
Dopo 4 anni e 20 (dico venti) pacchetti di sanzioni della Ue contro la Russia, da ieri non siamo già al «contrordine compagni!», ma il vento sta cambiando.
A metà giornata, ci ha pensato il premier ungherese Viktor Orbán a gettare il primo sassolino nell’ingranaggio che gira (a vuoto) da anni scrivendo sui social che «Il blocco petrolifero ucraino e la guerra in Medio Oriente stanno facendo impennare i prezzi del petrolio. L’Europa deve agire. Oggi ho scritto al presidente Costa e a Von der Leyen chiedendo la revisione e la sospensione delle sanzioni sull’energia russa».
A distanza di poche ore, con sospetto tempismo, le parole del presidente russo Vladimir Putin, riportate dalla Tass, hanno avuto l’effetto di trasformare una piccola fessura in una evidente crepa: «La Russia è pronta a garantire ai Paesi della Ue le forniture di petrolio e gas necessarie per stabilizzare i mercati nella situazione d’emergenza dovuta alla guerra nel Golfo Persico, ma per questo è necessario «un segnale» dagli europei». Parole impensabili fino a dieci giorni fa.
Di buon mattino, il terreno era stato sapientemente arato da un articolo apparso sul Wall Street Journal («Il conflitto rende il petrolio russo una merce molto ambita»), in cui si evidenziava il potere contrattuale improvvisamente acquisito da Mosca nel mercato mondiale del greggio. Da essere venditori a sconto rispetto ai prezzi correnti di mercato, i russi si sono ritrovati ad avere in viaggio circa 130 milioni di barili - l’equivalente di più di una settimana di acquisti di Cina e India - che sono diventati merce ambitissima. Al punto che alcune raffinerie indiane non hanno esitato ad offrire un premio tra 1 e 5 dollari sulla quotazione del Brent, pur di accaparrarsi il prezioso carico.
Tra mercoledì e venerdì scorso, Putin aveva già fiutato il vento in poppa e aveva cominciato ad alzare il prezzo, provocando la Ue, minacciando la chiusura dei residui flussi ancora esistenti nonostante le sanzioni. «Si stanno aprendo nuovi mercati, per noi sarebbe meglio chiudere già ora i rapporti con la Ue, prima che lo facciano loro tra pochi mesi, e rivolgerci a clienti più affidabili».
Un modo grezzo ma efficace per fare capire a Bruxelles che ora è lui a selezionare i clienti e che Paesi grandi consumatori di gas e petrolio, come India, Giappone e Corea del Sud, non esiteranno a scatenare una corsa al rialzo per assicurarsi le forniture necessarie ai loro complessi industriali. E ci sono già notizie di navi cariche di Gnl dirette in Europa che hanno invertito la rotta e puntata la prua verso Est.
In questo quadro di tensione, si inserisce la delicata situazione delle riserve di gas del Regno Unito, pari ad appena tre giorni di consumi (tra gas naturale stoccato e Gnl), che inevitabilmente sta costringendo i britannici ad offrire un prezzo più alto rispetto ai concorrenti europei. Ad oggi, il petrolio russo che arriva in Europa è circa il 3% del totale, dopo il divieto di importazioni di greggio via mare dal dicembre 2022 e dei prodotti petroliferi raffinati dal febbraio 2023. Restano solo i modesti flussi via oleodotto, interrotti anch’essi da gennaio a causa dei danni conseguenti a un attacco russo su infrastrutture ucraine, la cui riparazione ha aperto un conflitto tra Kiev e Budapest e rende Orbán particolarmente sensibile a questa crisi dei prezzi.
Ma è sul gas che si gioca la partita più importante, perché nonostante l’ampia diversificazione post guerra, dalla Russia arriva ancora il 13% circa del fabbisogno della Ue. Ad oggi è prevista una graduale uscita dal gas russo entro il gennaio 2027 per il Gnl ed entro settembre 2027 per i flussi via gasdotto. Questi ultimi interessano ormai solo alcuni Paesi dell’Europa centrale, mentre il 49% del Gnl esportato da Mosca a gennaio è finito nella Ue con Francia, Belgio e Spagna tra i principali compratori.
Che il tema sia d’attualità è confermato dalla sua presenza nell’agenda dell’Eurogruppo di ieri, a margine del quale il presidente Kyriakos Pierrakakis ha fatto professione di ottimismo e lo spagnolo Carlos Cuerpo ha assunto una posizione attendista. Entrambi convinti che la Ue abbia gli strumenti, testati durante la fase acuta della precedente crisi energetica del 2022, per reggere l’urto di questa nuova crisi. Noi ci auguriamo soltanto non ci sia bisogno di far arrivare il gas a 300 euro/Mwh per intervenire, perché a quel punto Putin potrebbe non fare più sconti e le nostre industrie potrebbero essere già ferme.






