Dicono che l’auto bianca non sia poi così candida, che sia una «guida» all’evasione. Possibile? Il «tiro al tassista» è ormai un evergreen con cui abbagliare l’opinione pubblica nella caccia alle partite Iva che farebbero più «nero» in Italia, e in effetti, da tempo, la categoria è spesso percepita dal cittadino come una casta di furbetti.
Non solo a causa di qualche video virale dove il cliente litiga con il tassista a cui non funziona il Pos (le mele marce esistono dappertutto), ma soprattutto per certi articoli superficiali che mettono alla berlina i conducenti e i loro presunti guadagni.
Nei giorni scorsi, per esempio, il Sole 24 Ore, ripreso anche dal Corriere della Sera, ha scritto che il reddito lordo medio di un tassista è pari a 18.983,09 euro, praticamente 1.582 euro al mese. Pochini. Quanto basta per aizzare un semplice impiegato che magari ne percepisce altrettanti, con la differenza che il primo, il tassista, è un lavoratore autonomo assai richiesto in città invase da turisti e popolate da manager allergici alla giungla del metrò, tant’è vero che a Milano «non ci sono mai abbastanza taxi e si creano code interminabili», fa notare talvolta chi sbarca alla stazione Centrale. Dunque, penserà il nostro impiegato fantozziano, «se l’autista guadagna quanto me… è perché evade». Peccato che il Sole non abbia raccontato tutta la verità nel riportare i dati fotografati dal ministero dell’Economia tra il 2017 e il 2024 in sette province (Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo): i quasi 19.000 euro, infatti, non rappresentano il ricavo annuale dei tassisti bensì l’imponibile fiscale su cui vengono pagate le tasse.
«È un danno reputazionale. Lo scenario è ben diverso da quello che si vuole far apparire», tuona Loreno Bittarelli, presidente di itTaxi e del Radiotaxi romano 3570, «l’incasso complessivo dichiarato è di gran lunga superiore, non c’è sommerso, ma da questo vengono poi sottratti i costi vivi per l’attività: carburante, assicurazione, bollo, manutenzione, quota Radiotaxi e spese per l’assistenza fiscale, per un totale di circa 10.500 euro. Non solo. Si portano in deduzione anche gli ammortamenti della licenza, che incide per 10.000 euro l’anno, e dell’auto acquistata per il servizio (5/6.000 euro)». E poiché la matematica non è un’opinione, Bittarelli fa presente che «se un tassista ha un imponibile di 19.000 euro significa che ha indicato in dichiarazione fiscale ricavi per circa 45.000 euro, 3.800 euro al mese». Più del doppio rispetto a quanto riportato da Sole e Corriere. Ce ne dà prova con un modello fiscale tipo. «Siamo i soggetti meno adatti a evadere. Il motivo? Le nostre tariffe sono stabilite dai Comuni e il contachilometri non mente, basta incrociare i dati. Tant’è vero che le dichiarazioni dei tassisti sono perfettamente conformi agli Indici sintetici di affidabilità (Isa), altrimenti saremmo un bersaglio della Guardia di finanza. Oggi, oltre l’80% dei clienti è «digitale» e paga via app o Pos». Nella sua memoria difensiva, Bittarelli confessa che «devi avere il fegato grosso per fare 40 anni di servizio: non abbiamo ferie pagate, malattia, 104. Insomma, non siamo dei privilegiati, c’è chi resta in strada anche dopo la pensione, perché l’assegno difficilmente supera i 1.000 euro».
Gli fa eco, da Firenze, Claudio Giudici, presidente nazionale del sindacato Uritaxi: «Non conosco tassisti ricchi. Almeno sull’80% delle auto bianche, oggi, ci sono giovani indebitati con le banche e con l’ipoteca sulla casa per via dell’investimento professionale. Questo abbatte di molto il reddito. Così come le spese per il miglioramento dei mezzi per soddisfare l’utenza». Anche lui porta numeri, dichiarazioni fiscali, dimostrando come 67.000 euro di ricavi restituiscano un utile lordo (tassabile, ndr) di 29.000 euro. Come si spiega questa gogna mediatica? «Diciamo che è iniziata la campagna elettorale e qualcuno ci usa come clava politica per colpire quei partiti più vicini ai lavoratori autonomi. Ma questo voyeurismo ideologico sulle piccole imprese, che impattano sull’evasione al 5% (Associazione contribuenti italiani), produce solo una guerra tra poveri, lasciando al riparo le vere oligarchie multinazionali». Si riferisce a Uber? «Prendiamo il loro bilancio italiano», pungola Giudici, «su un fatturato di 11,6 milioni hanno un utile lordo di appena 660.000 euro…». L’Unione sindacale di base raccoglie l’assist: «Ma quali sarebbero i costi di gestione di Uber? Non ha mezzi di proprietà né deve pagare meccanici e gommisti, non mette carburante e nel nostro Paese conta appena 22 dipendenti». «Se applicassimo questo coefficiente ai tassisti», conclude il presidente di Uritaxi, «avrebbero utili sotto i 3.000 euro. Eppure, i demoni siamo noi, gli evasori siamo noi…».
