L’ayatollah iracheno arringa gli sciiti. «È obbligatorio difendere l’Iran»

From the mountain to the sea, per parafrasare i keffioti di complemento. Dalle nevi del Damavand al mare di petrolio, quello iraniano non è solo un affare degli Stati Uniti e di Israele ma sta diventando sempre più una guerra araba. Dopo i razzi su Dubai, i droni in Kuwait, le provocazioni in Arabia Saudita, ieri Teheran ha mirato di nuovo verso la Turchia lanciando un (secondo) missile balistico intercettato e abbattuto dalle difese della Nato. Con queste mosse disperate il regime degli ayatollah prova a destabilizzare l’intera area con tre scopi precisi: creare caos diplomatico, terrorizzare i vicini fino a ieri considerati neutrali e indurli a prendere le distanze da Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
I missili Cruise Soumar e Shahab-3 hanno come bersaglio fisico le inermi città del Golfo ma come obiettivo psicologico le menti delle genti musulmane. Se gli sceicchi sunniti non saranno mai al fianco dei sacerdoti sciiti, i loro popoli osservano con perplessità l’incendio pan-islamico e difficilmente approveranno uno scontro così devastante tra parenti serpenti sotto il cielo del Profeta. Lo ripetono da giorni i portavoce sauditi e degli Emirati («L’aggressione iraniana è odiosa ma noi non entreremo mai in questa guerra»), lo ha ribadito ieri Recep Tayyp Erdogan dopo aver visto un altro razzo di Teheran comparire sui radar: «Seguiamo attentamente gli sviluppi del conflitto ma il nostro obiettivo principale rimane quello di tenere la Turchia fuori dal grande incendio. Sono stati comunicati i necessari avvertimenti ma nonostante ciò l’Iran continua a intraprendere passi sbagliati». La guerra sull’uscio di casa lo preoccupa ma rimane fermo come i suoi carri armati sul confine mentre nel 2014 Kobane veniva assediata dall’Isis. Un discorso sulle uova che tiene conto delle molteplici curve diplomatico-religiose; lo scaltro presidente turco ha bisogno del collante interno e ha fatto sapere agli americani che non prenderà iniziative se non sotto il cappello dell’Onu e della Nato. Più fluido il pensiero istituzionale in Siria e in Libano, egualmente nel centro del mirino. Damasco, un tempo storico alleato degli ayatollah, è di fatto sotto protezione americana e sta permettendo il sorvolo dei cacciabombardieri con la stella di David diretti sugli obiettivi iraniani.
Il regime di Bashar al Assad è il passato remoto e l’attuale presidente Ahmed al Sharaa si è insediato contro il volere di Teheran. Il Paese, per anni lacerato dalle milizie iraniane e dai gruppi che volevano farlo diventare una «free zone della droga», ha percepito il cambiamento. A tal punto che alla notizia dell’uccisione di Ali Khamenei, molta gente è scesa in piazza a esultare. Fino a quando duri questa divergenza epocale è difficile prevedere. In Libano, Hezbollah è sotto scacco, messa all’angolo dall’offensiva di Tel Aviv. Proprio ieri il premier Nawaf Salam in un’intervista al quotidiano L’Orient-Le Jour si è dichiarato pronto a «valutare qualsiasi proposta di negoziato con Israele per arrivare a una pace solida, duratura ed efficace con la formula “terra in cambio di pace”». Un altro segnale che fa comprendere come si cerchino soluzioni territoriali, al massimo regolamenti di conti locali. Tutto ciò per evitare una guerra mondiale musulmana che avrebbe conseguenze inimmaginabili.
In questo scenario a un passo dall’Apocalisse è arrivato il messaggio dell’ayatollah Ali al Sistani, una delle autorità religiose sciite più seguite del pianeta, che da Najaf in Iraq ha sollecitato i musulmani a non dividersi, anzi a considerare «la difesa dell’Iran un obbligo religioso collettivo». Praticamente una fatwa contro la campagna militare americana e israeliana per dare la spallata dalla Repubblica islamica. Al Sistani sottolinea da un lato di essere preoccupato per «le minacce esterne e interne che colpiscono il Paese, tra cui attentati, corruzione, omicidi, distruzione di proprietà pubbliche e private». Ma al tempo stesso chiede che il regime di Teheran venga difeso e ci sia «resistenza a tentativi di sovversione e destabilizzazione. Non bisogna permettere che i nemici esterni raggiungano i loro obiettivi».
La discesa in campo viene considerata particolarmente importante, da parte di una guida religiosa che ha sempre tenuto a marcare la propria distanza dalla politica attiva e dal regime di Teheran soffocato da Pasdaran e Guardiani della rivoluzione, nel quale le gru delle impiccagioni di dissidenti e studenti fanno da sfondo al panorama quotidiano. L’ultima volta che Al Sistani prese la parola per lanciare una fatwa fu nel giugno 2014 quando l’Isis conquistò Mosul. La posizione ricalca quella del gran mufti sunnita dell’Iraq, Mahdi ibn Ahmad al Sumayda, che ha definito questa guerra «uno scontro ideologico fondamentale per il futuro dell’Islam» e testimonia (cosa rara) una convergenza fra sciiti e sunniti in nome del Corano.
Amici dell’Occidente per il petrolio, alleati contro i fanatici che finanziano il terrorismo. Ma alla fine gli infedeli restano infedeli. Poiché non si è mai visto un cambio di regime ottenuto con droni e aerei invisibili, è difficile ipotizzare gli scenari a breve. Anche perché l’unico esercito pronto a mettere gli scarponi sul terreno è quello composto dalle milizie curde, che sognano un Iran federale e hanno buona memoria. Sono 8.000, sarebbe un bagno di sangue.





