, i loro algoritmi fanno impennare il prezzo. L’aumento quindi non rifletteva la domanda e l’offerta del mondo reale, ma rifletteva i bisogni, i desideri e la funzione del mercato finanziario».
Non si può sapere quali fondi abbiano ottenuto i risultati migliori dal commercio di materie prime alimentari. Gli hedge fund custodiscono attentamente i dettagli dei loro investimenti e per arrivare alla stima di 1,9 miliardi di profitti, dall’aumento dei prezzi alimentari nel primo trimestre del 2022, Greenpeace e Lighthouse Reports hanno esaminato i rendimenti realizzati dall’Sg Trend Index di Societé Générale per quel periodo.
I fondi Sg Trend Index che hanno parlato con Unearthed hanno negato che la loro attività avesse fatto salire in modo inappropriato i prezzi del cibo. Harold de Boer, Ceo dell’hedge fund Transtrend, con sede a Rotterdam, ha convenuto che la speculazione «potrebbe aver fatto parte» dei picchi nei prezzi delle materie prime alimentari, ma ha sostenuto che si trattava di «una benedizione sotto mentite spoglie, perché il suo effetto ha stimolato gli agricoltori a seminare di più». Poi ha aggiunto: «Siamo un po’ come i dentisti, diremo ai nostri clienti che dovrebbero lavarsi i denti, ma se non lo fanno, guadagniamo di più». De Boer ha affermato che il suo fondo ha acquistato contratti di grano per tutta la seconda metà del 2021. Così come la Cina, che forse sapeva già qualcosa. Coldiretti, il 3 gennaio 2022, sulla base dell’analisi di Nikkei Asia sui dati del dipartimento americano dell’agricoltura (Usda), scriveva: «La Cina, entro la prima metà dell’annata agraria 2022, avrà accaparrato il 69% delle riserve mondiali di mais, il 60% del riso e il 51% di grano».
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Dopo Polonia, Ungheria e Slovacchia, anche la Bulgaria vuole fermare le importazioni. La Commissione critica le «azioni unilaterali» e lavora ad altri 75 milioni di aiuti. Intanto Kiev cerca una sponda in Turchia.Secondo il «Guardian», solo i dieci più grandi hedge fund hanno realizzato profitti stellari. Facendo impennare i prezzi ed esasperando i guai causati dal conflitto.Lo speciale contiene due articoli.A far scoppiare una nuova battaglia del grano in Europa non è più l’impossibilità dell’Ucraina di esportarlo, ma la decisione dei Paesi dell’Est di non importarlo. La Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia hanno infatti fermato temporaneamente le importazioni di grano ucraino e anche la Bulgaria prenderà in considerazione l’ipotesi di uno stop. L’obiettivo per tutti è difendere il proprio mercato interno e placare gli agricoltori colpiti dal calo dei prezzi, scattato quando l’Ue ha abolito i dazi e le quote sulle importazioni di grano ucraino lo scorso anno. Le autorità di Bruxelles hanno rimosso queste restrizioni dopo che le esportazioni di grano dell’Ucraina sono state reindirizzate a Ovest via terra verso l’Europa, in seguito all’invasione russa, che ha modificato le tradizionali rotte di esportazione marittima. Da allora, grandi volumi di prodotti ucraini destinati ad arrivare sui mercati esteri sono stati invece venduti nel Vecchio continente, facendo precipitare i prezzi all’interno dei 27 Paesi dell’Ue e scatenando le proteste di migliaia di agricoltori e piccoli imprenditori. La prima a muoversi è stata Varsavia, che resta comunque uno dei maggiori sostenitori di Kiev, vietando l’ingresso dei prodotti agricoli ucraini nel Paese. Sabato il ministro dello Sviluppo e della Tecnologia, Waldemar Buda, ha pubblicato un decreto delineando il divieto, che sarà in vigore fino al 30 giugno, e sospenderà anche le importazioni di una serie di altri prodotti agricoli tra cui verdure, zucchero, carne bovina, suina e pollame. «Non lasceremo mai i nostri agricoltori senza aiuto», ha dichiarato il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, dopo la riunione del partito. In Polonia, di fronte alla crescente rabbia degli agricoltori, si è perfino dimesso il ministro dell’Agricoltura, Henryk Kowalczyk.