
Subito dietro Bakhmut, sull’altipiano ancora in mano agli ucraini, c’è la cittadina di Chasiv Jar, qui c’è solo il «Centro dell’invincibilità» (così hanno chiamato questi hub presenti in tutti i paesi abitati) dove un’antenna di Starlink assicura linea Internet, si distribuiscono provviste, bevande e ci si può scaldare intorno a stufe a legna. Poi c’è il vecchio e già bombardato ospedale che riceve i feriti dal fronte e i morti. Anche questa è una cittadina fantasma che attende con i suoi pochi abitanti rimasti, di essere occupata o di reggere la linea del fronte. Entriamo la mattina intorno alle 11, i colpi dell’artiglieria sono vicini, colpi in uscita principalmente, quindi di difesa, ma non con la cadenza a cui siamo abituati durante una battaglia come quella di Bakhmut. Molti dei palazzoni dell’era sovietica sono distrutti ma ancora la cittadina offre riparo per una buona difesa e dunque questo sarà il nuovo fronte se Bakhmut verrà definitivamente presa.
Ci spostiamo verso l’ospedale, che è ormai in condizioni precarie, qui in una saletta interna due dottori cercano di salvare insieme ad altri medici e infermieri quante più vite possibile, ma la percentuale di morti e feriti gravissimi è troppo alta, non passano cinque minuti che arriva un’ambulanza dal fronte. Gli infermieri corrono fuori dalla sala dove stavano stabilizzando un ferito, è appena arrivata nel piazzale, uno degli infermieri in corsa prende una barella intrisa di sangue che era appoggiata al muro e corre sul retro del mezzo, trasferiscono il soldato dentro alla sala operatoria.
Quando scattiamo le prime fotografie, capiamo subito che il caso è disperato, ha il cranio completamente aperto, pezzi di cervello sulla giacca, un grosso buco ha passato il braccio e il torso, una scena agghiacciante, non ci sono segnali di vita, infatti sei minuti dopo escono da quella sala quattro infermieri con un sacco bianco.
Le loro facce non hanno più un’espressione, sono sconvolti, non ti guardano mai negli occhi ma nel vuoto, uno di loro non usa neanche più i guanti sterili usa e getta tanto è abituato al sangue dei morti, li risparmia per usarli con i feriti visto che i morti non hanno più problemi per le infezioni.
Il sacco bianco viene trasferito in una palazzina accanto e depositato velocemente in una stanza dove si possono contare sei-sette sacchi, bollettino della giornata almeno fino a mezzogiorno. Non facciamo in tempo a girarci che un altro mezzo arriva con un capitano, si trascina dietro un ragazzo che cammina a stento e che si lamenta dal dolore, quando passano all’interno dell’ingresso il capitano lo sprona, «davai davai» («vai vai, veloce»), lo sguardo cade in basso sul suo braccio raccolto in una garza insanguinata, scompaiono dentro la sala operatoria.
Un fotografo ucraino al seguito delle truppe è intento a documentare questo strazio, dentro quella sala chirurgica da cui esce odore di sangue rappreso. Quando ci vede tentare di entrare dietro al ragazzo ci urla malamente, con un buon inglese e con gli occhi iniettati di sangue, «fuori di qui voi, spie!», abbassando lo sguardo sulle scritte Press e sulla Gopro attaccata sul giubbotto anti proiettile.
Queste persone sono come fantasmi, come quei fantasmi che troviamo in giro per le strade che camminano sperse e che non reagiscono più neanche ai colpi che arrivano piano piano. Sappiamo che in un altro momento sarebbero persone come tutti noi, ma rispettiamo il loro tormento e ci allontaniamo subito da quesito posto infernale.
Ci spostiamo su un altro fronte, sempre per il controllo di Bakhmut ma questa volta il fronte è in campo aperto nelle campagne intorno, ci si muove con un con un mezzo fuoristrada tipo «Dune buggy». Abbiamo accesso a questa area solo grazie a un comandante di un battaglione di volontari che ci chiama per sfogarsi, facendo esplodere tutta la sua rabbia. Appena arriviamo non facciamo in tempo a mettere gli stivali nel fango che ci corre incontro urlando «non è giusto far morire così dei ragazzi giovani, di 26 anni, senza potersi difendere, hanno ricevuto bombe per ore senza che la nostra artiglieria potesse rispondere coprendo l’area attaccata e dandogli una chance di sopravvivenza». Il comandante è un fiume in piena, ci invita dentro una casa dove due signori anziani stanno offrendo a lui e ad altri tre militari un banchetto. Il classico banchetto che si fa in onore dei morti, formaggio, polpette, cetrioli, salamino, quello che c’è e prima di iniziare, con un bicchiere di cognac in mano facciamo tutti un minuto di silenzio, senza brindisi.
Il comandante riattacca a parlare: «Non ci sono munizioni per l’artiglieria, non ci sono munizioni per gli anticarro, i nostri ragazzi stanno dentro le buche e ricevono attacchi dai russi come nella seconda guerra. Li vediamo arrivare come zombie, a ondate e li uccidiamo a 10, 20 metri dalle nostre trincee, non abbiamo mai visto niente di simile. Abbiamo ragazzi di 23 anni che sono al loro trentesimo russo ucciso nel giro di un mese, la notte stanno fissi con i visori notturni fin quando scorgono le sagome di quei poveretti ubriachi mandati in avanti con le baionette innescate. Questa non può essere l’Europa del 2023, stiamo sognando».
Siamo basiti, non sappiamo come rispondere, cosa dire, riusciamo a far uscire dalla nostra bocca solo parole come «mi dispiace», «deve essere terribile». Quando non ci sono parole per reagire lasciamo spazio allo sguardo e speriamo solo che il nostro abbia dato almeno un minimo di calore a questo comandante che nell’ultimo mese ha visto decimare la sua unità.
Tutto attorno nel frattempo, nascosti nella vegetazione, i carri armati ucraini lanciano colpi, sembra quasi un’esercitazione, un colpo ora, fumiamo una sigaretta e sentiamo un altro colpo, immaginiamo l’equipaggio di questi mezzi che deve farsi bastare i proiettili per tutta la giornata, sentendo le ingiurie dei soldati sul campo che urlano nelle radio la richiesta di copertura di fuoco che in questi giorni non gli arriverà.
da Kramatorsk