Animi caldi anche a Milano. Per Guido Grassi, rappresentante di Federtaxi Cisal, «l’articolo del Sole è una sconnessa analisi che mette insieme anche tassisti pensionati, part time, cooperative e contribuenti forfettari. La grande evasione va ricercata nella multinazionale americana Uber».
Volontario anti-borseggi colpito alla testa alla stazione Centrale: «Volevo avvisare la security». La destra attacca il sindaco: «Fallite le politiche sulla sicurezza».
Magari i reati a Milano durassero appena una «week» come i tanti eventi mondani in cui si specchia il sindaco Sala, quello che «il problema della sicurezza» è frutto di «una campagna politico-mediatica» contro la metropoli, quindi non esiste, sbagliano i giornalisti a riportare gli episodi di microcriminalità che poi cambiano la «percezione» dei cittadini.
Fosse per lui, bisognerebbe dare notizia solo degli omicidi. Sono in calo? Allora va tutto bene. Oppure è colpa del governo che deve mandare più agenti. Tanto Mr Expo mica scende in metropolitana, non prende l’autobus di notte dopo il lavoro, soprattutto non è una donna. Al massimo, si è beccato qualche «tegola» per le inchieste della Procura sulla gestione urbanistica del Comune. Intanto, sotto i grattacieli, ogni giorno, le borseggiatrici continuano a fare il loro sporco lavoro: scippare turisti e pendolari, aggredire chi prova a segnalarle. Ma non ditelo ai dem: secondo loro, errano quei volontari che filmano per renderle riconoscibili sui social.
Lukas, 19 anni, professione barista, è tra i «cacciatori» di ladre in metropolitana. Sabato pomeriggio, però, la preda è diventata lui, che si è ritrovato dalla stazione Centrale alla stazione dei carabinieri di Moscova per denunciare un’aggressione. «Ero con altri volontari sulla banchina della verde, direzione Abbiategrasso, quando ho riconosciuto due borseggiatrici pronte a entrare in azione. L’età? Tra i 20 e i 25 anni, dell’Est Europa, probabilmente bosniache. Così abbiamo iniziato a mettere in atto le nostre azioni di disturbo, per esempio diffondendo alcuni messaggi dalla nostra cassa bluetooth: “Attenzione pickpocket”, “Attenzione al portafoglio”». La coppia di ladre non scappa, anzi reagisce a colpi di borsa, i ragazzi si difendono lanciando acqua dalle bottigliette. «Poi mi sono diretto verso le scale, volevo informare la security di Atm», riprende Lukas, «ma una borseggiatrice mi ha raggiunto e sferrato un colpo in testa con la cinghia della borsa, la fibbia metallica mi ha ferito, perdevo sangue». Arriva l’ambulanza, poi i carabinieri: ladre sparite. Ci sono le telecamere di sorveglianza, certo, «però vedo che certe “signorine” già denunciate continuano a girare. A parte quelle arrestate nella maxi inchiesta dei carabinieri di Venezia».
Chi glielo fa fare, Lukas? Potrebbe passare il sabato facendo cose più divertenti. «Anch’io sono stato vittima di furto, non voglio che altri provino quel sentimento di rabbia misto a vergogna. Siamo volontari liberi, non esiste un vertice che ci impone turni, sbaglia chi pensa che cerchiamo visibilità attraverso i social. Mi ha scritto Silvia Sardone (eurodeputata leghista, ndr) per farmi gli auguri di pronta guarigione». Chiediamo al giovane barista, nonché «vedetta» della stazione Centrale, qual è la tecnica più utilizzata dalle borseggiatrici per fregare i turisti: «Di solito bloccano le scale mobili con il pulsante dell’emergenza, quindi invitano le vittime prescelte, solitamente di origine asiatica perché girano con più denaro contante, a prendere l’ascensore; lì s’infilano pure loro, tra le valigie, e con destrezza mettono a segno il colpo».
Sull’aggressione ai danni di Lukas è intervenuto anche Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano e attualmente deputato di Fratelli d’Italia: «Quanto accaduto nella metropolitana è l’ennesima dimostrazione del fallimento delle politiche sulla sicurezza portate avanti da Sala e dalla sua giunta. Ormai, anche chi prova a difendere i cittadini viene aggredito. Ma Palazzo Marino preferisce occuparsi di propaganda e piste ciclabili».
Torna a casa Leicester. La bella «Cenerentola» inglese è stata rispedita nei bassifondi del calcio professionistico, la periferia grigia dopo la ribalta: dieci anni fa entrò nella storia (e nei cuori della gente) conquistando una storica Premier League sulle spalle dei giganti, i club più ricchi e titolati; martedì, invece, è retrocessa in League One, l’equivalente della nostra Serie C. Una favola diventata incubo con due salti all’indietro consecutivi.
