Torna a casa Leicester. La bella «Cenerentola» inglese è stata rispedita nei bassifondi del calcio professionistico, la periferia grigia dopo la ribalta: dieci anni fa entrò nella storia (e nei cuori della gente) conquistando una storica Premier League sulle spalle dei giganti, i club più ricchi e titolati; martedì, invece, è retrocessa in League One, l’equivalente della nostra Serie C. Una favola diventata incubo con due salti all’indietro consecutivi.
Decisivo l’inutile pareggio casalingo contro l’Hull City in uno stadio mezzo vuoto, ma la vera condanna sono stati i 6 punti di penalizzazione per aver sforato i limiti di spesa affossando il bilancio. Facile punire le «piccole» che provano a darsi un tono, vien da dire, perché quando sgarrano le «big» volano al massimo ammonizioni: il Manchester City degli sceicchi, per esempio, nel 2023 è stato accusato di oltre 100 violazioni finanziarie ma ad oggi non c’è ancora un verdetto.
Se siamo emotivamente coinvolti nella caduta delle Foxes (nella contea del Leicestershire andava di moda la caccia alla volpe) è perché nel 2016 avevano restituito un po’ di romanticismo al mondo del pallone, dove vincono quasi sempre le corazzate e dove gli outsider guardano solo alla salvezza. Un disco rotto. Basti pensare che i bookmaker, all’inizio di quell’epica stagione, quotavano il Leicester campione d’Inghilterra 5.000 a 1: un falegname tifoso in preda all’alcol scommise 5 sterline e ne incassò 20.000. La scalata al trono favorì anche un turismo calcistico voglioso di respirare quella rivoluzione, per non parlare dei fan club stranieri messi in piedi nottetempo a diverse latitudini. Una sorta di Chievo Verona che ce l’ha fatta, sebbene la proprietà thailandese del Leicester (King Power) sia un colosso del duty free che gestisce negozi negli aeroporti.
Ne siamo coinvolti, poi, perché quel Leicester era guidato da Claudio Ranieri, che da buon italiano «allenò» i calciatori pure in pizzeria. Team building, direbbero i capi delle Risorse umane. «Subivamo troppi gol, allora, prima di una gara contro il Crystal Palace, ho detto ai ragazzi che se non ne avessero presi avrei offerto la pizza», ha svelato il tecnico romano a chi lo interrogava sul segreto della squadra. Risultato? 1 a 0 per le Foxes e calciatori... in cucina. Altro che escort e champagne. «Voi dovete sempre lavorare duramente, per tutto, e lavorerete anche per la pizza, ognuno farà la sua», il messaggio di sir Claudio agli anti eroi, che da quel momento alzarono in campo un muro invalicabile. E per la grande festa allo stadio ecco il tenore Andrea Bocelli: Nessun dorma, il sogno è realtà.
Già, gli anti eroi, from zero to hero. Una favola nella favola. Il simbolo nonché trascinatore della squadra, fino alla scorsa stagione, è stato Jamie Vardy, un trangugiatore di Red Bull approdato al calcio professionistico a 25 anni e che prima campava soprattutto con il lavoro da metalmeccanico: 200 gol in 500 presenze con il Leicester, quindi beniamino indiscusso della working class e oggi, alla soglia dei 40 anni, leggenda sportiva «adottata» dalla Cremonese. Indimenticabile anche il «motore» di quel Leicester, il francese N’Golo Kanté, infaticabile corridore (tascabile) ammirato anche per la presunta allergia alle auto di lusso. Forever umile, ma poi ha ceduto alle sirene arabe. Ranieri lo adorava: «Si alzava di primo mattino, andava a farsi la sua corsetta di 4 chilometri, poi arrivava al centro sportivo e ricominciava tutto da capo», confessò l’allenatore, «gli ho sempre detto di riposarsi, di non sprecare energie, ma lui mi rispondeva: ‘Mister, io a Boulogne venivo denigrato da tutti. Mi hanno sempre detto che non ero fatto per giocare a calcio. Oggi mi alleno praticamente sempre per dimostrare che non ci vuole solo talento, ma anche tanta forza di volontà e passione’». In mediana gli faceva compagnia Danny Drinkwater, uno che dopo il ritiro si è messo a sgobbare nei cantieri inglesi: muratore. A ricamare il gioco, il mancino algerino di Riyad Mahrez.