È subito seguito l’annuncio del governo ungherese e di quello slovacco, che già giovedì scorso aveva anche vietato la lavorazione del grano ucraino stoccato e della farina da esso prodotta per la presenza di pesticidi. Infine, il ministro dell’Agricoltura bulgaro ad interim, Yavor Gechev, ha lasciato intendere di voler seguire la stessa strada per «proteggere gli interessi della Bulgaria, soprattutto quando una simile restrizione è già stata introdotta da altri due Stati». Un fronte compatto contro Bruxelles che ha giurisdizione su tutta la politica commerciale dell’Unione. «Azioni unilaterali non sono accettabili», ha affermato Miriam Garcia Ferrer, portavoce della Commissione europea per il Commercio e l’Agricoltura. La stessa Commissione sta preparando un nuovo pacchetto di aiuti per i Paesi confinanti con l’Ucraina, che potrebbe arrivare a 75 milioni di euro dalla riserva di crisi Pac, per alleviare la pressione sui prezzi dei cereali nei Paesi confinanti con l’Ucraina. Questa volta potrebbe riguardare più Stati membri, oltre a Polonia, Bulgaria e Romania. Intanto, ieri è intervenuto anche l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell: «La Russia sta bloccando ancora una volta 50 navi con grano urgentemente necessario nel Mar Nero. L’Ue sostiene gli sforzi dell’Onu e continuerà a facilitare le esportazioni attraverso le corsie di solidarietà dell’Ue, che hanno portato 25 miliardi di tonnellate di grano nel mondo», ha scritto in un tweet.In mezzo a questa battaglia, i riflettori sono puntati anche sulle mosse della Turchia. Il ministro delle Infrastrutture ucraino, Oleksandr Kubrakov, si recherà oggi nel Paese, proprio per discutere dell’accordo sull’esportazione di grano attraverso il Mar Nero. Kubrakov incontrerà il ministro Hulusi Akar nella città di Kayseri, nell’Anatolia centrale. Proprio Akar è stato uno degli attori principali che hanno permesso la chiusura dell’accordo, che dallo scorso luglio permette il passaggio di grano ucraino bloccato nei porti del Mar Nero. Accordo che sarà inevitabilmente al centro dell’incontro di oggi, anche per il malcontento di Mosca, che rischia di far saltare tutto. La visita di Kubrakov in Turchia segue peraltro di 12 giorni il viaggio del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, nella Capitale turca Ankara. Ieri a Varsavia le delegazioni dell’Ucraina e della Polonia hanno intanto avviato i negoziati sull’importazione di prodotti agricoli ucraini, in particolare per quanto riguarda i cereali destinati al transito verso Paesi terzi. L’obiettivo del governo di Kiev è di garantire la riapertura del transito di cibo e grano attraverso la Polonia. Ci saranno ulteriori colloqui in Romania domani e in Slovacchia giovedì. Nel frattempo, con una tempistica e un’enfasi che a qualche osservatore è parsa non casuale, ieri è stato comunicato l’arrivo in Yemen della sesta nave del programma umanitario di Volodymyr Zelensky, «Grain from Ukraine», per sostenere «le oltre 20 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto in Yemen», si legge in una nota. Dove si ricorda che la spedizione è stata supportata dal Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, con l’assistenza finanziaria di Stati Uniti, Francia e Spagna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grano-ucraina-guerra-ue-2659871091.