Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, sarebbe sopravvissuto agli attacchi israelo-americani contro il Paese, secondo due fonti iraniane citate dall’agenzia Reuters. La notizia arriva dopo che ieri Iran International, testata vicina all’opposizione iraniana della diaspora, aveva annunciato l’elezione di Mojtaba come successore di Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra. La notizia, tuttavia, per ora non è stata confermata. Israele questa mattina ha subito avvertito che qualsiasi nuovo leader iraniano diventerebbe un bersaglio dei suoi attacchi. Nonostante non sia mai stato eletto o nominato a una carica governativa, un cablogramma diplomatico statunitense del 2008 affermava che Mojtaba era «ampiamente considerato all’interno del regime come un leader e un manager capace e risoluto, che un giorno potrebbe succedergli almeno in parte alla leadership nazionale».
Per anni Mojtaba Khamenei è stato l’uomo che agiva dietro le quinte del potere iraniano. Un profilo pubblico quasi inesistente, poche apparizioni ufficiali e nessun incarico istituzionale di primo piano. Eppure il suo nome è rimasto a lungo uno dei più evocati negli ambienti politici e diplomatici quando si discuteva della futura leadership della Repubblica islamica. Nato nel 1969 a Mashhad, Mojtaba ha seguito il tradizionale percorso clericale sciita, formandosi nei seminari religiosi di Qom, il principale centro teologico del Paese. A differenza di molti esponenti dell’establishment iraniano, non ha costruito la propria carriera attraverso incarichi governativi o elettivi. La sua influenza si è sviluppata piuttosto all’interno delle reti di potere che ruotano attorno all’ufficio della Guida Suprema, diventando nel tempo una figura di raccordo tra il clero politico e gli apparati di sicurezza.

Proprio in questo spazio informale si colloca la sua reale forza. Mojtaba Khamenei è stato spesso indicato come uno degli interlocutori privilegiati dei vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, e della milizia Basij. In un sistema dove l’autorità religiosa si intreccia con il peso degli apparati militari e di intelligence, la costruzione di relazioni personali e reti di fedeltà può risultare decisiva quanto una carica ufficiale.
Attorno alla sua figura si muove da anni un ristretto circolo di uomini che rappresentano il vero perimetro del potere nella Repubblica islamica. Non si tratta di una struttura formalizzata, ma di una rete composta da religiosi, funzionari dell’ufficio della Guida Suprema e figure chiave della sicurezza nazionale. Tra questi spicca Ali Asghar Hejazi, responsabile degli affari politico-di sicurezza dell’ufficio della Guida Suprema e considerato uno degli uomini più influenti dell’apparato di intelligence iraniano. Accanto a lui operano personalità come Mohammad Golpayegani, capo dello staff della Guida Suprema, e diplomatici di lunga esperienza come Ali Akbar Velayati e Kamal Kharazi, entrambi coinvolti da anni nei dossier strategici della politica estera di Teheran.Secondo numerose analisi, è proprio all’interno di questo nucleo di potere – composto da consiglieri religiosi, funzionari e comandanti militari – che Mojtaba Khamenei avrebbe consolidato nel tempo la propria posizione. In particolare, i suoi rapporti con i Pasdaran e con i vertici della sicurezza lo hanno trasformato in una figura di riferimento per i settori più conservatori del regime, rafforzando la percezione di un ruolo politico esercitato lontano dai riflettori. Il tema della successione alla guida del Paese ha inevitabilmente riportato il suo nome al centro del dibattito. L’ipotesi di un passaggio del potere da padre a figlio rappresenterebbe tuttavia uno scenario estremamente delicato per la Repubblica islamica. La rivoluzione del 1979 nacque anche come rottura con il sistema monarchico dello Scià, e l’idea di una successione familiare potrebbe essere percepita come una contraddizione simbolica rispetto ai principi originari del regime.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: il rango religioso. La carica di Guida Suprema richiede un’autorità teologica riconosciuta e il consenso dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo composto da religiosi incaricato di scegliere il leader del Paese. Mojtaba, pur essendo un religioso formato, non possiede lo stesso livello di autorevolezza dottrinale di alcuni grandi ayatollah della gerarchia sciita.
Sul piano strategico, il suo profilo viene spesso associato a una linea di continuità con la politica adottata negli ultimi decenni dalla leadership iraniana: sostegno agli alleati regionali, ruolo centrale dei Pasdaran negli equilibri interni e fermezza nei confronti delle pressioni occidentali sul programma nucleare. Tuttavia, proprio la natura discreta della sua attività rende difficile distinguere tra influenza reale e percezione costruita attorno al suo nome. In un sistema complesso e opaco come quello iraniano, il potere non si misura soltanto con le cariche ufficiali. Mojtaba Khamenei rappresenta piuttosto la dimensione meno visibile ma più incisiva della Repubblica islamica: quella delle relazioni personali, delle reti di fedeltà e degli equilibri tra clero, apparati militari e strutture di sicurezza. Un potere che spesso si esercita lontano dalla scena pubblica, ma che può rivelarsi decisivo nei momenti di transizione politica del Paese.