Non è stata una meteora, il Leicester. Dopo il clamoroso trionfo in Premier ha ben figurato pure in Champions League (alla sua prima e unica partecipazione) raggiungendo i quarti di finale. Eppure, siccome in campionato i risultati erano tornati «normali», Ranieri fu esonerato. L’altro anno magico, per la città che conta circa 370.000 abitanti, è stato il 2021, salutato con due prestigiosi trofei in bacheca: FA Cup e Community Shield. Nel 2023 il primo scivolone verso il purgatorio della Serie B, subito abbandonato grazie a mister Enzo Maresca: italians do it better. Emozioni ma anche una tragedia: la morte del presidente thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, il 27 ottobre 2018, precipitato a bordo dell’aereo appena decollato dal King Power Stadium. Gli è subentrato il figlio, Aiyawatt, che dopo la retrocessione ha rivolto un messaggio ai tifosi: «Abbiamo vissuto momenti di grande gioia e ora di profonda tristezza, lavoreremo per ricostruire, migliorare e ripristinare gli standard che ci si aspetta dal Leicester. Il nostro obiettivo è reagire con forza e riportare questo club ai vertici». Sullo sfondo resta un centro sportivo ultra moderno costato 100 milioni, un vero lusso per una Cenerentola tornata sulla terra.
A Milano le auto bianche sono sempre più «nere». Di rabbia. Ci riferiamo ai taxi in perenne conflitto con Uber, la multinazionale americana che offre via app il noleggio con conducente (Ncc) alternativo al taxi e simboleggiato da un veicolo nero, per l’appunto: berlina o van a portata di tutti, ovunque, non più solo un lusso per facoltosi passeggeri come alle origini.
Una concorrenza ritenuta «sleale» da molti tassisti, in continua mobilitazione per denunciare l’invasione da altri Comuni lombardi di autisti privati «abusivi», cioè di vettori neri che operano come un’auto bianca pur avendo (per legge) regole d’ingaggio differenti. «Per esempio, i mezzi Ncc non potrebbero stazionare in strada rimorchiando il cliente, ma devono partire da una rimessa situata nel Comune che ha rilasciato l’autorizzazione Ncc», spiega Claudio Giudici, presidente nazionale del sindacato Uritaxi, «invece questi conducenti aggirano la norma, oltre a non prestare servizio nel proprio territorio meno redditizio, continuando a circolare per la metropoli perché così l’algoritmo di Uber li premierà con più richieste. Nel frattempo, inquinano e incidono sul traffico. Poi, di notte, con meno vigili in strada, sostano pure su piazza, tanto il mezzo Ncc non dà nell’occhio: come lo si riconosce? E chissà per quante ore lavorano. Noi dobbiamo rispettare i turni…».
C’è poi la questione delle tariffe. Quelle dei taxi (servizio pubblico non di linea) sono fisse, determinate dalle amministrazioni comunali e applicate sul tassametro, mentre Uber può variare i prezzi anche in base al meteo. Riprende Giudici: «Piove? Possibili rincari. Uguale nelle festività. E se in una certa fascia oraria cresce la domanda di corse? L’utente paga di più. In caso contrario, la tariffa calerà per essere più conveniente. È così che lavora l’algoritmo dinamico di Uber, è così che si manifesta la concorrenza sleale».
Eppure, proprio a Milano, nel 2022, qualcuno ha stretto un accordo con il «nemico». È il Radiotaxi del 6969, che ha integrato l’app italiana del consorzio itTaxi a Uber, per offrire ai propri tassisti (1.500) un altro canale digitale di chiamata. «È un modo per intercettare l’utenza internazionale, Uber è un colosso che non si può ignorare: lo straniero che oggi atterra in aeroporto difficilmente cerca il numero del Radiotaxi», spiega Marco Gentile, presidente del 6969. «Ciò non significa che tolleriamo l’operato di alcuni Ncc, anche noi vogliamo una legge che disciplini meglio i ruoli», precisa Gentile. Tuttavia, l’alleanza ha aperto una faida cittadina nella categoria: da una parte i «conservatori», gli anti Uber, dall’altra i «traditori», quelli del 6969. Una guerra che, come ultimo atto, ha visto due tassisti battagliare in pieno centro. Con tanto di prova video.
