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L’ayatollah iracheno arringa gli sciiti. «È obbligatorio difendere l’Iran»
Getty images
Al Sistani, ancorché distante dai Pasdaran (l’ultima fatwa fu contro l’Isis), invoca la resistenza a Washington e Gerusalemme. Il dilemma dei Paesi del Golfo: legati all’Occidente, temono la resa dei conti tra islamici.

From the mountain to the sea, per parafrasare i keffioti di complemento. Dalle nevi del Damavand al mare di petrolio, quello iraniano non è solo un affare degli Stati Uniti e di Israele ma sta diventando sempre più una guerra araba. Dopo i razzi su Dubai, i droni in Kuwait, le provocazioni in Arabia Saudita, ieri Teheran ha mirato di nuovo verso la Turchia lanciando un (secondo) missile balistico intercettato e abbattuto dalle difese della Nato. Con queste mosse disperate il regime degli ayatollah prova a destabilizzare l’intera area con tre scopi precisi: creare caos diplomatico, terrorizzare i vicini fino a ieri considerati neutrali e indurli a prendere le distanze da Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

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Le milizie filoiraniane dell'Iraq intensificano gli attacchi a Israele
Il sistema di difesa aerea Iron Dome spara per intercettare un razzo sopra la città di Ashdod (Getty Images)

A sei mesi dallo scoppio della guerra tra Israele e Hamas, la Resistenza Islamica in Iraq (Iri), strettamente allineata con la più ampia strategia regionale dell'Iran, ha intensificato le sue attività contro lo Stato ebraico. Questi attacchi, diretti contro le raffinerie di petrolio di Haifa e un'installazione militare sulle alture del Golan, rappresentano un importante mutamento nelle strategie operative dei gruppi di miliziani sciiti.

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