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sui-cereali-speculazione-da-2-miliardi" data-post-id="2659871091" data-published-at="1681816078" data-use-pagination="False"> Sui cereali speculazione da 2 miliardi Dopo la Polonia, Ungheria e Slovacchia, anche la Bulgaria ha preso in considerazione l’ipotesi di uno stop all’import di grano proveniente dall’Ucraina. L’obiettivo è quello di tutelare il mercato interno, minacciato dall’ingresso di prodotti agricoli ucraini a basso costo. Bruxelles però non l’ha presa bene e ha sottolineato che «la politica commerciale è di competenza esclusiva dell’Ue e, pertanto, non sono accettabili azioni unilaterali». Come riportato dal Guardian, sono in molti ad aver speculato sui cereali ucraini. La stima parla di profitti intorno ai 2 miliardi di dollari per solo dieci dei più grandi hedge fund del mondo. La speculazione è avvenuta grazie al commercio di due materie prime alimentari: cereali e semi di soia. L’Ucraina è uno dei maggiori fornitori mondiali di grano, mais, olio di girasole e altri importanti prodotti di base, nonché di fertilizzanti chimici. Nei giorni successivi all’invasione, i prezzi del cibo sono balzati a livelli record. In quel momento gli investitori finanziari hanno accumulato grandi quantità di cereali e materie prime, cercando di capitalizzare l’incertezza e l’aumento dei prezzi del cibo. Risultato? La creazione di una bolla che ha fatto rialzare i prezzi del cibo, con ovvie ricadute sulle persone più povere. Una vera e propria speculazione sulla fame nel mondo. Lo studio è stato condotto da Unearthed, l’unità di giornalismo investigativo di Greenpeace, e dall’organizzazione giornalistica senza scopo di lucro Lighthouse Reports. Alcuni osservatori ritengono che l’impennata dei prezzi sia stata guidata più dalla speculazione finanziaria che da una reale penuria di cibo causata dalla guerra. La Russia e l’Ucraina sono i principali esportatori di grano, ma in tutto il mondo la maggior parte del grano viene consumato nel Paese in cui viene coltivato. Il calo delle esportazioni globali, causato dall’invasione, ammontava a circa 7 milioni di tonnellate, meno dell’1% del raccolto globale, secondo Michael Fakhri, relatore speciale delle Nazioni unite sul diritto al cibo. Eppure il prezzo è aumentato di almeno il 50%. «Ciò che spiega quel prezzo è l’effetto della speculazione: i mercati finanziari, gli hedge fund, eccetera...», ha detto a Unearthed. «La loro paura, il loro panico, i loro algoritmi fanno impennare il prezzo. L’aumento quindi non rifletteva la domanda e l’offerta del mondo reale, ma rifletteva i bisogni, i desideri e la funzione del mercato finanziario». Non si può sapere quali fondi abbiano ottenuto i risultati migliori dal commercio di materie prime alimentari. Gli hedge fund custodiscono attentamente i dettagli dei loro investimenti e per arrivare alla stima di 1,9 miliardi di profitti, dall’aumento dei prezzi alimentari nel primo trimestre del 2022, Greenpeace e Lighthouse Reports hanno esaminato i rendimenti realizzati dall’Sg Trend Index di Societé Générale per quel periodo. I fondi Sg Trend Index che hanno parlato con Unearthed hanno negato che la loro attività avesse fatto salire in modo inappropriato i prezzi del cibo. Harold de Boer, Ceo dell’hedge fund Transtrend, con sede a Rotterdam, ha convenuto che la speculazione «potrebbe aver fatto parte» dei picchi nei prezzi delle materie prime alimentari, ma ha sostenuto che si trattava di «una benedizione sotto mentite spoglie, perché il suo effetto ha stimolato gli agricoltori a seminare di più». Poi ha aggiunto: «Siamo un po’ come i dentisti, diremo ai nostri clienti che dovrebbero lavarsi i denti, ma se non lo fanno, guadagniamo di più». De Boer ha affermato che il suo fondo ha acquistato contratti di grano per tutta la seconda metà del 2021. Così come la Cina, che forse sapeva già qualcosa. Coldiretti, il 3 gennaio 2022, sulla base dell’analisi di Nikkei Asia sui dati del dipartimento americano dell’agricoltura (Usda), scriveva: «La Cina, entro la prima metà dell’annata agraria 2022, avrà accaparrato il 69% delle riserve mondiali di mais, il 60% del riso e il 51% di grano».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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