«Sono al pronto soccorso, devo farmi controllare il timpano». La voce è quella di Guido Grassi, tassista in servizio da 25 anni nonché rappresentante di Federtaxi Cisal Milano. Denuncia di essere stato aggredito da uno dei «boss» del 6969, ovvero il veterano Vincenzo Mazza, detto «Gegè», che durante un’accesa discussione in corso Venezia ha allungato le mani nell’abitacolo del rivale: strattoni, insulti. «Poi mi ha minacciato: “Ti faccio un buco in testa”. Il passeggero che avevo a bordo ha ripreso tutto», si sfoga Grassi, in realtà più ferito per l’alleanza Uber-6969: «Hanno spaccato la categoria dei tassisti, sono traditori, danno munizioni al nemico mentre il Comune non fa nulla per difenderci». «Non è andata proprio così, Mazza è stato provocato per l’ennesima volta dopo un pedinamento dalla stazione Centrale, tanto che il passeggero di Grassi era un influencer che collabora con certi tassisti», chiarisce Gentile, esausto per lo stalking verso i tassisti del 6969: «Da quando siamo sull’app di Uber le vessazioni sono all’ordine del giorno, tra lanci di uova e pietre, gomme bucate, graffi alla carrozzeria, striscioni. Alcuni tassisti ci hanno abbandonato perché avevano paura. Un clima inaccettabile». Ribatte Grassi: «Nessun pedinamento da parte mia, posso dimostrare che hanno manipolato la registrazione dall’auto di Gegè per creare la loro narrazione, cioè che li perseguitiamo…»
Insomma, Uber divide et impera. È la vera macchina da soldi. Stando a uno studio dell’Università di Oxford, che ha analizzato un milione e mezzo di corse nel Regno Unito, il sistema dei prezzi dinamici (introdotto nel 2023) ha comportato un aumento dei costi per i passeggeri ma un calo dei guadagni degli autisti Ncc, la cui commissione è passata dal 25% al 29%. È una delle «fregature di Uber» denunciate dal giornalista Antonio Galdo in un articolo pubblicato su Nonsprecare.it: «Quando Uber arriva, per conquistare il consenso e vincere il braccio di ferro con la corporazione dei tassisti, propone tariffe più basse, sconti e promozioni per chi sceglie la piattaforma e un bonus agli autisti che si iscrivono. Tutto questo castello di promesse si smonta in un attimo, appena Uber ha consolidato la sua posizione sul mercato. Intanto gli autisti diventano i tipici lavoratori sfruttati e trattati con i noti metodi da gig economy».
Un concetto ripreso anche da Giudici: «È il bullismo dei capitali americani per depredare il mercato», sostiene il presidente di Uritaxi, deluso anche dai nostri legislatori che non riescono a definire il perimetro d’azione degli Ncc. «La Corte Costituzionale, nel 2020, ha dichiarato illegittimo l’obbligo di rientro in rimessa al termine di ogni corsa, tuttavia è rimasto il divieto di stazionamento su strada, un’aporia che favorisce l’abusivismo», conclude il sindacalista, «nel frattempo il valore delle autorizzazioni Ncc ha pareggiato quello delle licenze taxi: qualcuno ne ha fatto incetta, visto che quelle Ncc sono pure cumulabili, e oggi può gestire flotte di veicoli». Sorride ironico Loreno Bittarelli, presidente di itTaxi: «Il paradosso è che le modifiche normative di cui Giudici si lamenta sono state chieste e ottenute da una certa parte della categoria, a suon di scioperi». Tra i litiganti, avanza l’esercito Uber alles.