Decisivo l’inutile pareggio casalingo contro l’Hull City in uno stadio mezzo vuoto, ma la vera condanna sono stati i 6 punti di penalizzazione per aver sforato i limiti di spesa affossando il bilancio. Facile punire le «piccole» che provano a darsi un tono, vien da dire, perché quando sgarrano le «big» volano al massimo ammonizioni: il Manchester City degli sceicchi, per esempio, nel 2023 è stato accusato di oltre 100 violazioni finanziarie ma ad oggi non c’è ancora un verdetto.
Se siamo emotivamente coinvolti nella caduta delle Foxes (nella contea del Leicestershire andava di moda la caccia alla volpe) è perché nel 2016 avevano restituito un po’ di romanticismo al mondo del pallone, dove vincono quasi sempre le corazzate e dove gli outsider guardano solo alla salvezza. Un disco rotto. Basti pensare che i bookmaker, all’inizio di quell’epica stagione, quotavano il Leicester campione d’Inghilterra 5.000 a 1: un falegname tifoso in preda all’alcol scommise 5 sterline e ne incassò 20.000. La scalata al trono favorì anche un turismo calcistico voglioso di respirare quella rivoluzione, per non parlare dei fan club stranieri messi in piedi nottetempo a diverse latitudini. Una sorta di Chievo Verona che ce l’ha fatta, sebbene la proprietà thailandese del Leicester (King Power) sia un colosso del duty free che gestisce negozi negli aeroporti.
Ne siamo coinvolti, poi, perché quel Leicester era guidato da Claudio Ranieri, che da buon italiano «allenò» i calciatori pure in pizzeria. Team building, direbbero i capi delle Risorse umane. «Subivamo troppi gol, allora, prima di una gara contro il Crystal Palace, ho detto ai ragazzi che se non ne avessero presi avrei offerto la pizza», ha svelato il tecnico romano a chi lo interrogava sul segreto della squadra. Risultato? 1 a 0 per le Foxes e calciatori... in cucina. Altro che escort e champagne. «Voi dovete sempre lavorare duramente, per tutto, e lavorerete anche per la pizza, ognuno farà la sua», il messaggio di sir Claudio agli anti eroi, che da quel momento alzarono in campo un muro invalicabile. E per la grande festa allo stadio ecco il tenore Andrea Bocelli: Nessun dorma, il sogno è realtà.
Già, gli anti eroi, from zero to hero. Una favola nella favola. Il simbolo nonché trascinatore della squadra, fino alla scorsa stagione, è stato Jamie Vardy, un trangugiatore di Red Bull approdato al calcio professionistico a 25 anni e che prima campava soprattutto con il lavoro da metalmeccanico: 200 gol in 500 presenze con il Leicester, quindi beniamino indiscusso della working class e oggi, alla soglia dei 40 anni, leggenda sportiva «adottata» dalla Cremonese. Indimenticabile anche il «motore» di quel Leicester, il francese N’Golo Kanté, infaticabile corridore (tascabile) ammirato anche per la presunta allergia alle auto di lusso. Forever umile, ma poi ha ceduto alle sirene arabe. Ranieri lo adorava: «Si alzava di primo mattino, andava a farsi la sua corsetta di 4 chilometri, poi arrivava al centro sportivo e ricominciava tutto da capo», confessò l’allenatore, «gli ho sempre detto di riposarsi, di non sprecare energie, ma lui mi rispondeva: ‘Mister, io a Boulogne venivo denigrato da tutti. Mi hanno sempre detto che non ero fatto per giocare a calcio. Oggi mi alleno praticamente sempre per dimostrare che non ci vuole solo talento, ma anche tanta forza di volontà e passione’». In mediana gli faceva compagnia Danny Drinkwater, uno che dopo il ritiro si è messo a sgobbare nei cantieri inglesi: muratore. A ricamare il gioco, il mancino algerino di Riyad Mahrez.
Non è stata una meteora, il Leicester. Dopo il clamoroso trionfo in Premier ha ben figurato pure in Champions League (alla sua prima e unica partecipazione) raggiungendo i quarti di finale. Eppure, siccome in campionato i risultati erano tornati «normali», Ranieri fu esonerato. L’altro anno magico, per la città che conta circa 370.000 abitanti, è stato il 2021, salutato con due prestigiosi trofei in bacheca: FA Cup e Community Shield. Nel 2023 il primo scivolone verso il purgatorio della Serie B, subito abbandonato grazie a mister Enzo Maresca: italians do it better. Emozioni ma anche una tragedia: la morte del presidente thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, il 27 ottobre 2018, precipitato a bordo dell’aereo appena decollato dal King Power Stadium. Gli è subentrato il figlio, Aiyawatt, che dopo la retrocessione ha rivolto un messaggio ai tifosi: «Abbiamo vissuto momenti di grande gioia e ora di profonda tristezza, lavoreremo per ricostruire, migliorare e ripristinare gli standard che ci si aspetta dal Leicester. Il nostro obiettivo è reagire con forza e riportare questo club ai vertici». Sullo sfondo resta un centro sportivo ultra moderno costato 100 milioni, un vero lusso per una Cenerentola tornata sulla terra.




